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Il Risorgimento

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Il Risorgimento
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia contemporanea

I Carbonari

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Nei carbonari i luoghi di riunione erano detti baracche: le varie associazioni locali erano dette vendite. La vendita più importante di una regione di chiamava alta vendita, cioè vendita centrale. Gli appartenenti alla società si chiamavano tra loro buoni cugini. La bandiera dei carbonari era un tricolore azzurro (colore della speranza), rosso (colore della libertà) e nero (colore della fede), il loro motto era Libertà o morte. La loro pianta rappresentativa era l'acacia, perché è sempre verde e pungente. La cerimonia dell'iscrizione alla carboneria si svolgeva così: colui che desiderava iscriversi si inginocchiava sul ginocchio sinistro e rivolgeva un pugnale verso il cuore, poi pronunciava il giuramento, attorno a lui stavano con un pugnale in mano in atteggiamento di minaccia. Il capo pronunciava queste parole: Tutti questi pugnali saranno in tua difesa in ogni momento, se osserverai la santità del giuramento prestato; saranno invece a tuo danno se diventerai spergiuro. La pena del tradimento è la morte, poi il capo lo abbracciava, nominandolo carbonaro. La carboneria si diffuse molto nell'esercito, nella burocrazia, tra gli intellettuali ed i giovani nobili di idee aperte. Nel 1820, secondo lo storico P. Colletta, vi erano 642.000 carbonari nel solo Regno delle Due Sicilie. Mancò tuttavia alla carboneria una solida organizzazione sociale ed un programma politico ben definito e preciso. Ad esempio, i carbonari del Lombardo - Veneto volevano la costituzione, ma anche la guerra contro l'Austria, in Romagna si voleva addirittura la repubblica. La carboneria commise inoltre il grave errore di mantenere estranei alla loro società i contadini e gli operai, e ciò fu una delle cause del fallimento dei moti rivoluzionari dei carbonari.

I moti napoletani del 1820

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L'origine e la causa dei moti liberali del 1820-21 in Italia fu la rivoluzione spagnola del 1820. Nel gennaio del 1820 Ferdinando VII, re di Spagna, aveva concentrato a Cadice un corpo di spedizione da mandare in America per sottomettere le colonie spagnole che avevano ottenuto l'indipendenza. Le truppe si ribellarono, rifiutarono d'imbarcarsi e sotto il comando del colonnello Riego marciarono su Madrid per ottenere la riconferma della costituzione che lo stesso re aveva concesso nel 1812 (simile a quella francese del 1791, con una solo camera). Gli avvenimenti spagnoli ebbero una prima ripercussione nel Regno delle Due Sicilie. A Nola, ai primi di luglio dello stesso anno, due ufficiali di cavalleria, Morelli e Silvati, fecero insorgere la guarnigione e marciarono verso Avellino al grido di Viva il re! Viva la costituzione!. In breve il moto si propagò a Napoli, dove assunse il comando delle truppe insorte un giovane di 17 anni e audace generale, Guglielmo Pepe. Il re Ferdinando I, impaurito dalla rapidità con cui l'incendio carbonaro si era propagato, concesse di sua propria libera volontà la costituzione, che giurò sul vangelo tra il commosso entusiasmo della popolazione e dell'esercito. Intanto anche la Sicilia insorgeva per ottenere l'autonomia. Appena il Metternich seppe della rivoluzione napoletana convocò un congresso a Lubiana, al quale invitò il re delle Due Sicilie. Questi non attendeva altro, richiese al parlamento il permesso di uscire dal regno per recarsi a difendere la costituzione. Invece il re spergiuro andava a Lubiana ben lieto di poter seppellire la costituzione. Il tradimento era sempre presento nel suo animo, ed infatti subito gettò la maschera e chiese l'intervento armato dell'Austria, che inviò un corpo di spedizione contro il quale nel marzo del 1821 a Rieti poco poté il generale Pepe, che venne facilmente sconfitto. E sotto la protezione austriaca Ferdinando I tornò a Napoli. La reazione si scatenò con vendette feroci. Morella e Silvati furono impiccati. Molti riuscirono a trovare salvezza con la fuga, tra essi il generale Pepe.

I moti dell'Emilia-Romagna

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La rivoluzione francese del 1830 non ebbe ripercussioni né in Piemonte né nel Regno delle due Sicilie. In questi due Stati molti patrioti si trovavano in carcere o erano in esilio. La rivoluzione invece scoppiò nell'Italia centrale. Il sovrano del Ducato di Modena era l'arciduca Francesco IV, nipote di Maria Teresa d'Austria, che in gioventù aveva avuto grandi ambizioni. Aveva sognato negli ultimi anni dell'Impero napoleonico di conquistare l'Italia e porla sotto il suo scettro. Ma al Congresso di Vienna l'Austria preferì essere essa direttamente l'arbitra della vita italiana. A Francesco IV non restò che abbandonare le sue ambizioni e contentarsi del piccolo ducato di Modena. Ma a volte si lamentava di essere costretto a vivere in un piccolo guscio di castagne (tale egli considerava il suo Ducato).

Questo stato d'animo era a conoscenza dei capi carbonari emiliani, tra i quali primeggiava per ingegno e coraggio un ricco e giovane commerciante di Carpi, Ciro Menotti. Questi si illuse di trasformare Francesco IV da arciduca austriaco in un principe italiano. Nacquero così accordi tra Ciro Menotti e Francesco IV: quest'ultimo promise il suo appoggio e in compenso avrebbe avuto la corona del nuovo Stato, che si sarebbe formato in seguito alla rivoluzione carbonara capeggiata dal Menotti.

Verso la fine del 1830 tutto ormai era pronto per la rivoluzione.

A questo punto la Francia, sul cui aiuto contavano i Carbonari, pur riaffermando il principio del non intervento, fece ben capire che non avrebbe usato le armi per aiutare i popoli oppressi in rivolta.

Il duca di Modena ebbe paura, e non volle più rischiare. Ma il Menotti non intendeva rinunciare alla attuazione del piano lungamente preparato.

Francesco IV allora cercò di soffocare la rivoluzione, prima che nascesse. Così nella notte tra il 3 e il 4 febbraio 1831 fece circondare a Modena la casa del Menotti, che distava dal palazzo ducale poche centinaia di metri. I cospiratori si difesero accanitamente per più ore: poi, in gran parte feriti, furono fatti prigionieri.

Francesco IV scrisse subito al governatore di Reggio di mandargli il boia. Queste le benevoli intenzioni che il sovrano nutriva verso i patrioti, che ingenuamente avevano creduto alle sue parole.

