Chiarandà, autore del testo "Piazza, città di Sicilia"

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Approfondimento
Dipartimento di Studi umanistici




Vincenzo Chiarandà: uno scrittore locale del '600

L'uomo, lo scrittore e l'opera[modifica]

L'uomo[modifica]

- Nacque a Piazza nel 1613 da Vincenzo Chiarandà, originario di Caltagirone, e da Giovanna d'Aidone, piazzese e dei baroni di Azzolina e Montagna di Marzo. Fu allievo e poi rettore del nostro Collegio dei Gesuiti nel 1648 e dal 1661 al 1664. Successivamente, nei collegi di Noto e di Caltagirone. Ritornato a Piazza, nel 1675, fu Procuratore del Seminario, Consultore e Professore di Teologia e Matematica.

- Morì il 22 gennaio del 1701. È sepolto nella Chiesa del Collegio di Piazza Armerina.

Lo scrittore[modifica]

Scrisse:

- Piazza, città di Sicilia, edito dalla tipografia di Messina degli Eredi di Pietro Brea nel 1654 a spese del fratello Antonino, commissario ordinario del Sant'Uffizio;

  • Un trattato di Matematica in quattro libri, a noi non pervenuto:
  • De orologis rotalibus e solaribus;
  • De segmentis seu partibus circuli;
  • De modo erigendi figuram ;
  • De astronomia

L'opera[modifica]

'Piazza, città di Sicilia:

È composta da quattro libri:

- Piazza antica; - Piazza Nuova; - Piazza Sacra; - Piazza Nobile.


Tali libri sono preceduti da una lirica del fratello dell'autore, Antonino Chiarandà, da un preambolo del Senatore Cappello, una prefazione dello “stampatore” da una epistola indirizzata dal Senato di Piazza al fratello Antonino…..

PREFAZIONE[modifica]

La ricerca storica nel Seicento

Chiarandà scrive nel Seicento, secolo in cui gli studi storici, poiché non erano ancora previsti nei programmi delle Università, progredirono ovunque solo per impulso di studiosi laici o ecclesiastici che erano motivati da interessi di carattere nazionale o confessionale. In tutta la penisola italiana s'intensificarono soprattutto la ricerca antiquaria e l'attività cartografica e cronografica.

La prima induceva gli studiosi alla raccolta di monete e alla ricerca dei nomi delle località romane; la seconda si avvaleva degli studi e dell'opera paziente di autori come Ortelius, figlio di un tedesco benestante che viveva ad Amsterdam.

Nel 1570,infatti, Ortelius aveva pubblicato un'opera dal titolo Theatrum Orbis Terrarum, frutto della collaborazione di novanta studiosi di tutta l'Europa, e nel 1572 le Mappe del mondo antico col titolo di Perergon.

Anche il Cadmen per gli studiosi europei rappresentava fonte autorevole di informazioni storiche. Infatti, dopo le ricerche esposte nella Britannia (1586), aveva potenziato sempre più la sua attività di ricerca, allontanandosi dalla semplice identificazione delle località indicate negli Itinerari di Antonino e dei rispettivi nomi romani.

Quasi tutti gli eruditi erano uomini di chiesa che avevano spesso a portata di mano superbe collezioni di manoscritti e di libri a stampa.

Anche il Chiarandà era un uomo di chiesa e apparteneva all'Ordine dei Gesuiti fondato da Ignazio di Loyola (1534 / 1539). I Gesuiti rappresentavano una corporazione di preti regolari che nelle scuole ecclesiastiche e nei seminari ricevevano la migliore educazione possibile ed erano in grado, quindi, di condurre ed approfondire studi di grande rilievo come erano ritenuti quelli storici. Essi, però, erano ostacolati da una politica infruttosa di papi autocrati impotenti, circondati spesso da membri delle commissioni curiali (Propaganda e Inquisizione), ombrosi e arretrati che affidavano le migliori collezioni di manoscritti della cristianità a custodi oscurantisti e sospettosi.

Poiché la penisola italiana era sempre vessata da guerre o minacce di guerra, le lettere con le quali gli studiosi si scambiavano le loro esperienze di ricerca, venivano bloccate per mesi interi e dovevano essere inoltrate attraverso paesi neutrali, anche se spesso lontani.

Nonostante le comunicazioni fossero più agevoli e sicure solo in Francia e in Inghilterra, il mondo della dottrina gravitava attorno all'Italia, dove i nobili e i benestanti si adoperavano affinché gli studiosi di tutta Europa vi trovassero un'accogliente atmosfera di mecenatismo.

Anche se il Sant'Ufficio ostacolava il progresso della cultura con continue proibizioni e censure, gli ostacoli che esso poneva si potevano aggirare con vari mezzi: chi infatti possedeva contatti diplomatici in Germania o in Inghilterra, nazioni protestanti, poteva acquistare i libri che figuravano nell'Index librorum prohibitorum in tali paesi.

