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Divina Commedia - Inferno - XIII Canto (superiori)

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Divina Commedia - Inferno - XIII Canto (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%

Il Tredicesimo Canto dell' Inferno di Dante Alighieri si svolge nel secondo girone del settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro se stessi; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.

Lettura e Parafrasi del Canto

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Pier della Vigna
Nacque a Capua, intorno al 1190, da una famiglia benestante. Molto probabilmente frequentò lo Studium di Bologna, dove potrebbe essere stato allievo di Bene da Firenze, come potrebbe forse dedursi da una lettera in cui Terrisio d'Atina esprimeva a studenti e professori dell'Università di Bologna il cordoglio per la morte del maestro Bene.

Iniziò la sua carriera nel 1220 come notaio (tabellione) al servizio dell'imperatore Federico II di Svevia (ma è dal 1224 che è menzionato per la prima volta giudice della Magna Curia imperiale). In questa veste, Pier della Vigna faceva parte di quella équipe di notai, letterati e calligrafi, ovvero di dictatores, che redigevano documenti, ma soprattutto lettere e circolari dell'imperatore. Tali lettere risultano tra le testimonianze più rilevanti dello stilus supremus (salvatorstil), quello stile elegante e solenne sorto in Francia nel XII secolo e poi fatto proprio dalla Curia pontificia e da quella federiciana, e che sarà ripreso nel tardo-medioevo. Fu impegnato anche attivamente nella vita culturale del cenacolo federiciano. Fu infatti in contatto con il medico e filosofo Teodoro di Antiochia e con altri scienziati, e nelle sue lettere si ritrovano osservazioni di contenuto filosofico e teologico. Si spese anche per lo sviluppo e poi per la protezione dell'Università di Napoli, e probabilmente nel 1224 realizzò la lettera circolare che sanciva la fondazione dell'istituzione.

Nel 1224-25 fu quindi giudice imperiale, una carica per la quale si vedrà affidare diverse missioni diplomatiche. Dal 1239 ricoprì la carica di logoteta (anche se vi compare a capo dell'ufficio nei Regesta Imperii solo dal 1243), ovvero di superiore di tutti i notai e custode dei sigilli dell'Impero (protonotario). Aveva inoltre il compito di annunciare ai regnicoli i proclami emessi dall'imperatore. Tenne l'incarico di "gran giudice della corte imperiale" fino al 1246, ricoprendo un ruolo di rilievo presso il supremo tribunale. In questo ruolo fece parte della commissione che presiedette alla realizzazione delle Costituzioni di Melfi (1231), codice legislativo emanato da Federico II nel castello della città lucana, considerata tra le più importanti codificazioni della storia del diritto.

Dal 1230 fino alla fine della sua carriera fu attivo nel campo diplomatico come ambasciatore imperiale presso la corte papale e i comuni del nord Italia. L'acme della sua carriera diplomatica coincise con il suo soggiorno in Inghilterra nel febbraio-maggio del 1235, durante il quale registrò nella veste di procuratore il matrimonio fra l'imperatore e Isabella, sorella di re Enrico III (per ringraziarlo il re, nominandolo suo vassallo, gli assegnò una rendita annuale di 40 lire d'argento). Nel corso della sua carriera di alto funzionario di corte accumulò un vasto patrimonio (terreni e residenze a Capua, Napoli, Aversa, Foggia e in Terra di Lavoro) e tentò di rafforzare la posizione della propria famiglia.

Fu arrestato a Cremona all'inizio del 1249 come traditore (proditor). I motivi dell'arresto non sono mai stati chiariti: si è ipotizzata una congiura o un'accusa di corruzione. Fu fatto accecare da Federico II a Pontremoli nella Piazzetta di San Gimignano. Ignoto è il motivo della sua morte, avvenuta poco dopo, per suicidio o per le conseguenze dell'accecamento.


Il Contrappasso
I suicidi sono trasformati in piante, forma di vita inferiore, perché essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi: perciò (per analogia) non sono degni di avere il loro corpo. Perfino dopo il Giudizio Universale essi saranno i soli a non rientrare nel proprio corpo, ma lo trascineranno e lo appenderanno ai loro rami. La questione del sangue e delle ferite è solo un accrescimento della pena o semmai va intesa come il fatto che essi, che versarono il proprio sangue, ora lo vedono versato per mano altrui.

