Francesco Petrarca (superiori)

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lezione
Francesco Petrarca (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 50%.

Francesco Petrarca è il primo scrittore italiano consapevole del proprio ruolo, nonché prototipo di umanista: grande importanza ha infatti il suo rapporto con i classici, precursore dell'attività filologica che caratterizzerà successivamente l'umanesimo.

Importante è anche la rivendicazione da parte sua della dignità di poesia e letteratura, che egli considerava pari a quella di discipline come matematica e medicina, scontrandosi di conseguenza con gli esponenti della filosofia aristotelica e della medicina.

Le sue opere sono prevalentemente scritte in latino, mentre il volgare, che per la sua giovane età non può vantare i consolidati canoni di espressione erudita che il latino invece ha ereditato da scrittori come Cicerone e Virgilio, è usato con meno spontaneità ed estrema cautela.

Il poeta nacque ad Arezzo il 20 Luglio 1304. In Francia, dove si trasferisce con la famiglia nel 1312, inizia gli studi di diritto civile (1316), che completa alla prestigiosa università di Bologna nel 1320.

Il 6 Aprile 1327 (a sua detta) incontra Laura nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone,donna che amerà per tutta la vita. Tre anni dopo, per ovviare alle proprie esigenze intellettuali ed economiche, prende gli ordini minori; al servizio della famiglia Colonna compie diversi viaggi in Europa, per poi tornare in Francia (Valchiusa), dove scrive l' Africa e il De viris illustribus, che gli frutteranno l'incoronazione poetica a Roma nel 1340.

Il 6 Aprile 1348 (sempre secondo il poeta) Laura muore di peste.

Muore ad Arquà il 19 Luglio 1374.

Le opere[modifica]

L'epistolario[modifica]

Galvanizzato dal reperimento delle Lettere ad Attico di Cicerone nella cattedrale di Verona (1345), ma ispirandosi anche a Seneca, anche Petrarca decide di raccontare la sua vicenda autobiografica in un epistolario. Ivi ordina e cataloga lettere tutte scritte in latino e di dubbia attendibilità storico-cronologica in diverse raccolte:

  • Familiares: trattasi di 350 lettere raccolte in 24 libri subito dopo la scoperta delle Lettere ad Attico.
  • Sine Nomine: 19 lettere scritte tra il 1342 e il 1358.Non riportano il destinatario per prudenza, visto il loro contenuto politico e ideologico.
  • Seniles: 128 lettere in 18 libri la cui stesura è collocata tra il 1361 e il 1366. Sebbene esclusa dalla raccolta per scelta dell'autore, spicca per importanza la Posteritati, il cui intento è dare un'immagine esemplare del poeta senza dare troppo peso alla distinzione tra vero e falso.
  • Variae: lettere escluse dalle altre due raccolte, messe insieme dopo la morte dell'autore.

A parte, possono essere considerate;

  • Epistolae Metricae: formate da 66 lettere in versi.

In parte deluso da Cicerone per via della sincerità con cui egli nelle epistole mette a nudo anche le sue debolezze, Petrarca non ripeterà lo stesso errore, ritoccando la realtà in base alle sue esigenze espressive nei confronti del prossimo...

Africa[modifica]

Iniziato nel 1337, l'Africa è un poema epico-storico, scritto in esametri. Il tema principale è l'esaltazione di Scipione l'Africano e delle sue gesta, nonché della civiltà di Roma antica. Per la composizione di quest'opera il Petrarca assunse a modello l'opera di Tito Livio, gli "Ab urbe condita libri", opera restaurata dal Petrarca stesso, e quella di Virgilio (Eneide). Il poeta curò finemente l'opera in questione, mediante la quale aspirava a quella gloria letteraria che invece la posterità gli assegnò, suo malgrado, grazie ai rerum vulgarium fragmenta. L'Africa è un'opera incompiuta, e presenta, oltre a numerose lacune negli ultimi libri, alcune imprecisioni metriche. L'Africa è un poema epico in esametri latini composto da Francesco Petrarca. È composto da nove libri, con lacune al IV e al IX libro ed è dedicato al re di Napoli Roberto d'Angiò.

