Sud-Sudan: La componente religiosa

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Approfondimento
Nella chiesa le radici del nuovo paese
di Franco Moretti
da Nigrizia di luglio 2011
Dipartimento di Scuole
Dipartimento di Studi umanistici





Lettura integrativa di Geografia nelle scuole superiori


Dipartimento:Studi africani

a cura di Franco Moretti

Nella chiesa le radici del nuovo paese[modifica]

Da Nigrizia di luglio 2011: intervista all'arcivescovo di Juba, Paulino Lukudu Loro

Per il vescovo metropolita è impossibile pensare a un nuovo Sud Sudan senza la sua istituzione più nobile, la chiesa cattolica. «Non metteremo il cappello sul nuovo stato, che dovrà essere laico. Ma, come chiesa, vantiamo un grande tesoro di saggezza, che non possiamo tenere nascosto nel cassetto».

Si descrive come «un cittadino sud-sudanese, orgoglioso dell'indipendenza raggiunta e felice di essere finalmente libero». Ma anche in questi momenti, tumultuosi e allo stesso tempo colmi di speranza per il Sud Sudan, non scorda di essere «un vescovo comboniano: leggo quello che accadrà il 9 luglio come un passo importante verso la realizzazione del sogno di Daniele Comboni». Mons. Paulino Lukudu Loro, alla guida dell'arcidiocesi di Juba dal febbraio 1983 e vescovo metropolita del Sud Sudan, è una figura morale e spirituale di riferimento in quella terra. Anche per i non cristiani.

Lo abbiamo intervistato alla vigilia della proclamazione dell'indipendenza del Sud Sudan. Le sue sono parole cariche «di un'emozione fortissima, difficile da descrivere». Dice: «Solo chi non è mai stato libero e poi lo diventa, può capire cosa intendo dire».

Monsignor Lukudu Loro, che cosa ha fatto e sta facendo la chiesa per preparare i fedeli allo storico evento dell'indipendenza del sud?

La chiesa cattolica ha accompagnato da vicino il lungo processo di pace iniziato con il Protocollo di Machakos, in Kenya, nel 2002, fino alla firma dell'Accordo globale di pace (Agp) a Nairobi, il 9 gennaio 2005. Anche dopo, siamo stati vicini al popolo per prepararlo ad affrontare altre importanti tappe previste dall'Agp, come le elezioni dell'aprile 2010 e il referendum sull'autodeterminazione, del 9-15 gennaio 2011.

Per la prossima importantissima occasione, la dichiarazione d'indipendenza del paese, abbiamo varato un programma ad hoc. Ci siamo incontrati lo scorso aprile a Juba, ancora come conferenza episcopale del Sudan (quindi con i nostri confratelli vescovi del nord), e poi in maggio, come conferenza del Sud Sudan, per definire nei dettagli il programma e per formare comitati, commissioni, gruppi di lavoro, per nominare i loro vari responsabili e definire il compito di ciascuno. In tutte le diocesi abbiamo organizzato campagne di preghiere in vista dell'importante data. È bello sapere e vedere i cristiani impegnati a pregare per il futuro della loro nuova patria. Poi abbiamo invitato qui a Juba tutte le commissioni pastorali diocesane per stabilire insieme un programma celebrativo: programma ampio, di 40 giorni, con celebrazioni e cerimonie liturgiche da tenere sia a Juba, la capitale, sia in ognuna delle 7 diocesi. Pregare e celebrare assieme, in un paese dove i gruppi etnici sono oltre 200 e non sempre in pace l'uno con l'altro, dovrebbe aiutare a far crescere il senso di appartenenza a un solo paese.

Ma la vita di chiesa non significa solo preghiera.