Gli scialacquatori, che distrussero le proprie sostanze, adesso (anche qui per analogia) vengono fatti a pezzi (a brano a brano) da cagne nere fameliche.

Testo Parafrasi
Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato. 3
Nesso non era ancora arrivato
sull'altra sponda (del Flegetonte), quando noi ci incamminammo
attraverso un bosco in cui non c'era nessun sentiero.
Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco: 6
Le foglie non erano verdi, ma di colore scuro;
i rami non erano lisci, ma nodosi e contorti;
non c'erano frutti, ma spine velenose.
non han sì aspri sterpi né sì folti
quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. 9
Quelle belve selvagge che in Maremma,
tra Cecina e Corneto, evitano i luoghi abitati,
non hanno sterpi così aspri né così intricati.
Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno. 12
Qui nidificano le sudicie Arpie,
che cacciarono dalle isole Strofadi i Troiani
preannunciando loro delle tristi disgrazie.
Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani. 15
Esse hanno grandi ali, colli e volti umani,
zampe artigliate e un gran ventre piumato;
emettono lamenti sugli strani alberi.
E ’l buon maestro «Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone»,
mi cominciò a dire, «e sarai mentre 18
E il buon maestro cominciò a dirmi:
«Prima che tu ti addentri nella selva,
sappi che sei nel secondo girone e vi resterai
che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone». 21
finché entreremo nel sabbione infuocato.
Perciò guarda bene, perché vedrai cose
che non sarebbero credute se mi limitassi a dirtele».
Io sentia d’ogne parte trarre guai,
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai. 24
Io sentivo levarsi lamenti da ogni parte,
ma non vedevo nessuno che li emettesse;
allora mi fermai, confuso.
Cred’io ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi
da gente che per noi si nascondesse. 27
Io credo che Virgilio credette
che io credessi che tra quei cespugli uscissero tante voci,
emesse da anime che si nascondevano da noi.
Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’hai si faran tutti monchi». 30
Perciò il maestro disse:
«Se tu spezzi qualche ramoscello
da una di queste piante,
i tuoi pensieri non avranno più ragion d'essere».
Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?». 33
Allora stesi un poco la mano e strappai
un ramoscello da un gran pruno;
e il suo tronco gridò: «Perché mi spezzi?»
Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno? 36
Dopo aver perso sangue nero,
ricominciò a dire: «Perché mi laceri?
non hai alcuno spirito di pietà?
Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi». 39
Fummo uomini, e adesso siamo diventati cespugli:
la tua mano sarebbe certamente più pietosa,
se anche fossimo state anime di serpenti».
Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via, 42
Come quando si brucia un ramoscello verde
da una delle estremità, e dall'altra cola la linfa
e si sente un cigolio in quanto esce dell'aria,
sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme. 45
così dal ramo rotto uscivano
insieme parole e sangue; allora io lasciai cadere
il ramo spezzato e restai lì pieno di timore.
«S’elli avesse potuto creder prima»,
rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
ciò c’ha veduto pur con la mia rima, 48
Il mio maestro rispose:
«Se egli avesse potuto credere ciò
che ha letto solo nei miei versi, anima offesa, (Dante)
non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa. 51
non avrebbe certo levato la mano contro di te;
ma la cosa incredibile mi costrinse
a indurlo a un'azione che pesa anche a me.
Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece». 54
Ma digli chi fosti in vita,
così che per rimediare lui possa restaurare
la tua fama nel mondo terreno, dove può tornare».
E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’io un poco a ragionar m’inveschi. 57
E il tronco: «Con le tue dolci parole
mi alletti in tal modo che non posso stare zitto;
e a voi non sia fastidioso
se io mi attardo un po' a parlare di me.
Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi, 60
Io sono colui che tenni entrambe
le chiavi del cuore di Federico II,
e che le usai così bene nel chiudere e nell'aprire
che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi. 63
che esclusi dai suoi segreti quasi tutti
(divenni il suo più fidato consigliere):
fui fedele al mio alto incarico,
al punto che persi per questo la pace e la vita.
La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio, 66
La prostituta (invidia) che non distolse
mai gli occhi disonesti dalla reggia dell'imperatore,
e che è morte di tutti e vizio delle corti,
infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti. 69
infiammò tutti gli animi (dei cortigiani) contro di me;
ed essi infiammarono a loro volta l'imperatore,
al punto che i miei onori si trasformarono
in lutti (caddi in disgrazia).
L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto. 72
Il mio animo, spinto da un amaro piacere,
credendo di sfuggire il disonore con la morte,
mi rese ingiusto contro me stesso,
che pure non avevo colpe.
Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno. 75
Per le nuove radici di questo albero,
vi giuro che non fui mai infedele al mio signore,
