Divina Commedia - Inferno - XV Canto (superiori)

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search
lezione
Divina Commedia - Inferno - XV Canto (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Il Quindicesimo Canto dell' Inferno di Dante Alighieri si svolge nel terzo girone del settimo cerchio, ove sono puniti i violenti contro Dio, natura e arte; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Lettura e Parafrasi del Canto[modifica]

Brunetto Latini
Brunetto (quasi sempre Burnetto nei documenti) era figlio di Buonaccorso e nipote di Latino Latini, appartenente ad una nobile famiglia toscana. La datazione approssimativa della nascita all'inizio degli anni Venti si desume dal fatto che nel 1254 ricoprì l'incarico di scriba degli anziani del comune di Firenze. Le fonti storiche e una serie di documenti autografi testimoniano la sua attiva partecipazione alla vita politica di Firenze. Come egli stesso narra nel Tesoretto, fu inviato dai suoi concittadini alla corte di Alfonso X di Castiglia, per richiedere il suo aiuto in favore dei guelfi. Tuttavia (sempre secondo il poemetto) la notizia della vittoria dei ghibellini a Montaperti (4 settembre 1260) costrinse Brunetto all'esilio in Francia.

Qui dimorò per sette anni tra Montpellier, Arras, Bar-sur-Aube e Parigi, esercitando (come già a Firenze) la professione di notaio, come testimoniano gli atti da lui stesso rogati.

I cambiamenti politici conseguenti alla vittoria di Carlo I d'Angiò a Benevento su Manfredi di Svevia consentirono il ritorno di Brunetto in Italia. Nel 1273 fu risarcito del torto subito, con il titolo di Segretario del Consiglio della repubblica, stimato ed onorato dai suoi concittadini.

La sua influenza divenne tale che a partire dal 1279 si trova a malapena nella storia di Firenze un avvenimento pubblico importante al quale Brunetto non abbia preso parte.

Nel 1280 contribuì notevolmente alla riconciliazione temporanea tra guelfi e ghibellini detta "pace del Cardinal Latino".

Più tardi (1284) presiedette il congresso dei sindaci in cui fu decisa la rovina di Pisa.

Nel 1287 Brunetto Latini fu elevato alla dignità di Priore. Questi magistrati, in numero di dodici, erano stati previsti nella costituzione del 1282. La sua parola si faceva frequentemente sentire nei Consigli generali della repubblica. Era uno degli arringatori, od oratori, più frequentemente designati.

Conservò integre le sue facoltà anche in età avanzata e morì nel 1294 (come scrive il Villani) o nel 1295 (come affermato da altre fonti), lasciando una figlia, Bianca Latini, che nel 1248 aveva sposato Guido Di Filippo De' Castiglionchi.

La tomba di Brunetto Latini è stata ritrovata nella chiesa di Santa Maria Maggiore di Firenze, ed è segnalata da un'antica colonnetta nella cappella a sinistra dell'altare maggiore.

Nel Canto XV dell'Inferno Dante lo incontra tra i sodomiti, violenti contro Dio nella natura. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio; Dante e Virgilio camminano su un piano rialzato rispetto alla landa desolata in cui i dannati procedono. Dante, che era stato allievo di Brunetto, è profondamente scosso, e non nasconde verso il maestro una persistente ammirazione. Brunetto è il primo nell'opera a toccare fisicamente il poeta, tirandolo per la veste.


Contrappasso
I dannati sono costretti a camminare continuamente, senza alcuna sosta su sabbia infuocata e a subire sui loro corpi la violenza provocata dalla pioggia di fuoco che si abbatte su di loro. La legge del contrappasso è in parte per analogia, in quanto loro subiscono violenza sui loro corpi così come loro hanno fatto in vita contro i loro simili e contro la natura; questo tipo di violenza ora la subiscono infatti su tutto il corpo: a cominciare dalla pianta dei piedi (a causa della sabbia infuocata) fino al capo (a causa della pioggia di fuoco).

Se loro dovessero fermarsi anche solo per un momento (cfr. Inferno, Canto XV) non avrebbero più la possibilità di schermirsi la faccia, cioè di bloccare le fiammelle che arrivano in faccia per 100 anni, continuando a correre in eterno (la durata della corsa non è dettata dalla ulteriore pena ma dal fatto che la pena della corsa è eterna).

