Iliade

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lezione
Iliade
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura greca




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Omero Letteratura greca Odissea

L'Iliade è - insieme all'Odissea - un poema epico attribuito ad Omero. Si compone di ventiquattro libri o canti, ognuno dei quali è indicato con una lettera dell'alfabeto greco maiuscolo. Opera ciclopica e complessa, è ritenuta un caposaldo della letteratura greca. Narra le vicende di un breve episodio della storia della guerra di Troia, quello dell'ira dell'eroe Achille, accaduto nell'ultimo dei dieci anni di guerra. L'ira di Achille è l'argomento portante del poema.

Datazione[modifica]

L'opera venne composta nella regione della Ionia Asiatica intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori ne pospongono la data della composizione a circa il 720 a.C. Il tiranno ateniese Pisistrato, nel VI secolo a.C., decise di uniformare e dare forma scritta al poema che fino ad allora si era tramandato quasi esclusivamente in forma orale. Quest'ultima forma, però, continuerà a restare viva fino al III secolo d.C. in Egitto, con tutti i cambiamenti e le mutazioni inevitabili nella forma orale. La guerra di Troia aveva avuto secondo Omero una durata effettiva di 10 anni, ma nell'Iliade ne vengono narrati soltanto 51 giorni.

Le diverse edizioni[modifica]

Sappiamo che il poema era già noto nel VI secolo a.C.; la prima testimonianza sicura è di Pisistrato di Atene (561 a.C.-527 a.C.). Dice infatti Cicerone nel suo De Oratore: “primus Homeri libros confusos antea sic disposuisse dicitur, ut nunc habemus” ("Si dice che Pisistrato per primo avesse ordinato i libri di Omero, prima confusi, così come ora li abbiamo"). Il primo punto fermo è quindi che nella Grande Biblioteca di Atene di Pisistrato erano contenuti i libri di Omero, ordinati.

L'oralità non consentì di stabilire delle edizioni canoniche. L'Iliade pisistratea non fu un caso unico: sul modello di Atene ogni città (di sicuro Creta, Cipro, Argo e Massalia) probabilmente aveva un'edizione “locale”, detta kata poleis. Le varie edizioni kata poleis non erano probabilmente molto discordanti tra di loro. Abbiamo anche notizia di edizioni precedenti all'ellenismo, dette polustikos, “con molti versi”; avevano sezioni rapsodiche in più rispetto alla versione pisistratea; varie fonti ce ne parlano ma non ne sappiamo l'origine. L'Iliade e l'Odissea erano la base dell'insegnamento elementare: i piccoli greci imparavano a leggere leggendo i poemi di Omero; molto probabilmente i maestri semplificarono i poemi affinché fossero di più facile comprensione per i bambini.

Consciamo anche l'esistenza di edizioni kata andra: personaggi illustri si facevano fare edizioni proprie. Un esempio molto famoso è quello di Aristotele, che si fece creare un'edizione dell'Iliade e dell'Odissea per farla leggere ad Alessandro Magno.

Con tutte queste versioni prealessandrine, si è arrivati a una sorta di testo base attico, una vulgata attica [1]

Teagene di Reggio, VI secolo a.C., fu il primo critico e divulgatore dell'Iliade, che fra l'altro pubblicò.

Gli antichi grammatici alessandrini tra il III e il II secolo a.C. concentrarono il loro lavoro di filologia del testo su Omero, sia perché il materiale era ancora molto confuso, sia perché era universalmente riconosciuto come il padre della letteratura greca. Molto importante fu un'emendatio (diorthosis) volta ad eliminare le varie interpolazioni e a ripulire il poema dai vari versi formulari suppletivi, formule varianti che entravano anche tutte insieme. Si arrivò dunque ad un testo definitivo. Un contributo fondamentale fu quello di tre grandi filologi, vissuti tra la metà del III secolo e la metà del secondo: Zenodoto di Efeso, che elaborò la numerazione alfabetica dei libri ed operò una ionizzazione (sostituì gli eolismi con termici ionici), Aristofane di Bisanzio, di cui non ci resta nulla, ma che sappiamo che fu un gran commentatore, inserì il prosodio (l'alternarsi di lunghe e brevi), i segni critici (come la crux, l'obelos) e gli spiriti, Aristarco di Samotracia, che operò una forte ed oggi considerata sconveniente atticizzazione, convinto che Omero fosse di Atene, e si occupò di scegliere una lezione per ogni vocabolo “dubbio”, curandosi però di mettere un obelos con le altre lezioni scartate; non è ancora chiaro se si basò sull'istinto o comparò vari testi.

