Iconoclastia

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lezione
Iconoclastia
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia della liturgia




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Nella chiesa cristiana nei vari secoli, nelle diverse zone geografiche e confessioni religiose, vi è stato un diverso atteggiamento nei confronti della venerazione delle immagini sacre.

Col termine Iconodulia, utilizzato in ambito cristiano, si indica il culto "dulia" reso alle immagini, le "icone", come distinto dal culto a Dio detto latria. Il termine è contrapposto a quello di iconoclastia.

Nella logica iconodula, essendo ad esempio Gesù per il Cristianesimo uomo e Dio, non vi sono ostacoli per rappresentarlo nella sua forma umana con immagini, mentre per gli iconoclasti questo non è possibile per l'essenza divina di Cristo, che ne impedisce la raffigurazione da parte di esseri mortali.

Per quanto riguarda le note storiche, Leone V di Bisanzio (813-820) fu promotore di una serrata lotta iconoclasta e della persecuzione degli iconoduli.

Nel marzo del 843, un sinodo convocato per iniziativa dell'imperatrice Teodora di Bisanzio reintrodusse definitivamente il culto delle immagini. L'imperatrice istituì, a commemorazione di tale evento, "la festa dell'Ortodossia". Tale festa celebra la vittoria dell'iconodulia e la conferma della liceità di venerazione delle icone.

Un tardo esempio (1566) di iconoclastia nella Cattedrale di San Martino ad Utrecht

L'iconoclastia - o iconoclasmo - (dal greco εἰκόν - eikón, "immagine" e κλάω - kláo, "spezzo") è un termine che indica un movimento di carattere religioso sviluppatosi intorno alla prima metà del secolo VIII. Alla base di questo movimento stava la convinzione che la venerazione delle icone spesso sfociasse in idolatria. Questa convinzione provocò non solo un imponente confronto dottrinario ma anche la distruzione materiale di un gran numero di icone.

Origini dell'eresia iconoclasta[modifica]

Fin dalla fine del secolo IV, l'impero bizantino era stato afflitto da numerose eresie, che rischiavano di minare la sua stessa unità. Le più importanti tra queste furono il nestorianismo, il monofisismo e il paulicianesimo. Quest'ultima era sorta in Armenia e in Siria nel secolo VII. Sensibili alle accuse di idolatria mosse al cristianesimo da parte dei fedeli dell'Islam, i pauliciani mossero guerra al culto delle immagini. Al movimento pauliciano finì per aderire l'imperatore bizantino Leone III Isaurico, il quale decretò la distruzione delle immagini ovunque se ne trovassero.

Le icone nel culto[modifica]

Le icone potevano essere raffigurazioni sacre di qualsiasi genere: dalle miniature dei codici alle pitture murali. Tanto chi avversava le immagini quanto chi era ad esse favorevole sosteneva che Dio non poteva essere rappresentato nella sua natura eterna. I teologi favorevoli alla venerazione delle immagini, però, la giustificavano in base all'incarnazione di Cristo che, a parer loro, rendeva possibile la sua raffigurazione. Distinguevano, per dar corpo alle proprie opinioni, tra immagine e archetipo: nell'icona non si venerava l'oggetto stesso ma Dio. Ciò era stato evidenziato ben prima della controversia iconoclasta da Leonzo di Neapoli (morto attorno al 650). Anche Giovanni Damasceno distingueva con cura tra l'onore relativo di venerazione mostrato ai simboli materiali e l'adorazione dovuta solo a Dio. Naturalmente, per la religiosità popolare, questa distinzione sfumava e l'immagine stessa finiva per diventare oggetto taumaturgico. Anzi, tale era la tendenza a considerare le icone veri e propri oggetti animati che le si usava per assistere battezzandi o cresimandi in qualità di padrino. Altri raschiavano la vernice dei quadri e mescolavano quanto ottenuto nel vino della messa, ricercando in tal modo una comunione con il santo raffigurato. Era, insomma, corrente l'opinione secondo cui l'icona fosse effettivamente un luogo nel quale poteva agire il santo o, comunque, l'entità sacra che vi era rappresentata.

Si tenga poi conto del fatto che vi sono almeno due importanti passi biblici che servirono di supporto alla tesi iconoclasta: Esodo, 20.4-5 e 4.15-19.[1]

L'opera di Leone III[modifica]

Per abbattere queste correnti eretiche, l'imperatore Leone III di Bisanzio, originario di Germanicea, promanò un editto imperiale (726) che decretava l'eliminazione di queste raffigurazioni. Ciò condusse ad una generalizzata rivolta degli iconolatri dell'Impero (detti iconoduli).

