Costa d'Avorio: laboratorio africano

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Approfondimento
Gbagbo non era più un alleato affidabile
di Valerio Petrarca
da Nigrizia di luglio 2011
Dipartimento di Scuole
Dipartimento di Studi umanistici




Lettura integrativa di Geografia nelle scuole superiori


Dipartimento:Studi africani

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Valerio Petrarca

Da Nigrizia di luglio 2011: Gbagbo non era più un alleato affidabile

Ad Abidjan è andato in scena un esperimento, esportabile nel continente, di accorpamento delle alleanze, con capofila Washington, per ripristinare sfere d'influenza di memoria coloniale, anche come risposta all'influenza cinese. Il neopresidente Ouattara, sulla scia di Houphouët- Boigny, sintetizza gli aspetti del potere tradizionale e quelli di una moderna democrazia. Ora ha il compito di ricostruire un paese esangue.

Ad Abidjan, la capitale economica del paese, un tunnel sotterraneo collega la residenza presidenziale con quella dell'ambasciatore di Francia. Ciò si spiega probabilmente con gli accordi bilaterali intercorsi fra il primo presidente, Félix Houphouët- Boigny, e la Francia in occasione dell'indipendenza (1960), quando l'ex madrepatria s'impegnò a garantire l'incolumità dei presidenti della ex colonia, mantenendo in loco i suoi militari. Si dice che Laurent Gbagbo, che ha occupato quella residenza dall'ottobre del 2000 all'aprile del 2011, abbia fatto interrompere con un muro la comunicazione sotterranea, perché non si considerava più protetto, ma minacciato, dalla Francia, cui attribuiva macchinazioni a suo danno, tra cui quella che avrebbe portato l'Onu, e pressoché tutti gli stati del mondo e tutte le organizzazioni sovranazionali, compresa l'Unione africana, a riconoscere come presidente il suo rivale, Alassane Ouattara, dopo gli esiti contestati dei risultati del ballottaggio del 28 novembre 2010. Si dice anche che i militari francesi abbiano minato quel muro, permettendo così alle forze di Ouattara di catturare vivo Gbagbo, come aveva esplicitamente richiesto il presidente eletto in accordo con Sarkozy.

È, comunque, certo che i militari di Ouattara, l'11 aprile scorso, hanno prelevato Gbagbo, sua moglie Simone e i loro familiari e fedelissimi dalla residenza presidenziale per portarli al vicino Hôtel du Golf, quartier generale di Ouattara dal 2 dicembre del 2010, quando la Commissione elettorale indipendente, sotto la protezione dei soldati e degli inviati dell'Onu, lo aveva dichiarato vincitore delle elezioni presidenziali. Si è così chiuso un capitolo di anomalia istituzionale che aveva visto due presidenti e due governi contendersi il paese attraverso dispute legali sfociate in scontri militari (Nigrizia 1/2011). Sembra essersi chiusa anche la fase più acuta della crisi sociale legata a tale anomalia, durante la quale l'esercito e i partigiani di Gbagbo hanno conteso all'esercito e ai partigiani di Ouattara il triste primato negli eccidi di civili e nei saccheggi sistematici in varie aree del paese (Nigrizia 5/2011).

È impossibile verificare i dettagli dell'operazione militare congiunta delle Forze repubblicane della Costa d'Avorio (Frci) fedeli a Ouattara, le forze dell'Onu e il contingente dell'esercito francese, integrato nelle forze dell'Onu-ci con il titolo di "Opération Licorne". Si può però pensare che i due primi eserciti non avessero la forza per "pacificare", anche con l'artiglieria pesante, nel giro di qualche giorno, prima la capitale politica del paese (Yamoussoukro) e poi quella economica (Abidjan). E si può supporre che non possedessero tutte le abilità e gli strumenti tecnologici necessari per prendere vivo Gbagbo. L'immagine del tunnel sotterraneo costruito da Houphouët-Boigny, ostruito da Gbagbo, riaperto dai francesi e percorso dagli uomini di Ouattara, sia essa solo una diceria o un fatto reale, simboleggia efficacemente l'intera storia del decennio di Gbagbo, proprio negli intricati rapporti tra dimensione politica, diplomatica, militare e anche economica.

L'aiuto di Gbagbo a Sarkozy

L'interpretazione delle alleanze diplomatiche internazionali, proprio nei loro recenti esiti militari in Costa d'Avorio, aiuta a collocare la vicenda del paese all'interno dei grandi fatti che stanno modificando l'intero scenario africano e mondiale. È uno scenario assai complicato, in cui però i progetti politici ed economici concorrenti sembrano trovare un chiarimento proprio nelle azioni militari congiunte, affidate a grandi potenze. Esse presuppongono, infatti, la valutazione degli interessi particolari, nelle rispettive aree d'influenza, all'interno dei grandi equilibri mondiali tradizionali, che si riflettono nelle decisioni degli organismi sovranazionali. L'operazione militare congiunta che ha portato all'arresto di Gbagbo è stata, infatti, autorizzata dalla risoluzione Onu 1975 del 30 marzo scorso.

