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L'indipendenza del Sud Sudan

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Approfondimento
Sud Sudan: indipendenza a più incognite
di Gill Lusk
da Nigrizia di luglio 2011
Dipartimento di Scuole
Dipartimento di Studi umanistici




Gill Lusk

Sud Sudan: indipendenza a più incognite

Da Nigrizia di luglio 2011: oltre il 9 luglio

Un obiettivo fortemente voluto e ora raggiunto. Ma sul terreno rimangono sfide non da poco. Si chiamano pluralismo politico, lotta alla corruzione, politiche di sviluppo, sicurezza del nuovo stato. E grande attenzione alle mosse di Khartoum in Darfur, sui Monti Nuba e nel Kordofan Meridionale.

Che cosa significa per i sud-sudanesi l'indipendenza che s'apprestano a celebrare il 9 luglio? Un osservatore straniero può solo tentare di dare una risposta, vista l'importanza della posta in gioco. Solo la gente del Sud Sudan può dire quanto profondo sia il suo sentimento, che si è fatto sempre più forte dopo il raggiungimento de facto dell'autodeterminazione con la firma dell'Accordo globale di pace (Agp), a Nairobi (Kenya) il 9 gennaio 2005. Anche se quella pace è oggi minacciata da Khartoum e da gruppi ribelli sudisti, la libertà ha in sé una forza e uno slancio che vanno oltre la politica e la guerra.

È possibile, tuttavia, avere un'idea di cosa passa nei loro cuori e nelle loro menti attraverso i giornali e i blog o ascoltando le dichiarazioni ufficiali del governo del Sud Sudan (GoSS). Il 23 maggio scorso, a un seminario presso il Reale istituto di affari internazionali della Gran Bretagna, Anne Itto Leonardo, ministro dell'agricoltura e delle foreste del GoSS, ha sorpreso tutti: «La lotta di liberazione in Sud Sudan iniziò nel 1820». L'energica signora, che è anche segretario generale dell'Esercito/movimento popolare di liberazione del Sudan (Spla/m), continuatore di quella lotta dal 1983 in poi, citava un documento del suo governo in cui si riconoscono la lunghezza e lo spessore di quella lotta.

Tutti i sudanesi, sia del nord che del sud, hanno molto vivo il senso della storia, molto più di quanto non immaginino gli occidentali, che spesso credono che l'Africa nera non abbia storia perché non ha lasciato edifici storici né documenti scritti. In verità, tutti potrebbero imparare molto dal modo in cui gli africani sanno cogliere il filo rosso che unisce un evento all'altro, formando così una "Storia", intesa come continuo processo che coinvolge tutti.

Per i sud-sudanesi l'inizio della lotta di liberazione risale al periodo della Turkiyya (1820-1881), quando i Mamelucchi d'Egitto governavano il Sudan in nome dell'impero ottomano. Nel 1821 il kedivè Muhammad Ali Pascià, fondatore dell'Egitto moderno, si spinse fino in Sudan in cerca di oro e schiavi. E li trovò. I nord-sudanesi si incaricarono del commercio schiavista, che, sebbene dichiarato illegale da Londra, è continuato sotto varie forme fino ai tempi moderni. Servi e schiavi sono stati - e sono - un aspetto normale della vita delle famiglie sudanesi più abbienti. Nel 1975 ero spesso ospite di una famiglia amica di Khartoum, presso la quale viveva una famigliola di schiavi originari dello stato del Nilo Azzurro. Non erano ricchi: niente acqua corrente ed elettricità in casa. Ma possedevano schiavi. Uno dei figli, non senza imbarazzo, mi confessò: «I loro antenati erano schiavi dei miei nonni. Oggi potrebbero andarsene, ma non vogliono».