Testo Parafrasi
Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 3
Ora uno degli argini rocciosi
ci porta lontani dalla selva;
e il fumo del Flegetonte fa ombra di sopra,
così che protegge dal fuoco l'acqua e gli argini stessi.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 6
Come i Fiamminghi fra Wissant e Bruges
erigono dighe per tener lontana la marea,
temendo che le onde si avventino contro di loro;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta: 9
e come fanno i Padovani lungo il Brenta
per difendere le loro città
e i castelli prima che la Carinzia
senta il caldo (si sciolgano le nevi):
a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro felli. 12
così erano costruiti quegli argini,
anche se il costruttore,
chiunque fosse, non li aveva
eretti così alti e grossi.
Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 15
Ormai ci eravamo allontanati
dalla selva tanto che non l'avrei
più vista se anche mi fossi voltato,
quando incontrammo d’anime una schiera
che venìan lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera 18
quando incontrammo una schiera
di anime che veniva lungo l'argine
e ognuna di esse ci
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna. 21
guardava come si osserva qualcuno
in una sera di novilunio;
e strizzavano gli occhi verso di noi
come fa il vecchio sarto
per infilare l'ago nella cruna.
Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!». 24
Mentre i dannati mi scrutavano in tal modo,
fui riconosciuto da uno che mi prese per il lembo
della veste e gridò: «Che meraviglia!»
E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcai li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese 27
E io, quando lui tese verso di me il suo braccio,
fissai il suo volto così
la conoscenza sua al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?». 30
che non potei non riconoscerlo,
benché fosse tutto bruciato, e avvicinando la mano
al suo viso risposi: «Voi siete qui, ser Brunetto?»
E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia». 33
E lui: «Figlio mio, non dispiacerti se Brunetto Latini
torna un po' indietro con te
e lascia proseguire la schiera (dei dannati)».
I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco». 36
Io gli dissi: «Ve ne prego con tutte le mie forze;
e se volete che io mi trattenga con voi lo farò,
purché acconsenta costui che mi guida».
«O figliuol», disse, «qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 39
Lui disse: «Figliolo, se un dannato di questo gruppo
si arresta un solo istante, poi deve giacere cent'anni
senza potersi riparare quando il fuoco lo ferisce.
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni». 42
Perciò prosegui: io ti seguirò
e poi raggiungerò la mia schiera,
che va piangendo la sua dannazione eterna».
I’ non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada. 45
Io non osavo scendere dall'argine
per andare insieme a lui;
ma tenevo il capo chino,
come un uomo che dimostra la sua deferenza.
El cominciò: «Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?». 48
Lui cominciò: «Quale fortuna o destino
ti porta quaggiù prima della tua morte?
e chi è costui che ti fa da guida?»
«Là sù di sopra, in la vita serena»,
rispuos’io lui, «mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena. 51
Io gli risposi: «Lassù, nella vita serena,
mi sono smarrito in una valle prima
che la mia vita raggiungesse il suo culmine.
Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’io in quella,
e reducemi a ca per questo calle». 54
Solo ieri mattina ne sono uscito:
mi apparve costui (Virgilio),
mentre ci stavo rientrando,
e mi riporta a casa per questo cammino».
Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorioso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella; 57
E lui a me: «Se tu segui la tua stella,
non puoi non raggiungere i tuoi obiettivi letterari
e politici, se ho inteso bene quando ero in vita;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto. 60
e se non fossi morto precocemente,
vedendo che il cielo era così ben disposto
verso di te ti avrei aiutato a compiere la tua opera.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno, 63
Ma quell'ingrato e maligno popolo
