La Corte costituzionale in Italia

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search
lezione
La Corte costituzionale in Italia
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materie:
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

La Corte Costituzionale è l'organo di garanzia giuridica della Costituzione. Ciò non vuol dire che non ci possa assere un sindacato di costituzionalità dove non c'è una Costituzione.

Storia[modifica]

Per la Storia della Corte Costituzionale puoi Leggere la Lezione di Storia della giustizia: Storia della Corte Costituzionale.

Composizione[modifica]

La Corte costituzionale è composta da 15 giudici scelti 1/3 dal Parlamento, 1/3 dalle supreme magistrature (3 Cassazione, 1 Appello, 1 tribunali minori) e 1/3 dal Presidente della repubblica. Per eleggere un giudice costituzionale il parlamento deve raggiungere una maggioranza qualificata di 2/3 (per questo i giudici eletti dal parlamento hanno una maggiore carica politica). I membri eletti dalla magistratura hanno una capacità professionale e tecnica elevata; tre sono eletti dalla Cassazione, uno dal Consiglio di Stato e uno dalla Corte dei Conti. La nomina da parte del Presidente della Repubblica, oltre a togliere l’eventualità in caso d’elezione da parte del Governo, di un’ingerenza eccessiva, bilancia il ruolo politico e il tecnicismo: sono i membri più bilanciati. È prevista una composizione integrata da 16 membri tratti a sorte da una lista, che il parlamento in seduta comune redige ogni 9 anni, che contiene 45 cittadini che abbiano i requisiti di eleggibilità a senatore. Le funzioni del parlamento in seduta comune sono: mettere in Stato d’accusa il Presidente della Repubblica, eleggerlo, nominare 5 membri della Corte Costituzionale, nominare 1/3 del CSM, redigere la lista per la composizione integrata della Corte Costituzionale I giudici della Corte Costituzionale hanno un mandato di 9 anni e non sono rieleggibili.

Per la Composizione Attuale del Corte Costituzionale puoi far riferimento al Sito Ufficiale: http://www.cortecostituzionale.it/actionCollegio.do

Il Presidente della Corte Costituzionale[modifica]

La carica di preminenza è svolta dal Presidente, eletto fra e dai membri della Corte Costituzionale a scrutinio segreto (legge 1/48). Nel caso che nessuno riporti la maggioranza si procede ad una nuova votazione e, dopo di questa, eventualmente, alla votazione di ballottaggio tra i candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti e si proclama eletto chi abbia riportato la maggioranza. In caso di parità è proclamato eletto il più anziano di carica e, in mancanza, il più anziano di età.

Della nomina è data immediatamente comunicazione dallo stesso Presidente eletto al Presidente della Repubblica, ai Presidenti delle due Camere del Parlamento ed al Presidente del Consiglio dei Ministri.

Il presidente resta in carica 3 anni tranne se completa prima il mandato; comunque è teoricamente rieleggibile. Le uniche esternazioni ammesse sono formulate dal Presidente nella relazione annuale; inoltre dirige gli uffici amministrativi della Corte, fissa le udienze, in caso di parità di voto se non si giudica nel plenum della sessione, vota per ultimo e il suo voto vale doppio. Nomina il giudice relatore.

  • Quorum strutturale o di validità = numero di membri necessario affinché il collegio funzioni cioè 11.
  • Quorum deliberativo = numero di voti favorevoli necessario affinché la delibera sia acconsentita, 6.

Essi rimangono in carica 9 anni e sono immuni (per essere inquisiti c'è bisogno di una autorizzazione della stessa Corte costituzionale), inamovibili e hanno una forte autonomia un po' come quanto succede per il Parlamento.

Giudizio di Costituzionalità delle Leggi[modifica]

La Corte Costituzione è il Supremo Interprete della Costituzione protegge l’intangibilità del nucleo duro della Cost. Il controllo costituzionale nasce nel 1803 col caso “Marbury vs Madison”. Un giudice che si trova di fronte ad una disposizione incostituzionale deve disapplicarla (nella common law) e costituisce un precedente vincolante (stare decisis). In Europa il principio della dottrina Marshall è applicato secondo due teorie: Kelsen propone l’istituzione di un tribunale apposito che controllasse la corrispondenza delle fonti subordinate alla Costostituzione (giustizia costituzionale); Schmitt invece afferma che l’interprete supremo è il capo dello Stato perché dotato di potestas (potere esecutivo) e auctoritas (consenso popolare), che si rispecchia nella facoltà di assumere di tutti i poteri in caso d’emergenza.