che fu tanto degno di onore.
E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede». 78
E se qualcuno di voi tornerà nel mondo terreno,
riabiliti la mia memoria, che ancora soffre
del colpo subìto a causa dell'invidia».
Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace». 81
Virgilio rimase un poco in silenzio,
poi mi disse: «Dal momento che tace, non perdere tempo;
parla e chiedigli quello che vuoi».
Ond’io a lui: «Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora». 84
E io a lui: «Domandagli tu
ancora di quegli argomenti che credi possano interessarmi;
io non potrei, tanto è il turbamento che provo».
Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia 87
Allora Virgilio riprese:
«Possa realizzarsi ciò che le tue parole hanno richiesto
grazie all'azione spontanea (di Dante),
o spirito imprigionato: ti prego ancora
di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega». 90
di dirci come l'anima si lega a questi tronchi,
e dicci, se puoi, se mai accade
che qualcuna si liberi da queste piante».
Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
«Brievemente sarà risposto a voi. 93
Allora il tronco soffiò forte
e poi quell'aria si tramutò in queste parole:
«Vi risponderò in breve.
Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce. 96
Quando l'anima feroce (del suicida)
si separa dal corpo dal quale ella stessa si è staccata,
Minosse la manda al settimo Cerchio.
Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta. 99
Cade nella selva e non finisce
in un punto prestabilito; ma dove il caso la scaglia,
lì germoglia come un seme di farro.
Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra. 102
Cresce come un arbusto e una pianta selvatica:
le Arpie, poi, nutrendosi delle sue foglie provocano dolore,
e aprono una via attraverso la quale il dolore fuoriesce.
Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie. 105
Come le altre anime, anche noi andremo
a riprendere i nostri corpi (il giorno del Giudizio),
ma non per rivestircene:
infatti non è giusto riavere ciò che ci si è tolti.
Qui le trascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta». 108
Li trascineremo qui e i nostri corpi
saranno appesi per la triste selva, ciascuno
all'albero della propria ombra nemica».
Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi, 111
Noi eravamo ancora in attesa accanto all'albero,
credendo che volesse aggiungere altro,
quando fummo sorpresi da un rumore,
similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire. 114
in modo simile a colui che sente arrivare
il cinghiale e la muta dei cani sulle sue tracce,
e che ascolta le bestie e il fogliame che stormisce.
Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogni rosta. 117
Ed ecco arrivare da sinistra due dannati,
nudi e graffiati, che fuggivano così veloci
che rompevano ogni ramo della foresta.
Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: «Lano, sì non furo accorte 120
Quello davanti urlava: «Presto,
vieni in aiuto, vieni, o morte!» E l'altro,
al quale sembrava di andare troppo lento,
gridava: «Lano, non furono così agili
le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo. 123
le tue gambe alle giostre (battaglia)
di Pieve del Toppo!» E poiché forse gli mancò il respiro,
si nascose accanto a un cespuglio.
Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena. 126
Dietro di loro la selva era piena
di cagne nere, che correvano affamate
come cani da caccia scatenati.
In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti. 129
Esse azzannarono il dannato che si era nascosto
e lo fecero a brandelli; poi portarono
via le sue carni ancora doloranti.
Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea,
per le rotture sanguinenti in vano. 132
Allora la mia guida mi prese per mano
e mi condusse al cespuglio che piangeva, inutilmente,
attraverso i rami rotti e sanguinanti.
«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?». 135
Diceva: «O Iacopo da Sant'Andrea,
a cosa ti è servito usarmi come scudo?
che colpa ho io della tua vita peccaminosa?»
Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse «Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?». 138
Quando il mio maestro si fu fermato sopra di lui,
disse: «Chi sei stato in vita, tu che soffi parole dolorose
e sangue attraverso tanti rami spezzati?»
Ed elli a noi: «O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ha le mie fronde sì da me disgiunte, 141
E quello rispose: «O anime che siete giunte
a vedere lo scempio disonesto che ha separato da me le mie fronde,
raccoglietele al piede del triste cespuglio.
raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò il primo padrone; ond’ei per questo 144
Io fui della città (Firenze)
che mutò in san Giovanni Battista
il primo protettore (Marte); e lui per questo
sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista, 147
la rattristerà sempre con la sua arte
(la perseguiterà con guerre); e se non fosse
che su un ponte dell'Arno
rimane un frammento di una sua statua,
que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno. 150
quei cittadini che la ricostruirono
sulle ceneri lasciate da Attila,
avrebbero lavorato inutilmente.
Io fei gibetto a me de le mie case». 151 Io mi impiccai nella mia casa».

