Lope de Vega (superiori)

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lezione
Lope de Vega (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura spagnola per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

La vita[modifica]

Félix Lope de Vega y Carpio, più conosciuto semplicemente come Lope de Vega, fu uno dei massimi poeti e drammaturghi del Barocco spagnolo. Nacque a Madrid nel 1562 da famiglia umile: il padre era ricamatore. Come egli stesso scrisse, il suo talento emerse assai precocemente: componeva versi già a cinque anni d'età e scriveva commedie a dodici. Studiò dapprima a Madrid, alla scuola del poeta e musicista Vicente Espinel. Dal 1574 la sua formazione fu affidata ai Gesuiti; appena due anni dopo cominciò gli studi universitari ad Alcalá de Henares, senza terminarli. Per guadagnarsi da vivere lavorò come segretario di aristocratici e personalità di spicco dell'epoca, scrivendo nel contempo commedie e operette di circostanza. A causa di alcuni libelli diffamatori che scrisse ai danni di Elena Osorio (una commediante di cui egli si infatuò a diciassette anni, ma che gli preferì un nobile) e della sua famiglia, Lope fu esiliato dalla corte dal 1588 al 1595. Nel 1596, un anno dopo il ritorno dall'esilio, fu processato perché conviveva con Antonia de Trillo senza averla sposata, cosa che allora non era permessa. Si arruolò nella Marina nel 1583 e partecipò almeno a due spedizioni militari: quella che conquistò l'isola Terceira delle Azzorre (1583) e quella dell'Invencible Armada (1588) contro l'Inghilterra, conclusasi in una sconfitta disastrosa. Fu anche segretario, fra gli altri, del Marchese di Malpica, del Duca di Alba e, dal 1605, del Duca di Sessa; quest'ultimo rapporto lavorativo si trasformò in un'amicizia. Il 24 maggio del 1614 fu ordinato sacerdote. Questa scelta fu in gran parte dovuta alla morte di molti parenti prossimi (un figlio e la sua seconda moglie, Juana de Guardo). Nel 1627 entrò nell'Ordine dei Cavalieri di Malta. Nonostante gli onori tributatigli dal papa e dal re, gli ultimi anni di Lope furono infelici e segnati da altri lutti e disgrazie familiari. Gli sopravvisse solo una figlia, Marcella, anch'ella religiosa, poetessa e drammaturga. Ebbe numerosissime amanti, anche dopo aver preso gli ordini, e si sposò due volte: la prima con Isabel de Urbina (che in poesia chiamava Belisa) e la seconda con Juana de Guardo. Lope de Vega morì a Madrid, il 27 agosto del 1635. La sua fama era già tale che circa duecento autori gli dedicarono elogi, pubblicati a Madrid e a Venezia. Fu autore incredibilmente prolifico e praticò tutti i generi letterari, a eccezione del romanzo picaresco. In questa lezione ci occuperemo della produzione teatrale e lirica, concentrandoci soprattutto sulla prima.

Ritratto di Lope de Vega: si noti l'abito caratteristico dell'Ordine di Malta

Un'"arte nuova"[modifica]

Prima di tutto, è bene fare chiarezza sul significato di "arte" in questo contesto. Così si chiamava, infatti, il teatro che si ispirava ai modelli classici (adottandone anche gli schemi, prescritti dalla Poetica di Aristotele. Il teatro "riformato" da Lope de Vega è quindi da egli stesso definito un'"arte nuova" perché mantiene elementi classici, ma nello stesso tempo asseconda il gusto del pubblico del tempo. Tuttavia, non si tratta di un mero tentativo di conciliazione delle modalità antiche con quelle moderne, bensì dell'affermazione della dissociazione del suo teatro dalle vecchie formalizzazioni e della sua adeguazione ai tempi. Tutto ciò è codificato nel suo saggio del 1609, El arte nuevo de hacer comedias en este tiempo ("l'arte nuova di far commedie di questi tempi"). Nei 389 versi che compongono l'opera, composta per l'Accademia di Madrid, dopo una prolissa captatio benevolentiae nei confronti degli accademici vengono esposti in un linguaggio ironicamente ridondante i motivi e le modalità dell'innovazione che l'autore intendeva applicare al teatro dell'epoca.