Modelli di sindacato di costituzionalità:

  • Successivo
  • Preventivo (Francia e in Italia prima del 56)
  • Diffuso (disapplica la legge con effetti inter partes)
  • Accentrato (invalida la legge con effetti erga omnes)
  • Accesso diretto: il cittadino può adire alla C.C. nel caso in cui ritenga violato un diritto fondamentale da parte di una legge (Spagna, America Latina, Germania)
  • Accesso incidentale: il cittadino in corso di giudizio può sollevare presso il giudice a quo il dubbio d’incostituzionalità (in Italia è generalmente cosi).

Gli articoli della Costistituzione che disciplinano la Corte Costituzionale sono: 134 (funzioni), 135 (composizione), 136 (giudicato costituzionale), 137 1° e 2° comma (riserva assoluta di legge per il funzionamento della Corte Costituzione); l’art 90 pone sotto la decisione della C.C. il giudizio sul Presidente della Repubblica nell’esercizio delle funzioni presidenziali.

Ci sono 2 soggetti che possono accedere alla Corte Costituzione per via principale: Stato e Regioni, per controllare la costituzionalità di una legge.

Alla cancelleria della Corte Costituzione arriva o un’ordinanza di giudizio o un ricorso. Il Presidente fisserà entro 20 giorni l’udienza pubblica (termine ordinatorio, non vincolante) che cadrà nei 120 giorni successivi (termine ordinatorio).

Una volta fissata l’udienza il presidente nomina il giudice relatore che si occupa di istruire la causa. Essendo umanamente di parte, la sua scelta influenza il corso del processo indirizzando la decisione.

Ha tre assistenti; il giorno dell’udienza il primo a parlare è il giudice relatore, senza esprimere la propria opinione; sono ascoltate le parti e la Corte Costituzione si riunisce per accogliere o no la questione di incostituzionalità della legge. Prima della votazione, il giudice relatore espone nuovamente la questione esprimendo la propria opinione cercando di indirizzare la decisione. La sentenza è firmata dal Presidente e dal giudice redattore, che normalmente è anche il relatore. La non coincidenza dei due ruoli è probabilmente espressione di dissidi all’interno della Corte, ma non è prevista la pubblicità dell’opinione concorrente e contraria (principio di collegialità). L’oggetto della questione di costituzionalità è la o le disposizioni di legge o atti aventi forza di legge impugnate. La prima sentenza della Corte Costituzione afferma che era sua competenza valutare la costituzionalità delle leggi prerepubblicane. La sentenza 360/96 afferma l’incostituzionalità della reiterazione del decreto legge, ovvero catene di decreti legge che disciplinano un’intera materia.

I regolamenti parlamentari sono una fonte primaria perche regolati direttamente dall’art 64 Cost.: ciascun parlamento a maggioranza assoluta vota il proprio regolamento, che ha la funzione di organizzare il parlamento e far funzionare il procedimento legislativo. Non hanno nessun rapporto con le altro fonti secondo criterio gerarchico, ma solo di competenza perche presidio di autonomia nell’ambito dell’organizzazione parlamentare (è la giurisprudenza Cost. a sancirlo), quindi la Corte Costituzione non può controllare la loro costituzionalitàe

I regolamenti dell’esecutivo sono fonti secondarie perche sottoposte alla legge, quindi non sono oggetto di controllo di costituzionalità, ma essendo atti di tipo amministrativo sono sotto il controllo del TAR e del Consiglio di Stato.

La Corte Costituzione controlla una o più disposizioni della legge, la di fatto a essere impugnata è l’interpretazione di essa da parte del giudice, ovvero la norma, anche se è tutta la disposizione a essere eventualmente annullata.

L’art 23 legge 87/53 afferma che nell’ordinanza di rinvio il giudice a quo deve indicare l’oggetto e il parametro di giudizio, ovvero le disposizioni Cost. ritenute violate). Per le disposizioni Cost. i parametri sono gli art 1-12, 138 e 139. Per la legge il parametro è l’intera costituzione.

Per il decreto legislativo, previsto dall’art 76, i parametri sono la Cost. e le disposizioni della legge delega (parametro interposto rispetto all’art 76). Per il decreto legge i parametri sono la Cost. e l’effettiva sussistenza di fatti concreti di necessità e urgenza.

I regolamenti parlamentari non solo non costituiscono oggetto di controllo Cost., ma non possono essere parametro di costituzionalità (nonostante contengano disposizioni sul funzionamento del procedimento legislativo) perche la Corte Costituzione non ingerirà mai nelle prerogative parlamentari. L’unico vizio controllato dalla Corte Costituzione è l’illegittimità costituzionale. Una legge è illegittima quando presenta vizi di natura formale processuale o sostanziale materiale. Natura contenutistica: vizio testuale contrastante palesemente con disposizioni Cost. o vizio derivante da norme implicite nella Cost. ricavate tramite combinato disposto di norme Cost.: per esempio dal disposto combinato dell’art 2+139 si deduce che senza i diritti fondamentali lo Stato non potrebbe dirsi repubblicano quindi i principi fondamentali sono patrimonio irretrattabile dell’umanità.