A scanso di equivoci, va detto che la Costa d'Avorio di Gbagbo è l'ennesima prova di come un legittimo progetto di emancipazione economica e politica di un paese africano dall'ex paese colonizzatore e dal blocco delle alleanze tra le nazioni forti possa essere messo in pratica attraverso violenze e ingiustizie interne, che gareggiano e, forse, superano quelle perpetrate nel passato e nel presente dal paese e dai paesi da cui dice di volersi emancipare. Non solo i potenti della terra, ma anche gli ivoriani più poveri e inermi hanno accolto con sollievo la notizia dell'arresto di Gbagbo, perché stremati dai soprusi, malversazioni, violenze e eccidi commessi dalle sue forze di sicurezza, comprendenti militari, paramilitari e mercenari a lui fedeli o da lui assoldati. Nel caso di Gbagbo, si tratterebbe piuttosto di interrogarsi sulle responsabilità della Francia, dell'Occidente e di altri stati africani a proposito dell'involuzione della sua politica e del suo profilo di statista, senza, però, avere incertezze sul fatto che di involuzione si tratti. L'attaccamento di Gbagbo al potere, che negli ultimi mesi si era espresso in forme quasi allucinanti di arroganza, è stato probabilmente l'aiuto decisivo da lui stesso offerto, contro ogni intenzione, a Sarkozy perché la Francia fosse legittimata sul piano internazionale a chiudere la partita ivoriana e a guadagnare, nel giro di qualche giorno, il terreno perduto nel corso di oltre un decennio.

Il ruolo degli Usa

Perché la Francia è stata legittimata dall'Onu e dalle grandi potenze a riguadagnare spazio in Costa d'Avorio? Perché si è puntato su Ouattara? E quali progetti si profilano per la sua presidenza?

Se è vero che il rispetto della democrazia in Africa non è la prima preoccupazione degli stati occidentali di antica democrazia, sarebbe esagerato dire, però, che essi non ne tengano conto nella valutazione della loro politica estera. Secondo la Commissione elettorale indipendente e gli inviati dell'Onu, Ouattara aveva vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, costate alla comunità internazionale un patrimonio di risorse diplomatiche e finanziarie. Sarebbe stato, dunque, ingiustificabile un atteggiamento pilatesco da parte della stessa comunità internazionale, in nome della "non ingerenza", di fronte alla prepotenza di una parte che stava trascinando l'intero paese nell'isolamento economico e diplomatico internazionale e nel disordine sanguinoso interno.

Le dichiarazioni e il comportamento di Gbagbo di fronte ai risultati delle urne hanno messo in scena, in forma sempre più dissennata, se non caricaturale, la sua inaffidabilità anche agli occhi delle diplomazie che avrebbero avuto interesse a non lasciare campo libero alla Francia. Alla luce di antiche e recenti alleanze tra paesi occidentali e tiranni africani, e alla luce di tanti silenzi internazionali sulle condizioni di altri paesi meno "interessanti" della Costa d'Avorio, possiamo supporre che il dispregio delle regole democratiche non sarebbe bastato da solo a mettere il paese al centro dell'attenzione mondiale, né a smuovere le diplomazie e gli eserciti dei paesi che contano, né a metterli d'accordo, visti i loro interessi contrastanti.

Forse la novità diplomatica più importante - la si poteva cogliere in modo palpabile nei giorni della disputa legale tra Gbagbo e Ouattara - è stata la prontezza e la risolutezza con cui la diplomazia Usa e Obama in persona hanno agito, attraverso dichiarazioni ufficiali, contatti diplomatici e pressioni alle Nazioni Unite. Anche nel caso dell'attenzione americana, si sintetizzano forse due dimensioni: quella degli ideali di libertà, giustizia e democrazia che caratterizzano la politica di Obama, e quella degli interessi strategici ed economici che gli Usa dimostrano per l'Africa, nell'intenzione di affrancarsi gradatamente dalla dipendenza energetica dall'area del Golfo Persico. In Costa d'Avorio si tratta, nei prossimi anni, di affidare commesse per lo sfruttamento minerario e petrolifero di giacimenti scoperti e da scoprire, per la gestione dei porti commerciali della regione (cacao, caffè, hevea, olio di palma, cotone e molte merci ancora) e per altre opere, cui si guarda con interesse da varie parti del mondo. Un paese in rovina e instabile non conveniva a nessuno.

Dal giorno del suo insediamento come presidente, nel 2000, Gbagbo aveva interpretato la situazione internazionale, caratterizzata dalla fine delle macro-alleanze, come un'opportunità per il suo paese di scegliersi volta per volta i partner più convenienti, ora in Francia, ora in Italia, ora in Cina, ora in Sudafrica, ora in America. Ciò che nel suo progetto doveva essere un punto di forza per l'autonomia politica e lo sviluppo economico del suo paese si è dimostrato un fallimento e una ragione di isolamento, che l'involuzione della politica interna ha suggellato ed esasperato. Per nessun paese forte Gbagbo era diventato un alleato privilegiato affidabile; per tutti era un motivo di imbarazzo diplomatico.