Il boia giunse senza ritardo ma assieme a lui giunse una notizia inaspettata: era scoppiata la rivoluzione della vicina Bologna, e con la rapidità di un incendio si stava propagando nelle Romagne e nell'Umbria.

Francesco IV ritenne prudente abbandonare Modena e rifugiarsi nella fortezza austriaca di Mantova: si trascinò dietro prigioniero il Menotti. La rivoluzione scoppiava intanto anche a Parma e Maria Luisa d'Austria, la vedova del grande Napoleone, era costretta a rifugiarsi a Piacenza, presidiata dall'esercito austriaco. Si riunì a Bologna un Congresso dei rappresentanti delle varie città insorte e fu proclamato lo Stato delle Province Unite. La situazione era però assai delicata: gli insorti non avevano un esercito adeguato da opporre all'Austria. Questa, ben sapendo che la Francia di Luigi Filippo non avrebbe mosso un dito, si mise in moto: le sue truppe entrarono nel Modenese, poi a Parma ed infine batterono a Rimini le poche truppe del generale Zucchi. In due mesi la rivoluzione era finita.

I sovrani potevano tornare sui loro troni. Maria Luisa ed il Papa si mostrarono miti. Francesco IV invece si abbandonò a furiose vendette: moltissime le condanne. Ciro Menotti fu impiccato: prima di morire scrisse alla sua moglie una bellissima lettera, documento di caldo amore di patria e di fede nella Provvidenza. La lettera, scritta due ore prima dell'esecuzione e affidata a un sacerdote, non fu recapitata: venne ritrovata nel 1848 tra le carte del Ministero della Polizia, a Modena.

Mazzini ed i carbonari

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Nell'aprile 1831 moriva a Torino Carlo Felice, re di Sardegna: il nipote Carlo Alberto saliva al trono.

Proprio nei primi giorni di regno del nuovo sovrano veniva diffusa una lettera, stampata a Marsiglia e intitolata A Carlo Alberto di Savoia un Italiano.

La lettera, che destava ovunque entusiasmo, era lunga una ventina di pagine e recava l'epigrafe: se no, no!. Nella memorabile lettera, dopo aver ricordato i fatti del 1821, si esortava il re sabaudo a porsi capo della rivoluzione italiana, a diventare per l'Italia quel che Washington e Kosciusko erano stati per l'America e per la Polonia. La lettera era stata scritta da un giovane carbonaro di 26 anni, Giuseppe Mazzini, nato nel 1805 a Genova. Il padre era un medico e professore di anatomia all'Università: la madre, Maria Drago, donna di grande intelligenza e bontà, educò il figlio al senso del dovere.

Nel 1821, mentre passeggiava con la madre per le vie di Genova, il giovinetto Mazzini fu colpito dallo spettacolo degli esuli dei moti piemontesi del 1821, che partivano per la Spagna. Pochi anni dopo si iscrisse alla Carboneria e collaborò alla diffusione delle idee carbonare sull' Indicatore genovese e sull' Indicatore livornese.

Venne arrestato, rinchiuso nella fortezza di Savona e poi processato: per insufficienza di prove il Mazzini venne assolto e liberato. Poteva scegliere tra il confino in un piccolo paese del Piemonte o l'esilio.

Il Mazzini nei lunghi mesi trascorsi nel carcere di Savona aveva meditato sulle cause dei fallimenti dei moti italiani ed aveva compreso che ciò era accaduto perché il popolo non aveva preso parte ai moti.

Egli pensava che non era necessario fondare una nuova società segreta. Per realizzare questo suo scopo non poteva certo vivere in un piccolo paese sotto l'occhiuta sorveglianza della polizia, ma bisognava recarsi l'estero. Ed il Mazzini andò in esilio in Francia, a Marsiglia: da questa città scrisse la sua famosa lettera a Carlo Alberto.

La risposta del sovrano sabaudo non si fece attendere: ordinò che il Mazzini fosse arrestato, nel caso che si fosse presentato alla frontiera piemontese.

La giovane Italia

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Secondo il Mazzini, che aveva meditato a lungo, i difetti più gravi della Carboneria più gravi erano i seguenti:

  1. non aveva un programma unico e mancava di unità di comando;
  2. non si rivolgeva direttamente al popolo, ma per il suo stesso carattere di società segreta, rimaneva chiusa in una cerchia ristretta di persone, appartenenti in genere quasi esclusivamente alla classe militare e alla borghesia: per questo la Carboneria poteva preparare solo azioni troppo limitate;
  3. riponeva fiducia nell'opera dei sovrani italiani o stranieri.

Per porre rimedio a questi difetti della Carboneria, il Mazzini fondò nel luglio 1831 a Marsiglia una nuova società segreta, la Giovane Italia. Essa faceva appello allo spirito rivoluzionario dei giovani, e voleva un'Italia una, libera, indipendente e repubblicana.

L'idea fondamentale del Mazzini era l'unità d'Italia; e di questa meravigliosa idea egli ne divenne il profeta. Bisognava far sentire ai lombardi, ai piemontesi, ai veneti e ai toscani, ai romani, ai napoletani e ai siciliani che essi erano al di là di ogni divisione regionale solo ed unicamente italiani.

Bisognava convincere gli italiani che l'Italia doveva tornare una Nazione di uomini liberi. Per questo nessun compromesso era possibile con i vari sovrani degli Stati italiani. Occorreva abbattere i troni, segno di servitù del popolo. Il sovrano, l'unico vero sovrano, era il popolo. Una repubblica unitaria: questo sarebbe stata l'Italia, perché nella repubblica si esprime pienamente al sovranità popolare. Tra i compiti dell'Italia è quello di abbattere l'Austria e liberare tutti gli altri popoli europei ancora oppressi dalla monarchia asburgica. Tutto ciò, secondo il Mazzini, si ottiene solo con l'educazione e con l'insurrezione, cioè educando il popolo italiani con la parola e spronandolo con l'esempio.

Per iscriversi alla Giovane Italia non occorrevano le complicate cerimonie della Carboneria. Colui che voleva diventare seguace della Giovane Italia si impegnava con giuramento a non rivelare i segreti della Società: assumeva un falso nome (Giuseppe Garibaldi si fece chiamare Giuseppe Borel e Mazzini prese il nome di Filippo Strozzi), si procurava un fucile con cinquanta cartucce ed un pugnale.