Il testo giunto all'età contemporanea dell'Iliade è piuttosto diverso da quello con le lezioni di Aristarco. Su 874 punti in cui egli scelse una particolare lezione, solo 84 tornano nei nostri testi; la vulgata alexandrina è quindi uguale alla nostra solo per il 10%. Questo dimostra che il testo della vulgata alessandrina non era definitivo; è possibile che nella stessa biblioteca di Alessandria d'Egitto, dove gli studiosi erano famosi per i loro litigi, ci fossero più versioni dell'Iliade. Un'invenzione molto importata della biblioteca di Alessandria furono le scolia, ricchi repertori di osservazioni al testo, note, lezioni, commenti. Dunque i primi studi sul testo furono effettuati tra il III e il II secolo a.C. dagli studiosi alessandrini; poi tra il I secolo e il II secolo d.C. quattro scoliasti redassero gli scolia dell'Iliade, poi compedianti da uno scoliasta successivo nell'opera “Commento dei 4”. L'Iliade di Omero tuttavia non riuscì a influenzare tutte le zone dove era diffusa; anche in età ellenistica giravano più versioni, probabilmente derivanti dalla vulgata ateniese di Pisistrato del V secolo, che proveniva da varie tradizioni orali e rapsodiche.

Intorno alla metà del II secolo, dopo il lavoro di Alessandria, giravano il testo alessandrino e residui di altre versioni. Di certo gli Ellenisti stabilirono il numero di versi e la suddivisione dei versi. Dal 150 a.C. sparirono le altre versioni testuali e si impose un unico testo dell'Iliade; tutti i papiri ritrovati da quella data in poi corrispondono ai nostri manoscritti medievali: la vulgata medievale è la sintesi di tutto. Nel medioevo occidentale non era diffusa la conoscenza del greco, nemmeno tra personaggi come Dante o Petrarca; uno dei pochi che lo conosceva era Boccaccio, che lo imparò a Napoli da Leonzio Pilato. L'Iliade era conosciuta in occidente grazie alla Ilias tradotta in latino di età neroniana.

Prima dei lavoro dei grammatici Alessandrini, il materiale di Omero era molto fluido, ma anche dopo di esso altri fattori continuarono a modificare l'Iliade, e per arrivare alla koinh omerica bisogna aspettare il 150 a.C. L'iliade fu molto più copiata e studiata dell'Odissea.

Nel 1170 Eustazio di Salonicco contribuì in modo significativo. Nel 1459 Costantinopoli fu presa dai turchi; un grandissimo numero di profughi dall'oriente emigrano verso l'occidente, portando con se una gran mole di manoscritti. Questo accade fortunatamente in concomitanza con lo sviluppo dell'Umanesimo, tra i punti principali del quale c'era lo studio dei testi antichi.

Nel 1920 si realizzò che era impossibile fare uno stemma codicum per Omero perché, già nel '20, escludendo i frammenti papiracei, c'erano ben 188 manoscritti e perché non riusciamo a risalire ad un archetipo di Omero. Spesso i nostri archetipi risalgono al IX secolo, secolo in cui a Costantinopoli, il patriarca Fozio si preoccupò che tutti i testi scritti in alfabeto greco maiuscolo fossero traslitterati in minuscolo; quelli che non furono traslitterati, sono andati persi. Per Omero tuttavia non esiste un solo archetipo: le translitterazioni avvennero in più luoghi contemporaneamente.

Il nostro più antico manoscritto capostipite completo dell'Iliade è il Marcianus 454a, presente a Venezia; risale al X secolo, quando Bessanone, rettore della biblioteca, lo ricevette dall'oriente da Giovanni Aurispa. I primi manoscritti dell'Odissea sono invece dell'XI secolo.

L'editio princeps dell'Iliade è stata stampata nel 1488 a Firenze da Demetrio Calcondila. Le prime edizioni veneziane, dette aldine dallo stampatore Aldo Manuzio, furono ristampate ben 3 volte, nel 1504, 1517, 1512, indice questo senza dubbio del gran successo sul pubblico dei poemi omerici.