I vizi di irragionevolezza della legge, derivanti dalla violazione delle norme implicite nell’interpretazione estensiva dell’art 3 Cost. Il giudizio di irragionevolezza di una legge è trilaterale: la disposizione che non prevede qualcosa è affiancata al tertium comparationis (norma implicita ritenuta violata) ricavata dalla ratio legis, ovvero l’art 3. Ovviamente bisogna operare un bilanciamento di interessi perche i diritti teoricamente non sono confrontabili.

I presupposti del giudizio di costituzionalità sono l’esserci un giudizio e un giudice a quo. La Corte Costituzione rileva il requisito oggettivo riguardante il giudizio: è necessario che si sia in presenza di una situazione in cui si esercita la funzione giurisdizionale, ovvero sia in corso un giudizio nel quale venga applicato obiettivamente il diritto in via tendenzialmente definitiva. I giudizi per la nomina di tutori di minori non sono giudizi in cui si applica una norma di diritto e non in via tendenzialmente definitiva, ma è volontaria giurisdizione. Il CSM nelle sue funzioni non può sollevare questioni di costituzionalità, tranne che durante i provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, perche è una funzione materialmente giurisdizionale.

Il requisito soggettivo attiene al giudice a quo, che è colui che si pone nell’ambito del giudizio a quo come soggetto giudicante in posizione di terzietà, neutralità e imparzialità. Questo soggetto opera nell’ambito di un processo caratterizzato da contraddittorio, ovvero che siano presenti le parti che dibattono fra loro. Anche gli arbitri sono giudici a quibus. Il PM non può sollevare questioni perche parziale e non dice diritto, non ha funzione giurisdizionale. La Corte Costituzione dichiara tramite ordinanza l’inammissibilità per carenza dei presupposti. Il giudice a quo emette un’ordinanza di remissione o di rinvio se sussistono requisiti materiali: rilevanza assoluta (la questione deve avere a oggetto una o più disposizioni applicabili al caso concreto) e relativa (la successiva sentenza della Corte Costituzione deve avere incidenza sul giudizio a quo non manifesta infondatezza: in giudice davanti ad una disposizione deve essere o certo della sua incostituzionalità o almeno nutrire dubbi al riguardo (sufficiente il fumus boni iuris) interpretazione adeguatrice (tentativo di deduzione di norma costituzionalmente legittima dalla disposizione impugnata), necessaria perche a essere caducata è la disposizione intera insieme a tutte le possibili norme costituzionalmente legittime.

I requisiti formali dell’ordinanza di rinvio sono l’indicazione del giudice e del giudizio a quibus, dell’oggetto, del parametro, la motivazione e la determinazione del petitum (thema decidendum)

Le parti possono sollevare in giudizio l’eccezione di ammissibilità; è il giudice a decidere se rigettarla o accoglierla. (si a quindi o l’impulso di parte o d’ufficio). L’ordinanza di rinvio sospende il giudizio a quo, è pubblicata nella Gazzetta Ufficiale ed è comunicata ai Presidenti dei 2 rami del parlamento, affinché sia i cittadini sia il parlamento sappiano sia la legge approvata probabilmente è incostituzionale.

L’ordinanza viene depositata nella Cancelleria della Corte, il Presidente ne prende atto, nomina il relatore e prende il via l’iter di giudizio.

Il giudizio di costituzionalità in via incidentale è un giudizio a parti non necessarie, poiché molto astratto. Le parti si costituiscono depositando una memoria di costituzione. Solo avvocati abilitati all’esercizio della professione davanti alle alte magistrature, e sempre in difesa delle parti, possono costituirsi. Fino al 91 la Corte Costituzione riteneva che potessero costituirsi nel giudizio soltanto le parti già presenti nel giudizio a quo. con la sentenza n456 del 1993 la Corte Costituzione ha operato un’estensione del contradditorio anche a soggetti non costituitisi in tempo nel giudizio a quo, a condizione che abbiano un interesse concreto e specifico a costituirsi parti.

La Corte Costituzione esclude la possibilità del PM di costituirsi in giudizio (lodo Alfano) poiché sebbene parte nel processo principale, la legge 87/53 e le regole integrativa della Corte Costituzione non lo identificano come parte e poi non ha nel giudizio principale gli stessi poteri di una parte, ma potenziati.

L’ordinanza di remissione non può essere formulata dal giudice in forma dubitativa e deve avere un oggetto omogeneo perche richiede una risposta dubitativa. Deve essere autosufficiente, ovvero motivata compiutamente e mai per relationem (rinvio ad altri atti) poiché il petitum deve essere individuato perfettamente e retto dalla motivazione.

