Breve Storia delle Riforme Costituzionali

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lezione
Breve Storia delle Riforme Costituzionali
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Diritto costituzionale
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

La Storia delle Riforme Costituzionali è abbastanza recente, o meglio per le riforme più ampie della Parte Seconda, ma ha visto un fermento di varie iniziative che in questa lezione brevemente ripercorremo.

I primi tentativi di riforma risalgono al 1983. Commissione Bozzi. Il Parlamento, attraverso due mozioni (una di Camera e una di Senato), istituisce questa commissione con lo scopo di preparare delle riforme costituzionali. La commissione non porterà ad nessun progetto unitario ma darà spunti di riflessione per le successive commissioni.

Nel 1993, dieci anni dopo, in pieno Tangentopoli e nel pieno del fervore leghista il Parlamento, con due atti monocamerali, istituisce la Commissione De Mita, che poi diverrà Commissione Iotti. Questa commissione aveva un incarico più specifico: modificare la parte seconda della Costituzione. Una legge costituzionale (la n. 1/1993) le darà addirittura una veste formale, con potere referente alla Camera rispetto a questa riforma che poteva riguardare tutto fatta eccezione degli artt. 138 e 139 della Costituzione.

A differenza della Commissione precedente, la De Mita-Iotti elaborò un progetto unitario che però non conseguì ad un testo approvato.

Questo progetto prevedeva prima di tutto un cambio nella forma di Stato. Viste le spinte leghiste, lo Stato doveva cercare di contenerle prevedendo una forma statale se non proprio federale, attribuendo più forza alle regioni. Si pensò quindi di invertire le competenze. In termini facili le competenze dello Stato, cioè le materie su cui poteva decidere, erano elencate in Costituzione. Le regioni avevano invece la competenza residuale su tutte le altre materie non elencate. Questo, chiaramente, dava più potere alle regioni. In sostanza si trattava del sistema che oggi vediamo davvero attuato a seguito della riforma del 2001.

Il progetto modificava anche la forma di governo. Si prevedeva comunque il permanere di un rapporto fiduciario tra camere riunite e governo: questo, però, non era nel complesso del governo, ma solo nei confronti del Presidente del Consiglio, che sarebbe stato eletto da questo parlamento, riunito in seduta comune, su proposta inizialmente dello stesso parlamento e poi, se non ci fosse stato l’accordo, del Presidente della Repubblica. Chiaramente, dare la fiducia al Presidente del Consiglio e non al governo nel suo complesso, come avviene oggi, significava permettere al premier di sostituire a suo piacimento i ministri, oltre che dargli un potere maggiore in termini di forza. Forza rafforzata non solo nei poteri, ma anche nel fatto che era previsto il sistema della sfiducia costruttiva, alla tedesca, che avrebbe evitato le cosiddette crisi al buio. In sostanza, il parlamento poteva sfiduciare il governo solo se aveva un candidato pronto a sostituirlo. Il progetto, come detto, non arrivò mai in porto.

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Con la vittoria di Berlusconi alle elezioni del 1994 viene creato il Comitato Speroni. Questo comitato rappresenta la prima forma di commissione che si occupi di riforme che non nasce su impulso parlamentare ma su impulso del governo. Speroni era infatti il Ministro delle riforme del Governo Berlusconi. In questa commissione si riproposero gli stessi cambiamenti di forma di Stato previsti dalla De Mita-Iotti. La novità riguardava invece la forma di governo e la modifica della forma parlamentare, della quale la De Mita-Iotti non si occupò.

Per quanto riguarda la forma di governo, il Comitato propose due alternative. La prima rendeva possibile eleggere il Presidente del Consiglio con la permanenza di un Presidente della Repubblica eletto dal parlamento con un evidente, però, vulnus, dato dal fatto che nonostante il Presidente della Repubblica avesse poteri di controllo sul Presidente del Consiglio comunque si sarebbe visto di fatto delegittimato nelle sue funzioni dato che l’elezione diretta del Presidente del Consiglio rappresentava una forza democratica inopponibile. Oppure, l’alternativa proposta era una forma di semipresidenzialismo da Quinta Repubblica francese; il Presidente della Repubblica sarebbe stato eletto direttamente dal popolo e lo stesso poi avrebbe proceduto a nominare il Presidente del Consiglio, il quale doveva godere di una doppia fiducia: parlamentare, anche se presunta, e presidenziale.