È la più importante opera latina di Petrarca, per la quale fu incoronato poeta in Campidoglio. Il poeta Petrarca la considerava il suo capolavoro assoluto (ben più valido del Canzoniere secondo i contemporanei), infatti gli valse grande fama in tutta Europa sebbene ne fosse stata divulgata solo una minima parte.

L'argomento è la Seconda guerra punica, in particolare la biografia di Scipione l'Africano, che sconfigge Annibale invadendo l'Africa in risposta alla sua invasione dell'Italia. La narrazione si concentra in quello che fu uno dei momenti più epici della storia repubblicana di Roma, dalla partenza di Scipione per l'Africa alla vittoria di Zama.

La stesura del poema fu in due fasi: una prima scritta a Valchiusa dopo la prima visita di Petrarca a Roma (1337); una parte del poema fu scritta, durante i suoi viaggi, a Selvapiana, nei pressi di Canossa, ospite di Azzo da Correggio, signore del luogo. La bozza del poema fu invece completata nel 1343 e da allora revisionata e migliorata quasi fino alla morte del poeta, che durante la sua vita non lo volle rendere mai pubblico, forse perché lo giudicava ancora troppo imperfetto, e che venne pubblicato solo un trentennio dopo la sua morte, nel 1397: solo i 34 versi sulla morte di Magone vennero divulgati dal poeta.

Quest'opera ha un particolare valore storico perché contiene le idee del poeta sulla storia romana e allo stato contemporaneo dell'Italia. Il valore poetico ed estetico generale viene invece oggi definito come scarso, per via dell'ossequiosa lezione del testo di Livio che il Petrarca seguì pedissequamente creando una sorta di storia versificata, talvolta arida e fredda.

I due episodi più notevoli restano comunque la morte di Magone, fratello di Annibale, narrata in maniera elegiaca con toccanti accenni alla vanità delle cose, e la tragica storia d'amore di Sofonisba, di profonda tristezza.

La prima edizione a stampa fu curata a Venezia nel 1501.

Secretum[modifica]

Maggiore adesione al reale si può invece trovare nel Secretum (De secreto conflictu curarum mearum), una sorta di diario personale e segreto, appunto, in latino al quale Petrarca affida la sua fragilità ed i suoi più intimi tormenti sotto forma di dialogo tra lui e S. Agostino, autore delle Confessioni ispiratrici del libello. Traspare comunque l'almeno parziale riluttanza del poeta a considerarsi unico destinatario dell'opera, ad esempio per il fatto che l'autore opera anche nel Secretum una delle sue frequenti correzioni cronologiche datandolo al 1342-43 a fronte di una stesura postuma di cinque anni. Scritta tra il 1347 ed il 1353, ed in seguito riveduta, è un dialogo immaginario in tre libri tra il poeta stesso e Sant'Agostino, alla presenza di una donna che simboleggia la Verità. Quale esame di coscienza personale esso affronta temi intimi del poeta e per questo non era stato concepito per la divulgazione (da cui il titolo Secretum)

Il primo libro tratta del male in generale e conclude, secondo il pensiero appunto agostiniano, che esso non esiste, ma è causato da un'insufficiente volontà di bene, causata dalle passioni terrene che intorpidiscono lo spirito.

Nel secondo libro vengono analizzati i sette peccati capitali e Sant'Agostino si sofferma proprio sull'accidia, il male che più tormenta il poeta. Il santo capisce che per eliminare questo male bisognerebbe strapparlo alla radice, ma inizialmente non riesce a trovare una soluzione effettiva al problema.

Nel terzo si esaminano altre due passioni del poeta, in particolare l'amore per Laura e l'amore per la gloria, considerate le due più gravi indoli di Petrarca: per quanto il poeta dia ragione a Sant'Agostino che gli consiglia di rinunciarvi egli però non sa come poter farne a meno.