Analisi del Canto

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La selva dei suicidi - versi 1-30

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La scena del XIII canto, immaginata da William Blake

Dante e Virgilio, attraversato il Flegetonte grazie all'aiuto del centauro Nesso, incontrato nel precedente canto, si ritrovano in un bosco tenebroso (l'intero episodio ha un precedente nell'Eneide virgiliana, al canto III, vv. 22 sgg.). Non ci sono sentieri (vedremo poi che ciò è dovuto alla nascita casuale delle piante e al fatto che il dover farsi strada tra gli sterpi sia parte della pena degli scialacquatori) e Dante evoca il sinistro luogo con una famosa terzina scandita dalla tecnica della "Privatio" -o antitesi- "Non... ma...", anafora che si ripete nei vv. 1-4-7.

«Non fronda verde, ma di color fosco;
non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;
non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco.»

(vv. 4-6)

Non ci sono piante verdi quindi, ma di colore scuro, non rami dritti ma nodosi e contorti, nessun frutto ma solo spine avvelenate. Dante precisa la descrizione con una similitudine: le dimore tra Cecina e Corneto (cioè la Maremma) di quelle bestie che odiano i terreni coltivati non sono in confronto così fitte e con vegetazione tanto aspra. Qui, dice il poeta, le Arpie (le "brutte" Arpie, che cacciarono con presagi funesti i troiani dalla Strofade, da un episodio del III libro dell'Eneide) fanno i loro nidi: esse, descrive il poeta, hanno corpo di uccello e volto umano, ed emettono strani lamenti (fanno lamenti in su li alberi strani vv 15, è un iperbato, ovvero la parola a cui si riferisce l'aggettivo viene allontanata dalla parola stessa). La descrizione delle Arpie è piuttosto statica ed esse non compiono nessuna azione diretta nel canto: Dante le sente e le vede, ma parla come se ce le stesse descrivendo senza guardare, a prescindere dalla percezione.

Virgilio, prima di entrare nel bosco, ricorda a Dante che si tratta del secondo girone del VII cerchio, quello dei violenti contro sé stessi, al quale seguirà il "sabbione" dei violenti contro Dio e contro natura. Inoltre la guida dice a Dante di guardare bene, che vedrà cose a cui non crederebbe se gli venissero raccontate.

Infatti Dante nota come si sentano lamenti ovunque senza vedere nessuno, al che pensa che ci siano delle anime nascoste tra la boscaglia. Virgilio gli legge nel pensiero e lo invita a troncare un rametto da una pianta perché la sua idea venga confutata ("li pensier c'hai si faran tutti monchi", v. 30). Inizia al verso 25 lo stile arzigogolato di figure retoriche tipico di questo canto, ispirato allo stile ufficiale delle lettere dei funzionari di Stato come Pier della Vigna che si incontrerà tra breve: "Cred'io ch'ei credette ch'io credesse" (in queste parole è presente un poliptoto).

Questa foresta quindi è mostruosamente intricata e il poeta si sofferma nel descrivere i dettagli più angoscianti perché il lettore non immagini il luogo come un ameno boschetto: niente foglie, frutti e fiori, e al posto del cinguettio degli uccelli si sentono solo le grida delle arpie e i lamenti. Non dobbiamo poi immaginare maestosi alberi ad alto fusto, ma sterpi, arbusti nodosi, come ve ne sono in Maremma, alti comunque abbastanza da appendere un corpo umano (come verrà detto ai vv. 106-108).

È la selva dei violenti contro se stessi, suicidi e scialacquatori, come preannunciato nello schema dell'Inferno nell'XI canto. Per Dante la violenza contro se stessi è più grave della violenza contro il prossimo, confermando in pieno la visione teologica di san Tommaso d'Aquino: il comandamento di "amare il prossimo tuo come te stesso" postula prima un amore verso la nostra persona in quanto riflesso della grazia e della grandezza divina.