È vero. Abbiamo messo in luce anche altri importanti temi: giustizia, pace, riconciliazione, salvaguardia del creato. Prenda quest'ultimo tema: due lunghe guerre civili, oltre ad aver causato milioni di vittime, hanno anche gravemente compromesso alcuni ecosistemi. Quando in una regione hai centinaia di migliaia di sfollati in preda alla fame, è difficile esigere da loro che rispettino la natura. Tagliano, disboscano, rovinano... Devono sopravvivere. Ora dobbiamo imparare ad aiutare la natura a rigenerarsi. In tutto il paese le varie comunità cristiane sono state invitate a piantare alberi e rimboschire intere aree. Questi nuovi boschi rimarranno come ricordo del grande giorno dell'indipendenza. Abbiamo aperto ogni nostra iniziativa sia alla chiesa del Nord Sudan, sia a tutte le denominazioni cristiane presenti nel sud. Dialogo e cooperazione sono stati encomiabili.

Quale sarà il ruolo della chiesa cattolica nel nuovo Sud Sudan?

Va da sé che i nostri fedeli, come quelli di altri gruppi di fede, sono prima di tutto cittadini, e si sentono tali. E dal momento che oggi i cristiani sono la maggioranza, devono sapere che tutti si aspettano da loro un forte contributo. Abbiamo pregato - e stiamo pregando - per la pace, perché sappiamo che la pace è soprattutto un dono dall'alto e, quindi, va invocato. Nello stesso tempo, siamo coscienti che la dobbiamo anche costruire con il nostro impegno. Desideriamo che la nostra nuova patria nasca nel modo giusto. Per questo, come cittadini, vogliamo poter dire la nostra. Siamo intenzionati a tenere d'occhio i nostri leader politici, pronti a incoraggiarli a continuare sulla strada giusta, ma anche a criticarli e a riprenderli, qualora se ne allontanassero. Dopo tutto, siamo stati al loro fianco per lunghi anni. Abbiamo lavorato assieme. Spesso e volentieri li abbiamo anche consigliati e ispirati. Continueremo a farlo.

Diciamocelo chiaro: la chiesa in Sud Sudan è una realtà che ha radici ed è molto più antica di ogni movimento di liberazione e di ogni governo al potere. La nostra esperienza è vasta e importante. Anche oggi, in molte zone, le uniche istituzioni che funzionano sono le nostre: parlo di scuole, collegi, ospedali, dispensari... È impossibile pensare a un Sud Sudan senza la sua istituzione più nobile, che è appunto la chiesa cattolica. Chiaro che non cerchiamo di mettere il nostro cappello sul nuovo stato, che dovrà essere laico. Ma, come chiesa, vantiamo un passato di vicinanza al popolo. Abbiamo un grande tesoro di saggezza, racchiuso nell'insegnamento sociale della chiesa. In Sudan non l'abbiamo mai tenuto nascosto nel cassetto: l'abbiamo annunciato a tutti e messo in pratica nelle varie situazioni. L'abbiamo proposto ai nostri leader di ieri e lo proporremo a quelli di domani.

E i gruppi etnici non ancora del tutto uniti?

È un compito grave che ci aspetta.

Non vogliamo chiudere gli occhi. In Sud Sudan vivono oltre 200 etnie, spesso in conflitto tra loro. In noi vescovi c'è il timore che il senso di appartenenza a un dato gruppo (cosa di per sé positiva) possa facilmente venir usato da questo o quel politico per particolari interessi di parte e degenerare, quindi, in tribalismo. Staremo all'erta e aiuteremo tutti a sentirsi sempre più parte di un solo paese.

Siamo coscienti che ciascuna delle nostre etnie ha bisogni particolari. Prenda l'educazione: a causa delle prolungate guerre civili, il 90% della nostra gente è analfabeta. Troppi giovani non sono mai stati a scuola. Forse qualche gruppo ha goduto delle nostre scuole più di un altro. Ora dovremo fare in modo che tutti abbiano gli stessi diritti. La stessa cosa va detta per la sanità.

