Divina Commedia - Inferno - X Canto (superiori)

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search
lezione
Divina Commedia - Inferno - X Canto (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Il Decimo Canto dell' Inferno di Dante Alighieri si svolge nel sesto cerchio, la città di Dite, dove sono puniti gli eretici; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Lettura e Parafrasi del Canto[modifica]

Farinata degli Uberti
Farinata.jpg
Farinata, figlio di Jacopo degli Uberti, visse a Firenze all'inizio del XIII secolo, una delle epoche più difficili per la città toscana, tormentata da discordie interne tra guelfi, i sostenitori papali, e ghibellini, di cui Farinata faceva parte. Su questo sfondo di divisioni politiche, vi era lo scontro molto feroce per il governo della città fiorentina, e che vide alternarsi le due fazioni al potere con reciproche violenze. Dal 1239 Farinata è a capo della consorteria di parte ghibellina, e svolge un ruolo importantissimo nella cacciata dei guelfi avvenuta pochi anni dopo, nel 1248 sotto il regime del vicario imperiale Federico d'Antiochia, figlio dell'imperatore Federico II.

Gli Uberti, come parte dell'élite ghibellina, furono poi esiliati quando al potere tornarono gli esponenti delle famiglie di appartenenza guelfa (1251). La famiglia degli Uberti trovò scampo a Siena nel 1258.

Farinata poi contribuì da protagonista alla vittoria ghibellina di Montaperti (4 settembre 1260). Nella dieta di Empoli che ne seguì, Farinata dimostrò nobilmente il suo grande amor di patria, insorgendo a viso aperto contro la proposta dei deputati di Pisa e di Siena, che avrebbero voluto radere al suolo la città di Firenze.

Morì nel 1264 e fu sepolto nella Cattedrale di Santa Reparata, dove successivamente fu costruito il Duomo di Firenze.

Suo figlio Lapo venne nominato dall'imperatore Enrico VII suo vicario in Mantova.


Cavalcante dei Cavalcanti
Blake Dante Hell X Farinata.jpg
Appartenente alla nobile casata guelfa dei Cavalcanti, fu uno spirito razionalista ed epicureo. Non credeva nell'immortalità dell'anima e sosteneva che l'unica realtà fosse costituita dagli atomi.

Dante lo incontra nel X canto dell'Inferno, dove sono collocati, in arche infuocate, a scontare la loro eterna pena, eretici ed epicurei, come Farinata degli Uberti. Proprio con quest'ultimo, ghibellino, Cavalcante s'era imparentato, come avveniva spesso a quei tempi tra famiglie avversarie quando volevano riconciliarsi: dopo il ritorno dei guelfi a Firenze (1267) Guido, figlio di Cavalcante, era stato fatto sposare con la figlia di Farinata, Bice Uberti. Sempre nel X canto dell'Inferno, Cavalcante chiede a Dante notizie di suo figlio Guido, meravigliandosi di non vederlo in compagnia del Poeta, se è vero che il viaggio oltremondano dell'Alighieri è dovuto ad "altezza d'ingegno". In effetti Guido Cavalcanti fu tra le più belle intelligenze della Firenze del XIII secolo, e "primo amico" di Dante stesso. Cavalcanti padre morì intorno al 1280, quando Dante era appena quindicenne.