che è disceso anticamente da Fiesole (i Fiorentini)
e conserva ancora la rozzezza dei montanari,
ti si farà, per tuo ben far, nimico:
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico. 66
diventerà tuo nemico per le tue buone azioni:
e ne ha ben donde, poiché non è opportuno
che il dolce fico nasca tra i frutti agri.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 69
Un vecchio proverbio li definisce ciechi;
è gente avara, invidiosa e superba:
cerca di preservarti dai loro costumi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 72
La tua fortuna ti riserva tanto onore
che entrambe le parti (Bianchi e Neri)
vorranno sfogare il loro odio contro di te,
ma l'erba sarà lontana dal caprone.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame, 75
Le bestie di Fiesole (Fiorentini)
si divorino tra loro e non tocchino la pianta,
ammesso che ne nascano ancora nel loro letame,
in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta». 78
in cui rivive la santa semenza di quei Romani
che restarono a Firenze quando fu fondato
il nido di tanta malvagità».
«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,
rispuos’io lui, «voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando; 81
Io gli risposi:
«Se potessi esaudire ogni mio desiderio,
voi sareste ancora tra i vivi;
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora 84
poiché nella mia mente è ben presente,
e ora mi commuove, la cara
e buona immagine paterna di voi quando nel mondo
m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna. 87
mi insegnavate di quando in quando
come l'uomo acquista fama eterna:
e finché vivrò la mia lingua esprimerà
quanto ciò mi sia gradito.
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo. 90
Io prendo nota ciò che narrate della mia vita,
e mi riservo di farmelo spiegare insieme
a un'altra profezia (di Farinata)
da una donna (Beatrice)
che saprà farlo, se arriverò sino a lei.
Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscienza non mi garra,
che a la Fortuna, come vuol, son presto. 93
Io voglio che vi sia chiaro
che sono pronto a ciò che la fortuna mi riserva,
purché non mi rimorda la coscienza.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra». 96
Tale profezia non è nuova al mio orecchio:
dunque la fortuna giri pure la sua ruota come vuole,
e il contadino ruoti la sua zappa».
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro, e riguardommi;
poi disse: «Bene ascolta chi la nota». 99
Il mio maestro (Virgilio) allora si voltò
indietro sulla destra e mi guardò, dicendo poi:
«È buon ascoltatore chi prende
nota di ciò che gli vien detto».
Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi. 102
Non per questo smisi di parlare con ser Brunetto,
e gli domandai chi fossero i suoi compagni
di pena più importanti.
Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo sarìa corto a tanto suono. 105
E lui a me: «È bene conoscerne qualcuno:
degli altri sarà preferibile tacere,
perché occorrerebbe troppo tempo
a elencarli tutti.
In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci. 108
Sappi insomma che furono tutti chierici
e importanti letterati di gran fama,
la cui vita fu lercia
dello stesso peccato (sodomia).
Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama, 111
Prisciano va con quella brutta schiera,
e anche Francesco d'Accorso;
e se avessi desiderio di vedere un tale sudiciume,
colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi. 114
potresti vedere colui che il servo
dei servi (Bonifacio VIII) trasferì da Firenze a Vicenza,
dove morì e lasciò i suoi sensi
protesi al vizio.
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione. 117
Ti direi di più, ma il cammino
e il discorso non possono prolungarsi,
poiché vedo levarsi
là nuovo fumo dal sabbione.
Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio». 120
Arrivano anime con la cui schiera
non devo mescolarmi. Ti sia raccomandato
il mio Trésor nel quale ho ancora fama,
e non chiedo altro».
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro 123
Poi si voltò e sembrò uno di quelli
che corrono il palio a Verona
per il drappo verde, nella campagna;
quelli che vince, non colui che perde. 124 e sembrò il vincitore, non il perdente.