Questa selva richiama l'immagine del locus horridus, caratterizzato da una natura cupa, accidentata, squassata da terribili sconvolgimenti ed animata da paurose e misteriose forze soprannaturali. Nelle letterature classiche ne troviamo testimonianza in Euripide, Virgilio (Eneide, III, vv. 13-68), Ovidio e Seneca.

L'arbusto sanguinante - vv. 31-54

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L'arbusto sanguinante, illustrazione di Gustave Doré

Dante "coglie" un ramicello da un grande arbusto e viene sorpreso dal grido "Perché mi schiante?" seguito dal fuoriuscire di sangue marrone dal punto reciso. Di nuovo arrivano parole dalla pianta "Perché mi scerpi? / non hai tu spirto di pietade alcuno? / Uomini fummo, e or siam fatti sterpi" (vv. 35-37) cioè "perché mi laceri? Eravamo uomini e ora siamo piante, perciò la tua mano dovrebbe essere più clemente". Al che Dante impaurito lascia subito il ramo.

Come quando si brucia un legno verde, dal quale esce liquido linfatico da un capo e l'altro cigola soffiando vapore, così dal punto della frattura "usciva[no]" parole e sangue (Dante usa il verbo al singolare per indicare i due sostantivi, con uno zeugma).

Si tratta quindi di uomini trasformati in piante, un decadimento verso una forma di vita inferiore, pena principale dei dannati di questo girone. Essi hanno rifiutato la loro condizione umana uccidendosi e per questo (per contrappasso) non sono degni di avere il loro corpo. Questa situazione paradossale si manifesta anche in maniera pratica nel canto: i due pellegrini non hanno un volto da guardare e in due occasioni essi non capiscono se il dannato ha finito di parlare o stia per continuare, perché non possono vedere l'espressione del suo volto.

La figura dell'albero sanguinante è ripresa dal III canto dell'Eneide, dove si narra dell'episodio di Polidoro: Enea, sbarcato sulle rive del mare di Tracia, vuole preparare un'ara e strappa alcuni rami da una pianta, ma dal legno troncato esce sangue, seguito, dopo alcuni tentativi, dalle parole di Polidoro, l'ultimogenito di re Priamo, che in segreto lo aveva affidato al re di Tracia affidandogli un'ingente quantità d'oro perché Troia era sotto assedio. Egli si è trasformato in pianta dopo essere stato trucidato e crivellato dalle frecce di Polimestore per impadronirsi del suo oro. Polidoro a questo punto invita Enea a lasciare al più presto quella terra maledetta. Al verso 48 Dante ammette di aver usato come fonte Virgilio, anzi è il poeta stesso che dice come quella scena Dante l'abbia veduta già nella "sua" rima.

A questo punto Virgilio dice che se Dante avesse saputo non avrebbe tagliato il ramoscello, ma in verità era necessario che Dante lo recidesse per il processo pedagogico della Commedia, affinché conoscesse la pena di questi dannati e promette che comunque in riparazione del danno, se vorrà presentarsi, Dante potrà ricordarlo tra i vivi.

Pier delle Vigne - vv. 55-78

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Pier delle Vigne cieco e imprigionato, versione cinematografica de L'Inferno (1911)

Il tronco, adescato dalle dolci parole, non può tacere e spera di non annoiarli se li "invischierà" un po' con i suoi discorsi: si notino due verbi tipicamente mutuati dalla pratica venatoria, passatempo tipico della corte di Federico II di Svevia, come adescare, prendere con l'esca, e invischiare, afferrare con vischio. Il tono della conversazione si alza e diventa ricercato e artificioso, con rime difficili, discorsi intricati e ricchi di figure retoriche come ripetizioni, allitterazioni, metafore, similitudini, ossimori, ecc.