Per quanto riguarda la figura di Sant'Agostino c'è da fare una precisazione: egli costituisce la controparte critica della mente petrarchesca, scava ed indaga dentro la mente del poeta mettendo in luce le sue debolezze e spronandolo a superarle. Per questo verso il lavoro di Sant'Agostino può essere paragonato all uso della maieutica di Socrate per il fatto che comunque egli porti alla luce la verità (in questo caso le debolezze dell'animo del Petrarca) tramite un dialogo con costui. Ed è ciò che anche Socrate faceva: egli, tramite opportune domande, spingeva l'interlocutore a giungere al concetto richiesto senza che ci girasse attorno o cercasse di sviare in altri argomenti. C'è infine da puntualizzare una differenza che intercorre tra Socrate e Sant'Agostino: per il primo la verità è frutto di una ricerca continua, associata con gli uomini, mentre per Sant'Agostino esiste una verità suprema ed indiscutibile che non si guadagna tramite un confronto tra due persone: la verità di Dio.

Il Canzoniere[modifica]

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Ma la sua opera di maggior rilievo è il Canzoniere, una raccolta di 365 componimenti(316 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine 7 ballate e 4 madrigali più un sonetto proemiale). La critica tradizionale ha sottolineato la bipartizione del canzoniere in due parti: la prima, contenente le rime "in vita di madonna Laura", e la seconda, contenente le rime "in morte di madonna Laura". In realtà, l'interpretazione tradizionale non è del tutto corretta, in quanto il Petrarca non volle affatto dividere in tal modo i suoi frammenti d'opere in volgare. Basti considerare il seguente fatto: la seconda parte del Canzoniere inizia col componimento CCLXIV, scritto quando il Petrarca non era ancora venuto a conoscenza della morte della sua amata. Il primo componimento in cui si evince che Laura è morta è il CCLXVII. Tuttavia, è innegabile che nella seconda parte i temi della morte, della fugacità delle cose umane e della caducità della vita siano predominanti.


Le tematiche principali sono l'amore per Laura, che divide il poeta tra la passione non corrisposta e la dedizione a Dio, la precarietà della vita, sulla quale riflette in seguito alla morte della donna, nonché il rapporto col tempo e col paesaggio, in cui luoghi fisici tendono a sconfinare nella fantasia letteraria diventando tòpoi; senza trascurare la politica, specialmente per quanto riguarda la denuncia verso l'immoralità della chiesa. Manoscritti

Esistono quattro principali testimoni: il manoscritto Vaticano Latino 3196, il cosiddetto "Codice degli abbozzi" in quanto contenente versioni non definitive e ricche di correzioni, ed il 3195, definitivo, composto tra il 1366 e il 1374 (anno di morte del Petrarca), con alcune poesie mancanti rispetto al 3196. Entrambi i manoscritti possono essere catalogati come idiografi/autografi, in quanto scritti in parte dalla mano di Petrarca, in parte da quella dello scriba suo discepolo Giovanni Malpaghini (cfr. a tal proposito Vat. Lat. 3195, c.62r in cui sono riscontrabili le due grafie: Malpaghini per C.317 - 318, Petrarca per C.319 - 320). La mano del Malpaghini è fondamentale in quanto darà vita alla "redazione Giovanni" (Gv), considerabile come strato evolutivo intermedio essenziale per comprendere l'evolversi dell'opera.

Ad essi vanno collegati i testimoni più autorevoli della tradizione, che attestano, prima della conclusione del lavoro nella versione definitiva affidata al Vaticano latino 3195, il passaggio attraverso forme, raccolte, e tre "edizioni" principali consegnate a tre manoscritti: il codice Chigi L V 176, il Laurenziano XLI 17, il Queriniano D II 21.

La vastità delle testimonianze manoscritte del Canzoniere ha comportato un'oggettiva difficoltà nella definizione del testo critico. L’originale del Canzoniere (Vat. lat. 3195) è stato riprodotto diplomaticamente da Ettore Modigliani [1]. Di esso ha procurato l’edizione critica Giuseppe Savoca (Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, Firenze, Olschki, 2008. ). [modifica] Le stampe

(Per concessione dell'autore, le informazioni di questo paragrafo sono tratte da:

La prima edizione a stampa del Canzoniere (insieme ai Trionfi) si ebbe nel 1470 a Venezia presso il tipografo tedesco Vindelino da Spira. Di questa editio princeps sopravvivono presso biblioteche italiane, europee e americane, meno di 30 esemplari.