Testo Parafrasi
Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle. 3
A quel punto il mio maestro procedette
per un sentiero nascosto, tra le mura
e le tombe, e io lo seguii.
«O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi», cominciai, «com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri. 6
Gli chiesi: «O sommo sapiente,
che mi conduci per i Cerchi infernali,
ti prego di rispondermi e soddisfare il mio desiderio.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face». 9
Si potrebbero vedere i dannati
che giacciono nelle tombe? Tutti i coperchi sono sollevati
e nessun demone fa loro la guardia».
E quelli a me: «Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati. 12
E lui a me: «Saranno tutti richiusi
quando le anime torneranno qui dalla valle di Giosafat
coi corpi che hanno lasciato sulla Terra.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno. 15
In questo punto del cimitero
sono puniti Epicuro e tutti i suoi seguaci,
che proclamano la mortalità dell'anima.
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci». 18
Perciò ben presto sarà soddisfatto
il desiderio che mi hai svelato,
e anche quell'altro (vedere Farinata) che tu non vuoi dirmi».
E io: «Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’hai non pur mo a ciò disposto». 21
E io: «Mia buona guida, io non ti nascondo i miei pensieri
se non per parlare poco, e sei stato proprio
tu a insegnarmelo in varie occasioni».
«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco. 24
«O toscano, che te ne vai per la città del fuoco
parlando in modo così dignitoso,
abbi la compiacenza di trattenerti.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto». 27
Il tuo accento indica che sei nato
in quella nobile patria alla quale, forse,
fui troppo fastidioso».
Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio. 30
Questa voce uscì improvvisamente
da una delle tombe, per cui ebbi paura
e mi strinsi un poco al mio maestro.
Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai». 33
Ed egli mi disse: «Voltati, che fai?
Non vedi laggiù Farinata che si è sollevato?
Lo puoi vedere dalla cintola in su».
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto. 36
Io avevo già fitto il mio sguardo nel suo;
e lui si ergeva con la fronte e il petto alti,
come se disprezzasse tutto l'Inferno.
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: «Le parole tue sien conte». 39
E le mani di Virgilio, pronte e animose,
mi spinsero fra le tombe verso di lui, mentre il maestro diceva:
«Fa' che le tue parole siano misurate».
Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?». 42
Non appena fui ai piedi della sua tomba,
mi guardò un poco e poi, quasi con disdegno,
mi domandò: «Chi furono i tuoi avi?»
Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso; 45
Io, che ero smanioso di obbedire,
non glieli nascosi ma, anzi, risposi pienamente;
allora lui sollevò un poco le ciglia,
poi disse: «Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fiate li dispersi». 48
poi disse: «Essi furono aspri nemici miei,
dei miei avi e della mia parte politica (Ghibellini),
al punto che per due volte li cacciai da Firenze».
«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,
rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte». 51
Io gli risposi: «Se essi furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in entrambe le occasioni;
ma i vostri avi, invece,
non furono altrettanto bravi».
Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata. 54
In quel momento apparve alla nostra vista un'anima,
che si sporgeva accanto a quella di Farinata fino al mento:
credo che fosse inginocchiata.
Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento, 57
Mi guardò intorno, come se avesse
desiderio di vedere se c'era qualcun altro
con me; e poi che smise di osservare,
piangendo disse: «Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?». 60
mi disse piangendo: «Se tu vai
per questo cieco carcere per i tuoi meriti di intellettuale,
dov'è mio figlio? E perché non è qui con te?»
E io a lui: «Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno». 63
E io a lui: «Non sono qui per mio solo merito:
colui che attende là (Virgilio) mi conduce
attraverso l'Inferno verso colei (Beatrice)
che vostro figlio Guido,
forse, ebbe a disdegno (disprezzò)».
Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena. 66
Le sue parole e il fatto che fosse tra gli Epicurei
mi avevano fatto capire il nome di costui (Cavalcante);
perciò risposi così prontamente.
Di subito drizzato gridò: «Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?». 69
E lui, improvvisamente sollevatosi, gridò:
«Come? Hai detto "egli ebbe"? Guido non vive ancora? la dolce luce del sole
non colpisce più i suoi occhi?»
Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facea dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora. 72
Quando si accorse
che esitavo a rispondere, ricadde supino
e non ricomparve più fuori dalla tomba.
Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa: 75
Ma quell'altro nobile dannato,
alla cui domanda mi ero fermato, non mutò aspetto,
né parve minimamente colpito dall'accaduto:
e sé continuando al primo detto,
«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto. 78
e proseguendo il discorso iniziato, disse:
«Se i miei avi hanno appreso male l'arte di rientrare in Firenze,
ciò mi procura più sofferenza di questa tomba.
Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa. 81
Ma non passeranno cinquanta fasi lunari
(meno di quattro anni) che anche tu saprai
quant'è dolorosa quell'arte.
E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?». 84
E ora dimmi (e possa tu tornare nel dolce mondo terreno):
perché i fiorentini sono così duri
in ogni loro provvedimento contro la mia famiglia?»
Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio». 87
E io a lui: «Lo strazio e l'orrenda strage di Montaperti,
che colorarono di rosso il fiume Arbia,
ci induce a emanare queste leggi».
Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso. 90
Dopo che ebbe scosso il capo sospirando,
disse: «Non fui certo il solo a combattere quella battaglia,
né certo ci sarei andato senza una valida ragione.
Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto». 93
In compenso fui l'unico a difendere
Firenze a viso aperto, quando ciascun capo ghibellino
era pronto a raderla al suolo».
«Deh, se riposi mai vostra semenza»,
prega’ io lui, «solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza. 96
Allora lo pregai: «Orsù, possa la vostra
discendenza trovare pace: risolvetemi
quel dubbio che aggroviglia i miei ragionamenti.
El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo». 99
Mi sembra che voi dannati vediate,
se ho capito bene, gli eventi futuri,
mentre abbiate altra conoscenza del presente».
«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,
le cose», disse, «che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce. 102
Disse: «Noi, come chi ha un difetto di vista (presbite),
vediamo le cose che sono lontane nel tempo;
soltanto questo ci permette Dio.
Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano. 105
Quando le cose si avvicinano o accadono,
il nostro intelletto è vano e se altri non ci porta notizie,
non sappiamo nulla della vostra condizione umana.
Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta». 108
Perciò puoi capire
che la nostra conoscenza (del futuro) sarà totalmente
annullata dal momento in cui sarà chiusa la porta del futuro,
ovvero il giorno del Giudizio».
Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: «Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’vivi ancor congiunto; 111
Allora, come pentito della mia colpa,
dissi: «Poi direte a quel dannato
che suo figlio è ancora in vita;
e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto». 114
e se poc'anzi non gli diedi subito risposta,
ditegli che lo feci perché ero
nell'errore che voi mi avete spiegato».
E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava. 117
E ormai Virgilio mi richiamava;
perciò pregai in fretta lo spirito
che mi dicesse chi erano i suoi compagni di pena.
Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico,
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio». 120
Mi rispose: «Qui giaccio con più di mille dannati:
qua dentro è Federico II di Svevia, nonché il cardinale
Ottaviano degli Ubaldini;
non ti dico nulla degli altri».
Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico. 123
Quindi tornò nella tomba; e io mi
incamminai verso l'antico poeta, ripensando
a quelle parole che mi sembravano ostili.
Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».
E io li sodisfeci al suo dimando. 126
Virgilio si mosse; e poi,
mentre camminava, mi disse:
«Perché sei così turbato?» E io glielo spiegai.
«La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te», mi comandò quel saggio.
«E ora attendi qui», e drizzò ’l dito: 129
Quel saggio mi comandò: «La tua mente ricordi
bene ciò che hai sentito contro di te.
E ora ascolta,» e drizzò il dito:
«quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il viaggio». 132
«quando sarai davanti al dolce
raggio di colei che coi suoi begli occhi
vede ogni cosa (Beatrice),
saprai da lei il tuo destino futuro».
Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede, 135
Quindi si volse a sinistra:
ci allontanammo dal muro
e ci dirigemmo verso l'orlo esterno del Cerchio,
per un sentiero che conduce a una valle
che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo. 136 da cui fin lassù arrivava un gran puzzo.