L'anima finalmente si presenta: egli è colui che tenne entrambe le chiavi del cuore di Federico II (quella dell'aprire e del chiudere, ovvero del sì e del no, immagine presente anche in Isaia a proposito di Re Davide), e che le girò aprendo e chiudendo così soavemente da diventare l'unico partecipe dei segreti del sovrano; compì il suo incarico glorioso con fedeltà, perdendo prima il sonno e poi la vita; ma quella meretrice che non manca mai nelle corti imperiali (dall'"ospizio di Cesare"), cioè l'invidia, mise gli occhi su di lui e infiammò contro di lui tutti gli animi; e questi infiammati infiammarono a loro volta l'Imperatore (si noti la ripetizione di infiammò, 'nfiammati, infiammar), che mutò gli onori in lutti. Il suo animo allora, per spirito di sdegno, credendo di sfuggire lo sdegno del sovrano con la morte (disdegnoso/disdegno, altra ripetizione), fece contro di sé ingiustizia sebbene fosse nel giusto (ingiusto/giusto, terza ripetizione). Ma giurando sulle nuove radici del suo legno (la sua morte non è avvenuta da molto), egli proclama la sua innocenza, e se qualcuno di loro (dei due poeti) tornasse nel mondo dei vivi, il tronco prega di confortare lassù la sua memoria, ancora abbattuta del colpo che le diede l'invidia.

In tutta questa lunga perifrasi il dannato non ha mai pronunciato il suo nome, ma ha lasciato elementi sufficienti per la sua identificazione: si tratta di Pier della Vigna, ministro di Federico II che ebbe una brillante carriera nella corte imperiale, almeno fino al culmine nel 1246, quando fu nominato protonotaro e logoteta del Regno di Sicilia ed era di fatto il consigliere più potente e vicino al sovrano. Nel 1248, dopo la sconfitta di Vittoria, l'Imperatore cominciò a perdere fiducia nel suo consigliere e un anno dopo, forse a causa di un sospetto di complotto, venne arrestato a Cremona e incarcerato a San Miniato al Tedesco (o a Pisa), dove venne accecato con un ferro arroventato; dopodiché si suicidò pare fracassandosi la testa contro il muro della cella. La sua vicenda atroce destò molto scandalo all'epoca e molte storie circa suoi presunti complotti, spesso frutto di voci non vere. In ogni caso la storiografia moderna ha trovato a suo carico un colloquio sospetto con Papa Innocenzo IV a Lione e alcuni rilevanti abusi di potere.

Dante stesso è colpito da una forte pietà verso il dannato, tanto che non riuscirà a porgergli alcuna domanda e dovrà farlo Virgilio per lui. Il poeta inoltre ribadisce la sua innocenza, anche se da un punto di vista teologico questa costituisce un'aggravante al suicidio, perché uccidendosi egli ha tolto la vita a un innocente.

Spiegazione di come i suicidi si trasformino in piante - vv. 79-108

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La selva dei suicidi, Priamo della Quercia (XV secolo)

Virgilio, su richiesta di Dante, chiede quindi come le anime si trasformino in piante e se alcuna di esse si divincoli mai da tale forma. Di nuovo il tronco soffia prima forte e poi da quel "vento" tornano le parole: (parafrasi) "Brevemente vi sarà risposto: quando l'anima feroce del suicida si separa dal corpo dal quale essa stessa si è distaccata con la forza, Minosse (il giudice infernale), la manda al settimo cerchio ("foce"), dove cade nella selva a caso, dove la fortuna la balestra (di nuovo un verbo legato alla caccia). Lì nasce un ramoscello, poi un arbusto: le Arpie mangiando le sue foglie gli arrecano dolore e il dolore si manifesta in lamenti (chiasmo riferito a come dai rami rotti possano uscire parole e lamenti)" (vv. 93-102).

Poi Pier delle Vigne racconta come, dopo il Giudizio universale, le loro anime trascineranno i corpi alla foresta e li appenderanno ciascuna al suo tronco, senza riunirsi con essi poiché non è giusto riprendere ciò che ci si è tolti ("non è giusto aver ciò c'om si toglie", v. 105). Questa è un'invenzione puramente dantesca e nessun teologo parla di questa condizione speciale dei suicidi dopo il Giudizio Universale. L'idea del bosco dove penzolano macabramente i corpi dei suicidi è una delle più cupe rappresentazioni dell'Inferno.

L'anima, nell'immaginario medievale, era legata spesso a simboli vegetali. La mistica Ildegarda di Bingen (secolo XII), nel Liber Scivias, intuisce l'anima divina in un albero. Presso gli antichi popoli nomadi, la pianta è simbolo sia della vita, poiché fruttifica, sia della sapienza divina (Proverbi 3, 18), così le anime dei giusti alla loro morte si chiameranno "querce di giustizia" (Isaia 61,3) e andranno ad esornare la piantagione del Signore per manifestarne la gloria.