Nelle diecine di altre stampe del Petrarca volgare fatte in tutta Italia nell'ultimo trentennio del Quattrocento si distingue per il suo notevole valore filologico quella del 1472, approntata dall'editore padovano Bartolomeo Valdezocco (Bortolamio Valdezoco) [2]. Questa edizione (nonostante gli errori di lettura e trascrizione) si rivela condotta direttamente sull'originale vaticano (o su un esemplare per la tipografia derivato dall’originale). Rispetto alla princeps la Valdezoco, seguendo abbastanza attentamente il manoscritto originale, introduce una punteggiatura limitata a tre segni: «.»,«:», «?».

Recenti ricerche hanno consentito di accertare che la parola canzoniere è presente, con specifico riferimento ai Rerum vulgarium fragmenta, «già in documenti precedenti al 1484».

Fondamentale, per la costituzione della vulgata petrarchesca, è stata l'edizione uscita a Venezia dalla tipografia di Aldo Manuzio nel 1501, la cosiddetta "Aldina". L'edizione veniva presentata dall'editore come fondata sull'originale del poeta, ma in realtà essa riproduceva una copia manoscritta del Canzoniere approntata da Pietro Bembo, e pervenutaci come codice Vat. lat. 3197, che non deriva direttamente dall'originale. Le cose volgari di messer Francesco Petrarcha del 1501 (basate sul 3197) furono poi, con variazioni, ripubblicate da Aldo nel 1514 come Il Petrarcha.

Editore di grande scrupolo e rigore filologico fu certamente nel '600 monsignor Federico Ubaldini che, senza apporvi nemmeno il proprio nome, pubblicò nel 1642 a Roma, in una forma diplomatica tuttora esemplare, Le Rime di M. Francesco Petrarca estratte da un suo originale (le carte del Vat. lat. 3196).

Tra le edizioni successive da citare è quella curata dall'abate Antonio Marsand (Le Rime del Petrarca, 2 voll., Padova, Tipografia del Seminario, 1819-1820), più che per il valore filologico, per essere l'edizione a cui si rifà esplicitamente Giacomo Leopardi [3], seguendola «in ogni cosa», «eccetto solamente nella punteggiatura». Una citazione chiarifica l’intelligenza filologica di Leopardi, quando si riferisce alla canzone CXXIX, v. 63:

In questo volume ci siamo discostati una volta dalla edizione del professore Marsand, e ciò è nell'infrascritto passo… «Poscia fra me pian piano: // Che sai tu lasso? forse in quella parte // Or di tua lontananza si sospira: // Ed in questo pensier l’alma respira.»

"Che sai tu lasso?" è la lettura corretta. Ma le tre edizioni seguite dal Marsand, in cambio di "che sai", riportano "che fai", lezione priva di significato. Leopardi apportò dunque la modifica solo per gusto poetico, senza aver mai avuto la possibilità di leggere l'originale petrarchesco.

Dopo Leopardi, una svolta decisiva nella filologia petrarchesca si ebbe nel 1886, quando venne riconosciuto, dal De Nolhac e dal Pakscher, nel codice Vat. lat. 3195 l'originale del Canzoniere. Dieci anni dopo (1896) usciva a Firenze l'edizione di Canzoniere e Trionfi dovuta a Giovanni Mestica [4]. Nel 1899 anche Giosuè Carducci e Severino Ferrari pubblicavano le sole rime del Canzoniere.

Qualche anno dopo, nella ricorrenza del sesto centenario della nascita di Petrarca, Giuseppe Salvo Cozzo, giudicando una sciocca pretesa quella di pensare di «rimodernare l'ortografia», pubblicava un'edizione del Canzoniere [5] basata sull'originale, e che si proponeva di «conservare al testo la sua fisonomia», collazionando anche le principali varianti tra l'originale e le edizioni del Mestica e di Carducci-Ferrari.

