Storia della mafia

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lezione
Storia della mafia
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia contemporanea


Il contesto sociale, economico e politico della Sicilia nel XIX secolo[modifica]

Gli anni successivi al plebiscito che avrebbe sancito l'ingresso della Sicilia nel nuovo regno italiano vedono Monreale, uno fra i principali comuni della provincia palermitana, calata a pieno titolo in questa epoca densa di decisivi fattori di cambiamento della società, rispetto al passato regime borbonico: l'ingresso della nuova dinastia regnante (i Savoia), la forma politica (una monarchia costituzionale), la caduta dell'ancient regime assolutista e l'ingresso della Sicilia all'interno del mercato economico nazionale, nell'ambito di una pratica economica di stampo liberista. Non ultimo, un importante fattore di ordine economico che investe quella società in ogni suo aspetto: la nascita di una media borghesia proprietaria dei suoi mezzi di produzione, del proprio appezzamento di terra, dei suoi frutti e dotata dei capitali necessari.

I segni premonitori di questi cambiamenti, che avverranno nella seconda metà del secolo XIX, sono riscontrabili già nel periodo a cavallo fra XVIII e XIX secolo quando in Sicilia, sulla scorta della riforma del Viceré napoletano Caracciolo, tramonta l'epoca feudale (1812). La fine del regime feudale, e delle signorie, provoca un generale, e ancora più marcato, impoverimento dello strato umile della società isolana. Le terre ex-feudali sono messe in vendita e, tranne che in rari casi, vengono ricomprate solo da chi ha i mezzi necessari per coltivarle (sementi, attrezzature agricole, capitale). Chi invece s'arrangia fra mille difficoltà coltivando il terreno del nuovo proprietario, adesso si ritrova a lavorare alla giornata non avendo nemmeno quel poco di terra e mezzi che prima il lavoro nel feudo gli procurava. Se nell'interno il vasto latifondo di stampo feudale succede il vasto latifondo, che quasi mai era abitato dal suo ricco e nobile proprietario che gli preferiva la vita di città, lasciandone la cura al gabelloto, lo stesso non si può dire per la zona costiera. Unanimemente tutte le commissioni parlamentari d'inchiesta sulle condizioni dell'isola sono concordi nel dire che se nella maggior parte della Sicilia prospera il latifondo, causa dei tanti mali, di natura economica e criminale, allora non si capisce come mai la zona attorno Palermo, costituita da tanti piccoli possedimenti (per lo più agrumeti), dove il contadino è ricco e agiato, ebbene proprio in quella provincia si riscontra un tasso criminale altissimo, frequenti gli omicidi, i ferimenti, i furti. Il senatore Simone Corleo, , estensore della legge sulla enfiteusi dei terreni ecclesiastici nel '66, è costretto a dire che la scienza è turbata dal caso di Monreale.

La nuova classe borghese isolana, nata dalla mercantilizzazione delle terre, è assai impegnata nella vita politica del nuovo regno, alla ricerca di un posto da occupare fra le cariche del notabilato locale. Certamente ora si aprono degli spazi che il vecchio assolutismo borbonico non concedeva e l'istituzione di un sistema elettorale, su base censitaria quindi assai limitato, assicurano le cariche del governo locale.

Le origini: gli Stuppagghieri di Monreale[modifica]

Da tutte le fonti d'epoca, fra XIX e XX secolo, è ormai noto che la prima forma di associazione mafiosa, nel senso moderno del termine, sia nata a Monreale negli iniziali dell'Unità italiana. Questa nasce a Monreale non per caso, ma per tutta una serie di cause alcune volte favorite dal contesto della città (e della Sicilia) di quel periodo. Quali modalità della sua nascita, le sue pratiche di controllo del territorio e delle risorse economiche, come si pone di fronte alla già esistente cosca del territorio, quale il suo rapporto con la politica locale? A queste domande (ed altre ancora) si cercherà di dare una risposta che sia sempre il più esauriente possibile, tenuto conto del gran lasso di tempo che ormai ci separa da quegli anni.

