Sod seeding

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lezione
Sod seeding
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Lavorazioni agrarie





Il sod seeding, noto anche con altre denominazioni, è una tecnica agronomica conservativa di gestione del suolo che prevede la non lavorazione del terreno investito con le coltivazioni erbacee allo scopo di mantenere una fertilità fisica paragonabile a quella dei terreni naturali.

Terminologia[modifica]

La tecnica è conosciuta con varie denominazioni che fanno riferimento alla mancata esecuzione delle lavorazioni. In inglese, oltre alla locuzione sod seeding (semina su cotico erboso), si usano anche no tillage (non lavorazione) e zero tillage (lavorazione zero).

In italiano è particolarmente usata - soprattutto in ambito tecnico-scientifico - la locuzione inglese sod seeding. Ad essa si aggiungono anche le locuzioni semina su sodo e non lavorazione, entrambe mutuate da quelle inglesi. Semina su sodo è in realtà un'errata traduzione: il termine sod infatti non è un aggettivo che fa riferimento alla compattezza del terreno non lavorato (termini corretti sarebbero ad esempio hard o solid), bensì indica la presenza di una copertura erbosa spontanea sul terreno non lavorato al momento della semina.

La tecnica del sod seeding riguarda esclusivamente le coltivazioni erbacee e, quindi, i terreni interessati dalle rotazioni colturali, generalmente col colture a ciclo annuale o intercalare. Nelle coltivazioni arboree si applica tuttavia una tecnica di non lavorazione, l'inerbamento, che condivide con il sod seeding i principali presupposti di base.

Aspetti concettuali[modifica]

Alla base del sod seeding stanno diverse motivazioni.

Le lavorazioni incrementano la macroporosità del terreno e, di conseguenza, il potenziale di ossidoriduzione, indirizzando le trasformazioni specifiche del ciclo del carbonio verso la mineralizzazione a scapito dell'umificazione. Nel lungo periodo ne deriva un abbassamento del tenore in humus e sostanza organica e una riduzione degli effetti positivi che questo ha sulla fertilità fisica del terreno. A favore di questa tesi depone l'esistenza, nei terreni naturali, di un livello di sostanza organica più elevato rispetto ai terreni agrari e, in questi ultimi, una maggiore incidenza delle struttura granulare a scapito di quella glomerulare.

Il motivo di questa differenza risiede nel maggior grado di aerazione del terreno soggetto a periodiche lavorazioni. La maggiore disponibilità di ossigeno nell'atmosfera del terreno privilegia i processi microbici di natura ossidativa. Le lavorazioni, inoltre, tendono a distruggere gli apparati radicali lasciati dalle colture precedenti, pertanto riducono la quantità di sostanza organica suscettibile di umificazione, a meno che non si ricorra, con la lavorazione, all'interramento di concimi e ammendanti organici.

Le lavorazioni hanno un potenziale impatto negativo sulla stabilità della struttura del terreno che diventa incipiente quando sono eseguite in modo non razionale fino a prevalere sugli effetti positivi. In generale le lavorazioni aumentano la sofficità del terreno creando una struttura di disgregazione, detta pseudostruttura, in cui ha un notevole peso la struttura granulare derivata dalla presenza di colloidi minerali (minerali argillosi). Questo effetto positivo ha una durata limitata nel tempo a causa della minore stabilità degli aggregati strutturali, perciò la struttura di disgregazione è soggetta ad un deterioramento a causa del calpestamento, dell'azione battente della pioggia, della persistenza di eventuali ristagni idrici, ecc. Di conseguenza deve essere sistematicamente ripristinata a cadenza almeno annuale. Le lavorazioni hanno un impatto distruttivo diretto, nei confronti della struttura, allorché sono eseguite in modo non razionale, specie in condizioni non ottimali di umidità, causando polverizzazione, compressione e costipamento.

I terreni non lavorati, al contrario, assumono le peculiarità dei terreni naturali: la massa degli apparati radicali lasciata dalle colture precedenti si trova in condizioni migliori affinché i processi di decomposizione s'indirizzino verso l'umificazione, anche in virtù del minore potenziale di ossidoriduzione. Ne consegue che la struttura del terreno evolve verso il tipo glomerulare per il maggior tenore in colloidi organici, con aggregati strutturali più stabili. A questo aspetto si aggiunge una dinamica più naturale dello strato superficiale, grazie alla costante presenza in superficie di residui vegetali indecomposti che hanno un effetto pacciamante favorendo la formazione di uno strato superficiale che mostra analogie con l'orizzonte A dei suoli naturali. Nel complesso un terreno non lavorato ha una struttura più stabile, in grado di resistere meglio ai fattori distruttivi. Ad esempio, un terreno non lavorato ha una portanza superiore rispetto a quello lavorato, sopportando meglio il calpestamento dovuto al passaggio delle macchine.

Le lavorazioni predispongono i terreni declivi all'erosione per scorrimento superficiale. Il terreno nudo e sminuzzato in superficie, infatti, è maggiormente soggetto all'azione erosiva dell'acqua. Al contrario, un terreno non lavorato ha in superficie materiale organico indecomposto che aumenta l'asperità del terreno e riduce la velocità di deflusso superficiale dell'acqua. Il migliore stato strutturale in superficie offre inoltre ulteriori difese grazie alla stabilità della struttura di un terreno non lavorato.

Le lavorazioni sono motivo di complicazione dell'organizzazione aziendale, rendendo ardui anche gli avvicendamenti colturali quando questi richiedono tempi più snelli.

Bibliografia[modifica]

  • Wright, Sylvia. "Paydirt." UC Davis Magazine Winter 2006, pp 24-27.
  • Dirt: The Erosion of Civilizations (Hardcover), by David R. Montgomery, 295 pages, University of California Press; 1 edition (May 14, 2007) ISBN 978-0520248700