Questa piaga ha conosciuto una recrudescenza durante la lunga guerra civile, grazie anche alla condiscendenza (e assistenza) dell'esercito impegnato nel sud e dei suoi collaboratori locali. Molti nordisti usano ancora il termine 'abd (schiavo) per riferirsi ai sudisti. Nessuna meraviglia, pertanto, se sulle labbra dei secondi abbondano riferimenti biblici a Mosè, Giosuè e Gerusalemme. Questa lunga storia di angosce e afflizioni ha generato in loro un'incredibile capacità di sopportazione. Sanno che l'indipendenza non significherà automaticamente la fine delle sofferenze e della guerra. Ma anche davanti alla possibilità di una ripresa del conflitto, dicono: «Abbiamo già pianto oltre 2 milioni di morti. Comunque vada, non potrà mai essere peggio di ieri».

Tuttavia, la pace (se è lecito chiamarla così), oltre ad aver fatto sorgere molte aspettative, ha anche provocato critiche nei confronti del GoSS. Alcuni degli oltre 20 partiti nati nel sud sono decisamente contro il governo dell'Spla/m e vanno dicendo ai loro sostenitori che la democrazia comporterà il rovesciamento del regime che si è installato a Juba. Dopo le celebrazioni del 9 luglio, la loro contrarietà al GoSS aumenterà, come pure crescerà il sostegno alle varie milizie armate ancora attive nel sud. L'opposizione, però, non sa proporre una visione politica né un programma preciso: la sua base si fonda sull'appartenenza etnica e la loro azione è dettata dalla voglia di ottenere un posto alla tavola imbandita del nuovo stato. La loro lamentela - «Siamo stati esclusi da tutto» - funziona come ottimo mezzo per seminare il malcontento.

Priorità sicurezza

Molti sud-sudanesi reagiscono con stupore a certi giudizi della stampa occidentale, quali: "Tramonto all'alba" e "Stato fallito prima ancora di nascere". Per loro, il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto a seconda che uno abbia o no accesso a cibo, acqua, salute ed educazione; o appartenga a un gruppo etnico ben rappresentato nel GoSS o a uno che ne è escluso; o consideri l'Spla una forza di liberazione o di oppressione.

La composizione dell'Spla risente troppo della sua storia. In passato, le sue forze si comportarono in modo spietato con le popolazioni di certe aree (Equatoria Orientale, Nilo Superiore...). Il ricordo di quei crimini rimane vivo, reso oggi ancora più insopportabile dal fatto che i comandanti militari di ieri, per lo più di etnia denka, occupano i migliori posti nel governo, mentre chi era stato costretto all'esilio deve accontentarsi di un ruolo di rincalzo, anche se è meglio preparato e con superiori capacità professionali. Preferire eroi di guerra a politici preparati si traduce in una grave perdita per una nazione che ha un tasso di analfabetismo di oltre il 70%. L'essere stato un bravo guerrigliero non implica il saper amministrare democraticamente. Anche in ambito sanitario e scolastico la situazione non cambia: medici e maestri sono rari come le mosche bianche.

Troppi esponenti del GoSS - in grigio-verde ieri, in abiti civili oggi - danno per scontato il diritto di avere più degli altri cittadini. Sfrecciano per le vie di Juba in lussuosissime auto e sfoggiano uno stile di vita scandalosamente elevato. I poveri, cioè i più, sanno già darsi una spiegazione: corruzione e appropriazione indebita di fondi pubblici, due vizi che si stanno radicando in una società che fino a poco tempo fa conosceva poco o nulla di un'economia monetaria.

Tuttavia, a differenza di altri governi, il GoSS riconosce il problema. Anne Itto: «La corruzione c'è, eccome. Ma non chiudiamo gli occhi». E il presidente Salva Kiir ha da tempo dichiarato prioritaria la guerra a questo male.

