Eritrea: una deriva totalitaria

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Approfondimento
Eritrea: una deriva totalitaria
di Andrea Semplici
da Nigrizia di giugno 2011: 1991/2011
Dipartimento di Scuole
Dipartimento di Studi umanistici



Ripercorriamo la ventennale parabola che ha condotto dal miracolo della liberazione e della nascita di una nuova nazione a uno stato di polizia, che non ammette dissensi. Una maschera che ha il volto di Isaias Afwerki.

I nomi, prima di tutto. Si dimenticano con facilità, non appena gireremo questa pagina. Dietro questi nomi ci sono uomini e donne. Ecco: Petros Solomon e Aster Yohannes, sua moglie (e i loro figli dove sono?); Hailé Woldentensae, il mite ministro dell'economia. E ancora: Aster Fissahatsion, Mohumud Sherifo, Germano Nati, Estifanos Seyoum, Ogbe Abraha, Dawitt Isak... E quanti altri? Quante centinaia e centinaia di altri? Scomparsi da anni nelle prigioni dell'Eritrea, il paese che, appena 20 anni fa, era la grande speranza di un'Africa migliore, un nuovo, minuscolo stato che, allora, fu capace di regalare entusiasmo all'intero continente (Eritrea indipendente, titolava la gioiosa copertina di Nigrizia del giugno 1993).


Oggi, a dar retta alle voci che si rincorrono su Internet, 9 degli 11 uomini del governo (ministri, governatori, ambasciatori, militari), vecchi militanti della guerra di liberazione, arrestati 10 anni fa, sono morti in prigioni sconosciute. Scomparvero, perché colpevoli di dissenso, il 18 settembre 2001, una settimana dopo la tragedia delle Twin Towers. Il mondo, frastornato e ferito, non ebbe alcuna attenzione per il loro destino. Nessuno ha mai saputo più niente di loro. La loro vita fu cancellata. I loro corpi svanirono. Desaparecidos.


Venti anni fa accadeva davvero l'impossibile. Alla fine di maggio 1991, mese felice delle piccole piogge, i partigiani del Fronte popolare di liberazione entravano, quasi increduli, in un'Asmara abbandonata dall'esercito etiopico. Finiva, dopo 30 anni, un'infinita ribellione per la libertà. Gli eritrei, contro ogni nemico, contro ogni previsione, avevano conquistato una indipendenza che nessuno avrebbe creduto realizzabile. Finiva la prima guerra di un popolo nero contro un padrone coloniale africano. Il Negus rosso, il tiranno Hailé Mariam Menghistu, fuggiva, con la complicità israeliana, da Addis Abeba. Trovò rifugio in Zimbabwe. La nuova Etiopia riconobbe i diritti nazionali del popolo eritreo. Furono mesi impazienti di ebbrezza festosa. Due anni dopo, 1993, ancora a maggio, un referendum sancì, quasi all'unanimità, la nascita del 53° stato africano. Gli eritrei apparvero a tutti, giornalisti e cooperanti, esperti della Banca mondiale e missionari, fieri, orgogliosi, determinati, incorruttibili. E per 7 anni, fra il 1991 il 1998, l'Eritrea fu raccontata (anche da me) come la speranza felice di un continente. Erano i tempi dell'afro-ottimismo. Ma in quegli stessi anni ignorammo (non volevamo né vedere, né sapere) i sinistri scricchiolii che stavano minando il sogno della pace nel Corno d'Africa. Ci apparvero chiari solo quando nel 1998, sempre a maggio, senza logiche comprensibili a noi occidentali, un'altra guerra feroce divampò fra Eritrea ed Etiopia. Allora finì davvero la storia. Si dice che 100mila africani siano morti in 2 anni di follia.


Militarizzazione

Nella primavera del 2000, in un pessimo mattino, arrivai ai dirupi oltre Adi Qwala. Si era appena combattuta una terribile battaglia: l'ultima offensiva etiopica di quella guerra oscena. Per ore camminai fra i corpi sventrati di centinaia e centinaia di uomini. Il miraggio di una Nuova Africa e l'illusione dell'Eritrea erano definitivamente svaniti.