La Giovane Italia era certamente una associazione clandestina per sfuggire alla polizia: ma di segreto aveva solo i nomi degli iscritti e l'organizzazione. Il suo programma era invece pubblico e lo si diffondeva coraggiosamente ovunque per renderlo popolare.

I punti più importanti di esso erano:

  1. L'Unita d'Italia, contro le vecchie divisioni storiche, le rivalità e le gelosie regionali e locali;
  2. la Repubblica, come la forma di governo più rispondente alla libertà ed alla volontà del popolo;
  3. Dio e Popolo. Dio è nel popolo e la volontà del Popolo è la stessa volontà di Dio;
  4. Culto del dovere. La vita di ogni uomo è una missione; ogni uomo ha un suo compito, una sua santa battaglia da combattere per il bene degli altri uomini.

I moti mazziniani

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Il primo moto mazziniano doveva scoppiare nel 1833, contemporaneamente a Genova e ad Alessandria. Ma la polizia piemontese vigilava: i congiurati, in gran parte arrestati, furono condannati assai severamente. Dodici di essi, tutti mazziniani, vennero fucilati. Un amico carissimo del Mazzini, il genovese Iacopo Ruffini, mentre era in carcere, temendo che sottoposto alla tortura avrebbe potuto confessare il nome degli altri congiurati, decise di uccidersi. Tolse alla porta del carcere una spranghetta di ferro arrugginita, né aguzzò la punta sulle pareti e si aprì le vene. Altri, come il sacerdote torinese Vincenzo Gioberti, trovarono la salvezza nell'esilio o nella fuga.

L'esito sfortunato di questo primo tentativo non scoraggiò Mazzini.

Alla spietata repressione egli rispose, l'anno successivo (1834), con una impresa più audace. Raccolse al confine svizzero circa 700 esuli appartenenti a varie nazioni: ne affidò il comando al generale Gerolamo Ramorino, un esule savoiardo, ex ufficiale napoleonico, che aveva partecipato con onore all'insurrezione polacca.

Questo piccolo esercito doveva invadere la Savoia e sollevare la popolazione: a Genova un giovane nizzardo, Giuseppe Garibaldi, con altri insorti avrebbe dovuto occupare il porto. La spedizione di Savoia fu un totale insuccesso. Il Ramorino si rivelò un comandante assolutamente incapace: perdette al gioco una parte dei fondi della spedizione, non eseguì gli ordini avuti dal Mazzini. Dopo un piccolo scontro, i mazziniani dovettero ritirarsi e disperdersi. Intanto a Genova, in Piazza Sarzana, nel luogo convenuto per l'insurrezione, nella fredda notte del 4 febbraio giunse un solo uomo, Garibaldi.

Dopo aver a lungo atteso i compagni dovette salvarsi con la fuga: fu una vera odissea. Andò a Nizza a salutare la madre, poi cercò di passare la frontiera, ma fu arrestato. Fuggì attraverso la finestra della caserma e viaggiando di notte a piedi e riposando di giorno nei boschi attraversò le Alpi marittime. Giunse così a Marsiglia e qui visse per qualche tempo sotto il falso nome di Giuseppe Pane: quando apprese che in Piemonte era stato condannato a morte s'imbarcò per l'America del Sud, dove compì gesta gloriose, che già nel 1848, quando tornò in Italia, lo avevano reso famoso.

Il Mazzini intanto fu espulso dalla Svizzera e costretto a rifugiarsi a Londra. L'insuccesso non lo piegò. Dalla libera Inghilterra continuò con i discorsi, gli articoli sui giornali, le lettere a mantenere vivo il fuoco dell'amor di patria.

I fratelli Bandiera

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Nel marzo del 1844 scoppiò un moto insurrezionale in Calabria, che fu rapidamente soffocato dalla polizia borbonica. La notizia tuttavia di questo moto spinse alcuni ferventi mazziniani a compiere uno sbarco in Calabria per rianimare l'insurrezione. Mazzini da Londra cercò di dissuaderli, conoscendo le scarsissime possibilità di successo: ma essi vollero egualmente tentare la disperata impresa. I due fratelli Bandiera erano nobili veneziani, ex ufficiali della marina austriaca e figli di un ammiraglio veneziano al servizio dell'Austria: il Ricciotti era un veterano della rivoluzione del 1831. Il 16 giugno la piccola schiera (erano solo in 21) sbarcò, provenendo dall'isola di Corfù, sulle coste della Calabria, presso il fiume Neto. Di là questi coraggiosi proseguirono verso Cosenza: traditi da un loro compagno, il corso Boccheciampe, furono attirati in un'imboscata, circondati da gendarmi, catturati e condannati a morte. Solo otto tra essi ebbero la pena commutata nel carcere duro; gli altri, tra i quali i fratelli Bandiera, morirono fucilati nel tristo vallone di Rovito, presso Cosenza il 25 luglio 1844. Il loro ultimo grido fu Viva l'Italia.

Vincenzo Gioberti ed il neoguelfismo

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La morte dei fratelli Bandiera nel vallone di Rovito suscitò in tutt'Italia un fremito di commozione. Il fallimento di quel moto mazziniano accrebbe la sfiducia nelle idee del Mazzini. Molti chiedevano se la strada indicata e battuta dal patriota genovese fosse proprio la giusta o se non fosse necessario cercarne un'altra, più capace di raggiungere risultati positivi. I moti isolati, le rivolte violente non avevano prodotto che feroci repressioni. Nacque così un partito moderato, che non voleva né rivoluzioni né sommosse, ma ragionevoli e pratiche riforme: l'esponente più significativo di esso fu il sacerdote torinese Vincenzo Gioberti. Era già stato cappellano di Corte presso Carlo Alberto, ma per le sue simpatie verso la Giovane Italia era stato nel 1833 mandato in esilio.

Nel 1843 a Bruxelles, dove si era rifugiato, pubblicò un fortunato libro, Del Primato morale e civile degli Italiani, che può essere considerato un autentico best-seller del XIX secolo: in vent'anni se ne stamparono più di ottomila copie. Certamente l'Italia non poteva vantare in quel tempo primati di nessun genere e lo stesso Gioberti ne era consapevole. Ma un tempo l'Italia era stata maestra di civiltà a tutto il mondo ed era dunque giusto che essa risorgesse libera tra le altre nazioni.

Il Gioberti proponeva di costituire una confederazione pacifica e perpetua di sovrani italiani, guidata e tutelata dal Papa.