Ma la prima priorità di Kiir è un'altra: la sicurezza. Con le milizie armate ancora in libertà, con il regime di Khartoum intento a sobillare rivolte, con l'esercito nordista che il 19-21 maggio prende con la forza la città di Abyei e l'8 giugno bombarda i villaggi vicini, la sicurezza è destinata a rimanere a lungo in cima alla lista delle sue preoccupazioni. Dopo il referendum sull'indipendenza del sud (9- 15 gennaio), centinaia di sud-sudanesi sono stati uccisi e decine di migliaia di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ne ha registrato 96mila fuggite da Abyei in soli 15 giorni e l'Splm ha parlato di oltre 100 civili uccisi.

Nodo Abyei

Secondo l'Agp, in concomitanza con il referendum in Sud Sudan, gli abitanti della regione di Abyei avrebbero dovuto tenere una consultazione per decidere se unirsi al sud o restare con il nord, cui furono geograficamente assegnati nel 1905 dal Condominio anglo-egiziano. La gente di Abyei è nella stragrande maggioranza di etnia ngok, sottogruppo dell'etnia denka, ed è suddivisa in 9 piccoli regni ngok. Il Protocollo di Abyei, firmato nel 2004 e incorporato nell'Agp, creò una commissione ad hoc per stabilire quali fossero i confini di questi regni prima del loro accorpamento al nord. Dopo consultazione di vecchie mappe e di documenti del tempo, la commissione stabilì che Abyei fa parte del sud. Ma Khartoum rifiutò il verdetto e si appellò alla Corte permanente di arbitrato dell'Aia, la quale, giudicando che la commissione avesse oltrepassato i limiti del suo mandato, assegnò al nord un terzo della regione, quello più ricco di pozzi petroliferi.

Fino a quel momento, il quesito su chi dovesse votare nel referendum regionale non era mai stato posto. Si dava per scontato che gli unici elettori fossero gli ngok e altri individui residenti da lunga data nella regione. Ma Khartoum la pensava diversamente. Sorprende, oggi, che diplomatici e avvocati di fama internazionale non abbiano anche solo sospettato una contromossa del regime di El-Bashir e si siano fatti cogliere in contropiede. Infatti, con l'avvicinarsi della data della consultazione, il Partito del congresso nazionale (Pcn) di El-Bashir cominciò a esigere che anche i missiriya potessero esprimersi. I missiriya sono pastori arabi che stagionalmente stanziano nella regione con le loro mandrie o l'attraversano per spingersi più a sud in cerca di pascoli. Il Protocollo di Abyei, riconoscendo loro questi diritti, dà per sottinteso che non siano cittadini della regione e che debbano registrarsi nelle terre ancestrali, nel Kordofan occidentale, che fa parte dello Stato del Kordofan Meridionale, assegnato al nord.

Alla vigilia dei due referendum, Khartoum rincarò la dose: o votano anche i missiriya, o la consultazione in Abyei non si terrà. L'assunto era che i pastori arabi avrebbero votato in massa perché la regione rimanesse con il nord. Così, il GoSS si trovò a dover scegliere: o posporre il voto in Sud Sudan, in attesa di un chiarimento su Abyei, o procedere con l'esercizio e deludere gli ngok. Optò per la seconda alternativa: tramandare la consultazione sarebbe stato un suicidio. Forse pensò che, una volta alla guida di uno stato indipendente, avrebbe potuto negoziare con Khartoum sul destino di Abyei partendo da un punto di forza.

Il Pcn ha sempre mostrato di non rispettare gli accordi. La sua tattica è di trarre il massimo vantaggio da qualsiasi situazione in cui si venga a trovare. Ed è una tattica che paga. In Darfur ha massacrato 300-400mila persone (probabilmente molte di più); sui Monti Nuba ha fatto scempio della popolazione civile (impossibile conoscere le cifre esatte delle vittime). E tutto questo, senza che il mondo intervenisse. Così, quando, lo scorso maggio, l'esercito sudanese è entrato in Abyei, uccidendo, bruciando case e seminando terrore, i sud-sudanesi - non però i molti diplomatici stranieri - hanno subito compreso che la mossa, più che un tentativo di ottenere una posizione migliore da cui continuare i negoziati sui confini e sui pozzi petroliferi, era una conferma della sua ormai ultraventennale politica: mantenersi al potere attraverso un'astuta combinazione dell'uso della forza e di promesse fatte agli interlocutori di turno, che però non mantiene. Intanto, la comunità internazionale si arrabatta nella ragnatela tessuta da Khartoum, intrappolata da un regime islamista che è molto più motivato di ogni ministro degli esteri africano, arabo o occidentale, e ha piani talmente a lungo termine da far sfigurare ogni loro strategia del momento.