Analisi del Canto[modifica]

Gli epicurei - versi 1-21[modifica]

Nel canto precedente l'arrivo del messo di Dio aveva aperto l'ingresso alla città di Dite ai due viandanti, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si offriva un immaginario crudo al Poeta: una distesa di sepolcri, alcuni di questi dati alle fiamme e dai quali escono orribili lamenti. Dante ha già intuito che qui vengono puniti coloro "che l'anima col corpo morta fanno." vv.15, cioè chi non crede nell'immortalità dell'anima (gli epicurei o gli atei). Anche se Virgilio nel canto precedente aveva parlato di tutte le eresie, qui si incontrano solo eretici epicurei e anche il contrappasso è calibrato su di essi: poiché non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti; inoltre loro non possono vedere nel presente e nel passato ma vedono soltanto il futuro; questo lo si può capire più avanti quando Cavalcante dei Cavalcanti chiederà a Dante di suo figlio: Guido Cavalcanti. Dante, passando tra le mura di Dite e le tombe scoperchiate domanda:

« La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? Già son levati
tutt'i coperchi, e nessun guardia face. »

Dante è generico, ma in realtà egli desidera vedere un'anima in particolare, quella di Farinata degli Uberti, come già espresso a Ciacco nel VI canto. Virgilio coglie al volo l'allusione di Dante, ma intanto gli spiega come questi sepolcri verranno sigillati solo dopo il Giudizio Universale (probabilmente perché sarà colmo il numero dei dannati da fare entrare) e dice che questa parte del cimitero è dedicata agli epicurei; poi torna sulla domanda di Dante e gli dice che il suo desiderio sarà presto esaudito, anche nella parte che non dice (cioè di incontrare Farinata).

Farinata degli Uberti - vv. 22-51[modifica]

Farinata degli Uberti, serie degli uomini illustri, Andrea del Castagno (affresco staccato oggi in deposito agli Uffizi)

Appena terminate le parole del poeta si leva una voce improvvisa che chiede: "O toscano che vai vivo per la città infuocata e che parli con tono onesto, fermati per piacere in questo luogo, poiché il tuo accento fa capire che provieni da quella nobile patria verso la quale io fui forse troppo molesto" (parafrasi vv. 23-27).

Dante si gira verso la tomba dalla quale è uscito il suono, ma non si allontana da Virgilio, il quale allora lo sprona:

« Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s'è dritto:
de la cintola in sù tutto 'l vedrai »

Appare quindi questo spirito che si erge da una tomba, del quale Dante nota subito la fierezza insita nel dannato: schiena dritta e fronte alta come se avesse un gran disprezzo dell'Inferno ("com'avesse l'inferno a gran dispitto"). L'incontro è con un gran personaggio e Virgilio stesso raccomanda a Dante di usare parole "nobili" ("conte"): il dialogo sarà infatti uno dei più teatrali della Divina Commedia.

Baccio Baldini, Dante e Virgilio vanno tra le tombe degli epicurei

Farinata degli Uberti fu il più importante capo ghibellino a Firenze nel XIII secolo. Egli sconfisse i guelfi nel 1248 e, dopo la morte di Federico II di Svevia e il ritorno dei guelfi, fu costretto all'esilio. Riparato a Siena con altre famiglie ghibelline riorganizzò le forze della propria fazione e, con l'appoggio di truppe di Manfredi di Sicilia, sconfisse duramente le forze guelfe nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260). I capi ghibellini allora si riunirono ad Empoli e venne deciso di radere al suolo Firenze: fu solo la ferma opposizione di Farinata a far bocciare l'iniziativa, così egli tornò trionfale in Firenze, e vi morì nel 1264. Solo due anni dopo, con la Battaglia di Benevento i guelfi si ripresero definitivamente Firenze, cacciando tutte le famiglie ghibelline. Molte rientrarono gradualmente ritrattando il proprio credo politico, ma solo gli Uberti subirono un crudissimo accanimento: condannato come eretico quasi venti anni dopo essere morto, le sue ossa vennero riesumate dalla chiesa di Santa Reparata e gettate in Arno, mentre i suoi beni furono confiscati ai discendenti; due suoi figli vennero decapitati in piazza, un suo cugino venne ucciso a randellate, poi ancora vennero processati altri tre figli, due nipoti, la vedova Adaletta: tutti condannati al rogo. Dante era presente alla riesumazione, che doveva avergli fatto molta impressione.