Da allora è stata la deriva. Un anno dopo quella battaglia, giovani soldati prelevarono dalle loro case gli uomini e le donne che avevano costruito il paese e, allo stesso tempo, osavano proporre una possibile democrazia come via di uscita da guerre perenni. Sparirono per sempre. Fu negata ogni libertà (di pensiero, di religione - sono "legali" solo quattro confessioni -, di opinione). Vennero chiusi giornali e radio, arrestati i giornalisti. Esercito e partito unico oggi occupano ogni anfratto dell'economia. Il paese appare il brutto specchio di una Unione Sovietica dei tempi staliniani.


La ferma militare, mascherata da servizio civile, può avere una durata indefinita. Per l'International Institute for Strategic Studies, centro studi inglese, l'Eritrea è il secondo paese più militarizzato al mondo: 200mila uomini in armi. Al primo posto c'è la Corea del Nord. Al terzo, Israele. Dopo quei meravigliosi giorni del 1993, Asmara è riuscita a far la guerra con tutti i suoi vicini. Dal Sudan a Gibuti, dallo Yemen all'Etiopia. Ha giocato e sta giocando partite sporche in Somalia e in Darfur. I rapporti di Reporters sans Frontières collocano l'Eritrea all'ultimo posto (su 178 paesi) nella classifica della libertà di stampa. Organizzazioni non governative sono state cacciate dal paese. L'orgoglio eritreo si è trasformato in arroganza. Era questo il paese che abbiamo sognato in una primavera africana di 20 anni fa?


«Ad Asmara, un ragazzo su due pensa a fuggire», mi dicono vecchi amici. Nessun nome in questo breve articolo: troppo pericoloso per i parenti rimasti in Eritrea. Quasi 17mila sono fuggiti in Sudan, a leggere le statistiche di Khartoum. I ragazzi di Asmara si pigiano, uno addosso all'altro, su barconi che sfidano le onde del Mediterraneo pur di raggiungere l'Europa. Hanno attraversato il Sahara, hanno pagato contrabbandieri e mercanti di uomini, hanno rischiato la vita, sono finiti nei campi di concentramento di Gheddafi, sono rimasti intrappolati nella guerra civile libica. Sanno che sulle loro famiglie, in Eritrea, si scatenerà la rappresaglia del regime.


Pace armata con l'Etiopia

Come è potuto accadere tutto questo? Gli anni '80 del secolo scorso erano terribili: siccità e guerra si saldavano nel Corno d'Africa, eppure i ragazzi dell'Eritrea, allora, non volevano fuggire. O meglio: cercavano scampo oltre le linee mobili della guerriglia e si arruolavano nelle file dei partigiani.


Poche settimane fa, ad Alitena, paese di confine fra Etiopia ed Eritrea, terra cattolica, un prete mi raccontava: «Ogni notte, da anni, ci sono ragazzi che fuggono dall'Eritrea. Si consegnano agli etiopici pur di evadere dal paese». Finiscono in campi profughi, ormai diventati villaggi. L'Eritrea dei giovani partigiani di 20 anni fa è diventata un "paese per vecchi".


Un agronomo, impegnato in un progetto di cooperazione, mi dice che si è trovato ad addestrare solo contadini anziani. I giovani sono tutti sotto le armi.


Una contraddizione in questo panorama fosco: il rapporto dell'Economist per il 2011 prevede un forte balzo dell'economia per l'Eritrea. Terza nel continente per tasso di crescita. Vero è che l'economia di Asmara parte da zero. Bastano un cementificio cinese e l'avvio dell'estrazione di filoni d'oro da parte della Nevsun, multinazionale canadese, a far impennare le statistiche.


Dall'alto di una montagna, guardo verso l'Eritrea. Riconosco, a portata di voce e gambe, Senafè, bella cittadina a pochi chilometri dalla frontiera con l'Etiopia. Gli eserciti dei due paesi sono ancora schierati l'uno contro l'altro. Sono arrivato fin quassù con scorte militari. Labirinto di trincee. La pace è armata. Precaria. Nervosa. Sempre in bilico. Scaramucce continue. E queste sono settimane nelle quali, con insistenza, la tensione sembra nuovamente salire. Segnali contrastanti provengono dalla politica: Addis Abeba ha voglia di chiudere i conti con Asmara e non lo nasconde («Non possiamo accontentarci di una difesa passiva», ha avvertito il premier etiopico Meles Zenawi).


