Le consuetudini e le convenzioni costituzionali

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search
lezione
Le consuetudini e le convenzioni costituzionali
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Diritto costituzionale
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

A causa delle ripercussioni teoriche (più che un problema di rilevanza pratica) che la presenza di Consuetudini Costituzionali può creare, esse rappresentano da sempre un difficile ostacolo per chi voglia ordinare in sistema le fonti del diritto. Infatti nel sistema gerarchico delle fonti la consuetudine in quanto tale si colloca nel gradino più basso; ma in quanto “costituzionale”, la consuetudine si trasferirebbe al vertice del sistema, sicuramente sopra la legge stessa (sarebbe infatti fenomeno generativo di norme costituzionali). Si usa il condizionale perché è tutto da dimostrare che le consuetudini internazionali esistano davvero nel nostro ordinamento; esistono diverse prospettive. Una prima prospettiva teorica vede la consuetudine come mezzo con cui si instaura un regime politico e fondamento della sua legittimazione ed effettività. Nel nostro ordinamento, benché sia largamente diffusa l’opinione che esistano consuetudini internazionali che integrano la Costituzione scritta, è assai difficile individuarne con sicurezza degli esempi. L’ipotesi cui si fa più spesso riferimento riguarda l’istituto delle consultazioni; indubbiamente la prassi delle consultazioni è sempre stata seguita dal Presidente della Repubblica, anche se il suo significato è radicalmente cambiato dall’epoca in cui i Governi si generavano dopo una lunga trattativa tra forze politiche all’epoca odierna, in cui l’individuazione del Presidente del Consiglio e della coalizione è di solito prodotto delle elezioni (e quindi la prassi è ridotta a puro rito). Qualificare questa prassi come consuetudine significa però conferire ad essa i caratteri di obbligatorietà propri delle fonti del diritto, con la conseguenza di dover ritenere illegittima l’eventuale legge che escludesse le consultazioni dal procedimento di formazione del Governo. Vi sono poi numerosi fenomeni che taluno qualifica come consuetudini, ma sono comunemente considerati pure interpretazioni del testo costituzionale, quali la tendenza del Presidente della Repubblica a liberarsi della proposta ministeriale di numerosi atti, il principio dell’insindacabilità degli interna corporis, l’introduzione degli accordi internazionali in forma semplificata, l’introduzione di ulteriori figure integrative della composizione del Governo (sottosegretari, comitati interministeriali), l’istituto della questione di fiducia, la facoltà del Parlamento di sottoporre il governo delegato al parere delle commissioni parlamentari, ecc. Ovviamente la casistica esploderebbe se si accettassero come esempi di consuetudine le cd consuetudini interpretative, che altro non sono che prassi applicative o precedenti giudiziari, ossia modi con cui i giudici e le istituzioni politiche applicano la Costituzione: il panorama delle norme costituzionali vigenti diventerebbe ipertrofico, popolato da fenomeni normativi che altro non sono se non interpretazioni della Costituzione. Risultato analogo si ottiene col richiamo alla costituzione materiale, la conformità alla quale è stata riconosciuta come criterio valido per riconoscere l’esistenza di una consuetudine costituzionale. Il concetto di costituzione materiale deve servire ad agganciare l’interpretazione alla realtà della vita costituzionale politica: l’interprete tra le varie soluzioni ermeneutiche dovrà scegliere l’alternativa di significato normativo che garantisca la possibilità di un più elevato rispetto dei valori espressi dalla costituzione materiale. Ma trovando norme oggettive nel dato fattuale l’interprete della costituzione estende l’area di ciò che risulta vincolato dal “diritto costituzionale”, e che risulta quindi sottratto alle scelte discrezionali dei soggetti dell’applicazione del diritto. Si dissolve la linea di demarcazione tra regole e regolarità, tra quello che la Costituzione prescrive e come la Costituzione è applicata per vivere, tra norma che qualifica i comportamenti e comportamenti da qualificare attraverso la norma.

