Applicazione, Interpretazione e Integrazione delle Norme Giuridiche

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Applicazione, Interpretazione e Integrazione delle Norme Giuridiche
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materie:
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

L'Applicazione del Diritto[modifica]

Il Comando Legislativo è Generale (perché rivolto a tutti) e Astratto (perché predisposto per ogni caso) questo che il comando va contestualizzato al caso e affinché questo avvenga c'è bisogno dell'applicazione del comando da parte di un apparato. L'ordinamento ha previsto appositi apparati a cui è data la competenza di applicare il diritto in primis all'apparato giudiziario. L'attività giurisdizionale è posta in essere dalla magistratura, che, pur costituendo una figura unitaria come potere dello Stato (vengono detti giurisdizione una delle tre funzioni in cui si riparte l'azione dell'autorità pubbliche che sono l'attività normativa, quella amministrative e quella giurisdizionale), comprende più di un insieme coordinato di organi (pluralismo giurisdizionale). La ripartizione più importante degli organi è quella tra giurisdizione civile, giurisdizione penale, giurisdizione amministrativa (a cui può essere per legge assegnata addirittura una giurisdizione esclusiva. In conclusione, tralasciato la giurisdizione penale che si occupa dei reati, la giurisdizione civile si occupa delle questioni attinenti ai diritti soggettivi ad eccezione di alcune materie che il legislatore ha devolute in maniera esclusiva alla giurisdizione amministrativa. Di contro la giurisdizione amministrata in generale ha il potere di annullare gli atti amministrativi illegittimi e di condannare al risarcimento dei danni conseguenti ai provvedimenti illegittimi annullati.

L'Interpretazione[modifica]

Con il termine interpretazione si indica l'attività, eminentemente pratica, consistente nel trovare nell'ordinamento la regola adeguata al fatto da regolare, di passare cioè dalla disposizione (ordinamento in potenza) alla norma (ordinamento in atto).

Questa attività è disciplinata dagli artt. 12-14 delle disposizioni preliminari al Codice civile (così dette Preleggi), le quali hanno una duplice valenza: nei momenti statici, infatti, agiscono come un limite nei confronti dell'attività interpretativa, per trasformarsi in strumenti che la ampliano in momenti di dinamismo sociale.

Esistono, innanzi tutto, regole sull'interpretazione poste al di fuori del diritto positivo, che valgono per tutti, ivi compreso il legislatore (nell'applicare la legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse), ossia le regole di interpretazione proprie dell'istituzione linguistica in cui è scritto il testo da interpretare.

Ad esse si affiancano le seguenti tecniche, adottate di fronte ad una lacuna normativa:

  • L'intenzione del legislatore (la così detta ratio, che può essere soggettiva, ossia l'intenzione del legislatore storico, ovvero oggettiva, ossia l'intenzione del legislatore storicizzato);
  • L'interpretazione sistematica, con una norma singola inserita in un sistema normativo unitario, nel quale il significato di essa può arricchirsi (e si avrà un'interpretazione estensiva) oppure restringersi (e si avrà un'interpretazione restrittiva);
  • L'interpretazione analogica, che può adottarsi qualora un interprete non trovi nel sistema una norma adatta al caso pratico, e quindi dovrà trovarne una mediante un processo analogico: o tra norme che regolano casi simili, o che regolano materie analoghe;
  • La costruzione di principi.

Chi sono gli interpreti?[modifica]

Esistono tre diversi "gradi" di interpretazione.

Quella più interessante e comune è l'interpretazione giurisprudenziale, ovvero quella che deriva dall'attività del giudice nella decisione di una controversia. Si tratta, in pratica dell'operazione con cui il giudice, da una regola astratta e generale come quelle presenti nei codici (civile o penale), stabilisce una regola concreta e particolare per il caso presentatogli. Una siffatta interpretazione è vincolante per le parti in causa, ma, a differenza del cosiddetto Common Low, non lo è tuttavia per gli altri giudici nel sistema italiano; può, comunque, "fare scuola", ovvero essere presa ad esempio da altri giudici, in particolare quando tale decisione proviene dalla Suprema Corte di Cassazione, soprattutto quando viene emessa a sezioni unite.

L'interpretazione dottrinale, invece, è quella che proviene dagli studiosi del diritto. Questa interpretazione non è vincolante, tuttavia se una decisione appare "buona" è possibile che venga presa ad esempio da altri giudici e quindi un'interpretazione fatta "sui testi" potrebbe "prendere vita" ed entrare nel cosiddetto "diritto vivente".

Infine vi è l'interpretazione autentica, ovvero quella che proviene direttamente dal legislatore. Il legislatore, in sintesi, nel momento in cui sorgano problemi nell'interpretazione di una norma, può intervenire, mediante nuove disposizioni normative che spieghino come tale norma debba essere interpretata. Ovviamente, anche le nuove disposizioni normative, come quelle che queste ultime devono spiegare, devono essere ugualmente interpretate.

Modi di Interpretazione delle Leggi[modifica]

Ogni disposizione normativa è composta da un certo numero di parole che formano delle proposizioni di senso compiuto dalle quali si può evincere il contenuto. Ogni norma, pertanto, deve essere interpretata, attribuendo ad ogni parola il significato più opportuno all'interno del contesto in cui si trova. Appare subito chiaro che, ad esempio, la parola "liquido" ha un significato diverso nel caso in cui si ci riferisca a un "contenitore per liquidi" oppure al "denaro liquido". La prima interpretazione che s'ha da fare, dunque, è quella letterale.