A mutare, come detto, era anche la forma parlamentare. Anche qui furono proposte due alternative. Nella prima il Senato sarebbe diventato delle autonomie, ma la composizione sarebbe stata con membri eletti indirettamente tra i membri dei consigli regionali, dei sindaci e dei consiglieri provinciali. L’altro sistema sarebbe consistito, invece, in una nomina governativa da parte dei governi regionali (sistema palesemente copiato dal modello tedesco del Bundesrat).

Chiaramente, il rafforzamento dei poteri governativi comportava la previsione anche di uno statuto delle opposizioni. La riforma si chiudeva con una previsione di modifica anche dell’articolo 138 della Costituzione con la previsione di un diverso sistema di quorum. La proposta, anche in questo caso, non andò mai in porto.

Tre anni dopo, 1997, Commissione D’Alema. Ritorna l’impulso parlamentare. Viene istituita una commissione bicamerale con legge costituzionale n. 1/1997. Essa derogava al procedimento di approvazione dell’articolo 138 della Costituzione, prevedendo che l’approvazione sarebbe avvenuta sì con due successive letture, articolo per articolo, delle Camere, ma senza votazione finale su tutti i progetti con maggioranza assoluta. Sarebbe poi stato previsto un referendum a conferma di questa riforma.

Il testo prevedeva anche qui modifiche sulla forma di Stato, che in sostanza sarebbero state poi quelle trasfuse nel testo approvato a maggioranza assoluta nel 2001 che oggi rappresenta il nostro nuovo Titolo V della Costituzione. Vi erano poi modifiche alla forma di governo, con la previsione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica che poi avrebbe nominato il primo ministro tenendo conto del risultato elettorale della Camera dei Deputati con una presunzione di fiducia da parte del Parlamento. E, in ultimo, si prevedeva una nuova parte della Costituzione su norme in materia di rapporti con l’Unione Europea, che poi sarebbero stati trasfusi nella Legge Buttiglione oggi abrogata. Anche questo progetto non arrivò a compimento se non, come detto, nella forma ridotta al solo Titolo V approvata dal referendum del 2001.

Quattro anni dopo il referendum ci riprova Berlusconi, questa volta proponendo esso stesso una riforma. In sostanza, la riforma aveva intento federale e presidenziale. Il Senato sarebbe diventato un senato federale, con l’elezione a suffragio diretto su base regionale dei suoi membri. I 252 senatori sarebbero stati eletti contestualmente al consiglio regionale, pensando in questo modo di caratterizzare l’elezione. La forma di governo sarebbe invece stata di tendenza presidenziale. Restava l’elezione indiretta, tramite la costituzione di una Assemblea della Repubblica, ma i poteri di governo ne sarebbero usciti molto più rafforzati.

Questo progetto riuscì ad essere approvato a maggioranza dal parlamento ma fu bocciato dal referendum costituzionale del 2006.

Dal 2006 al 2016 i tentativi di modifica sono stati molteplici e variegati. Tralasciando la Commissione Violante, che propose una elezione indiretta del Senato da parte dei consigli regionali, e la Proposta Letta, che prevedeva la costituzione di un comitato parlamentare di 20 senatori e 20 deputati per la modifica della Parte II, della legge elettorale e di un diverso metodo di approvazione della stessa, possibile a maggioranza assoluta e comunque soggetta alla possibilità di sollecitazione di un referendum confermativo. Tralasciando questi due tentativi il più importante resta quello proposto da Napolitano, che è quello della commissione dei saggi. Questi saggi avrebbero dovuto redigere una proposta che sarebbe poi stata a sua volta votata da un’assemblea costituente. Anche queste proposte, in un modo o nell’altro, non sono arrivate in porto.

2014, Renzi viene nominato Presidente del Consiglio ma prima ancora segretario del Partito Democratico, e come primo atto realizza con Silvio Berlusconi il famoso Patto del Nazareno, dal nome della storica sede del Partito Democratico a Roma dove è avvenuto l'incontro tra i due leader. All’interno, un accordo di massima per la Riforma Costituzionale. Nasce così il futuro disegno di legge Renzi-Boschi. Testo che in sei letture, con diverse maggioranze, quasi per i 2/3 nelle prime due letture mentre nelle altre solo maggioranze assolute, e diverse modifiche, arriva ad approvazione del Parlamento e viene definitivamente chiuso il 12 aprile 2016. Come il precedente tentativo del 2006 anche questa riforma, però non sarà approvata nel Referendum Popolare Confermativo del 4 dicembre 2016.