Analisi del Canto[modifica]

I sodomiti - versi 1-21[modifica]

Dante e Virgilio stanno camminando su uno dei due argini di pietra del fiume Flegetonte, unica zona del girone a non essere tormentata dalle fiamme del terzo girone del VII cerchio, quello dei violenti contro Dio e contro la natura. I vapori che il fiume sprigiona infatti spengono le fiammelle. Per descrivere gli argini Dante li paragona a quelli dei fiamminghi tra Wissant e Bruges, italianizzati come Guizzante e Bruggia (non a caso forse due nomi che evocano il concetto di fiamma), e a quelli che i padovani hanno per difendere le loro città ("ville") e castelli dalle piene del Brenta quando dalla Carinzia ("Carentana", intesa però come tutte le Alpi Carniche) si sciolgono le nevi per il caldo; e il poeta sottolinea che però gli argini infernali non sono grandi.

Dopo aver visto un bestemmiatore nel canto precedente (Capaneo), questo e il prossimo canto sono dedicati ai sodomiti cioè coloro che ebbero rapporti "contro natura". Essi corrono nudi senza sosta sul "sabbione" infuocato e sono i peccatori più numerosi del girone (Inf. XIV, v.25). Essi però sono anche i meno empi perché Dante dice che il contatto con il suolo infuocato è la condizione più dolorosa perché corrispondente a colpe più gravi (dei bestemmiatori e degli usurai, rispettivamente sdraiati e seduti). La sodomia era proverbialmente diffusa a Firenze (basti pensare che in tedesco il termine che indica i sodomiti è Florenzen e il verbo zu florenzen significa "sodomizzare") e in questo girone Dante incontrerà per due volte dei concittadini con cui avrà un colloquio. In ogni caso il "peccato" va considerato nella più ampia delle concezioni: non soltanto rapporti omosessuali, ma anche eterosessuali, e non vi era distinzione tra chi vi prendeva parte attivamente o passivamente (in questo senso anche una donna, se accondiscendente, poteva essere accusata di sodomia).

Comunque durante tutti e tre i canti dedicati a questo girone non si fa mai menzione del peccato di sodomia: per sapere di cosa siano condannati questi peccatori si deve ritornare all'XI canto dove, durante la generale spiegazione dell'Inferno, si parla al verso 50 di "Soddoma".

Nel frattempo Dante e Virgilio si sono incamminati sugli argini lasciandosi indietro la selva dei bestemmiatori (Dante dice che se anche si fosse girato non l'avrebbe potuta più scorgere, sia per l'aria tenebrosa dell'inferno che per il "fummo", il denso vapore). Le anime che vanno a schiera guardano i due poeti, alti sull'argine, come si guarda la luna nuova (questo però non concorda con i versetti 18-19 "ci riguardava come suol da sera / guardare uno altro sotto nuova luna;", dove l'oggetto del guardare non è "nuova luna", ma "altro"), cioè stringendo gli occhi per la poca luce, come anche - seconda similitudine - fa il vecchio sarto per infilare la cruna dell'ago. Un'interpretazione più rispettosa del testo parte dall'osservazione che ai tempi di Dante, quando non esisteva l'illuminazione pubblica, nelle vie delle città ci si vedeva solo nelle nottate di luna luminosa. Quando invece si era in fase di novilunio ("sotto nuova luna", v. 19), con la luna che non si scorgeva affatto o appariva come una sottilissima falce all'orizzonte, per vederci era necessario aguzzare lo sguardo stringendo le palpebre ("ciglia", v. 20), come faceva il vecchio sarto presbite per far passare il filo nella cruna dell'ago: "ci riguardava come suol da sera / guardare uno altro sotto nuova luna; / e sì ver' noi aguzzavan le ciglia / come 'l vecchio sartor fa ne la cruna." (vv.18-21).

Brunetto Latini - vv. 22-60[modifica]

L'incontro con Ser Brunetto, illustrazione di Gustave Doré

Mentre Dante viene osservato a questo modo, ecco che un dannato lo riconosce e che con molta familiarità lo prende per un lembo dell'abito e grida "Qual maraviglia!" (v. 24). Il poeta, nonostante l'aspetto orribilmente bruciacchiato del dannato, lo riconosce in Brunetto Latini, e gli si rivolge con la confidenza tipica di chi è in familiarità: "Siete voi qui, ser Brunetto?".

"Ser" è comunque un segno di deferenza, dovuto tra l'altro al fatto che il Latini era un notaio e che fu per Dante un maestro. Molti hanno sottolineato come quel "qui" indichi una certa sorpresa di Dante che forse fa finta di non essere a conoscenza del peccato di Brunetto, ma nasconde anche una punta di sdegno, indicando un "proprio qui".