Tuttavia l'interpretazione letterale non è di per sé sufficiente. Accade sovente che le stesse parole, le stesse proposizioni, usate in contesti diversi, abbiano un significato assai differente. Lo stesso cartello contenente la prescrizione Vietato sporgersi ha un significato diverso se lo si trovi apposto nei pressi di un terrazzo sulla cima di un palazzo o vicino al finestrino di un treno. Nel primo caso, infatti, si vuole evitare che qualcuno, sporgendosi troppo in avanti, cada rovinosamente al suolo, mentre nel secondo lo sporgersi indica anche l'atto di sporgere fuori un braccio, al fine di evitare che questo impatti contro un palo o un altro treno. Dunque bisogna guardare alla ragione che sussiste alla base di una certa disposizione, ovvero guardare la ratio che ha fatto nascere tale norma. Si tratta dell'interpretazione logica, che guarda dunque allo scopo, al risultato che il legislatore aveva in mente quando tale norma è stata creata: l'aggettivo "logica", infatti, ci fa subito pensare alla razionalità che ci porta a interpretare la norma nel modo più funzionale.

Dall'interpretazione logica può conseguire che si abbia un'interpretazione più ampia di quella che il legislatore aveva in mente (si parla dunque di interpretazione estensiva) oppure meno ampia (si parla, invece, di interpretazione restrittiva).

Altro grado è l'interpretazione sistematica, ovvero quella che guarda all'intero sistema. Le regole non sono isolate, ma vengono disposte, almeno nella visione del giurista, in modo tale da essere coerenti con il fine ultimo di organizzare al meglio la vita sociale. Dunque una regola può essere posta a confronto con altre norme dello stesso sistema in modo da essere interpretata nel modo più consono a quel sistema in cui tale norma si trova e quindi per meglio adempiere al fine di organizzare coerentemente il sistema.

L'Integrazione del Comando Legale[modifica]

L'interpretazione sistematica, di cui parlavamo prima, non viene espressamente prevista dal Codice. Tuttavia l'articolo 12 delle Disposizioni sulla Legge in generale prevede che il sistema possa avere delle lacune e prescrive che il sistema stesso debba colmarle in base al principio (già presente nel Codice Napoleone) che un giudice non può rifiutare di trovare una soluzione al caso che gli è stato proposto. L'antinomia è chiara: il codice non prevede alcuna norma che regoli quel caso, il giudice non può crearla, eppure egli deve comunque trovare una soluzione. Cosa succede in questi casi?

l'antinomia viene risolta presupponendo che qualsiasi caso può essere risolto sulla base delle regole dell'ordinamento giuridico. Si può definire quest'ultima frase il postulato della completezza del sistema, necessario affinché il sistema possa "chiudersi". Tale postulato non è presente nel Codice, ma lo si può ricavare a partire dal secondo comma del citato articolo 12 delle preleggi, che prevede due criteri che il giudice deve seguire qualora scovi una lacuna nel sistema.

Il primo criterio è quello della analogia legis: l'interprete cerca una norma che abbia una ratio che combaci con il caso che gli è stato sottoposto. Non si tratta di una interpretazione estensiva di una norma poiché non si applica in modo più ampio una regola, ma si ha semplicemente "riguardo" ad una situazione analoga che viene invece prevista da un'altra norma. Il caso più tipico è quello dei contratti: oggigiorno nascono contratti che si distinguono da altri per varie caratteristiche e che si allontanano da quei contratti considerati "tipici". Nel caso di controversie per i contratti a-tipici, l'interprete può considerare le norme che più si confanno al caso in considerazione.

Il secondo criterio è quella della analogia juris, che impone all'interprete di guardare ai principi generali dell'ordinamento. In pratica, studiando le norme che compongono l'ordinamento giuridico, si possono evincere dei principi che guidano, in un certo senso, tutto il sistema: per questo l'interprete, come ultima risorsa, può fare appello a tali principi per dirimere le controversie, in quanto quei principi sono volti a realizzare gli scopi fondamentali dell'ordinamento. Una decisione presa seguendo i principi fondamentali dell'ordinamento, quindi, sarà valida in quanto persegue gli obiettivi di fondo dell'ordinamento stesso.

Si badi bene: il ricorso all'analogia vale soltanto quando non vi sia una norma applicabile direttamente al caso.

Le Clausole Generali[modifica]

Una situazione diversa, e quindi anche un diverso fenomeno interpretativo, avviene quando non si è in presenza di una lacuna del diritto ma di una norma che nella sua stessa formulazione normativa presenta un contenuto non definito in modo chiaro e univoco e che rimanda, per la sua applicazione, a criteri concreti da determinare in base a degli "standard valutativi" aperti sul sentire comuni e quindi aperti all'evolversi del tempo. Si parla di Clausole Generali e in esse si fanno rientrare varie questioni che vanno sotto vari nomi come ad esempio "correttezza", "buon costume", "ordine pubblico", "giusta causa", ecc. senza che siano dati ad esse delle definizione concrete ma solo astratte e lasciando quindi a chi deve applicarle comprenderne il significato in relazione ai modelli di comportamento coevi e ai codici deontologici affermatisi nella prassi. Il giudice, il principale attore dell'applicazione di tali norme, dovrà comunque mantenere una valutazione il più possibile oggettiva, valutazione che come tale non può sottrarsi al controllo di legittimità.