Analisi critica[modifica]

Parlando dell'Iliade, a chiunque viene immediatamente il ricordo di fatti straordinari, "eroici", e tutti sanno che l'"eroico" è l'accento fondamentale di questo poema.
Ma, dicendo "eroico", dovremmo rimanere scontenti per l'accezione che definisce eroico qualcosa di superiore, di una superiorità particolare. Nessuno chiamerebbe eroico qualcuno che mangia terga di buoi o beve otri di vino, ma, in Omero, anche questo è eroico.
Nell'Iliade è eroico ciò che è al di sopra della norma, in qualunque modo, sia nel bene che nel male, nella gagliardia del corpo o dell'animo, nelle armi, nei carri, nel gridare o nel tacere, nella ferocia o nella generosità, nella volontà o nel capriccio.
In questo colpisce dell'eroe dal di fuori, la natura, il destino, la morte, tutte le forze che si eroicizzano esse stesse, uscendo dalla norma per eroicizzare l'eroe.
Si pensi alla grandezza fisica, alla monumentalità dell'eroe omerico: Aiace mentre difende il campo acheo dall'impeto trionfante di Ettore, Achille in lotta con le onde vorticose dello Scamandro e del Simoenta.
Si pensi alle armi: il semplice scudo d'Aiace che sembra torre o scoglio, all'asta di Achille che nessuno sapeva maneggiare, tanto da essere abbandonata da Patroclo, dopo aver preso possesso delle armi di Achille.
Queste grandezze e questa eroicità non sono descritte con occhio stupito o sorriso di meraviglia, che sono modi e forme della poesia cavalleresca. Il poeta, non sa di raccontare cose meravigliose, perché non ha altra stregua a cui avvicinarle o compararle; il poeta stesso è all'interno di questo meraviglioso, in quanto il suo mondo naturale, quello che vede e che descrive e narra è la sua schietta realtà.
Non racconta dal basso, non guarda in su, misurando la distanza. Anche chi legge non guarda in su, ma è dentro alla scena eroica, in questo mondo, straordinario, smisurato, meraviglioso. L'eroico è sentito come natura, come normalità.
Proviamo a proiettare come su uno schermo alcuni episodi del poema. Nel primo libro, troviamo il dispetto (o il capriccio?) di Achille che non vuole più combattere perché gli hanno tolto Briseide, è la grande μηνις (mênis), la collera tremenda. Nel XVII e XXIII libro, la collera vendicatrice di Achille, ha impeti ferini: strage di nemici, fiumi di sangue strazio e scempio anche dei cadaveri, Ettore ormai morto, legato per i piedi e trascinato dalla biga dell'uccisore, con la testa nella polvere, attorno alla tomba di Patroclo. Nell'ultimo canto, lo scoppio della pietà, di fronte a Priamo, che gli ricorda Peleo, Achille piange e rende il cadavere alla famiglia.
L'opera non tratta, come parrebbe dal titolo, la guerra di Ilio (Troia), ma un episodio di questa guerra, l'ira di Achille, con un'azione che si svolge in un periodo brevissimo, se paragonato alla durata della guerra: 51 giorni. In vero, le ire sono due, e non una, e il passaggio dall'una all'altra, divide il poema in due parti: nella prima Achille non vuole più combattere, nella seconda si immerge nella battaglia straziando il nemico.

Non vi sono dubbi sull'unità di questo grande blocco di poesia. L'attribuzione ad Omero è ormai vecchia di tremila anni, fin dal VII secolo a.C. Ogni tentativo di rifiutarla appare un cavillo artificioso, anziché una ragione ragionata.
Anche la divisione in 24 libri, tipica degli scritti alessandrini, non è che una restaurazione di più antiche divisioni rapsodiche.
Quando Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, tra il numeroso materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, egli enunciò, a corollario della sua affermazione, che la poesia non è storia ma una fecondissima verità teoretica ed anche una verità di fatto.


Voci correlate[modifica]

Risorse[modifica]

Testi in Greco[modifica]

Testi in Italiano[modifica]

altre lingue[modifica]

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russo

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Collegamenti esterni[modifica]

Note[modifica]

  1. Il termine Vulgata viene come ricalco della Vulgata della Bibbia fatta da San Girolamo che curò un testo latino definitivo, che chiamò Vulgata – per il volgo, da divulgare).