La rottura con la tradizione classica[modifica]

La rottura con la tradizione classica si concretizza fondamentalmente in cinque punti:

  • La creazione della tragicommedia, che rompeva la rigida divisione tra genere tragico e genere comico: nella stessa opera è possibile trovare elementi dell'uno e dell'altro.
  • Il rifiuto delle unità di tempo, luogo e azione: nella Poetica Aristotele stabiliva che la vicenda doveva risolversi in 24 ore, in un solo luogo e senza sottotrame. Tali regole, se rispettate, danneggiano inevitabilmente la verosimiglianza della storia, che rischierebbe di non incontrare il gradimento del pubblico.
  • La struttura delle opere: esse si presentano divise in tre atti, seguendo uno schema planteamiento-nudo-desenlace (il problema viene presentato, si giunge al nodo da sciogliere, il nodo viene risolto). L'effetto sorpresa del finale deve essere sicuro: lo spettatore non deve intuire nulla fino alla scena risolutiva. Vanno evitate pause troppo lunghe e si raccomanda fortemente di concludere ogni scena con versi arguti ed eleganti.
  • Eterogeneità di registro linguistico: il principio di verosimiglianza impone l'uso di un registro colloquiale in scene quotidiane e domestiche; il livello sale, però, se i personaggi sono altolocati e quando un personaggio cerca di convincere, persuadere o dissuadere un altro. Il registro linguistico adottato da ogni personaggio è conforme al suo status sociale.
  • Uso della polimetria: a diverse situazioni si adattano diversi metri poetici. Tra questi si ricordino le redondillas(strofe di quattro settenari in rima incrociata), utilizzate per dare dinamismo all'azione; i romances(strofe dalla lunghezza non prestabilita di versi ottonari in cui quelli pari rimano per assonanza, mentre i dispari restano sciolti), utilizzati per parlare di ciò che avviene o è avvenuto fuori dalla scena; terzine, impiegate per parlare di avvenimenti importanti; interi sonetti, recitati durante attese. Non mancano balli e canti popolari a contornare l'azione.

IL fine di tutte queste novità è ben espresso dall'autore stesso:

(ES)
« y cuando he de escribir una comedia,
encierro los preceptos con seis llaves,
saco a Terencio y Plauto de mi estudio
para que no me den voces, que suele
dar gritos la verdad en libros mudos,
y escribo por el arte que inventaron
los que el vulgar aplauso pretendieron
porque como las paga el vulgo, es justo
hablarle en necio para darle gusto »
(IT)
« E quando mi appresto a scrivere una commedia,
rinchiudo i precetti con sei chiavi,
caccio Terenzio e Plauto dal mio studio
perché non mi diano voci, ché suole
gridare la verità nei libri muti,
e scrivo per l'arte che inventarono
quelli che il volgare applauso pretesero
perché siccome le paga il volgo, è giusto
parlargli stoltamente per dargli gusto »
(El arte nuevo de hacer comedias en este tiempo, vv.40-48)

Caratteri generali[modifica]

Il teatro di Lope de Vega si identifica con il tipico teatro spagnolo. Ciò per un marcato populismo, l'esaltazione di ideali monarchici (questo, però, principalmente per sottrarsi alla censura) e religiosi, il dinamismo e la vitalità dei personaggi (l'azione prevale sulla riflessione), la concezione appassionata della vita (si lascia ampio spazio ai sentimenti) e la qualità poetica del linguaggio, che fa sì che l'eloquio risulti naturale e spontaneo. Inoltre, grande spazio è dato al tema dell'onore, da non perdere mai e difendere in ogni modo. Esso ha le sue radici anche nella tradizione del Romancero e della poesia popolare.