Egli, che fu maestro e fonte di sapienza per Dante, gli chiede ora nell'Inferno se non gli dispiaccia fare insieme un po' di strada, lasciando per un po' la sua schiera, del che il poeta pellegrino si dice ben felice. "Ven preco; / e se volete che con voi m'asseggia / faròl, se piace a costui che vo seco (a Virgilio)". Brunetto però si affretta allora a spiegare che i dannati come lui non possono mai fermarsi, pena l'immobilità per cento anni sulla sabbia infuocata, quindi è meglio che i due camminino a fianco, prima che il Latini si riunisca alla sua schiera "che va piangendo i suoi etterni danni". Dante allora capisce e procede tenendo il capo chino "com'uom che reverente vada", guardandosi bene dallo scendere nella landa colpita dalla pioggia infuocata.

Brunetto inizia chiedendo cosa ci faccia da vivo nel regno dei morti e chi sia la sua guida. Dante risponde parlando di come si sia smarrito "per una selva oscura" prima che la sua età fosse piena (parafrasando il famoso "nel mezzo del cammin di nostra vita", cioè dice prima di compiere i trentacinque anni, essendo il viaggio immaginario iniziato nel periodo pasquale del 1300 ed essendo il poeta nato sotto il segno dei Gemelli, tra maggio e giugno), appena un giorno prima. Lì Virgilio gli apparve e lo condusse in questo viaggio prima di riportarlo a casa ("a ca").

Brunetto annuisce a Dante e gli dice che se avesse saputo che il suo compito era così importante, prima di morire lo avrebbe aiutato con i suoi insegnamenti "dato t'avrei a l'opera mia conforto". In pratica sta lodandolo come discepolo eccezionale e lo sta esortando a perseverare nella via della virtù.

Brunetto parla di Firenze e profetizza l'esilio a Dante - vv. 61-99[modifica]

Brunetto Latini all'Inferno, illustrazione di Francesco Scaramuzza

Brunetto Latini passa poi a parlare di Firenze introducendo la profezia dell'esilio di Dante, già introdotta nel Canto X con Farinata degli Uberti.

Egli dice che Dante avrà nemica la parte "fiesolana" di Firenze, quella che, citando la leggenda sull'antica Florentia raccontata da Giovanni Villani, si mischiò alla "virtudiosa" popolazione romana e che con la sua indole rude e aspra ("del monte e del macigno") è causa dei continui conflitti interni alla città.

Brunetto poi inizia a citare una serie di esempi di sapore "proverbiale" che permeano questo canto e che sono uno degli esempi di come Dante modificasse lo stile della sua poesia in funzione dei personaggi dei quali si parla. Brunetto, quale autore di quella sorta di enciclopedia medioevale del Livre du trésor è qui caratterizzato quindi da un linguaggio motteggiante e ricco di riferimenti dotti. Un altro esempio evidentissimo di queste scelte linguistiche si era avuto nel canto di Pier della Vigna (Inf. XIII), mentre per esempio nelle Malebolge il poeta sceglierà il linguaggio più basso e popolaresco possibile.

Brunetto dice quindi che non conviene che un dolce fico cresca tra le aspre sorbe (un frutto molto aspro usato per alimentare animali e commestibile per gli uomini solo dopo una lunga maturazione) e che questi fiorentini-fiesolani sono per vecchia fama orbi (ciechi) riferendosi o al fatto che furono beffati da Totila (che si fece accogliere come amico e che poi saccheggiò la città) o alla leggenda delle colonne di porfido del Battistero (donate dai pisani, che si ritenevano miracolose perché facevano apparire il volto dei traditori, ma a causa della raschiatura da parte dei pisani divennero inutilizzabili, per cui si diceva "pisani traditori e fiorentini ciechi"). Essi sono inoltre, parafrasando un'analoga invettiva di Ciacco (Inf. VI, 74), avari (intesi come "avidi"), invidiosi e superbi, per cui Brunetto invita Dante a stare alla larga da loro ("dai lor costumi fa che tu ti forbi"). Inoltre continua profetizzando che per la sua fama entrambe le parti di Firenze avranno fame di lui: si può intendere che entrambe vorranno "sbranarlo" o che entrambe lo vorrebbero dalla loro parte (in genere i critici moderni preferiscono la prima interpretazione, la seconda è più legata agli antichi commentatori), ma il "caprone" dovrà stare lontano dall'erba (altra frase a mo' di proverbio).