Da poche settimane, l'Eritrea, con addosso inutili sanzioni (divieto di commercio di armi, congelamento di fondi) delle Nazioni Unite, è rientrata, dopo due anni di assenza nell'Unione africana (la sede dell'Ua è ad Addis Abeba). Entrambi i paesi, però, si affrettano a negare che sia possibile una trattativa. L'Etiopia non ha mai accettato la risoluzione della commissione internazionale che fissava ragioni e torti (assegnava i contesi territori di Badme all'Eritrea) nelle questioni confinarie, alibi della guerra del 1998.


Afwerki-Macbeth

Un tempo, Isaias Afwerki, oggi 66 anni, era l'eroe della resistenza eritrea. Altissimo, bello, carismatico, intransigente: il suo fascino su ogni interlocutore era indiscusso. Si è rivelato un feroce Macbeth africano. Capace di far sparire i suoi amici più stretti e di decimarne le famiglie. La sua rivalità personale e mortale con l'ex compagno di lotta Meles Zenawi, 56 anni, è una delle chiavi per comprendere il naufragio dell'Eritrea. Questi due uomini, ex leader guerriglieri, ex maoisti, sono al potere dal 1991. Afwerki ha sterminato qualsiasi dissenso interno. Zenawi ha vinto elezioni ("sovietico" il 99,6% dei voti ottenuto nel 2010; un solo seggio all'opposizione) e ha usato una mano durissima contro i suoi avversari politici. Afwerki e Zenawi sanno che il loro braccio di ferro è spietato. Non ci sarà perdono in questa contesa.


Nella chiesa di san Francesco, a Tripoli, prima che l'uragano della guerra facesse a pezzi la Libia, ho passato alcune ore con i ragazzi che erano riusciti a fuggire dall'Eritrea. Erano stremati, spaventati, esausti. Cercavano salvezza, futuro, speranza. Il vescovo di Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, era il solo a cercare di trovare soluzioni al loro dramma. Per loro nessuno ha speso un solo centesimo (mentre l'Unione europea ha stanziato 122 milioni di euro per la cooperazione 2009-2013 con Asmara). Molti di questi ragazzi sono svaniti nel Mediterraneo, altri sono scomparsi nei deserti del Sinai mentre cercavano di raggiungere Israele. Vittime di un osceno calvario africano.


Ma io mi ostino a pensare che le storie debbano avere un lieto fine. Vent'anni fa, i padri di questi ragazzi riuscirono a compiere un miracolo (non dimenticate, se potete, quei nomi citati all'inizio di questo articolo: quegli uomini e quelle donne fecero davvero un miracolo). La loro speranza è stata tradita. Ma le dittature alla fine crollano. Bisogna pur crederlo. E negli occhi dei giovani eritrei cerco di vedere oltre la malinconia di un paese perduto e la paura. C'è anche una nuova speranza che, cocciutamente, lavora per un altro, possibile futuro.



Box

Sotto il tallone di Afwerki

Da Asmara, un testimone racconta le angherie del governo. Anche contro la chiesa cattolica.

di Berhane Mesfin


La gente lungo le strade, nei bar e nei luoghi pubblici di Asmara evita di discutere di politica o di fare riferimenti compromettenti. I più tacciono o fanno finta di ignorare quanto succede nel paese e nel governo. Un silenzio che la dice lunga.


Diverso l'atteggiamento dal lato governativo. «L'Eritrea non ha in agenda nessun piano per destabilizzare l'Etiopia o la regione del Corno d'Africa», ha detto a fine aprile l'ambasciatore eritreo presso l'Unione africana, Girma Asmerom, rispondendo alle accuse mosse dal ministro degli esteri etiopico, Hailemariam Desalegn, che aveva ribadito la determinazione di Addis Abeba di far cadere il regime di Asmara. Asmeron ha rimarcato: «Le accuse all'Eritrea di fomentare e sostenere il terrorismo sono prefabbricate e senza prova. Non fa parte dei nostri valori né della nostra storia attaccare obiettivi civili o terrorizzare gente innocente».