Insomma: celebreremo l'indipendenza di un nuovo paese, ma sappiamo che dovremo costruirlo da zero. Avremo bisogno della simpatia e dell'aiuto pratico di tutta la comunità internazionale. La nostra chiesa ha sempre assaporato la generosità delle altre chiese nazionali. Lanceremo appelli perché questa generosità "cattolica" non venga meno proprio ora. Chiederemo personale specializzato, materiale didattico, strumenti tecnologici, conoscenza scientifica e sostegno finanziario. I leader politici ci hanno già detto che si aspettano da noi un notevole sforzo a questo livello, e noi abbiamo detto che possono contarci.

Crede che i nuovi leader politici saranno disposti a collaborare con la chiesa? Quando stavano elaborando la costituzione ad interim del Sud Sudan, vi hanno quasi del tutto esclusi da quel processo.

Non lo nego. Noi stessi abbiamo avuto la netta impressione che la nuova amministrazione abbia voluto fare le cose senza di noi. Suppongo che abbia inteso mostrare al mondo di saper camminare con le proprie gambe. Ma i nostri politici non sono sciocchi: sanno che non possono ignorarci e che la chiesa in Sud Sudan è una realtà con cui è bene collaborare. La maggior parte di loro sono cristiani; molti sono cattolici, usciti dalle nostre scuole. In privato, molti continuano a discutere e dialogare con noi in modo aperto. E non è mancato chi abbia detto anche in pubblico: «Abbiamo e avremo bisogno della chiesa. Non vogliamo che ci lasci soli». Ai nostri leader abbiamo detto che non cerchiamo alcun piedistallo nel nuovo Sud Sudan: vogliamo solo dare il nostro contributo. Credo che non lo rifiuteranno.

Con l'indipendenza del Sud Sudan, la chiesa cattolica nel nord e quella nel sud si troveranno in due diversi stati, alle prese con sfide diverse.

Come vescovi del sud, continueremo a essere in profonda comunione con i nostri colleghi del nord, anche se dovremo lavorare in due nazioni diverse. La prima domanda che tutti ci poniamo è: saranno due nazioni in pace? Tutti desideriamo che lo siano. Seguiremo attentamente le relazioni tra i due governi. Eserciteremo insieme il nostro ministero di riconciliazione. In alcune zone calde, specie alle frontiere, si sta combattendo anche in questi giorni. Non vogliamo che si continui a farlo in futuro. Avremo un compito arduo da svolgere: portare i nostri due paesi a non considerarsi più nemici, ma a collaborare da amici. Dovremo dire, sia al nord sia al sud, che la guerra è la cosa più stupida che una nazione può fare. Non sarà una cosa facile e non ci facciamo illusioni. Ma il nostro impegno per la pace tra i due paesi sarà chiaro e determinante.

Al sud - come ho già accennato - avremo da affrontare la sfida della riconciliazione tra i diversi gruppi etnici. Temiamo che le tensioni di oggi possano continuare ancora a lungo. Già abbiamo notato la presenza di comportamenti scorretti nella gestione del paese, nel senso che un gruppo tende a prevalere sugli altri, e non abbiamo taciuto. Siamo anche testimoni di atti di corruzione nella suddivisione delle risorse: una regione vuole avvantaggiarsi sulle altre. Lotteremo contro tutto questo. Non taceremo. Saremo la coscienza della nazione.

Quali saranno le relazioni tra le due conferenze episcopali?

Per molti decenni, anche durante le lunghe guerre civili, abbiamo continuato a formare una sola conferenza nazionale, sebbene, a volte, risultasse impossibile incontrarci. Con l'indipendenza del sud, diventeremo due conferenze episcopali autonome. Questo, però, non diminuirà l'unione che esiste tra di noi in quanto chiesa cattolica: continueremo a essere in comunione. Anche perché faremo parte dell'Amecea, l'organismo che riunisce i membri delle Conferenze episcopali dell'Africa Orientale. Prevedo che, per un certo periodo di tempo, avremo regolari incontri comuni, anche solo per esaminare come le nostre nazioni procederanno nel difficile compito di essere due nuovi membri dell'Unione africana.