Le "bestie fiesolane" si mangino tra di loro (Dante usa la parola "strame" riferita al pasto degli animali) "e non tocchin la pianta, / s'alcuna sorge ancor in lor letame, / in cui riviva la sementa santa / di que' Roman che vi rimaser", cioè lascino stare quello che di buone germoglia dal loro letame, quale frutto della "santa" semenza del popolo Romano che decise di rimanere dopo che la città era ormai un "nido di malizia".

Dante allora si appresta a dichiarare tutta la sua riconoscenza e il suo affetto verso Brunetto:

 «"Se fosse tutto pieno il mio dimando",
rispuos'io lui, "voi non sareste ancora
de l'umana natura posto in bando;

ché 'n la mente m'è fitta, e or m'accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m'insegnavate come l'uom s'etterna:
e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.

“ "Se potessi esprimere un desiderio",

gli risposi, "voi sareste ancora vivo; poiché
nella mia memoria sta impressa - e mi dà
coraggio - la vostra cara e buona immagine
paterna di quando nel mondo dei vivi
mi insegnavate come l'uomo
si rende eterno attraverso la sua opera:
e finché vivo si vedrà certamente
nelle mie parole future quanto ciò mi sia caro".

Seguita Dante spiegando che ciò che gli è stato detto e, come gli ha vaticinato Farinata, sarà Beatrice a spiegarglielo più avanti.

Spiega poi che dell'esilio era già venuto a conoscenza (da Farinata degli Uberti, nel canto X, appunto) e che accetta quello che la Fortuna ha previsto per lui, "però (perciò) giri la Fortuna la sua rota / come le piace, e 'l villan la marra" (altra espressione che arieggia come un proverbio, significante forse, da una passo del Convivio, come può capitare a un contadino di trovare un tesoro con la sua marra).

Chiude la scena Virgilio, anche lui motteggiante, che sentenzia "Bene ascolta chi la nota", ovvero, secondo l'interpretazione più accettata, è un buon ascoltatore chi annota quello che ascolta, cioè chi si ricorda quello che sente.

Chierici e letterati - vv. 100-124[modifica]

Priamo della Quercia, illustrazione al Canto XV

Dante allora, continuando a camminare accanto a Brunetto, gli chiede di mostrargli alcuni dei suoi compagni di pena più noti e importanti. Brunetto, che specifica come non possa dirli tutti per questioni di tempo, dice che si tratta di letterati e uomini di Chiesa (almeno quelli della sua schiera), tutti macchiatisi dello stesso "lercio" peccato: Prisciano di Cesarea, grammatico di Costantinopoli, Francesco d'Accorso, letterato bolognese e colui che fu trasferito dal "servo dei servi" dall'Arno al Bacchiglione, dove vi morì: un rebus per indicare il vescovo di Firenze Andrea de' Mozzi, trasferito da Firenze a Vicenza (vengono citati i fiumi delle due città) da Bonifacio VIII (che si era dato l'appellativo pontificale di "servo dei servi"). In questo caso il nome viene taciuto perché probabilmente lo scandalo del vescovo "snaturato" fu così grande che anche un'allusione del genere doveva sembrare ben esplicita. Dante ebbe esperienza diretta di questo clamore in gioventù, e solo verso il vescovo egli usa parole sprezzanti (se hai "tal tigna brama" di vederlo... "lasciò li mal protesi nervi") rispetto a tutti gli altri sodomiti.

Brunetto vorrebbe dire di più, ma la sua permanenza e il suo parlare ("'l venire e 'l sermone") non possono essere più lunghi, perché già arriva un'altra schiera in corsa che alza fumo sul sabbione, con i quali non deve mescolarsi. Gli raccomanda il suo Tesoro (il suo libro), "nel qual io vivo ancora" e niente più chiede. Si gira e scappa via, come quelli che a Verona corrono per il palio dietro a un drappo verde; e pareva uno di quelli che vincono, non un lento perdente. Con questa similitudine si chiude il canto. Nel prossimo Dante incontrerà altri tre fiorentini della schiera che si sta avvicinando.