Il libro, dedicato al martire dello Spielberg, Silvio Pellico, ebbe un effetto immenso sulla pubblica opinione e suscitò larghi consensi. I sovrani, vedendosi elogiati, lasciarono liberamente circolare il libro e le sue idee: il popolo applaudì l'autore che aveva celebrato le sue glorie passate e che si dimostrava fiducioso nel suo avvenire; il clero infine aderì al pensiero giobertiano, che univa insieme religione e amor di patria.

Le idee moderate del Gioberti ebbero un gran numero di seguaci, che si chiamarono Neoguelfi: Neoguelfismo fu detto il movimento giobertiano.

Il termine Neoguelfismo ricorda i Guelfi, cioè coloro che nel Medio Evo sostenevano il Papa contro l'Imperatore.

Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio

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Alla corrente moderata del Gioberti appartengono due altri scrittori piemontesi: Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio.

Nel 1844, un anno dopo la pubblicazione del Primato, apparve un libro, che attirò l'interesse di molti: Le Speranze d'Italia del conte Cesare Balbo. Il libro era dedicato al Gioberti, del quale accettava l'idea della Confederazione di Stati italiani. Però secondo il Balbo la confederazione non poteva realizzarsi perché l'Austria possedeva una parte del territorio italiano, perciò prima di tutto occorreva l'indipendenza, per ottenerla non occorreva una guerra contro l'Austria. L'Impero turco era in grande crisi e alla sua caduta l'Austria avrebbe ottenuto nella penisola balcanica nuovi territori e avrebbe ceduto all'Italia il Lombardo-Veneto. Il Balbo inoltre affermava che la Confederazione doveva essere guidata dal Piemonte, il cui re Carlo Alberto era la spada dell'Italia.

Non tutti erano convinti certo della bontà delle sue idee.

Un altro libro, che suscitò interesse e larghi consensi, apparve nel 1846 con il titolo Gli ultimi casi di Romagna.

L'aveva scritto Massimo D'Azeglio, già noto come romanziere e come valente pittore di paesaggi. In quest'opera si condannava con parole di fuoco il malgoverno pontificio: né questo giudizio era tanto nuovo.

Un grande storico inglese del tempo, Macaulay, aveva scritto che gli Stati della Chiesa erano i peggio governati di tutto il mondo civile, per cui non era esagerato dire che la popolazione consisteva principalmente di forestieri, preti e poveri.

Tuttavia D'Azeglio condananva le congiure e le insurrezioni mazziniane ed esortava a non cospirare più ma a protestare apertamente in tutte le occasioni possibili.

Egli inoltre esortava gli italiani ad avere fiducia nel sovrano del Piemonte, Carlo Alberto. Con il suo re D'Azeglio aveva avuto il 12 ottobre 1845 un interessante colloquio, in cui il re piemontese dichiarò che la sua vita e quella dei suoi figli sarà spesa per la causa italiana. Il D'Azeglio rimase incantato e commosso dalla franchezza del Re, che alla fine del colloquio gli pose le mani sulle spelle e lo abbracciò.

Altre tendenze politiche italiane

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In contrapposizione con il pensiero neoguelfo sorse una tendenza politica detta neoghibellina, che considerava il Papato come l'ostacolo principale alla liberazione dell'Italia ed il suo nemico maggiore. Appartennero al neoghibellinismo il poeta Giovan Battista Niccolini, autore delle tragedie Arnaldo da Brescia, Giovanni da Procida, Filippo Strozzi, il romanziere Francesco Domenico Guerrazzi, il poeta satirico Giuseppe Giusti. Un'altra tendenza politica fu quella federalista-repubblicana, rappresentata da Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari. I federalisti repubblicani volevano abbattere le antiche monarchie ed in questo erano d'accordo con Mazzini, ma non volevano l'unità, che era la meta suprema del programma mazziniano. Essi ritenevano più adatto all'Italia un sistema di repubbliche libere, con piena autonomia regionale, come i cantoni della vicina Svizzera. Le opinioni politiche erano piuttosto varie, tuttavia qualcosa di importante le legava in un vincolo comune: il vivo desiderio dell'indipendenza dell'Italia dallo straniero.

Pio IX e le riforme

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Dopo quindici anni di pontificato, nel 1846 morì il papa Gregorio XVI: reazionario com'era non lasciava rimpianti, ma le carceri pontificie piene di detenuti politici. Veniva eletto papa il vescovo di Imola, Giovanni Mastai Ferretti, nativo di Senigallia, con il nome id Pio IX.

Era già noto per la sua mitezza e tolleranza; aveva solo 54 anni: il suo volto bello e sorridente emanava bontà e affidabilità. La sua religiosità era profonda e sincera. A Imola aveva mantenuto rapporti di cordiale amicizia con il conte Giovanni Pasolini, noto liberale: si narra anche che partendo per il Conclave il cardinale Mastai si sia portato dietro nel bagaglio il Primato di Gioberti, Le Speranze d'Italia del Balbo e i Casi di Romagna del D'Azeglio per regalarli al nuovo papa. Certo egli li aveva letti questi tre libri e ne aveva subito l'influsso. Un mese dopo la sua elezione Pio IX (16 luglio 1846) concedeva un'amnistia generale (detta Editto del perdono) ai condannati politici.

La notizia suscitò entusiasmo in tutta Italia e sembrò che il Papa liberale, profetizzato dal Gioberti, fosse già venuto e che sotto la sua guida l'Italia si sarebbe trasformata pacificamente.

Il Metternich ne rimase colpito e con stizza disse che tutto si sarebbe aspettato ma non un papa liberale.

Intanto Pio IX, trascinato dall'entusiasmo popolare, continuava la sua strada. Chiamava i laici a prender parte alla pubblica amministrazione, costituiva la Guardia Civica per il mantenimento dell'ordine, pubblicava un Editto sulla stampa, che permetteva una certa libertà.

L'Italia era entusiasta di Pio IX. Lo stesso Mazzini esule scriveva al Papa parole di esortazione e di plauso, gli scrisse che con lui l'unità d'Italia si farebbe senza spargimenti di sangue.

L'esempio delle riforme del Papa veniva intanto seguito da altri sovrani italiani, da Leopoldo II di Toscana e dal re Carlo Alberto.

L'Austria spazientita per le concessioni fatte dal Papa, occupò improvvisamente Ferrara: questo atto di prepotenza e di provocazione apparve intollerabile a tutta Italia. Pio IX, sostenuto dalla pubblica opinione, protestò vivamente e l'Austria ritenne opportuno abbandonare Ferrara. Il papa, Carlo Alberto e Leopoldo II di Toscana studiavano intanto come realizzare una Lega doganale italiana, alla quale invitavano anche gli altri Stati italiani.

