Introduzione alla morfologia latina (superiori)

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lezione
Introduzione alla morfologia latina (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Grammatica latina per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%

I grafi dell'alfabeto latino sono derivati da un alfabeto greco occidentale (quello di Cuma), che a sua volta derivava da quello fenicio; da alcune caratteristiche dell'alfabeto latino sembrerebbe trasparire peraltro un'intermediazione da parte dell'alfabeto etrusco (ad esempio, l'originaria mancanza in latino di una distinzione grafica tra occlusiva velare sorda e sonora, entrambe notate con lo stesso segno 'C'; tale distinzione, presente nell'alfabeto greco, è invece assente in quello etrusco)[1]. Originariamente le lettere avevano un'unica forma, corrispondente alla nostra maiuscola, cui si affiancavano delle varianti corsive per la scrittura quotidiana; le minuscole furono introdotte solo durante il Medioevo. Questo alfabeto è stato adottato ed utilizzato nel corso dei secoli, con varie modificazioni, dalle lingue romanze e dal celtico, germanico, baltico, finnico, e molte lingue slave (polacco, slovacco, sloveno, croato e ceco), così come per altre lingue non europee come l'indonesiano, il vietnamita, e la famiglia linguistica niger-kordofaniana.

Queste erano le lettere:

A B C D E F (Z) (G) H I (K) L M N O P Q R S T V X (Y) (Z)

La lettera G, come detto, inizialmente non esisteva in latino, al suo posto veniva utilizzato il grafema C: Una piccola conseguenza di questa assenza era rimasta anche nel periodo classico nelle abbreviazioni «C.» per Gaius e «Cn.» per Gnaeus: lo stesso nome Gaius presenta la forma alternativa Caius (Caio). A sua volta il grafema Z sostituiva la lettera C, dato che il latino non possedeva in origine una fricativa alveolare sonora.[senza fonte] La G latina venne creata a metà del III secolo a.C. da Spurio Carvilio[senza fonte], modificando il segno C. Le ultime due lettere vennero aggiunte alla fine dell'età repubblicana per trascrivere i grecismi che contenevano i fonemi /y/ e /z/, inesistenti nel latino classico.

Il latino classico non conosceva il suono /v/: dove oggi noi pronunciamo questo suono, allora si pronunciava l'approssimante labiovelare sonora [w]. Il suono della fricativa labiodentale sonora [v] si sviluppò solo nel latino tardo. A causa di questo, i Latini segnavano sia la vocale che la semiconsonante col solo simbolo V, come accade anche in italiano con U/u; l'introduzione dei caratteri U e v risale al Rinascimento, ed è opera dell'umanista Pierre de la Ramée, come anche l'introduzione della lettera J, j con valore di I semiconsonante [j]. I caratteri U, v, J e j sono perciò noti come lettere ramiste.

In Italia prevale una pronuncia del latino consolidata dalla Chiesa cattolica e che si rifà ad una pronuncia più tarda di quella classica. All'estero invece prevale la cosiddetta pronuntiatio restituta, ovvero una pronuncia che si ritiene essere molto simile a quella del latino classico, della quale queste sono le principali caratteristiche:

  • non esistendo il suono [v] fricativo, il segno grafico 'V' è pronunciato come [u] o [w] (u semivocalica): ad esempio VVA (uva) è pronunciato ['uwa]; idem VINVM (vino), pronunciato [winum] e via dicendo.
  • la 'T' seguita da 'I' si pronuncia [t]: ad esempio GRATIA (grazia) si pronuncia ['gratia].
  • i dittonghi 'AE' e 'OE' si pronunciano rispettivamente [aɛ̯] e [ɔɛ̯]: ad esempio CAESAR (Cesare) si pronuncia ['kaɛ̯sar]. L'uso delle legature Æ e Œ è medievale e deriva dal tentativo di trascrivere una pronuncia monottongata pur mantenendo due lettere.
  • la lettera 'H' impone aspirazione ad inizio parola (forse non nel corpo) e 'PH', 'TH' e 'CH', traslitterazioni delle lettere greche φ, θ e χ, si devono pronunciare come una [p], [t] o [k] accompagnata da aspirazione; successivamente la pronuncia di 'PH' suonerà [f], e analogamente 'PPH', traslitterazione del gruppo greco πφ, non si pronuncerà più [ppʰ], ma [fː].
  • la 'Y' è la trascrizione dell'omonimo segno greco; per tale motivo va pronunciata [y] (come una u francese o una ü tedesca oppure anche come u lombarda).
  • il gruppo 'VV' (cioè 'UU') seguito da consonante si pronuncia [wɔ]~[wo:] (tendenza colta) oppure come una sola [u] (tendenza popolare) nel gruppo 'QVV' (o 'GVV'), dove la prima 'V' non fa sillaba, oppure [uo] dove le due vocali sono intese come due vere e proprie vocali: ad esempio EQVVS (cavallo) si pronuncia ['ɛkwɔs] oppure ['ɛkus]. Anche le grafie, a quanto dicono varie fonti (Quintiliano e Velio Longo, ad esempio), attestano questa situazione: il gruppo 'VV' era anche scritto 'VO' fino a tutta l'epoca augustea; il gruppo 'QVV' (e di conseguenza 'GVV') nel I secolo d.C. aveva la doppia grafia 'QVO', pronunciata [kwɔ], e 'QVV', pronunciata [ku].[2].
  • la lettera 'S' si pronuncia sempre [s], cioè sorda, come nella parola italiana sasso e come avviene ancora oggi nello spagnolo e nella pronuncia meridionale dell'italiano: ad esempio ROSA si pronuncia ['rɔsa].
  • le consonanti 'C' e 'G' hanno soltanto suono velare, cioè si pronunciano sempre [k] e [g], e mai [tʃ] e [dʒ], per cui ad esempio ACCIPIO si pronuncerà [ak'kipio] e non [at'tʃipio].