Chi vive in Eritrea, tuttavia, è stretto in un clima di dispotismo che paralizza e costringe un numero crescente di persone, per lo più giovani, alla fuga. Il 21 aprile, Desalegn ha rincarato la dose: «Ci siamo imbarcati in un processo di cambiamento di regime in Eritrea. Intendiamo porlo in atto, non invadendo il paese, ma appoggiando il popolo eritreo e i gruppi che intendono smantellare la dittatura di Isaias Afwerki». Di nuovo, Asmara ha considerato le accuse di Addis Abeba «una vera e propria aggressione e dichiarazione di guerra».


A confermare l'atteggiamento belligerante dell'Eritrea vi sono elementi concreti sia sul piano interno che nel contesto del Corno d'Africa. Intanto, non sono mai cessate scaramucce e tensioni sulla linea di confine tra i due paesi, dove si è combattuto tra il 1998 e il 2000. Inoltre, ci sono concrete conferme alle accuse di Addis Abeba circa l'appoggio logistico offerto da Asmara ai movimenti antigovernativi etiopici. Dietro il fallito tentativo del Fronte di liberazione oromo di far scoppiare una bomba durante il vertice dell'Unione africana lo scorso febbraio, Addis Abeba ha visto lo zampino di Asmara. Innegabili, poi, il legame e il supporto del governo eritreo ai gruppi di insorti somali legati ad al-Qaida, come pure la politica di destabilizzazione nei confronti di Gibuti.


Ma la politica repressiva di Afwerki mostra il suo volto peggiore in Eritrea. Si parla di oltre 200mila militari intruppati nel solo famigerato campo di Sawa: gli uomini sono costretti a rimanere arruolati fino ai 60 anni; le donne fino ai 50. Le prigioni brulicano di prigionieri politici e di migliaia di giovani che si sono sottratti al servizio militare o sono accusati di attività antigovernative. Tanti anche i giornalisti in carcere: oltre 30 sono tenuti prigionieri in celle sotterranee o in container, che diventano forni crematori per l'alta temperatura. Di almeno 4 si è saputo che sono morti o si sono tolti la vita; di altri non si sa più nulla. Quando 2 anni or sono Al-Jazira chiese informazioni al riguardo, Afwerki tagliò corto: «Non c'è mai stato alcun giornalista incarcerato. E non ce n'è uno solo oggi. Avete ricevuto false informazioni».


Nel luglio 2010 i media annunciarono l'affondamento di un barcone e la morte di oltre 300 eritrei: giovani, donne e neonati che cercavano una via di fuga verso l'Italia. Lo scorso aprile, altri 400 africani, in maggioranza eritrei, hanno perso la vita nel Mediterraneo. Afwerki ha sempre accusato di tradimento chi cerca di fuggire e non s'è mai preoccupato di chi perde la vita nel deserto o in mare. Tuttavia, quando il 27 aprile è stata organizzata nella chiesa cattolica di Segeneiti una cerimonia di lutto per ricordare i migranti periti nel Mediterraneo, è stato ordinato l'arresto degli organizzatori. Gli attivisti dell'Eritrean Watch for Human Rights and Democracy (Ewhrd), organizzazione eritrea per i diritti umani, hanno denunciato che 5 sacerdoti cattolici nelle città di Segeneiti, Hebo, Akrur, Ade Angefom e Degra, sono stati prelevati e portati al campo di Sawa per svolgere il servizio militare. Oltre 100 abitanti di Segeneiti si sono rivolti all'amministrazione locale, dicendosi preoccupati del fatto che sarebbero rimasti senza cura pastorale. Come risposta, la polizia li ha tutti arrestati, comprese persone ultranovantenni. La Ewhrd si è appellata alla comunità internazionale e alle istituzioni religiose perché facciano pressioni sul governo affinché ponga termine a questi abusi, liberando migliaia di persone imprigionate solo in ragione del loro credo religioso. Negli ultimi anni, Afwerki e la sua cricca hanno trasformato il paese in un'autentica prigione a cielo aperto.


Data la sua posizione (sul mar Rosso, che connette il canale di Suez al Golfo di Aden e all'Oceano Indiano), l'Eritrea è divenuta ancor più strategica dopo le rivoluzioni scoppiate nei paesi del Maghreb e del Medio Oriente, e potrebbe presto diventare teatro di interventi da parte della Nato e delle potenze occidentali per ragioni geopolitiche.