Dichiaratamente ostili alle riforme rimanevano il Regno delle Due Sicilie, il Ducato di Modena, quello di Parma e soprattutto l'Austria.

Gli statuti

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Dal 1830 il Regno delle Due Sicilie era retto da Ferdinando II Borbone, uomo rozzo, superstizioso e bigotto fino al punto da ordinare che si coprisse la nudità della Venere di Prassitele.

Di fronte agli entusiasmi per Pio IX, re Ferdinando dichiarò che non avrebbe concesso riforme: anzi vietò nel suo Stato il grido di Viva Pio IX.

Nella popolazione già prima erano molte le ragioni di malcontento: l'assolutismo del re le accrebbe.

Il 12 gennaio 1848, giorno del compleanno del re, la rivoluzione esplose in Sicilia, dove il malgoverno borbonico era più odiato.

Dopo pochi giorni la Sicilia era libera. Il moto rivoluzionario passò a Napoli. Il re allora ebbe paura di perdere la corona e con rapida decisione, che lasciò sorpresi tutti, concesse la Costituzione (21 gennaio 1848).

Così la spinta alla trasformazione da stati assoluti a stati costituzionali, provenendo dal sovrano più reazionario, divenne irresistibile.

Nel febbraio concesse la Costituzione il Granduca di Toscana; nel mese successivo Carlo Alberto (4 marzo), Pio IX (14 marzo) diedero anche loro la Costituzione.

Così quel moto di riforma, che aveva avuto inizio nel 1846 per opera di Pio IX si concludeva ancora nello Stato Pontificio nel 1848, con la concessione della Costituzione.

Le cinque giornate di Milano (18 - 22 marzo 1848)

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La meravigliosa notizia che la rivoluzione era scoppiata a Vienna il 13 marzo giunse a Venezia il 17 marzo e provocò un grande entusiasmo.

I Veneziani corsero in massa in Piazza San Marco al Palazzo del Governo chiedendo a gran voce la liberazione dei prigionieri politici, specialmente di Daniele Manin e di Niccolò Tommaseo. Accortisi che il gridare serviva poco, assalirono le carceri, ne sfondarono le porte e portarono in tronfo i due patrioti.

A Milano la notizia delle rivoluzioni scoppiate a Vienna e a Venezia giunse nella notte tra il 17 e il 18 marzo. La mattina del 18 il Podestà di Milano, conte Gabrio Casati, accompagnato da una grande folla si recò al palazzo del governo per chiedere al vice governatore l'abolizione della vecchia polizia austriaca, la formazione di una Guardia Civica milanese, e la libertà di stampa.

Il vice governatore spaventato concesse tutto quel che gli si chiedeva: il popolo lieto delle concessioni ottenute si abbandonò a manifestazioni di gioia sventolando coccarde tricolori. Ad un certo momento un drappello di poliziotti austriaci sparò sulla folla ed uccise un popolano.

Fu questa la scintilla dell'insurrezione, che covava da tempo nell'animo dei milanesi. Si innalzarono ovunque barricate. Tavole, sedie, letti, carri, il selciato delle vie vennero adoperati per costruire queste improvvisate difese. Tutti corsero alle armi. Un solo pensiero fu in tutti: cacciare gli odiati Austriaci.

In cinque eroici giorni di lotta Milano vince un esercito di 14.000 uomini, ben armati e comandato dal maresciallo Radetzky in persona. Per la prima volta in Italia l'invincibile esercito austriaco era battuto in una rivoluzione improvvisata da pacifici cittadini, trasformatisi in valorosi combattenti.

La prima guerra d'indipendenza e le rivoluzioni a Venezia nell'Italia centrale

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La campagna del 1848

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Il 22 marzo 1848 sul giornale torinese Il Risorgimento apparve l'articolo L'ora suprema della Dinastia di Savoia: recava la firma di Camillo Cavour.

Si chiedeva immediata guerra all'Austria: era questo il pensiero di tutti i liberali piemontesi. Cinque ore prima che fosse conosciuta a Torino la notizia che il Radetzky si ritirava da Milano, il Consiglio dei Ministri del Piemonte dichiarava guerra all'Austria. Era il 23 marzo 1848.

Intanto il Radetzky, dopo aver abbandonato Milano, si ritirava lentamente attraverso la Lombardia, senza subire molestie né da forze volontarie né da Piemontesi, che a Pavia aveva varcato il Ticino.

Era stato un errore non colpire le truppe austriache in ritirata. Mancò la decisione e l'iniziativa dei Piemontesi per distruggere gli Austriaci, stanchi ed avviliti dopo le cinque giornate di Milano. Ora essi erano al sicuro nelle fortezze del Quadrilatero (Verona, Peschiera, Mantova, Legnano): qui il Radetzky riunì tutte le guarnigioni già disperse nel Lombardo-Veneto.

Intanto l'esercito piemontese forte di 45.000 uomini, ma scarso di una buona artiglieria d'assedio, attraversava la Lombardia diretto al Mincio.

Un'esplosione di entusiasmo galvanizzò allora tutta l'Italia.

Modena, Reggio, Parma, Piacenza si liberarono dei loro poco amati sovrani e mandarono volontari in soccorso dei fratelli del Lombardo-Veneto.

Il granduca di Toscana, il Papa e lo stesso re delle due Sicilie furono costretti a mandare truppe regolari e a far partire volontari.

Da trenta secoli l'Italia non aveva visto così vivo consenso nella lotta contro un comune nemico.

L'inno di Mameli Fratelli d'Italia risuonò, nei campi di battaglia della Lombardia, pieno di verità e di speranza.

Tuttavia non c'era purtroppo accordo vero e sincero dei principi italiani tra loro. Il granduca di Toscana era in fondo un sovrano austriaco e vedeva con sospetto l'iniziativa piemontese; Ferdinando II temeva addirittura di cooperare all'ingrandimento del Piemonte; il Papa era incero tra l'amor di patria e la funzione di capo universale dei cattolici.

Ai primi di aprile i Piemontesi giunsero sul Mincio e batterono gli Austriaci a Goito, Valeggio, Monzambano. Poi assediarono la più vicina fortezza del Quadrilatero: Peschiera. Carlo Alberto in seguito ordinò ad una parte dell'esercito di portarsi a nord di Verona, fino a Pastrengo, sull'Adige: la battaglia che ne seguì ebbe esito fortunato per i Piemontesi.