La cosca dominante[modifica]

Allo stato attuale della ricerca storica non è cosa certa che nella Monreale antecedente il 1860 esistesse un gruppo di pressione criminale (che per comodità chiamiamo cosca, ma che non sappiamo se ne avesse tutti i caratteri) precedente alla setta degli Stupagghieri. Però se ne hanno conoscenze indirette in quanto esistono testimonianze processuali che ce lo confermano. Ne parlano i testimoni al processo celebrato a fine secolo contro la cosca degli Stuppagghieri. Dal processo viene fuori che la preesistente cosca dei giardinieri (appellativo, credo, inappropriato per distinguere una parte dall'altra, dato che erano tutti per la maggior parte giardinieri, cioè piccoli proprietari di un fondo agricolo per lo più coltivato ad d'agrumi) veniva detta dai suoi avversari degli Scurmi fitusi (pesci avariati) a significare proprio la loro vecchiezza e la loro prossima fine per "scadenza dei termini". Sempre dalla cronaca del processo apprendiamo poche notizie sugli Scurmi fitusi: la cosca aveva al suo vertice un triumvirato composto da Simone Cavallaro, il capo più temibile e carismatico, Salvatore Caputo e Stefano Di Mitri.

Unitamente alle fonti processuali, le carte dell'archivio storico comunale di Monreale ci forniscono alcune notizie biografiche su questi capi e le loro famiglie. Ad esempio sappiamo che Simone Cavallaro è stato sotto ufficiale nella Guardia Nazionale di Monreale (era capo squadra nel 1848), era stato un gabellotto dell'ex feudo Agrifoglio (nei pressi di Monreale). La famiglia Cavallaro aveva a Monreale una attività di conceria delle pelli e Giovanni Cavallaro ( a cui nel 1871 rubano tutti i limoni ancora sugli alberi del suo agrumeto) è consigliere comunale nel 1867. Simone nel 1871 fa parte di una commissione comunale per la gestione e il controllo della guardia campestre (polizia rurale). Nel 1876 Simone viene attirato in un tranello dai suoi avversari e ferito mortalmente (solo in punto di morte farà i nomi dei sui killers). Nel 1879 viene rinnovata la commissione comunale per il controllo sull'operato della guardia campestre comunale e, morto Simone, vi entra a far parte il figlio Giuseppe, che dal 1898 al 1922 sarà consigliere e tesoriere comunale. Anche lui non sfuggirà al destino del padre e morirà in un agguato "esplosivo" mentre si aggira nei giardini della Conca d'Oro fra Palermo e Monreale. La storia della famiglia Di Mitri è altrettanto travagliata: il capo famiglia è Stefano, ex sotto ufficiale della Guardia Nazionale di Monreale e ricco coltivatore d'agrumi. Nel 1874 Ignazio Di Mitri, custode delle acque di proprietà della Curia arcivescolvile monrealese, viene ucciso, e il suo parente Castrenze, viene accusato dell'assassinio. Ancora nel 1874 il figlio di Stefano, Giuseppe, è custode delle acque in località Ponte Parco (presso Monreale) e gli viene incendiato il frutteto che gli consentiva l'agiatezza di ricco mercante d'agrumi (ma ancora nel 1875 gli viene nuovamente devastato l'intero giardino). La vendetta dei giovani malandrini colpisce anche il nipote di Stefano, Vincenzo, e sempre nel 1875 anche a lui viene devastato il giardino d'agrumi. La sera del 17 agosto 1876 Stefano viene ucciso da sicari mentre si trovava nel dedalo di giardini fuori paese. Muore in perfetto stile mafioso, non nominando i suoi killers (pur avendoli visti dato che è stato colpito all'addome, come riportano le cronache del tempo). La famiglia Di Mitri è sotto attacco e allora pensa alla sua auto difesa, così, poco dopo la morte di Stefano, nel settembre, a Giuseppe viene trovato e sequestrato un piccolo arsenale. La guerra alla famiglia Di Mitri dura fino al 1895, anno in cui Antonio, altro figlio del boss Stefano, viene ucciso.

La famiglia Caputo è la più misteriosa delle tre, in quanto pochissime notizie ci sono giunte su di essa, e su Salvatore. Tutte le notizie comunque ci provengono dalle testimonianze rese al primo processo alla cosca sopra citata. Salvatore Caputo viene ucciso il 13 marzo 1875, anche lui attirato con un pretesto in un giardino poco fuori Monreale e li ucciso da Stuppagghieri. Caputo come professione esercitava la sensalia d'agrumi e le fonti archivistiche ce lo segnalano come uomo corretto negli affari e mal visto dagli altri addetti del mondo agrumicolo, in massima parte aderenti agli Stuppagghieri. Sempre dalle cronache del processo apprendiamo che la famiglia Caputo per sottrarsi alla guerra fra cosche va, esule, a stabilirsi nel comune di Bagheria, nei pressi di Palermo.

Come nasce una cosca mafiosa[modifica]

Il bellum civile[modifica]

La guerra degli agrumi (e dell'acqua)[modifica]

Il processo agli Stuppagghieri[modifica]

Pagine correlate[modifica]

Bibliografia[modifica]