Vale la pena osservare che la Chiesa cattolica ha acquisito il latino parlato dal popolo, e non ha inventato una nuova pronuncia: non a caso infatti la pronuncia ecclesiastica coincide quasi del tutto con quella dell'italiano moderno, poiché le modifiche nella fonetica latina, sebbene non riflesse nella scrittura, si sono conservate nella lingua oralmente fino ai primi scritti in italiano. Inoltre, come succede anche oggi per tutte le lingue parlate in vastissimi territori, la pronuncia di certi suoni può essere diversa da località a località. Non si può quindi escludere a priori che la pronuncia ecclesiastica e la pronuntiatio restituta coesistessero nello stesso periodo in regioni diverse o anche negli stessi luoghi, però in ceti diversi della popolazione e molto più probabilmente in epoche diverse.

Vocali[modifica]

Anteriori Centrali Posteriori
Non arrotondate Arrotondate
Chiuse [3] ɨ[4] u:
Quasi chiuse ɪ ʏ ʊ
Medie ɐ o:
ɛ ɔː
Aperte a:

Dittonghi[modifica]

ae /aɛ̯/, come Caesar (Cesare)
oe /ɔɛ̯/, come poena (pena)
au /ɐʊ̯/, come aurum (oro) /ɐʊ̯rʊ̃m/
ui /ui̯/, come cui (cui)
uu //, come equus (cavallo)
ei /ɛi̯/, come ei (a lui/lei/esso)
eu /ɛʊ̯/ (solo in grecismi), come euripos (stretto di mare)
yi /yɪ̯/ (solo in grecismi), come harpyia (arpia)

In latino classico non ci sono veri e propri dittonghi formati da una vocale asillabica ("semivocale") e una vocale sillabica (con la possibilità di iato), come in italiano e spagnolo (tranne i casi qu+vocale /kw/; spesso, ma non sempre, gu+vocale /gw/; nella radice IE swad, per es.: suādēre /swa:'de:re/ e suāuis (suāvis) /'swa:wis/).

Essi sono tutti del tipo "vocale lunga modulata", come in inglese e greco attico. Tuttavia in alcune posizioni si possono avere nei registri più bassi dittonghi di tipo semivocalico anche in latino: è il caso delle cosiddette "vocali in iato" che nelle lingue romanze hanno dato origini a consonanti palatali (inesistenti in latino classico): per esempio -eum in oleum e ium in basium.

Non è probabilmente il caso di abietem (quadrisillabo in latino) che in metrica appare talvolta come trisillabo con lo jod però che costituisce l'attacco della seconda sillaba, chiudendo la prima sillaba e rendendola lunga: quindi ab-je-te(m) e non *a-bje-te(m) come avverrebbe nei dittonghi semivocalici.

Consonanti[modifica]

Bilabiale Labiodentale Alveolare Postalveolare Palatale Velare Glottidali Labiovelare
Nasali m (ɱ) n (ŋ)
Occlusive p b t d c[5]ɟ[6] k g kʷ gʷ
Fricative ɸ[7] β[8] f s (z) x[9] ɣ h[10]
Affricate d͡z[11]
Vibranti r
Laterali l ɫ[12]
Approssimanti j w[13]

Note: le labiovelari sono /kw/ e /gw/ ma realizzate spesso con un unico fono [kʷ] e [gʷ] con componente sia velare che labiale. Le nasali hanno il punto di articolazione omorganico alla consonante successiva.

Note[modifica]

  1. A. Traina - G. Bernardi Perini, Propedeutica al latino universitario, Sesta edizione riveduta e aggiornata, Bologna, Pàtron, 1998, p. 22.
  2. Alfonso Traina, L'alfabeto e la pronunzia del latino, 5ª ed., Bologna, Pàtron, 2002, pp. 44 e 59-60.. Traina cita varie fonti: Quintiliano (I, 7, 26) attesta che i suoi maestri facevano scrivere 'VO' il gruppo che nella sua epoca si scriveva ormai 'VV'; Velio Longo (VII 58 K.) attesta la grafia 'QVV' pronunciata [ku]; varie iscrizioni di epoche diverse riportano addirittura la grafia 'CV' per 'QVV'.
  3. Nelle parole derivate dal Greco contenenti Y (es:Harpyia)
  4. Si tratta del cosiddetto sonus medius, pronunciato probabilmente come la y polacca, che dà conto di oscillazioni come lubet / libet.
  5. Possibile allofono di /k/ davanti alle vocali palatali.
  6. Allofono nella lingua comune (sermo vulgaris) per /g/ davanti alle vocali palatali.
  7. Realizzazione del digramma PH con parole dal greco.
  8. Spirantizzazione della /b/ intervocalica, nelle lingue romanze si è evoluta in /v/ o /b/.
  9. Possibile pronuncia del digramma CH.
  10. (EN) The story of H, faculty.ce.berkeley.edu.
  11. Fonema importato dalle parole con Z greca (es:Horizon /horid͡zon/ )
  12. Pronuncia /ɫ/ davanti a vocali palatali, se a fine parola o tra consonanti.
  13. Quando la V (U) è in principio di parola o forma un dittongo.