Porta la data editoriale del 1904, ma in realtà uscì nel maggio del 1905, la trascrizione diplomatica dell'originale che la Società Filologica Romana aveva affidato a Ettore Modigliani. Questa edizione (pregevole, ma non priva di numerosi errori e di sviste, specie per quanto riguarda l’interpunzione) è tuttora un autentico contributo per la conoscenza dell'originale, ma ha finito, sulla base dell’erroneo presupposto che esso fosse un documento perfettamente aderente al testo trascritto, per esimere gran parte dei filologi e degli editori dallo studio diretto del codice vaticano. A questo distacco dall'originale ha concorso (anche se in misura minore) la riproduzione fototipica dell'originale curata per la Biblioteca Vaticana da monsignor Marco Vattasso nel 1905. Da citare anche le edizioni di Chiòrboli (1924 e 1930).

Il testo di maggiore risonanza nell'editoria del Canzoniere nel secondo Novecento è, senza dubbio, quello approntato da Contini per le edizioni Tallone nel 1949 (ripubblicato per Einaudi nel 1964). Il testo di Contini tanto nella prima quanto nelle successive edizioni dipende totalmente dall’edizione diplomatica di Modigliani, dalla quale gli derivano direttamente numerosi errori di lettura e di trascrizione [6].

Gli editori e gli autorevoli commentatori post-continiani (da Ponte a Dotti, da Fenzi e Santagata a Bettarini, ecc.) hanno tutti accettato il testo di Contini, talvolta correggendone sviste ed errori di stampa, e anche variandone in qualche luogo l’interpunzione, ma senza contestarne mai le soluzioni di base.

Nel 2008 Giuseppe Savoca ha pubblicato un'edizione critica basata sull’originale. Questa edizione riconduce la punteggiatura al sistema "punto, virgola, punto interrogativo",[7] apportando modifiche (rispetto all'edizione Contini e successive) a 3685 versi (dei 7785 che compongono il Canzoniere), a 1542 parole (delle oltre 57.000 del corpus), per un totale di oltre 8000 interventi [8]. Savoca cataloga inoltre le 8472 varianti rispetto ai testimoni più accreditati: il Codice degli abbozzi (Vat. lat. 3196), il Chigiano (L V 176), il Laurenziano (XLI 17), e il Queriniano (D II 21) [9]. [modifica] Il testo

La raccolta comprende 366 componimenti: 317 sonetti, 29 canzoni, 9 sestine, 7 ballate e 4 madrigali [NB.- non raccoglie tutti i componimenti poetici del Petrarca, ma solo quelli che il poeta scelse con grande cura, altre rime (extravagantes) andarono perdute o furono incluse in altri manoscritti]. La maggior parte delle rime del Canzoniere è d'argomento amoroso, una trentina sono di argomento morale, religioso o politico.

Sono celebri le canzoni Italia mia e Spirto gentil nelle quali il concetto di Patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie. Fra le canzoni più celebri ricordiamo anche Chiare, fresche e dolci acque e tra i sonetti Solo et pensoso i più deserti campi.

La raccolta è stata divisa dagli editori in due parti: rime in vita e rime in morte di Madonna Laura. In realtà il Petrarca compose il Canzoniere dopo il 1348, includendovi rime già composte sia per Laura, sia per altre donne (ed attribuendo queste ultime a Laura), stendendo altre rime che finse di aver scritto quando l'amata era ancora in vita ed aggiungendone altre ancora, in modo da rappresentare Laura come l'unico puro amore terreno. [modifica] Poetica

L'amore non corrisposto per Laura, incontrata per la prima volta il 6 aprile 1327, è il fulcro della vita spirituale del Petrarca; il poeta credeva infatti che, sulla base dei propri studi sui classici, tutto divenisse spontaneamente letteratura. Da tale sostrato letterario ha origine la grande poesia petrarchesca. Con il Petrarca la letteratura diventa maestra di vita e nasce la prima lezione dell'umanesimo. In Petrarca si avverte la ricerca della serenità. Lo sconforto, il dolore, la volontà di pentimento, divengono speranza; il pianto per la morte della donna amata si placa nell'immagine di Laura che scende consolatrice dal cielo.