Le parti davanti al processo teoricamente tutelano l’ordinamento, quindi potrebbero sostenere interessi diversi da quelli del processo principale. Il giudice può solo emettere l’ordinanza non ha altro ruolo processuale. Anche il Presidente del CDM può costituirsi come soggetto idoneo a partecipare al processo tramite memoria di costituzione. È difeso dall’avvocatura generale dello Stato, con sede a Roma (dipende da e difende la presidenza del CDM).

Il Presidente rappresenta il consiglio e difende l’interesse degli organi di indirizzo politico, sebbene altre teorie affermano che deve tutelare la legge o agire in favore dell’interesse pubblico. Infatti può scegliere di costituirsi per chiedere l’illegittimità della legge o di non costituirsi (preferita se la legge è stata emanata sotto diversa legislatura).

L’art 27 legge 87/53 afferma che la Corte Costituzione quando accoglie istanza o ricorso di legge, dichiara nei limiti dell’impugnazione quali sono le disposizioni illegittime; vige il principio della corrispondenza fra chiesto e pronunciato, derivato all’art 112 codice procedura civile(il giudice deve esprimersi su quanto chiesto dall’attore, non ultra petita). Nel processo la Corte non vi si adegua sempre: può ampliare o ridurre il thema decidendum, dichiarando l’incostituzionalità di altre norme o motivarla in modo diverso dal giudice a quo.

L’illegittimità consequenziale si ricava dall’art 27 87/53 secondo periodo: la Corte Costituzione dichiara altresì quali sono le altre disposizioni legislative la cui illegittimità deriva da quella delle disposizioni impugnate. La caducazione della prima può comportare la caducazione delle altre. È un’incostituzionalità palese e automatica derivata in modo logico, attinente a una funzione di igiene della legge. Invece la illegittimità derivata riguarda norme collegata in modo analogico con quella impugnata e dichiarata illegittima; spesso ineriscono contesti differenti. La Corte Costituzione può disporre liberamente di questo istituto.

Le disposizioni transitorie davano ai giudici comuni la facoltà di dichiarare l’incostituzionalità, quindi era un sistema di sindacato diffuso. Il fatto che il giudice a quo controlli l’ammissibilità della questione rinvia a una forma di controllo diffuso di ammissibilità. Il Presidente della Repubblica nel momento della promulgazione in caso di incostituzionalità può non promulgare (sindacato preventivo).

Il Giudizio in Via Principale da parte di Stato e Regioni[modifica]

Fino al 2001 vigeva una forma di Regionalismo che prevedeva un apparato centrale da cui dipendevano in tutto le Regioni. La riforma del titolo V operata dalla legge Cost. 3/2001 ha prodotto un'equiparazione in materia di funzione legislativa fra Stato e Regioni, disciplinata dall’art117 dal comma I a IV. prima esso prevedeva che la Regione potesse legiferare solo in limitate e individuate materie: potestà legislativa esclusiva spettante alle Regioni ordinarie, potestà legislativa residuale appartenente allo Stato. La riforma ha prodotto un rovesciamento di guanto: l’art 117 comma 2 individua le materie di potestà l. esclusiva dello Stato, la potestà l. residuale di cui al comma 4 viene attribuita alle Regioni. il comma 3 individua la potestà l. concorrente fra Stato e Regioni: lo Stato approva i principi generale e la Regioni disciplina la normativa di dettaglio. Il comma I individua gli stessi limiti per lo Stato e le Regioni (costituzione, obblighi internazionali e vincoli comunitari).

L’art 127 disciplina la prassi d’impugnazione in via principale.

Prima della riforma il procedimento legislativo regionale si componeva di iniziativa, fase deliberativa in consiglio, passaggio al controllo del governo nazionale (tramite il commissario del governo) che ne vagliava la costituzionalità ai sensi dell’art 117. Apposto il visto del commissario, era promulgata dal Presidente della giunta ed entrava in vigore. Se non opponeva il visto, la delibera ritornava al consiglio che doveva riapprovala sulle indicazioni del governo. Se decideva di non adeguarsi il governo poteva impugnarla davanti alla Corte (controllo preventivo). La legge Regionale poteva essere impugnata davanti alla C.C. per vizi di costituzionalità o davanti al Parlamento per vizi di merito (contrasto con l’interesse unitario nazionale) entro 60 giorni dalla seconda approvazione della delibera.

Invece, se una Regione pensava che una legge nazionale violasse il suo campo di competenza, poteva impugnarla in via successiva entro 30 giorni.