Il Papa ormai intendeva disertare: come capo della Cristianità e rappresentante di un Dio di amore aveva cari tutti i popoli e non poteva partecipare ad una guerra contro la cattolica Austria. Il sogno giobertiano sfumava.

Era la prima diserzione, cui seguì poco dopo quella del Re delle Due Sicilie.

Intanto mentre l'esercito piemontese era inchiodato ad assediare Peschiera, rinforzi austriaci (20.000 uomini) giungevano al Radetzky. Questi decise allora di passare all'offensiva: uscì da Mantova per cogliere di sorpresa alle spalle l'esercito piemontese. Ma il 29 Maggio si scontrò a Curtatone e Montanara, sulle rive del Mincio, con i battaglioni toscani, formati in prevalenza da studenti pisani, fiorentini e senesi, giunti volontari sotto la guida dei loro stessi professori. Erano solo cinquemila; ma per tutto un giorno impedirono di passare alle forze austriache del Radetzky, enormemente superiori di numero.

Nel frattempo Carlo Alberto, informato della manovra austriaca, si preparò adeguatamente. A Goito Radetzky fu battuto e costretto alla ritirata: era il 30 maggio.

In quello stesso giorno si arrendeva la fortezza di Peschiera.

Questo fu l'ultimo successo dell'esercito piemontese. Poi gli Austriaci ripresero l'iniziativa, conquistarono Vicenza e batterono a Custoza in una lunga battaglia durata tre giorni (23 - 25 luglio) l'esercito piemontese.

Qui si decise la sorte di questa guerra.

Il disordine organizzativo, che era stato uno degli aspetti negativi dell'esercito piemontese, diventò incredibile. Interi reggimenti rimasero senza viveri. La ritirata fu inevitabile e non si arrestò nemmeno davanti alle mura di Milano. A Vigevano il generale Salasco firmò un armistizio di sei settimane (che prese appunto il suo nome).

Si concludeva così la prima fase della guerra.

Insurrezioni e repubbliche nell'Italia centrale

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L'infelice fine della prima parte della guerra ebbe gravi conseguenze negli altri Stati italiani. Si diffuse dopo la sconfitta piemontese il concetto mazziniano che la guerra va fatta con il popolo per il popolo. Mazzini infatti affermò che la guerra regia è finita, e che incomincia la guerra del popolo.

Venezia, che aveva accettato di far parte del regno di Carlo Alberto, sconfessò questa sua decisione e proclamò di nuovo la repubblica: pieni poteri furono affidati a Daniele Manin. A Roma il papa Pio IX non si sentì più sicuro e si rifugiò a Gaeta presso il re di Napoli: sorse così a Roma la Repubblica romana, che dichiarò finito il potere temporale dei papi. Pio IX reagì con la scomunica e chiedendo aiuto ai sovrani europei.

Leopoldo II di Toscana si vide anch'egli costretto ad abbandonare lo Stato e a cercare rifugio a Gaeta: in sua assenza governò un Triumvirato, di cui il personaggio più autorevole fu Francesco Domenico Guerrazzi.

La campagna del 1849

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In Piemonte nessuno si era rassegnato alla sconfitta: né il Re, né il Parlamento, né la stampa. Così nel marzo del 1849 Carlo Alberto decise di riprendere la guerra.

Ora il Piemonte era veramente solo contro il colosso austriaco: aveva messo su con grandi sacrifici un esercito di 90.000 soldati, ma in gran parte erano ancora reclute inesperte. Il Re, forse riconoscendo di non essere all'altezza della situazione, rinunziò al comando supremo. Si cercò in Francia un abile generale: non si poté ottenerlo. Si ripiegò su un generale polacco, Chrzanowski, ma fu una scelta infelice. Questo piccolo generale, freddo e taciturno, non conosceva l'italiano, né era pratico dei luoghi in cui doveva combattere: inoltre non ispirava fiducia nell'esercito piemontese.

Il piano del generale Chrzanowski era quello di passare con il grosso dell'esercito il Ticino a Nord, marciare su Milano e prendere alle spalle l'esercito del Radetzky, forte di 100.000 uomini.

Il generale Ramorino, noto per le sue idee mazziniane, doveva con la sua divisione presidiare il ponte di Pavia ed impedire il passaggio degli Austriaci. Per leggerezza o tradimento, il Ramorino (poi processato, condannato a morte e fucilato nella cittadella di Torino) lasciò indifeso il ponte: ciò permise al Radetzky di passare senza danni il Ticino a Pavia e di invadere il Piemonte.

Il generale polacco rimase disorientato: era un mediocre. Anziché proseguire nell'azione invadendo il Lombardo-Veneto e sollevandolo contro gli Austriaci, preferì tornare in Piemonte. I Piemontesi si batterono bene nei primi scontri: vinsero a Vigevano, alla Sforzesca; a Mortara furono invece sconfitti: allora il generale polacco decise di concentrare tutto l'esercito a Novara.

Il 23 marzo si combatté la decisiva battaglia: sembrava che all'inizio la vittoria potesse arridere ai Piemontesi, poi la sconfitta si profilò irreparabile. Carlo Alberto, quando si rese conto dei disastro, cercò in ogni modo di morire combattendo; ma la morte non lo prese. Chiese l'armistizio al Radetzky, ma le dure condizioni del nemico gli parvero inaccettabili. Abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II e nella stessa notte partì per l'esilio.

Sul suo volto pallido e magro si leggeva un infinito dolore. A Oporto, in Portogallo, visse ancora per tre mesi. La tragica fine commosse tutti: i suoi errori e le sue debolezze furono perdonati. Lo stesso Mazzini gli perdonò e pose il suo nome tra i martiri del Risorgimento. La sconfitta di Novara (23 marzo) ebbe gravi conseguenze per le città della Lombardia (Como, Bergamo, Brescia) che si erano sollevate. Di esse solo Brescia non depose le armi: assediò la guarnigione del castello e a sua volta fu assediata dalle truppe del feroce generale austriaco Haynau.

La lotta di protrasse casa per casa per dieci giorni: Brescia si coprì di gloria e meritò il nome di Leonessa d'Italia.

Le repressioni, che seguirono dopo la resa, furono di tale ferocia da disonorare per sempre coloro che le compirono: l'Haynau meritò l'odioso nome di iena di Brescia.