Farinata per Dante è invece un magnanimo, uno spirito grande, nonostante i fatti ai quali ha assistito quando aveva sui diciotto anni. Fu solo grazie alla sua elegia di Farinata (pur se comunque dannato all'Inferno) che la sua memoria tornò grande come in passato, tanto da venire poi inserito tra i fiorentini illustri, per esempio nel ciclo di affreschi di Andrea del Castagno o nelle statue che ornano il piazzale degli Uffizi. Dante prova grande rispetto per Farinata degli Uberti, anche se Farinata era suo rivale politico, rispetto derivante dal grande amore che Farinata prova per la nobil patria Firenze. Com'avesse l'inferno a gran dispitto, è un verso famoso che ci fa capire che Farinata non soffra per la pena infernale cui è sottoposto ma piuttosto per il fatto che i Fiorentini non l'abbiano riconosciuto come unica persona che salvò Firenze dalla distruzione.

Il ritratto che ne fa Dante è orgoglioso e austero, a tratti superbo, anche se qua e là traspaiono i suoi limiti umani, i suoi rimpianti ("forse fui troppo molesto"...). Dante apprezza Farinata perché nel suo lato virtuoso è un suo modello:

  1. Ha coraggio e coerenza politica;
  2. È un perseguitato politico come lui;
  3. È un ghibellino, e Dante si avvicinerà sempre di più a questa ideologia, tanto che secondo molti fu questa la motivazione per cui Ugo Foscolo lo chiamò il "ghibellin fuggiasco";
  4. Farinata ama la sua città prima di tutto e (lo dirà poco dopo) fu l'unico che dopo la battaglia di Montaperti si ostinò contro la distruzione della città (anche Dante combattente con Enrico VII di Lussemburgo, da lui chiamato Arrigo, rifiutò di prendere le armi contro la sua città che veniva posta d'assedio).

Quello che Dante non condivide è tutto sul piano religioso e in parte su quello militare (è come se gli rimproverasse di "aver colorato l'Arbia di rosso", cioè di aver fatto un massacro a Montaperti). Comunque il poeta accenna continuamente a particolari fisici di Farinata che contribuiscono a farne anche un ritratto della levatura morale.

Il dialogo vero e proprio inizia dal verso 42: Farinata guarda Dante un po' "sdegnoso" perché non lo riconosce (egli era nato un anno dopo la sua morte), e la sua prima domanda è proprio: "Chi furono i tuoi antenati?". Dante gli risponde (senza tediare il lettore con la storia degli Alighieri), ed allora Farinata, alzando un po' le sopracciglia risponde che la famiglia di Dante (di guelfi) fu una fiera rivale sua, dei suoi avi e del suo partito ("Fieramente furo avversi / a me e a miei primi e a mia parte", vv. 46-47), ma egli seppe farli espellere per due volte vincendoli (cacciata dei guelfi nel 1251 e nel 1267).

Dante riprende subito a botta e risposta: "Se li hai cacciati, essi tornarono entrambe le volte, cosa che i vostri (i ghibellini) non seppero fare" (parafrasi vv. 49-51). Allora Farinata profetizzerà l'esilio di Dante dicendo che proverà anche lui la difficoltà di tornare nella propria città: "...che tu saprai quanto quell'arte pesa." (vv. 79-81).

Apparizione di Calvalcante de' Cavalcanti - vv. 52-72[modifica]

Farinata e Calvalcante con Dante e Virgilio, illustrazione di William Blake

Proprio quando Dante risponde garbatamente a Farinata ricordandogli che lui e i suoi alleati furono esiliati, compare improvvisamente sulla scena una figura nuova, quella di Cavalcante dei Cavalcanti padre di Guido Cavalcanti, uno dei rappresentanti di maggior spicco del Dolce stil novo e amico intimo di Dante. Egli è guelfo, quindi Dante ci tiene a non generalizzare tutti i ghibellini come eretici, come facevano gli inquisitori senza scrupoli in tempo di persecuzione politica.