Con la riforma del titolo V sonno state tagliate dall’ordinamento nazionale la figura del commissario nelle Regioni ordinarie, esistono ora fasi uguali di impugnazione successiva entro 60 giorni. Il fatto che l’atto introduttivo si chiami ricorso ci consegna la modalità del giudizio a parti necessarie, a contraddittorio chiuso (nessuno può costituirsi in giudizio). Il soggetto che agisce per lo Stato è il Presidente del CDM difeso dall’avvocatura generale dello Stato, per la Regione agisce il Presidente della Giunta su delibera del Consiglio, difeso da avvocati del libero foro abilitati a stare davanti alla C.C.

La Regione e lo Stato sembrerebbero sollevare la questione di illegittimità costituzionale per vizi analoghi, ma la riforma del titolo V riconosce ancora una supremazia dello Stato nell’ambito del riparto della posta legislativa, poiché l’art 127 nel 1 comma usa il verbo eccedere e nel 2° ledere: lo Stato ha ancora la capacita di sollevare vizio di merito(contenuti nel cancellato art 127, ma ora garantita dalla sentenza della Corte Costituzione n274/2003) visto che solo lo Stato può tutelare in maniera unitaria gli interessi pubblici.

Il ricorso è un atto di inizio di un processo qualunque, tranne la parte motiva in cui la regione può rilevare una lesione da parte della legiferazione statale nelle sua potestà residuale oppure nelle materie a potestà concorrente ove abbia fissato normativa di dettaglio. La regione deve rilevare perfettamente la lesione alla sua potestà legislativa e quindi l’interesse ad agire, lo Stato invece non ha bisogno di mostrare dell’interesse, visto che è il soggetto preposto a tutela dell’interesse generale. Quindi la regione è in posizione ancora carente. Il titolo V ha portato all’istituzione dei Statuti regionali anche per le regioni ordinarie: art 123 comma 2 affida alla Corte Costituzione il controllo della legittimità degli statuti regionali (che sono leggi rinforzate).

Sia i giudizi in via principale che incidentale condividono l’oggetto, il parametro e la sentenza. I decreti sono atti di natura presidenziale e sono espressione del potere del Presidente. Tutti gli atti hanno la stessa cronologia: non esistono registri separati di sentenze e ordinanze. Nel processo Cost. ci sono sentenze che non hanno natura definitiva e ordinanze che l’hanno. Le sentenze sono atti che entrano nel merito della questione. Sono definitive le sentenze di accoglimento: natura dichiarativa. Le sentenze di rigetto dichiarano infondata la questione ma non dichiarano la costituzionalità della norma. La dichiarazione p meno di incostituzionalità rileva alla definizione della natura definitiva o meno della sentenza. Le ordinanze sono atti di natura processuale, attraverso i quali la Corte Costituzione si ferma a valutare l’atto introduttivo del giudizio gli elementi formali, senza entrare nel merito. Può essere manifestamente infondata (mancano elementi fondamentali), inammissibile o ammissibile. Tendenzialmente non hanno natura definitiva.

Esistono infatti le ordinanze che dichiarano la manifesta infondatezza della questione e sono di natura definitiva perche riguardano vizi sostanziali palesi. Quando manca manifestamente l’interpretazione adeguatrice, la Corte Costituzione emette ordinanza di inammissibilità (spesso i giudici s’impuntano su un’interpretazione non conforme).

Gli effetti della caducazione sono erga omnes ed ex tunc nei limiti del giudicato. le sentenze di accoglimento comportano la dichiarazione dell’illegittimità della disposizione impugnata la quale viene annullata con effetti retroattivi, salvo le situazioni giuridiche concluse (giudicato, prescrizione o acquiescenza), tranne che si tratti di giudicato penale.

L’art 136 si occupa del giudicato costituzionale.

La Corte Costituzione dichiara solo la non fondatezza della questione nelle sentenze di rigetto, che quindi non sono definitive. La questione può essere riproposta in altro grado di giudizio o dallo stesso giudice a quo in un altro processo. Il giudici o le parti devono cambiare la motivazione. Nelle sentenze interpretative di rigetto la Corte Costituzione usa nella parte motiva un’interpretazione adeguatrice diversa da quella dell’atto introduttivo. Quindi il giudice a quo è agevolato nell’uso della disposizione. La Corte Costituzione nel dispositivo dichiarerà infondata la questione “ai sensi di cui in motivazione”. Tecnicamente sono vincolanti solo inter partes, ma l’interpretazione adeguatrice può essere adottata da qualunque altro giudice.

Nelle sentenze interpretative di accoglimento la disposizione è incostituzionale se e in quanto non è possibile reperire interpretazioni adeguatrici, nonostante la motivazione del giudice a quo sia errata; è presente la locuzione “nei sensi di cui in motivazione”.