La fine delle repubbliche di Roma e di Venezia

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La prima guerra d'indipendenza si era conclusa infelicemente: solo le due repubbliche di Roma e Venezia difendeva ancora ocn ostinata tenacia e valore la loro indipendenza. Roma era retta da un Triumvirato, formato da Mazzini, Saffi e Armellini.

A difesa della Città Eterna erano accorsi volontari provenienti da ogni parte d'Italia: Garibaldi era con loro.

Contro questi valorosi la Spagna, la Francia, l'Austria, il regno delle Due Sicilie mandarono le loro truppe: mazza Europa era contro di loro.

Un esercito francese comandato dal generale Oudinot sbarcò a Civitavecchia il 25 aprile 1849. Il suo esercito venne battuto sul Gianicolo, presso Porta Angelica, e perdette un migliaio di soldati. Eguale sorte ebbero le truppe napoletane battute da Garibaldi a Palestrina e a Velletri. Intanto era giunto un nuovo corpo di spedizione francese di 20.000 uomini. La notte del 3 giugno i Francesi scatenarono un attacco di sorpresa alla città di Roma, cercando di impadronirsi del Gianicolo.

La resistenza dei repubblicani fu eroica.

Dal 3 al 30 giugno i soldati della Repubblica Romana, animati dall'esempio e guidati dal genio militare di Garibaldi, tennero testa alle forze francesi compiendo prodigi di valore. Porta S. Pancrazio, Villa Pamphilly, Villa Corsini, Villa Spada, il Vascello, sono i nomi dei luoghi in cui avvennero i combattimenti.

Morirono insieme a molti altri Enrico Dandolo (21 anni) e Luciano Manara (24 anni), due eroi delle Cinque Giornate di Milano, Goffredo Mameli (21 anni) il giovanissimo poeta-soldato. Il numero soverchiante degli avversari rese alla fine impossibile la resistenza ed ogni sacrificio inutile.

Il 3 luglio mentre le truppe francesi entravano a Roma, Garibaldi insieme alla fedele compagna Anita e con un migliaio di volontari cominciava la leggendaria ritirata attraverso l'Italia Centrale per raggiungere Venezia, dove ancora si combatteva contro gli Austriaci. Quattro eserciti (il francese, l'austriaco, il napoletano, lo spagnolo) gli diedero la caccia. Tra privazioni di ogni genere, Garibaldi raggiunse San Marino e qui sciolse la sua legione. Poi con duecento volontari arrivò a Cesenatico e qui s'imbarcò su alcuni bragozzi per Venezia. Ma le navi erano in agguato, attaccarono i bragozzi e ne presero alcuni: Garibaldi di buttò nella spiaggia e si rifugiò nella pineta di Ravenna. Anita, sfinita dalle sofferenze, spirò tra le braccia di Garibaldi. Inseguito dagli Austriaci, di nascondiglio in nascondiglio, attraversò l'Appennino tosco-emiliano e raggiunse un piccolo porto della Maremma, dove s'imbarcò per l'America.

Era in suo secondo esilio.

Venezia intanto resisteva ancora: fu l'ultima a cedere.

Come a Roma così anche a Venezia erano giunti da ogni parte d'Italia giovani valorosi. Tra essi c'era il generale Guglielmo Pepe, che comandò la difesa della città. La resistenza durò cinque mesi (marzo-agosto 1849). Prima gli Austriaci tentarono di conquistarla per mare senza riuscirvi; poi cercarono di prenderla per terra. Attaccarono Mestre e si impadronirono dopo una lunga lotta del forte di Marghera. Il Radetzky credeva che la città si sarebbe arresa: ed invece resistette.

Fu dato ordine di bombardarla: il 24 giorni caddero su Venezia 23.000 proiettili. Intanto scarseggiavano i viveri, le munizioni e si andavano diffondendo il tifo ed il colera. Quando ogni resistenza diventò impossibile, Venezia capitolò (22 agosto).

L'unica speranza rimane il Piemonte, dove il nuovo Re Vittorio Emanuele II ha conservato lo Statuto ed il Tricolore.

Preparazione alla seconda guerra d'indipendenza

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Le reazioni negli Stati italiani

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Dopo il fallimento dei noti del 1848 e della prima guerra d'indipendenza, si scatenò in tutti gli Stati italiani, eccettuato il regno di Sardegna, la reazione contro i patrioti. Nel Lombardo-Veneto il vecchio maresciallo Radetzky perse ogni senso di misura: governava come un dittatore militare in un paese di conquista. Bastonature, incarceramenti, processi, impiccagioni erano frequenti. Tra i numerosi martiri di questo periodo citiamo il sacerdote mantovano don Enrico Tazzoli, il popolano milanese Amatore Sciesa, il bresciano Tito Speri, Pier Fortunato Calvi. Ma la situazione era peggiore nel Regno delle Due Sicilie: il Re Ferdinando II (detto anche per dispregio Re Bomba), uomo rozzo e brutale. riempì le carceri di 15.000 prigionieri politici, gli uomini migliori del Regno per cultura e onestà. Tra essi citiamo Luigi Settembrini, Antonio Scialoia, Carlo Poerio, Silvio Spaventa. Nel Granducato di Toscana, nello Stato Pontificio, nel Ducato di Modena ed in quello di Parma e Piacenza le persecuzioni dei patrioti erano continue. Nel piccolo Ducato di Parma in soli quattro anni erano stati sottoposti alla pena della bastonatura più di 300 persone. L'odio contro il duca Carlo III crebbe a tal punto che in pieno giorno (il 26 marzo 1855) per le vie della città il sovrano fu pugnalato da un uomo, che riuscì a fuggire. Tutta Parma conosceva il nome dell'assassino, ma nessuno parlò.

