Insediamenti abitativi e organizzazione territoriale (urbanistica)

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appunti
Insediamenti abitativi e organizzazione territoriale (urbanistica)
Tipo di risorsa Tipo: appunti
Materia di appartenenza Materia: Urbanistica

La legge ponte ha introdotto, oltre agli standard urbanistici, anche la disciplina delle lottizzazioni, ha stimolato la formazione di piani regolatori imponendo limiti all'edificazione in comuni che ne erano sprovvisti, ma soprattutto ha stabilito l'obbligo di definire dei rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti residenziali o produttivi e gli spazi pubblici o riservati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi.

I modelli di sviluppo americano si differenziano tra:

  • Sprawl, costituito da una serie di proprietà isolate e accessibili attraverso un unico percorso. Quando si combinano insieme una serie di quartieri si costituisce una città detta village. In tal caso i servizi sono posti in zone molto periferiche;
  • Tradizionale, presenta poli centrali di servizi facilmente accessibili, attorno ai quali si sviluppa la città e la parte residenziale.
  • Neighborhood, ovvero un insieme di isolati, solitamente di raggio 1,5 km (1 miglio) all'interno dei quali sono poste proprietà famigliari private dell'estensione di 0,8 km (1⁄2 miglio) che solitamente sono in numero di 3 e si sviluppano attorno ad un polo centrale dove sono posizionati i servizi di quartiere. I vari neighborhood sono poi collegati tra di loro a formare la città, nella quale si trovano i servizi urbani quali grandi ospedali, il centro commerciale e altri servizi di scala urbana.

Il decreto 1444/1968 fornisce i rapporti stabiliti nella legge ponte prescrivendo che il PRG debba suddividere il territorio in zone omogenee in base alla funzione prevalente che si svolge in esse. Questo è stato fatto per poter semplificare i problemi, che in un ottica razionalista avviene tramite la scomposizione dello stesso e quindi della città vista come un insieme di realtà più semplici interconnesse tra loro.

Si individuano quindi zone industriali, produttive, residenziali, commerciali e pubbliche. Il decreto stabilisce inoltre i tipi di attrezzature di cui deve dotarsi il comune, distinguendo però solo i servizi tra locali e di interesse generale o territoriale.

Le zone territoriali omogenee, già citate sopra, sono in particolare:

  • zona A (centro storico) è una zona a spiccato carattere residenziale e caratterizzata da una particolare normativa che tutela eventuali valori storici presenti in tale zona;
  • zona B (di completamento) è una zona residenziale che non ha però grande interesse storico situata in prossimità della zona A, è quasi completamente satura di edificato ma ha ancora alcuni spazi disponibili, per questo detta di “completamento”.è definita zona B solo nel caso in cui si abbiano rapporti di copertura non inferiori al 12,5% e una densità territoriale di 1,5 m3/m2.
  • zona C (residenziali d'espansione), sono zone poste solitamente in periferia che non sono ancora zone residenziali ma che sono destinate a diventarle per quanto contenuto nel piano regolatore. Sono perciò zone ancora “vergini” nelle quali la città ha pianificato la propria espansione;
  • zona D (produttiva) è la zona in cui viene svolta un'attività lavorativa, industriale o commerciale. In tali zone si hanno servizi e standard urbanistici commisurati in modo diverso rispetto a quelli delle zone residenziali in quanto in tali zone essendo molto ridotto o addirittura inesistente il numero di residenti non possono essere calcolati su questi i servizi necessari;
  • zona E (agricola) sono zone al di fuori del centro edificato e non sono destinate a divenire zone residenziali, definite agricole nonostante queste non siano poi nella pratica obbligatoriamente trattate a coltura;
  • zona F è una zona caratterizzata dalla presenza di servizi urbani a scala territoriale destinate ad utilizzazioni collettive (impianti sportivi, parchi urbani).
Scuola dell'obbligo Attrezzature di interesse comune Verde attrezzato Parcheggi pubblici
Zona A 4,5 m²/abit 2 m²/abit 9 m²/abit 2,5 m²/abit
Zona B 4,5 m²/abit 2 m²/abit 9 m²/abit 2,5 m²/abit
Zona C 4,5 m²/abit 2 m²/abit 9 m²/abit 2,5 m²/abit
Zona D Il 10% dell'intera superficie utile della zona deve venire destinata a parcheggi, verde attrezzato. In questo caso gli standard vengono definiti in base al numero di abitanti.
Zona E 6 m²/abit complessivi per tutti i servizi e gli spazi.
Centri commerciali ed uffici 80 m² per ogni 100 m² di superficie lorda di pavimentazione degli edifici di vendita è destinata a soddisfare gli standard.
Zona F Per la funzione residenziale il decreto stabilisce che si abbia un'ulteriore dotazione di attrezzature a livello territoriale di:
  • 15 m² di parchi territoriali
  • 1,5 m² di ospedali

1 m² d'istruzione superiore

I m2 ad abitante sono da considerarsi come porzione di suolo occupata e non come dimensione netta di un edificio a più piani. Quindi i m2 previsti dagli standard non possono essere distribuiti su diversi piani ma indicano proprio un'area calpestabile a livello del terreno che deve essere lasciata libera.

I dati riportati in tabella non danno però alcuna informazione su come gli spazi vadano disposti e organizzati sul territorio. Esistono a tal fine ulteriori manuali nei quali si indicano ad esempio i raggi di influenza, ovvero le distanze massime alle quali devono essere poste le le strutture pubbliche rispetto alle residenze. In tal modo si garantisce, oltre che un adeguato numero di servizi e di spazi a questi dedicati (attraverso gli standard) anche una loro facile accessibilità (attraverso le indicazioni dei manuali).

Le singole regioni in base poi alle proprie realtà hanno stabilito standard leggermente diversi, anche se spesso poi tutte queste prescrizioni sono rimaste disattese in fase attuativa per mancanza di risorse economiche. In alcuni casi sono state addirittura aggiunte zone come quelle destinate ad insediamenti turistici non previsti invece nella “zonizzazione statale”. Sintetizzando con l'introduzione degli standard per la prima volta si afferma il diritto dei cittadini a fruire di determinate quantità di spazi pubblici in quanto metà delle aree urbane deve essere assegnata alle funzioni comuni.

Il punto debole degli standard è che una loro interpretazione meramente numerica e burocratica non porta dei reali vantaggi in quanto gli spazi pubblici in molti casi vengono poste in zone periferiche di difficile accesso, utilizzando perciò gli standard unicamente come una prescrizione quantitativa da rispettare ma non qualitativa.