Anche la Corte di Cassazione fornisce interpretazioni delle leggi e degli atti aventi forza di legge. Possono quindi sorgere conflitti quando la Corte Costituzione fornisce interpretazioni diverse da quelle della Corte di Cassazione. Se esiste un'interpretazione statale della giurisprudenza su una disposizione cui il giudice a quo si conforma, la Corte Costituzione può stabilire un’interpretazione diversa (soltanto nei casi in cui non esiste una giurisprudenza stabile o diritto vivente, per non creare conflitti) tramite sentenza interpretativa di rigetto adeguatrice. Quando il giudice a quo si allontana dalla giurisprudenza ordinaria, la Corte Costituzione può emettere sentenza interpretativa correttiva che riadegua l’interpretazione del giudice al diritto vivente.

Le sentenze manipolative sono sentenze di accoglimento che presentano un’interpretazione conforme a Cost. e sono cosi penetranti da modificare la disposizione stessa. (Hanno una forza simile al referendum Abrogativo) Possono essere: Sostitutive: individuano l’oggetto della sostituzione tramite la locuzione “prevede x piuttosto che y”; hanno creato problemi col legislatore;

Accoglimento parziale: la Corte dichiara l’incostituzionalità solo di una parte della disposizione. Nel dispositivo leggiamo”la Corte Costituzione accoglie la questione dichiarandola fondata nella parte in cui …”; Additive: dichiara l’incostituzionalità della disposizione perche non prevede qualcosa che la Corte aggiunge grazie all’interpretazione della Cost. ; può essere aggiunto un principio o una prestazione (soprattutto nei diritti sociali). Quest’ultime comportano un esborso finanziario da parte dello Stato. il verso dell’addizione deve essere esplicitamente indicato dal giudice a quo, pena l’inammissibilità.

I Conflitti di Attribuzione[modifica]

Tra poteri dello Stato[modifica]

Dispone l'art. 37 della legge n. 87 del 1953 che «il conflitto tra poteri dello Stato è risoluto dalla Corte costituzionale se insorge tra organi competenti a dichiarare definitivamente la volontà del potere cui appartengono e per la delimitazione della sfera di attribuzioni determinata per i vari poteri da norme costituzionali».

La legittimazione a sollevare conflitti di attribuzione spetta non necessariamente all'organo gerarchicamente superiore nell'ambito di un potere, ma a quello che può manifestare in via definitiva la volontà del potere cui appartiene. Così, ad esempio, spetta a ogni autorità giudiziaria la legittimazione a sollevare il conflitto di attribuzioni interorganico nell'ambito della propria competenza. Anche un singolo ministro, come accadde nel cosiddetto "caso Mancuso" può essere legittimato a sollevare conflitto tra i poteri.

Per quanto riguarda ancora i profili soggettivi, si deve chiarire la nozione di "potere dello Stato". Posto il carattere policentrico del nostro ordinamento costituzionale, e quindi la non corrispondenza tra funzione e potere, e considerando inoltre la differenza che si pone tra attribuzione (che si fonda su disposizioni costituzionali) e competenza (che, essendo la misura dell'attribuzione, trova la sua fonte in disposizioni legislative), si riduce l'importanza dell'organo-soggetto per aumentare quella dell'oggetto, ponendosi l'attenzione della Corte, più che sulle attribuzioni, sulla natura costituzionale degli interessi. La giurisprudenza della Corte costituzionale, comunque, per riconoscere un potere dello Stato, richiede: che esso sia almeno menzionato dalla Costituzione; che gli competa una sfera di attribuzioni costituzionali; che ponga in essere atti in posizione di autonomia e indipendenza; che questi atti siano imputabili allo Stato.

Per ciò che, invece, concerne i profili oggettivi, c'è da sottolineare come qualsiasi atto sia idoneo a essere impugnato in sede di conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, e che il parametro può essere individuato in qualsiasi norma costituzionale (o anche in norme subcostituzionali concernenti la competenza).

Il conflitto, oltre alle ipotesi-limite di vindicatio potestatis, può più frequentemente assumere le forme di conflitto da menomazione (un potere invade l'ambito di un altro) o da interferenza (due poteri reclamano la stessa competenza).

Rimane infine da sottolineare come la pronuncia della Corte costituzionale riguardi sia l'atto impugnato sia, per il tramite di esso, la competenza e l'attribuzione.

Tra Stato e Regione e tra Regioni[modifica]

Perché si instauri un conflitto di attribuzione, cosiddetto intersoggetivo, tra Stato e Regione (o tra Regioni) si richiede la presenza di un atto che invada la sfera di competenza assegnata dalla Costituzione allo Stato e alle Regioni.