Considerazioni almeno in parte diverse meritano le c.d. Convenzioni Costituzionali, espressione tratta dal diritto costituzionale britannico, riferita agli accordi stretti esplicitamente o meno dalle istituzioni o tra le forze politiche per decidere quali comportamenti tenere nei casi non direttamente regolati dal diritto. Il ricorso alle convenzioni presenta un’ambiguità che deriva dalla difficoltà di definirne la natura:

  • talvolta sono assunte come “descrizione di eventi storici” che di fatto condizionano il comportamento dei protagonisti istituzionali a cui carico pongono “oneri politici”
  • oppure come regola tecnica che suggerisce come raggiungere determinati risultati in presenza di certi contesti istituzionali
  • oppure come strumenti di interpretazione, basi fattuali su cui elaborare principi
  • altre volte vengono assunte come vere e proprie norme giuridiche

Il problema della giuridicità delle convenzioni è in larga parte nominalistico, poiché la risposta dipende dalla nozione di giuridicità che si accoglie; certo è che le convenzioni non possono essere fatte valere davanti al giudice e valgono finché permane accordo tra le parti. A ben vedere, questo forse vale anche per le consuetudini costituzionali. Che la Corte costituzionale le abbia espressamente richiamate non basta per riconoscere loro normatività. Vi sono solo 2 casi in cui la Corte fa uso esplicito delle consuetudini internazionali come “fonte”:

  • il primo caso è dato dalla sentenza 129/1981, in cui fa risalire a consuetudini costituzionali i principi di autonomia contabile degli organi costituzionali; è la stessa Corte però a sovrapporre “principi” a “consuetudini”, dimostrando che la norma che tutela l’anzidetta autonomia è frutto dell’interpretazione del sistema costituzionale, non di una pretesa di normatività dei fatti storici;
  • il secondo è il noto caso Mancuso (sent. 7/1996) in cui si ritrova un rinvio a prassi che contribuiscono ad integrare le norme costituzionali scritte e a definire la posizione degli organi costituzionali, alla stregua di principi e regole non scritti, manifestatisi e consolidatisi attraverso la ripetizione costante di comportamenti uniformi (cioè consuetudini costituzionali).

Ma anche in questo caso la Corte accetta di dare rilievo a questi elementi solo quando siano in armonia col sistema costituzionale. Tutto ciò significa che il richiamo alla consuetudine non serve a generare la norma del caso, che sarebbe stata elaborata anche ragionando sul sistema: attribuire la qualità di consuetudine ad un comportamento infatti significa che nessuna legge può vietarlo o che esso sarebbe legittimo anche se la Costituzione lo vietasse. Entrambe le ipotesi appaiono smentite dalle sentenze citate. Del resto, è evidente che l’interprete non opera in un ambiente asettico, e nella sua opera applichi sistemi culturali complessi (grammatica, sintassi, convenzioni linguistiche, modelli culturali) che non appartengono all’oggetto di interpretazione, ma al contesto. Il diritto vivente sia un fatto che segna il contesto interpretativo e applicativo di una determinata proposizione legislativa; così pure la consuetudine costituzionale, le convenzioni o la costituzione materiale segnano il contesto in cui gli organi costituzionali agiscono e ridefiniscono il quadro fattuale dei loro equilibri reciproci. Naturalmente l’interprete ne terrà conto, ma per ricercare l’equilibrio degli interessi in gioco o valutare la ragionevolezza delle leggi; ma non ha senso riconoscere a tali fenomeni natura di “fonte del diritto”. Viene così difeso un principio fondamentale dello Stato liberale e costituzionale che impernia la tutela dell’individuo e della sua autonomia dal potere altrui sulla netta distinzione tra ciò che è regola giuridica e ciò che non lo è; le regole devono quindi essere tratte dal contesto costituzionale evitando di dilatarne il novero tramite prescrizioni tratte da modelli teorici o norme consuetudinarie derivate dalla prassi degli organi costituzionali. Gonfiando la portata del testo sarebbe poi inevitabile registrare i mutamenti di fatto della Costituzione, che se non imputabili ad un’interpretazione più adeguata agli equilibri politici, andrebbero non “registrati” ma denunciati come infrazioni e contestati davanti alla Corte costituzionale.