Rischio destabilizzazione

Khartoum calcola che Usa, Gran Bretagna e Norvegia - e forse anche Kenya, Francia e Italia - siano pronti a passar sopra a ogni sua intemperanza pur di proteggere l'Agp del 2005 di cui sono stati i padrini. Un politico americano ci ha confidato: «Washington non riesce neppure ad accettare l'idea che l'Agp, sbandierato come un successo della sua politica estera, possa andare in frantumi». Oggi, però, quei padrini sembrano dimenticare che il Pcn ha sfruttato i cinque anni di negoziati concessi dall'Agp per lanciare la sua guerra in Darfur. All'inizio, Washington and Co. scoraggiarono i loro giornali nazionali dal coprire le atrocità commesse in quella regione, con la scusa che avrebbero potuto compromettere il buon lavoro fatto: «Affronteremo le altre questioni, una volta portato in porto l'accordo». Le altre questioni erano (e sono): il genocidio in Darfur, gli eccidi sui Monti Nuba, la mancanza di democrazia e di rispetto dei diritti umani nel nord. Purtroppo, anche i sud-sudanesi hanno pensato allo stesso modo: desideravano tanto ardentemente la libertà da decidere di abbandonare i nordisti ai loro problemi.

Facile, quindi, per il Pcn continuare a bombardare i villaggi darfuriani. A inizio giugno, Human Rights Watch ha riferito che oltre 70mila civili erano stati sloggiati dalle loro case nei soli 6 mesi precedenti. Ancora più facile sferrare attacchi sui Monti Nuba, la cui popolazione, come quella di Abyei, è sempre stata dalla parte dell'Splm e sogna di andare con il sud. Fonti ecclesiali e civili riportano che l'esercito di Khartoum ha preso di mira centinaia di attivisti impegnati in campagne di scolarizzazione e in azioni di monitoraggio nel corso delle elezioni dello scorso marzo nel Kordofan Meridionale. Nella terza settimana di giugno, Nigrizia riceveva e-mail con notizie raccapriccianti di uccisioni indiscriminate in Kadugli.

Tutto questo accade, almeno in parte, perché la comunità internazionale ha creduto che il regime di Khartoum avesse firmato l'Agp perché stanco di una guerra che non avrebbe mai potuto vincere. Illusi! Il Pcn prospera con la guerra. Per due decenni l'ha usata come strategia per rimanere al potere in un paese che lo odia. Ha firmato l'Agp solo sotto pressione degli Stati Uniti e (forse) dell'Uganda. Con quella firma il regime neutralizzò la minaccia americana, dopo il suo coinvolgimento negli attentati terroristici del 1998 contro le ambasciate Usa di Nairobi e Dar es Salaam e il conseguente bombardamento americano dell'impianto farmaceutico di Al-Shifa, a Khartoum Nord, ritenuto un laboratorio di armi chimiche. E anche oggi il Pcn ritiene remota quella minaccia: ben altre sono le preoccupazioni di Obama.

Khartoum continuerà a lungo a essere il primo problema del Sud Sudan. Nell'ipotesi migliore, cercherà di destabilizzare la giovane nazione; milizie, corruzione, povertà e sottosviluppo gli daranno ottime opportunità. Nell'ipotesi peggiore, scatenerà di nuovo la guerra. Qualcuno dice che l'abbia già cominciata.

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