Cavalcante emerge dall'avello unicamente con la testa ("credo che s'era in ginocchio levata" - v. 54 - scrive Dante), al contrario del fiero compagno di supplizio, e si guarda intorno, come per cercare qualcuno, e non trovandolo:

« piangendo disse: "Se per questo cieco
carcere vai per altezza d'ingegno,
mio figlio ov'è? E perché non è teco?" »
(vv. 58-60)

Cioè Cavalcante chiede perché Dante ha avuto il privilegio del viaggio ultraterreno per meriti dell'ingegno e suo figlio Guido no. E Dante risponde nella terzina successiva:

« E io a lui: "Da me stesso non vegno:
colui ch'attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno" »

Cioè dice che non è da solo (c'è Virgilio) e che la destinazione del viaggio sarebbe una figura che Guido disdegnò, indicata con il pronome "cui". Chi intendesse Dante con quel "cui" non è chiaro: la versione più semplice è che volesse dire che Guido non amò la ragione, simboleggiata da Virgilio, ma non quadra nel senso generale; potrebbe significare Beatrice, la teologia, la donna che trasmutò in "Amor Dei" l'amore che aveva acceso nel giovane Dante, che mosse Virgilio; o potrebbe significare Dio, il quale non è mai nominato nell'Inferno, ma vi viene alluso solo con pronomi. Si nota dunque un motivo filosofico per cui Dante discorda da Cavalcanti.

Forse la più coerente è quella che indichi Beatrice, poiché in gioventù sia il poeta che il suo amico Guido erano rimasti affascinati dall'amor che pregnava il dolce stilnovo, ma la morte aveva consacrato Beatrice ad un severo progetto di salvezza per Dante, e l'inattingibile oggetto del desiderio era divenuto strumento operativo della grazia. In questo modo gli itinerari intellettuali dei due amici si erano divaricati irreparabilmente. L'orizzonte speculativo del pensiero di Guido era rimasto improntato all'animismo fisico di Epicuro e all'"Aristotelismo radicale" degli averroisti per i quali l'amore, figlio dei sensi, era fonte di impulsi irrazionali e agonia del desiderio.

Ma c'è un punto nella risposta di Dante che sbigottisce Cavalcante, cioè che il poeta usi un passato remoto "ebbe".

« Come?
Dicesti elli ebbe? Non viv'elli ancora? »
(vv. 67-68)

Cavalcante pensa che il figlio sia morto (in realtà all'epoca del viaggio immaginario, aprile 1300, egli era ancora vivo, sebbene morì alcuni mesi dopo, nell'agosto 1300) e visto che Dante esita nella risposta, ricade supino nel sepolcro e sparisce dalla scena per la disperazione.

L'episodio di Cavalcante è servito, oltre che per mostrare anche un guelfo tra gli eretici, anche per dare lo spunto alla spiegazione sulle capacità profetiche dei dannati che verranno spiegate più avanti nel Canto.

Ripresa del colloquio con Farinata e sua profezia - vv. 73-93[modifica]

Ma quell'altro magnanimo, a cui posta
restato m'era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

[...] e disse [...]

"Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell'arte pesa."

Ma quell'altro magnanimo, alla cui richiesta
mi ero fermato, non cambiò aspetto,
né mosse il capo, né piegò il busto;

[...] e chiese [...]

"Ma non si illuminerà cinquanta volte
la faccia della regina che qui impera,
che tu conoscerai quanto pesa quell'arte."

Guglielmo Girardi e aiuti, Farinata e Cavalcanti, 1478 circa


Nella completa assenza di coralità fra le anime dannate Farinata continua a parlare come se l'apparizione di Cavalcanti non fosse avvenuta, come volendo esprimere la sua superiorità. Quindi Farinata riprende esattamente da dove ha lasciato il discorso: "Se i miei ghibellini hanno imparato male l'arte di ritornare dopo essere cacciati, ciò mi tormenta più di questo letto infernale." (parafrasi vv. 77-78)

Nella terzina successiva è esposta la seconda profezia che anticipa l'evento dell'esilio a Dante personaggio, Farinata con i suoi poteri divinatori comuni ad ogni anima dell'eterna prigione, avverte che non saranno passati cinquanta pleniluni che anche l'Alighieri scoprirà quanto è dura l'arte di tornare in patria. ( "La faccia della regina che qui regge" sta per Proserpina, nel mito antico sposa di Plutone e figura della luna).