Una domanda personale. Lei nasce nel 1940, durante il periodo coloniale. Cresce durante la prima guerra civile (1952-1972). Da ragazzo, entra nel seminario comboniano in Sud Sudan. Nel 1965 è novizio a Firenze. Dal 1967 inizia gli studi teologici a Verona, dove è ordinato sacerdote nel 1970. Nel 1974 è già Amministratore apostolico di El Obeid, nel nord del Sudan, diventandone il vescovo nel 1979. Nel 1983, allo scoppio della seconda guerra civile, è nominato arcivescovo di Juba, nel sud. Oggi, tocca a lei, come metropolita del Sud Sudan, condurre la chiesa di questa nuova nazione nella "terra promessa" dell'indipendenza. Cosa prova a essere un testimone vivente del lungo e difficile esodo di un popolo che, finalmente, esce dall'oppressione ed entra nella libertà?

La storia ha voluto che mi trovassi direttamente coinvolto in tutte queste situazioni, ma non ho mai pensato di essere una sorta di liberatore del mio popolo. Dovunque sono stato, ho cercato di mettermi al servizio di quella porzione di popolo di Dio che mi veniva affidata. Sono stato nel nord, come vescovo di El Obeid, per oltre 8 anni, e ricordo con piacere quel periodo. Quando mi assegnarono la guida dell'arcidiocesi di Juba, accettai in spirito di obbedienza. Fu l'inizio di un periodo terribile per il sud: guerra, divisioni, odi, morti, sofferenze, fuga di centinaia di migliaia di profughi, intere popolazioni sfollate in preda alla fame e alle malattie. Ho sentito il peso delle responsabilità che mi erano cadute sulle spalle come vescovo metropolita di un paese fortemente provato e ho cercato di fare quello che un responsabile della chiesa è chiamato a fare: chiedere la pace, esigere la giustizia, pretendere la libertà.

Si dà il caso che oggi io sia il vescovo più anziano del Sud Sudan. E il fatto che la gente mi consideri un "campione della libertà del paese" non può che farmi piacere. Ma la mia vera gioia è di poter essere ancora qui a servire una chiesa che entra in una nuova fase della sua storia. Sono certo che è destinata a crescere. C'è tanta fede in questa terra. Una fede messa più volte a dura prova, fino a quella suprema del martirio. In quanto chiesa, siamo stati spesso "contingentati": ci hanno disprezzati e perseguitati. Ho ancora vivo il ricordo dell'espulsione di tutti i missionari comboniani dal Sud Sudan nel 1964. Dopo di allora, per molti anni, siamo rimasti soli: eravamo in pochi e privi di tutto. Ma abbiamo resistito. Poi, piano piano, i missionari hanno cominciato a ritornare, anche segretamente e illegalmente (eravamo in territori di guerra). Furono anni difficilissimi. Ma non siamo spariti. Ora, finalmente, possiamo accarezzare la libertà. Siamo destinati a crescere in tutti i sensi, anche numericamente. Le attuali sette diocesi sono molto estese: dovremo crearne di nuove e avere nuovi vescovi. Stiamo studiando il trasferimento dei due seminari maggiori (quello filosofico e quello teologico) da Khartoum a Juba. Grazie a Dio, nel sud non mancano vocazioni. Avremo nuovi sacerdoti. Ma desideriamo che aumenti anche il numero dei missionari: lungi da noi dire che non servono più! Ci servirà la loro esperienza per affrontare molte nuove sfide. Ne cito una sola: nei soli ultimi 12 mesi, sono giunte in Sud Sudan oltre 60 nuove denominazioni cristiane, per lo più di stampo evangelico; molte di esse sono vere e proprie sette. Non le conosciamo. Non capiamo cosa vogliano. Ci chiediamo se siano davvero chiese o qualcosa d'altro. Abbiamo il sospetto che dietro ad alcune di esse si nascondano interessi che esulano del tutto dalla fede cristiana. Come rapportarci e dialogare con esse? Non lo sappiamo.