È possibile che in Costa d'Avorio sia andato in scena un esperimento di accorpamento delle alleanze, che ha come capofila Washington, entro cui le antiche democrazie pensano forse di poter ripristinare le sfere d'influenza di coloniale memoria, anche come possibile risposta all'accrescimento progressivo dell'influenza politica e commerciale della Cina.

L'erede

Ouattara è ora presidente, innanzitutto perché ha vinto le elezioni, ma anche perché è un alleato affidabile per la Francia, per gli Usa e per la comunità internazionale, compresa l'Unione africana. Ciò che tutti gli chiedono è il ripristino di un ordine interno stabile, indispensabile per programmare investimenti economici e stabilire le varie quote di presenza degli attori internazionali. Si può dire che il richiamarsi di Ouattara all'eredità di Houpouët- Boigny, di cui fu primo ministro, non è stato solo un espediente elettorale. Il modello di gestione politica del padre della patria, che aveva reso il paese prospero e accettabilmente stabile (uno dei pochissimi paesi africani che non hanno conosciuto colpi di stato e guerre civili nei primi tre decenni seguiti all'indipendenza), è quello più compatibile con il riassetto dell'ordine che si profila per l'Africa e il mondo.

Molto schematicamente, la politica di Houphouët prevedeva tre pilastri: l'alleanza stabile con la Francia, e in genere con le superpotenze occidentali, sul piano della politica estera, ai danni delle alleanze interne al continente africano; la libertà di mercato per favorire tutta la prosperità possibile della popolazione ivoriana; la stabilità interna, grazie agli accordi tra istituzioni statali moderne e le etnocrazie di espressione locale.

Gli apporti originali di Ouattara riguardano soprattutto la presenza dello stato nell'economia, che nella politica di Houphouët era sensibile e che in quella di Ouattara, presumibilmente, non lo sarà. Se è vero che il suo legame con la Banca mondiale (Bm) e il Fondo monetario internazionale (Fmi) - di cui è stato dirigente negli anni Novanta - è stato enfatizzato dai suoi avversari per svalutarlo agli occhi degli elettori, è anche vero che la sua formazione culturale e la sua visione dell'economia sono compatibili con le regole che l'Fmi e la Bm impongono per elargire prestiti e permettere investimenti.

La riproposizione aggiornata delle antiche sfere d'influenza in Africa è compatibile con la riproposizione aggiornata della politica di Houphouët-Boigny in Costa d'Avorio. Qualcosa dello stile del padre della patria si è colto nel comportamento di Ouattara, dove si sintetizzano aspetti del potere tradizionale e aspetti del potere di una moderna democrazia. Ha voluto preoccuparsi personalmente dell'incolumità dei suoi nemici, senza però concedere loro un faccia a faccia. Ha messo al sicuro, al nord, Gabagbo e la moglie Simone, consegnando l'uno al territorio del suo lignaggio paterno (a Korhogo) e l'altra al territorio del suo lignaggio materno (a Odienné). Si tratta di una scelta di grande significato simbolico, dove si sintetizzano istanze tradizionali (l'umiliazione di un capo costretto a ricevere acqua e cibo da mani del campo avverso) e istanze moderne e democratiche, che generalmente non prevedono l'annientamento fisico dell'avversario.

Ouattara è un uomo che sa aspettare, anche perché il tempo gli ha riservato sorprese positive. Per potersi presentare alle elezioni presidenziali, senza esserne escluso attraverso la modifica del codice elettorale, ha atteso quasi vent'anni. Oggi è presidente grazie all'aiuto ricevuto dal suo più antico e ostinato nemico, Henri Konan Bédié, proprio l'erede di Houphouët-Boigny, che lo aveva escluso dalle competizioni elettorali dopo la morte del "grande vecchio" (1993) cui era succeduto. Di fronte al terzo incomodo (Gbagbo), Bédié si è dimostrato alleato di Ouattara, facendo convergere su di lui i voti dei suoi elettori in occasione del ballottaggio.

Forse da questo debito dipende la scelta di Ouattara di concedere al partito di Bédié (Partito democratico della Costa d'Avorio) ben 8 ministeri nel governo di unità nazionale, formato il 1° giugno. Vi ha escluso però, contrariamente a quanto aveva promesso, ogni rappresentanza del Fronte popolare ivoriano, il partito di Gbagbo (i cui dirigenti avevano posto irrealistiche condizioni, tra cui la liberazione di Gbagbo e dei suoi più stretti collaboratori).

Il governo di Ouattara, che ha di fronte il difficilissimo compito di ricostruire un paese esangue e diviso, si mette dunque al lavoro, senza poter contare sull'apporto diretto di un partito il cui consenso è stimabile tra un terzo e la metà degli elettori.