Dante incassa in silenzio e Farinata nel frattempo prosegue chiedendo perché i fiorentini siano così duri con gli Uberti, la sua famiglia. Dante risponde che è dovuto al massacro di Montaperti, che "fece l'Arbia colorata in rosso" (v. 86). Farinata sospira addolorato, ma spiega che lui non fu l'unico responsabile della battaglia e che ciò era causato da uno scopo ben preciso. Però sottolinea come invece lui solo fu il difensore di Firenze dalla distruzione, quando si propose di raderla al suolo dopo la consulta di Empoli tra il re Manfredi di Sicilia e i capi ghibellini.

I limiti della preveggenza dei dannati - vv. 94-120[modifica]

Dialogo con Farinata, illustrazione di Gustave Doré

Il colloquio politico tra Dante e Farinata si conclude, ma Dante non è riuscito a farsi un'idea completa e precisa di Farinata perché non ha chiaro se egli veda nel presente come vede nel futuro. Ultimo passaggio fondamentale di questo canto quindi è dovuto al fatto che più volte Dante riceve profezie sul suo destino e sull'Italia dai dannati, ma ancora più spesso si vedrà chiedere dalle anime infernali cosa accade nel regno dei vivi.

E Farinata così risponde (vv.100-105):

"Noi veggiam, come quel c'ha mala luce,
le cose", disse, "che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s'apprestano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano."

"Noi, come chi ha la vista difettosa
le cose" disse "vediamo finché sono nel futuro;
in questo solo ancor risplende in noi la luce di Dio.

Quando le cose si avvicinano o si compiono, è vano
il nostro intelletto; e se altro non ci informa,
non sappiamo nulla delle vicende umane."

Dato significativo è che la capacità divinatoria dei dannati venga illustrata in questo canto, Farinata conclude il discorso avvertendo che quando sarà venuto il regno di Dio, presente, futuro e passato coincideranno e tutta la coscienza dei dannati scomparirà all'istante.

È interessante notare che questa capacità di preveggenza, valida per tutti i dannati (infatti ne danno prova Ciacco, goloso, Farinata, epicureo, e Vanni Fucci, ladro) derivi dal contrappasso di un peccato comune a tutti i dannati: l'aver pensato solo al presente, e mai alla vita nell'oltretomba, futura.

Dante, risolta la questione sulla quale si stava scervellando quando Cavalcanti gli chiedeva della sorte del figlio, prega Farinata di avvertire il compagno di avello che Guido, ancora vivo, cammina sulla terra. Virgilio incalza per andare oltre e Dante può solo fare un'ultima fugace domanda su chi siano gli altri spiriti nel sepolcro di Farinata. Egli risponde che ve ne sono più di mille, tra i quali Federico II, disincantato Imperatore noto anche tra i guelfi come l'Anticristo, e il Cardinale, cioè Ottaviano degli Ubaldini, un uomo di chiesa che nella Chiesa credeva ben poco, secondo i cronisti antichi.

Smarrimento di Dante - vv. 121-136[modifica]

Farinata sparisce e Dante riprende il viaggio con Virgilio, ma è turbato dalla profezia che ha sentito. Virgilio chiede spiegazioni e lo consola dicendo che deve sì ricordare la profezia, ma quando sarà davanti alla dolce luce ("al dolce raggio") di colei che tutto vede, cioè di Beatrice, potrà sapere tutto il corso della sua vita (in realtà sarà Cacciaguida, trisavolo di Dante Alighieri, a narrare "il viaggio della sua vita" nel canto XXVII del Paradiso). I due poeti si allontanano dunque dalle mura e tagliano lungo il cerchio per un sentiero che scende fino all'orlo del cerchio seguente, dal quale si sente già provenire un forte puzzo.