Nella poesia del Petrarca la descrizione dei sentimenti trova riscontro o contrapposizione nel paesaggio. Il Petrarca perfezionò le forme della tradizione lirica medievale, dai provenzali prese il metro (la sestina) e ne rielaborò i modi poetici. Anche la raffigurazione della donna amata si inquadra nella tematica provenzale: Laura è la donna a cui il poeta rende omaggio e costituisce il fulcro ideale intorno al quale si dispone la vita sentimentale del poeta. Presa a modello di virtù e di bellezza non ha nulla di sovrumano; anzi, matura negli anni attraverso il Canzoniere. La sua figura, i suoi tratti umani, i begli occhi, le trecce bionde, il dolce riso, sono ispirati a personaggi reali. L'immagine di Laura è probabilmente quella di una cantatrice attiva in Veneto nella seconda metà del XIV secolo[10].

La seconda parte del Canzoniere si chiude con la canzone Alla Vergine, nella quale il poeta implora perdono ed esprime un intenso desiderio di superare ogni conflitto, di trovare finalmente la pace. E "pace" è appunto l'ultima, emblematica parola della canzone, la parola che chiude e suggella il libro.


Il Canzoniere si divide fra "rime in vita" e "rime in morte" di Laura. Il Canzoniere è un'autobiografia spirituale del poeta, come le Confessioni di sant'Agostino, scrittore e teologo che fu modello spirituale e religioso per Petrarca. Il tema dominante è il "dissidio interiore" che il poeta prova tra l'attrazione verso i piaceri terreni e l'amore per Laura, e la tensione spirituale verso Dio. Dall'idea di amore-peccato del primo sonetto ("in sul mio primo giovenile errore") il poeta giunge alla conclusione del Canzoniere con la canzone alla Vergine ("Vergine bella che di sol vestita") : è una palinodia religiosa che chiude l'opera secondo una parabola spirituale ascendente tipicamente medievale. A questo proposito il critico Gianfranco Contini ha definito il Canzoniere una "storia sacra di un amore profano". Frequenti sono i riferimenti biblici e spesso il verso petrarchesco ricalca passi della Bibbia come nel sonetto LXXXI ("io son sì stanco") dove ad esempio il verso "O voi che travagliate, ecco 'l camino" riprende il Vangelo di Matteo (XI,28) e la terzina finale ("Qual grazia, qual amore o qual destino/ mi darà penne in guisa di colomba/ ch'io mi riposi e levimi da terra?") riprende il salmo LIV,7. Petrarca si sente smarrito tra realtà e sogno ("Di pensier in pensier, di monte in monte"), immerso nell'angosciosa solitudine ("O cameretta che già fosti un porto"), ricercatore di un isolamento dal mondo ("Solo et pensoso"), aspiratore ad una dimensione spirituale che però è difficile da conquistare ("Padre del ciel", "Movesi il vecchierel"). Egli riconosce, già alla fine del primo sonetto, che frutto del suo seguire le vanità terrene sono la vegogna, il pentimento e il riconoscere che "quanto piace al mondo è breve sogno", riecheggiando così il biblico "vanitas vanitatum" ("vanità delle vanità") dell'Ecclesiaste.

Altri temi presenti nel Canzoniere sono la condanna della corruzione della curia papale ad Avignone ("Fiamma dal ciel su le tue trecce piova", CXXVI) e l' esaltazione delle virtù italiche nelle canzoni "Spirto gentil" e "Italia mia". Nella prima Roma è portata ad esempio e modello di civiltà per i corrotti contemporanei, nella seconda i reggenti le Signorie italiane sono invitati a chiamare a raccolta il popolo, erede delle virtù romane ("Latin sangue gentil") contro i soldati mercenari germanici discendenti dai barbari sconfitti dai Romani ("Vertù contra furore/prenderà l'arme....."). [11] [12] [13]

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