Gli scialacquatori - vv. 109-129

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Gli scialacquatori, illustrazione di Gustave Doré

I due poeti sono ancora in attesa di altre parole dal tronco quando la scena cambia improvvisamente. Si sentono rumori di caccia, come chi si senta venire incontro un cinghiale braccato da cani e cacciatori e che senta gli animali e le frasche spezzate. Ed ecco che dal lato sinistro Dante vede due anime nude e piene di graffi che scappano per la selva spaccando rami dappertutto (si tratta di un esempio di caccia infernale o caccia selvaggia).

Quello più avanti invoca: "Or accorri, accorri morte!", intesa probabilmente come seconda morte che annullerebbe le loro pene, mentre quello più dietro lo chiama, ricordando a "Lano" che non fuggiva così veloce alle Giostre del Toppo dov'era caduto in battaglia. Stremato il secondo si nasconde dietro un cespuglio, ma arriva una schiera di cagne nere, che come veltri lo raggiunge e lo lacera a brandelli, portando via le sue membra dolenti.

I due fuggiaschi braccati, sono, secondo lo schema del canto, due violenti contro i loro beni, i cosiddetti "scialacquatori" (usando una parola che non appartiene al vocabolario di Dante) e dalle parole che pronunciano si può risalire alla loro identità. Sono il senese Lano da Siena, forse già membro della brigata spendereccia e morto alle Giostre del Toppo, e Jacopo da Sant'Andrea, oggetto di numerosi aneddoti su come distrusse con leggerezza le sue proprietà.

La differenza tra il peccato degli scialacquatori e quello dei prodighi sta nelle intenzioni: i primi avevano scopi distruttivi (si cita sempre l'esempio di Jacopo che aveva dato a fuoco le proprie case per diletto), mentre i secondi non sapevano contenere la loro indole a spendere, desiderando solo accumulare beni con rapacità.

Il suicida fiorentino - vv. 130-151

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Dante raccoglie i ramoscelli nel bosco dei suicidi, illustrazione di Giovanni Stradano (1587)

Dopo la parentesi della caccia infernale, la scena torna silenziosa e meditativa: Virgilio indica a Dante il cespuglio dove si era riparato Jacopo e questi lo vede tutto piangente per le numerose ferite riportate durante l'assalto. Esso si lamenta contro Jacopo da Sant'Andrea ("Che t'è giovato di me far schermo? / Che colpa ho io della tua vita rea?", vv. 134-135), poi Virgilio gli chiede di parlare un po' di sé.

Il cespuglio prega prima malinconicamente i due pellegrini di raccogliere le sue fronde e metterle ai suoi piedi. Poi inizia a dire che è fiorentino, non nominando la città ma compiendo una lunga perifrasi: dice che era della città che cambiò il primo patrono in San Giovanni Battista, riferendosi alla diffusa leggenda che l'antica Florentia romana fosse una città dedicata al dio Marte. Per questo il primo padrone, dio della guerra e della discordia, continua a perseguitarla "con la sua arte", rendendola sempre triste. "Per fortuna che almeno resti un frammento di statua colloco al passaggio sull'Arno, altrimenti coloro che la ricostruirono dopo la distruzione di Attila avrebbero lavorato invano. "Il cespuglio si sta riferendo alla statua che i fiorentini credevano raffigurasse Marte e che si trovava alla testa dell'antico Ponte Vecchio (ricostruito nel Trecento). Questa statua smozzicata, citata da vari cronisti, era il rimasuglio di un cavallo di una statua equestre della quale nessuno ricordava l'origine. Poiché non si conoscono statue equestri di Marte, gli storici moderni hanno avanzato l'ipotesi che si trattasse forse di un'effigie di Totila, il re degli Ostrogoti, che fu responsabile della distruzione di Firenze nel 550 (e non Attila re degli Unni che Dante ha indicato confondendosi).

La presenza di questo "palladio" veniva vista come una protezione per la città: nel 1333 fu travolto da un'alluvione e i più pessimisti vi videro un preannuncio della peste nera (1348). In ogni caso al tempo di Dante esso esisteva ancora.

Il canto si chiude con un verso lapidario, l'unico sulla biografia del dannato: "Io fei gibetto a me de le mie case", cioè "io feci la mia forca (gibetto è un francesismo da gibet) nelle mie case", ovvero "mi impiccai in casa mia". La drammatica scena dell'appeso, anonimo come tanti fiorentini che in quegli anni di boom economico non stavano al passo e si toglievano la vita, è permeata del senso di solitudine del suicidio.