La riforma religiosa di Leone III va iscritta in una più ampia opera generale interna all'Impero, ai fini della quale i pauliciani rappresentavano un pericolo. Fu anche per togliere loro il pretesto di una ribellione che l'imperatore decise di assecondare le loro richieste. Non mancavano, insomma, ragioni politiche e di opportunità nell'operato di Leone: l'iconoclastia serviva anche a combattere lo strapotere dei monaci che, da un lato, facevano ampio mercato delle icone, rafforzando in tal modo la loro condizione economica e la loro influenza politica all'interno dell'Impero, e, dall'altro, suggestionavano le folle, sottraendo influenza alla corte imperiale. Per mezzo dell'iconoclastia, fu quindi possibile a Leone III di impossessarsi delle immense ricchezze dei monaci. Giunse, in ogni caso, anche la sanzione ecclesiastica: un concilio convocato nel 754 da Costantino V, tenutosi nel palazzo di Hieria (posto sul lato asiatico del Bosforo), gli diede ragione.

Il papa Gregorio III condannò, dal canto suo, i decreti di Leone. La penisola italica vide anzi i suoi abitanti insorgere a difesa dell'ortodossia occidentale contro i funzionari bizantini. Fu proprio in questa occasione che il ducato di Roma assunse sempre maggiore indipendenza da Bisanzio: in questo vuoto di potere, i metropoliti di Roma avocarono a sé vere e proprie funzioni di governo.

Gli scontri dottrinari[modifica]

Fu il secondo concilio di Nicea a dover deliberare sul culto delle immagini. Convocato nel 787 a Nicea, su richiesta di papa Adriano I, dalla imperatrice reggente d'Oriente Irene e dall'imperatore Costantino VI, si svolse con la partecipazione di 367 padri (tra cui anche Giovanni Damasceno e Teodoro Studita), quando a Bisanzio era patriarca Tarasio.

La controversia, come detto, era centrata sulle sante icone, le pitture di Cristo, della Madonna e dei santi, che erano custodite e venerate sia nelle chiese che nelle case private. La lotta non era un mero conflitto tra due concezioni di arte cristiana. Erano coinvolte questioni più profonde: il carattere della natura umana di Cristo, l'attitudine cristiana verso la materia, il vero significato della redenzione cristiana.

Conclusioni[modifica]

L'effetto complessivo dell'iconoclastia fu duplice: da un lato, il danneggiamento (quando non distruzione) di un grande numero di raffigurazioni sacre, ivi comprese opere d'arte e codici miniati; dall'altro, un generale irrigidimento dei rapporti fra la chiesa d'Oriente e la chiesa d'Occidente.

Ai decreti di Leone III seguì un periodo di alterne vicende che durò poco più di un secolo, durante il quale l'iconoclastia venne alternativamente approvata o bandita.

Nell'odierna Turchia, nella valle di Lhara (Peristrema), vi sono numerose chiese rupestri bizantine dove si può ancora vedere come nella maggior parte dei casi i volti delle raffigurazioni sacre sulle pareti siano stati deliberatamente danneggiati in quel periodo, anche se in realtà l'iconoclastia proseguì in maniera più o meno occulta per numerosi anni.

Cronologia[modifica]

anno attore evento
727 Papa Gregorio II Ravenna rimane sede dell'Esarca fino alla rivolta iconoclasta
730 Leone III di Bisanzio decreta l'eliminazione delle icone, dando inizio (ed ufficialità) al periodo dell'iconoclastia
731 Papa Gregorio III si appella inutilmente all'Imperatore Leone III; nel novembre 731, denuncia tale movimento e scomunica gli iconoclasti
754 Costantino V di Bisanzio convoca un concilio di 338 vescovi (durante il pontificato di Papa Stefano III) i quali accettano senza discutere le posizioni iconoclaste, formalizzando così l'assenso ufficiale della Chiesa
769 Papa Stefano IV conferma, durante il concilio del 769, la pratica della devozione alle icone
  Carlo Magno insieme ai vescovi francesi si oppone alla venerazione delle immagini
786 la basilissa Irene tenta di reintrodurre il culto delle icone indicendo un concilio, ma viene ostacolata dai soldati i quali avevano prestato giuramento a Costantino V
787 papa Adriano I induce la reggente imperatrice Irene a convocare un concilio a Nicea che afferma che le icone possono essere venerate ma non adorate e scomunica gli iconoclasti
794   Un sinodo tenutosi a Francoforte condanna nuovamente la venerazione delle icone
  Michele I di Bisanzio persegue, attorno all'800, gli iconoclasti sulle frontiere settentrionali e occidentali dell'Impero bizantino
815 papa Leone III viene tenuto in Santa Sofia, a Costantinopoli, un sinodo iconoclasta
843 papa Gregorio IV abolisce ufficialmente e definitivamente l'iconoclastia

Note[modifica]

  1. Numerosissime sono in realtà le prescrizioni aniconiche dell'Antico Testamento: in Esodo soprattutto 20.23, 24.17}}, oltre al noto episodio del vitello d'oro: Esodo e nel Deuteronomio 4,12.27-28}}).

Bibliografia[modifica]

  • Giorgio Ravegnani, I Bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004.

Collegamenti esterni[modifica]

  • Un articolo di Giuseppe Patella in kainos.it.