Pur notando una sostanziale decostituzionalizzazione del parametro (dovendosi quindi, più correttamente, parlare di atti illegittimi e non incostituzionali), risulta impugnabile qualsiasi atto, con l'eccezione delle leggi e delle altre fonti primarie, richiedendosi altresì che la lesione sia attuale, concreta e non meramente virtuale (la Corte costituzionale - ha infatti affermato in una sentenza - non è un consulente costituzionale).

La tipologia del conflitto è estremamente simile a quella presentata in sede di analisi di conflitto tra poteri dello Stato: esso potrà quindi consistere in una rivendicazione, ovvero in un conflitto da menomazione, interferenza od omissione.

Competente a sollevare il conflitto, come per il giudizio in via principale, è il Consiglio dei ministri o la giunta regionale, con una impugnazione sempre successiva, e caratterizzata da elementi politici oltre che giuridici. La Corte costituzionale, d'altronde, può sospendere il giudizio e rimettere di fronte a sé stessa questione di legittimità costituzionale della legge in base alla quale è stato adottato l'atto impugnato, così come potrà sospendere l'esecuzione del medesimo atto impugnato.

Anche nel giudizio che risolve un conflitto di attribuzione tra Stato e Regioni, così come quello tra poteri dello Stato, oggetto del giudizio, per il tramite dell'atto, è la competenza, sia in astratto sia in concreto.

Particolare rilevanza presenta, nel giudizio di cui si sta trattando, il problema del contraddittorio. Soprattutto dopo la riforma del titolo V della Costituzione, infatti, si è riconosciuta una sfera di competenze anche agli enti locali subregionali, i quali rimangono privi di strumenti di tutela attivabili presso la Corte costituzionale.

L'Ammissibilità del Referendum[modifica]

Mentre, a norma dell'art. 32 della legge n. 352 del 1970, l'Ufficio centrale per il referendum, istituito presso la Corte Suprema di Cassazione, è competente a pronunciarsi circa la legittimità del referendum, a norma del successivo art. 33 della stessa legge n. 352/1970, nonché dell'art. 2 della legge costituzionale n. 1 del 1953, la Corte costituzionale è competente a pronunciarsi circa l'ammissibilità del referendum.

La giurisprudenza della Consulta, sul punto, è stata notevolmente innovativa, rispetto alle scarne disposizioni costituzionali. L'unico limite espresso, infatti, riguarda l'oggetto del quesito referendario che, a norma dell'art. 75 della Costituzione, non può riguardare leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali. Accanto a queste limitazioni espresse, la Corte ne ha individuate altre, avendo riguardo a proprietà formali o sostanziali della legge oggetto di referendum (escludendo, in questo modo, le disposizioni di rango costituzionale, le leggi dotate di una forza passiva rinforzata, le norme a contenuto costituzionalmente vincolato). Per ciò che, inoltre, riguarda la domanda, la Corte ha precisato che essa, per corrispondere alla ratio stessa dell'istituto referendario, nonché al valore democratico del voto, deve rispondere a criteri di razionalità, omogeneità e coerenza. È infine da notarsi come, in alcune occasioni, si sia avuto un improprio esame della normativa di risulta, sub specie di sindacato anticipato di ragionevolezza.

Il presidente della Corte costituzionale, ricevuta comunicazione dell'ordinanza dell'Ufficio centrale per il referendum che dichiara la legittimità di una o più richieste di referendum, fissa il giorno della deliberazione in camera di consiglio non oltre il 20 gennaio dell'anno successivo a quello in cui la predetta ordinanza è stata pronunciata, e nomina il giudice relatore. Nella camera di consiglio sono ammessi al contraddittorio per essere sentiti i promotori e il Governo. Ma la Corte ha escluso la partecipazione di altri soggetti in quanto «la richiesta di estendere il contraddittorio ad altri cointeressati all'esito della vicenda referendaria trova insuperabili ostacoli nella stessa complessiva strutturazione del procedimento referendario, caratterizzato da precise scansioni temporali, e nella conseguente esigenza che pure la fase del controllo di ammissibilità si mantenga in stretta connessione cronologica con le fasi che la precedono e le fasi che la seguono, restando contenuta entro rigorosi limiti di tempo, che rischierebbero di venire superati per effetto di un diffuso e indiscriminato accesso di soggetti, i quali potrebbero poi chiedere di esporre anche oralmente le proprie ragioni». Il giorno della deliberazione è comunicato ai delegati o presentatori e al Presidente del Consiglio dei ministri.

Entro tre giorni prima della deliberazione i delegati o i presentatori e il Governo possono depositare alla Corte memorie sulla legittimità costituzionale del referendum. La Corte deve decidere con sentenza da pubblicarsi entro il 10 febbraio, indicando le richieste ammesse e quelle respinte.