Il regno di Sardegna dal 1849 al 1852

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Ben diversa era la situazione nel Regno di Sardegna, il solo paese libero in Italia. Sul trono sabaudo, dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, saliva il figlio Vittorio Emanuele II. Era un giovane non ancora trentenne di temperamento cordiale e simpatico, robusto fisicamente, dotato di grande coraggio, di una volontà inflessibile. La bonarietà e la semplicità del montanaro si mescolavano alla nobile altezza del discendente di una stirpe, che era già illustre quando gli Asburgo d'Austria e gli Hohenzollern di Prussia non erano che ignoti castellani. Vittorio Emanuele II aveva tra le sue migliori qualità un intuito sempre chiaro ed immediato delle situazioni politiche, un buonsenso acuto e realistico. Il giovane re saliva al trono in momenti dolorosi. Cominciava il suo regno con un gran sacrificio: rassegnarsi alla condizione di vinto. Il 28 marzo 1849, accompagnato da pochi ufficiali, si recò a trattare personalmente con il maresciallo Radetzky a Vignale, una località presso Novara. Certamente quest'incontro è una delle scene più grandiose della storia del Risorgimento: da una parte il vecchio e vittorioso maresciallo, dall'altra il giovane sovrano, nuovo al comando e al regno; senza aiuti egli era in potere dell'uomo che aveva vinto suo padre. Il Radetzky proponeva condizioni migliori se il sovrano sabaudo avesse abbandonato il tricolore innalzato dal padre e avesse ritirato lo Statuto. Il giovane Re con felice intuito non accettò le esortazioni e le lusinghe del generale austriaco. E con questa coraggiosa scelta iniziava mirabilmente la sua opera di sovrano, diventava agli occhi di tutti il campione della libertà e dell'italianità. Dopo trattative lunghe e difficili si giunse alla pace con l'Austria (Trattato di Milano): il Piemonte doveva pagare una indennità di guerra di 75 milioni. Il trattato, per avere valore, doveva essere ratificato dal parlamento piemontese. Nella discussione, cui diede luogo, il patriota e storico, Cesare Balbo, che aveva mandato cinque figli in guerra, uno dei quali erano morto gloriosamente a Novara, propose che sarebbe stato dignitoso approvare il trattato in silenzio. Ma non così pensava la maggioranza della Camera dei deputati, che pretendeva invece di riprendere la guerra. Il re allora, per saggio suggerimento del Presidente del Consiglio, Massimo D'Azeglio, sciolse la Camera dei deputati e indisse nuove elezioni, pubblicando contemporaneamente un proclama, che dal luogo in cui fu emanato venne detto proclama di Moncalieri. Questo fece un'immensa impressione: il re invitava gli elettori ad eleggere persone responsabili, capaci di seguire le direttive del governo. In caso contrario il Re sarebbe stato costretto a ritirare lo Statuto. Era un parlar chiaro. E gli elettori compresero ed elessero elementi moderati, che approvarono quasi all'unanimità il trattato di pace, Si chiudeva così un triste periodo e se ne apriva un altro. Diventò presidente del consiglio Massimo Taparelli D'Azeglio. Il Piemonte aprì le porte ai profughi politici di tutt'Italia, furono accolti come fratelli ed ebbero la cittadinanza piemontese. Il D'Azeglio ebbe tanti meriti nella sua abile e saggia attività di Presidente del Consiglio (1849-1852), ma il maggior merito fu senza dubbio quello di aver chiamato a far parte del suo governo, come ministro dell'Agricoltura e poi anche delle Finanze, il conte Camillo di Cavour, che sarà tra gli artefici massimi del Risorgimento.

Camillo Cavour

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Camillo Benso, conte di Cavour, nacque a Torino il 10 agosto 1810, nel palazzo della sua famiglia nobile, al numero 8 dell'attuale via Cavour. Era il figlio secondogenito del ministro di polizia piemontese, il marchese Michele Benso di Cavour. Sin da ragazzo rivelò una grande capacità; era gioviale, chiassoso, piuttosto ostinato, tanto da essere un po' la disperazione dei suoi educatori. Era dotato di una grandissima intelligenza. Fu avviato dal padre alla carriera militare e divenne sottotenente. La polizia sospettò che il giovane Cavour avesse simpatie per le idee liberali e lo sorvegliò. Sdegnato il Cavour nel 1831 prese la decisione di dimettersi da ufficiale. Cavour si mise in quel tempo a viaggiare per l'Europa; in Francia e in Inghilterra conobbe nuove idee politiche ed economiche. Tornato in Piemonte si diede con entusiasmo a trasformare la grande tenuta di Leri, nel Vercellese, in una fattoria modello. Così dava sfogo alla sua ardente sede di azione. Fondò poi una banca, che ebbe prospera vita, e un giornale Il Risorgimento, il primo giornale liberale piemontese. Nel 1848 venne eletto deputato a Torino: così aveva inizio la sua vita politica. Era già un personaggio in vista, quando il D'Azeglio lo chiamò a far parte del suo Ministero. Il Re non aveva in principio molta simpatia per lui. Come ministro dell'Agricoltura e delle Finanze il Cavour propose numerose riforme sia per aumentare la ricchezza del paese, sia per fare del Piemonte un paese moderno ed evoluto a cui tutt'Italia doveva guardare con ammirazione. Nel 1852 il D'Azeglio si dimise e propose al Re di nominare il Cavour Presidente del Consiglio. Così a soli 42 anni egli prendeva nelle sue mani abili le redini dello stato e diventava la mente direttiva di tutta la politica del Piemonte fino al 1859 (il Gran Ministero del Cavour).

La politica interna ed estera del Cavour

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Il Cavour volle che il Piemonte fosse il più forte e più ricco in modo da poter affrontare meglio le prove che lo attendevano. Per questo scopo diede un grande impulso all'agricoltura: volle che si svecchiassero i metodi di lavoro, che si facesse uso dei concimi chimici per aumentare la produzione, che si creassero impianti per l'irrigazione dei campi. Mediante una rete di canali, che presero il nome di canali Cavour, con le acque dei fiumi Po, Dora e Cervo si irrigarono ben 50.000 ettari di terreno. Con l'attivo aiuto del Cavour il Piemonte si trasformò in paese industriale. Per incrementare il commercio, Cavour diede impulso alla marina mercantile e alle costruzioni ferroviarie: nel 1848 esistevano in Piemonte solo 8 Km di ferrovie, nel 1852 se n'erano costruite 819 km. Dovette imporre tasse ai contribuenti e ciò non era gradito a tutti. Oltre che alle feconde opere di pace, il Cavour si dedicò a rendere moderno e ben armato l'esercito, che poteva mettere in campo ben 90.000 uomini. Il grande statista aveva meditato lungamente sulle vicende sfortunate del 1848. Il Piemonte da solo non avrebbe mai potuto vincere l'Austria, anche se avesse avuto l'aiuto del popolo italiano. Il regno sabaudo era un piccolo stato di 5 milioni di abitanti, perciò non poteva affrontare da solo e vincere l'Impero asburgico forte di 38 milioni di abitanti. Bisognava far uscire dall'isolamento il Piemonte, acquistargli amicizie potenti, farlo partecipare alla politica europea, far comprendere all'Europa che esisteva un problema italiano, e che andava risolto. La sua grande idea era inserire il problema italiano nella politica europea, trasformare il problema italiano in un problema europeo.