Personaggi lopeschi[modifica]

Nelle opere di Lope de Vega si assiste allo sfilare di personaggi generalmente inquadrabili in sette tipologie:

  • Il re: se è giovane, è superbo e ingiusto; se è anziano, è prudente e saggio. Rappresenta il potere.
  • Il damerino: riunisce in sé ogni pregio (giovinezza, generosità, pazienza, capcità di forti sentimenti...) e il suo agire è mosso da sentimenti d'amore, gelosia o difesa dell'onore.
  • Il nobile sbruffone: è il tipico antagonista, un nobile che abusa del proprio potere. In genere viene castigato dal re.
  • La dama: è il complemento al femminile del damerino. È espressione della passività sociale del suo tempo e cerca di emanciparsene: non è raro che si travesta da uomo per compiere azioni permesse solo agli uomini di allora.
  • Il cavaliere (hidalgo): mantiene l'ordine in famiglia, appare come padre, fratello o sposo e suole essere il protagonista di azioni d'onore.
  • Il buffone: è il tipo per antonomasia della commedia spagnola. In genere è il servo del damerino, ma anche il suo consigliere e amico. È ingegnoso (paragonabile al servus callidus della commedia latina), ma anche codardo, amante del denaro, dei piaceri carnali e del cibo. Finisce spesso per fidanzarsi con la serva della dama. I suoi buffi interventi rompono la tensione e la drammticità di una scena.
  • La serva: confidente e amica della dama, pare un complemento al femminile del buffone.

Commedie famose[modifica]

La produzione teatrale di Lope de Vega è quanto mai vasta: avrebbe scritto addirittura milleottocento commedie, secondo il catalogo di Juan Pérez de Montalbán, suo allievo e biografo. Queste possono essere divise in categorie: commedie religiose, commedie mitologiche e storiche, commedie di ricordi e tradizioni storiche spagnole, commedie totalmente frutto della fantasia, commedie di costume.

In ambienti scolastici, le più citate sono:

  • Fuenteovejuna: in un borgo di provincia della Spagna del 1476 scoppia la rivolta contro il signorotto locale, colpevole di abusi di ogni sorta.
  • La dama sciocca: Finea e Nise sono due sorelle in procinto di maritarsi: Finea, con una ricca dote, con Liseo e Nise, con una dote minore, con il poeta Laurencio. Finea, però, è "la dama sciocca", al punto che Liseo la rifiuta. Laurencio si interessa della dote di Finea e finge interesse nei suoi confronti, sebbene sia sommamente sciocca. L'amore, però, produce in lei un cambiamento radicale, che la trasforma in una donna prudente e giudiziosa.
  • Il miglior giudice è il re: il matrimonio tra il contadino Sancio de Roera e la sua amata Elvira è reso impossibile dal signorotto locale, don Tello de Neira. Alla fine sarà il re a sistemare le cose, obbligando don Tello a sposare Elvira e condannandolo a morte subito dopo, rendendo così possibile il matrimonio tra Sancio ed Elvira.
  • Il cavaliere di Olmedo: don Alonso, cavaliere di Olmedo, ama la promessa sposa di don Rodrigo, Doña Inés. Questa lo ricambia, ma il loro amore non è possibile perché don Rodrigo, nonostante don Alonso gli avesse salvato la vita durante una corrida, gli tende un'imboscata e lo uccide. Il re punirà l'assassino e i suoi complici.

La produzione lirica[modifica]

In poesia, Lope de Vega praticò tutte le forme possibili. Utilizzò forme popolari, ma si rifece anche alle culterane. In generale, il suo ideale poetico consisteva in una colta mescolanza tra tradizione del Romancero, lirica canzonerile del XV secolo e metri e temi della tradizione italiana. Le più importanti raccolte di versi lirici sono le Rime, le Rime sacre e le Rime umane e divine di Tomé Burguillos. Particolarmente interessanti sono gli ultimi due libri: le Rime sacre, acuta testimonianza della crisi spirituale che colse l'autore e lo spinse a ordinarsi sacerdote, costituiscono un'approfondita analisi introspettiva realizzata secondo gli esercizi spirituali dei gesuit, raccogliendo anche poesie dedicate a santi e altri temi religiosi, concepite quasi come scenografie teatrali per le commedie sacre; nelle Rime umane e divine l'autore, sotto la maschera di Tomé de Burguillos, invaghito dell'umile lavandaia Juana, costruisce un canzoniere che parodizza i modelli e i temi petrarcheschi (nonostante i componimenti parodici siano anche intervallati da poemi seri e meditazioni filosofiche). Tra le altre opere liriche, si ricordino anche La bellezza di Angelica, con altre poesie diverse, Lauro di Apollo, con altre rime, Romanziere spirituale e i Quattro soliloqui.