Della sentenza è data d'ufficio comunicazione al presidente della Repubblica, ai presidente delle Camere, al presidente del consiglio dei ministri, all'Ufficio centrale per il referendum e ai delegati e presentatori entro cinque giorni dalla pubblicazione della sentenza e il dispositivo della sentenza è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana.

I Reati Presidenziali[modifica]

La Corte costituzionale, infine, è competente a giudicare del Presidente della Repubblica per i reati funzionali di alto tradimento e di attentato alla Costituzione (rimanendo la competenza dell'autorità giudiziaria ordinaria per i reati comuni, e l'irresponsabilità presidenziale – cui si affianca un obbligo morale di dimissioni, posto che, a norma dell'art. 54 secondo comma «i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore [...]» – per i restanti reati commessi nell'esercizio delle sue funzioni).

In tale ipotesi, il Presidente della Repubblica è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune (richiedendosi la maggioranza assoluta dei membri), e giudicato dalla Corte costituzionale, integrata nella sua composizione da 16 membri estratti a sorte da un elenco di 45 eletti dal Parlamento ogni 9 anni fra i cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a senatore.

Si ricorda che, inizialmente, sino alla riforma intervenuta con la legge costituzionale n.o 1 del 1989, la Corte era competente anche per i reati ministeriali. Oggi tale funzione, pur con procedure particolari, è assolta dalla giustizia ordinaria.

La pena inflitta non può superare la pena massima prevista per legge al momento della sentenza. L'esecuzione della sentenza è affidata alla Corte d'Assise d'Appello di Roma.

Gli Atti Decisionali della Corte Costituzionale[modifica]

La Corte si esprime attraverso due forme di Decisioni:

  • Sentenza: l'atto conclusivo di un procedimento giudiziario.
  • Ordinanza: un atto incidentale che si innesta nel processo ma non lo risolve. L'ordinanza solitamente può essere di inammissibilità soggettiva cioè chi la propone non è abilitato a farlo, inammissibilità oggettiva cioè è inammissibile il ricorso per l'oggetto, oppure restituiva degli atti al giudice solitamente quando la norma è stata abrogata da una nuova disposizione e ha reso inutile il giudizio di costituzionalità.

La Corte diviene operativa nel 1956. La norma transitoria VII della Costituzione sanciva che prima che venisse costituita la Corte costituzionale spettasse ai giudici poter sindacare sulla costituzionalità solo sulle leggi emanate dopo l'entrata in vigore della Costituzione. Il Giudizio della corte si pone non solo sulla legge. Essa giudica ad esempio le leggi di modifica costituzionale sia sul profilo formale sia sul piano materiale e che non vadano a ledere l'articolo 139 della Costituzione. Giudica anche sugli atti aventi forza di legge (decreto legislativo e decreto legge).

Le tipologie di Sentenza della Corte costituzionale sono due:

  • Accoglimento: dichiara che la norma è costituzionalmente illegittima.
  • Rigetto: dichiara che non c'è un questione fondata di incostituzionalità.

In caso di accoglimento c'è un limite di irretroattività della sentenza. La sentenza non è applicabile:

  • Nel giudizio ad quo.
  • Nei rapporti esauriti.
  • Nelle cause passate in giudicato.
  • Nei giudizi prescritti o decaduti.

L'irretroattività non è applicata nelle cause penali in caso di depenalizzazione del reato.

Esistono poi delle Sentenze Interpretative:

  • Rigetto: La Corte ritiene che ci sia stata una cattiva interpretazione della norma da parte del giudice. Invia quindi una sentenza adeguatrice (cioè la corte appone una interpretazione comune alla norma) oppure correttiva (cioè la Corte corregge il giudice dando una sua interpretazione). Tale sentenza ha efficacia solo se il giudice è favorevole ad essa. Infatti il giudice ad quo non è vincolato a seguirla.
  • Accoglimento: sono di due tipi: additive (cioè la norma è illegittima per carenza di una parte non inserita dal legislatore, che la Corte con la sentenza aggiunge) oppure sostitutiva (cioè la Corte sostituisce la norma viziata con una legittima).

Esistono poi anche le «Sentenze Monito», cioè che contengono un monito rivolto al legislatore affinché intervenga su una norma di dubbia costituzionalità. Inoltre la Corte potrebbe muoversi con una doppia pronuncia:

  1. Sentenza di rigetto sotto la forma di monito.
  2. Se viene riproposto il vaglio alla Corte ci sarà questa volta una sentenza di accoglimento.

Queste sentenze sono chiamate anche «sentenze leggi» o «sentenze delega» e da alcuni sono considerate fonti del diritto.

Collegamenti esterni[modifica]

Altri progetti[modifica]