I contatti, poi, tra cattolici e protestanti erano frequenti e possibili, in quanto i protestanti di tutte le sette e i cattolici di tutti i tipi frequentavano in modo indiscriminato licei e ginnasi, scuole superiori, accademie, dove si studiavano la Bibbia, i classici latini e a volte anche i greci.

Tra gli studiosi italiani, Ughelli (1596 / 1670), contemporaneo del Chiarandà, appartenne alla schiera degli eruditi le cui opere sono state tanto lette. La sua Italia Sacra, poiché egli aveva collaborato all'opera di revisione delle vite dei papi e dei cardinali scritte da Alfonso Chacon (1601), realizzando un considerevole bagaglio culturale storico, rappresentò una delle opere erudite più notevoli che mai sia stata prodotta.

Ovunque però la storia, anche se chi la scriveva non ignorava l'erudizione antiquaria che era ampiamente presente negli scaffali delle librerie e delle biblioteche, era considerata ancora una materia da intrattenimento che poteva offrire indicazioni politiche ed esempi di virtù morali: mancava ancora la coscienza che la storia abbia il compito di mettere a nudo la struttura delle società ormai morte e di riscoprire il passato, valutandone i problemi, per trarne conoscenze utili al progresso dell'uomo. Non si può tacere sulla fatica che affrontavano gli studiosi come il Chiarandà che lavoravano solo con carta e penna, intraprendendo viaggi faticosi su carrozze cigolanti, a cavallo o anche a piedi. Quando venivano in possesso di un manoscritto di un libro raro che serviva al loro lavoro, lo copiavano con cura e attenzione per non incorrere in errori grossolani, che li avrebbero esposti al ridicolo

Anche quando si servivano di amanuensi per copiare, gli studiosi comunque dovevano leggere il testo attentamente e con senso critico. Quelli che copiavano lunghe cronache e atti o approntavano medaglie e monete per l'incisore, facevano un intenso esercizio di osservazione ed erano guidati da uno spirito di riflessione critica che forse noi oggi rischiamo di perdere. ( Denys Hay, Storici e Cronisti dal Medioevo al XVIII secolo, Laterza, Bari 1981 )

Utilizzazione delle fonti[modifica]

Varie sono le fonti utilizzate dal Chiarandà nel corso della sua ricerca storica, portata avanti con diligenza e scrupolosità. Alcune, le più autorevoli, sono sempre presenti, a volte insieme, nell' intricato iter delle tesi da dimostrare, altre sono sporadiche e utilizzate solo all'occorrenza.

Dal primo libro”Piazza Antica”si acquisisce che le fonti più seguite riguardano la storia della Sicilia, assai note nel periodo in cui egli si accinge all'ardua fatica di ricostruzione ed elaborazione della storia della propria città:
Philipp Cluverio (Danzica): autore di Sicilia antiqua item Sardiniam et Corsicam( 1619; Italia antiqua (1624);Introductio in universam geographiam (1624); Tommaso Fazello (1500), che Chiarandà utilizza soprattutto per informazioni geografiche e topografiche, traendo profitto da esperienze di una ricerca ventennale, portata avanti con paziente fatica, ma che consentì all'autore di pubblicare l'opera De rebus siculis decades duo (1558); Rocco Pirri, suo contemporaneo, alla cui Storia Sacra (la prima opera di storia ecclesiastica scritta in Italia) attinge la maggior parte delle informazioni di carattere ecclesiastico;

  • Fra Michele da Piazza. Con tale nome si conoscono due autori di storia sicula: uno è autore della famosa Historia sicula, continuazione dell'opera omonima di Nicolò Speciale, scritta nel IV secolo, l' altro è autore di Siciliae Chronicon.Sembra che il Chiarandà riporti alcuni frammenti di Siciliae Chronicon e non di Historia sicula( indicare il periodo ;
  • Francesco Nigro, palermitano, contemporaneo del Chiarandà (morto nel 1653). Compilò una Sicilianae delineatio ac descriptio che fu pubblicata a Palermo nel 163.

P. Chiarandà utilizzò come fonti altri due autori che avevano ricostruito la storia della Sicilia, attraverso l'interpretazione dei dati forniti dalle” medaglie”: Filippo Paruta e Golthio. Il primo fu storico, giureconsulto, archeologo. Egli aveva cercato di disciplinare alcuni aspetti della numismatica, che risultava assai utile per la ricostruzione della storia della Sicilia, compilando un'opera che aveva intitolato: La Sicilia descritta con medaglie; il secondo, se corrisponde al Goltche, nel 1557 aveva pubblicato ad Anversa le Vitae omnium fere imperatorum imagines fornendo molte informazioni storiche sulla Sicilia. Riguardo alle fonti, cui il nostro autore attinge le informazioni relative alla storia di Piazza, risultano più autorevoli le opere elaborate da Alegambe, Antonio il Verso, Francesco Cagno. Riguardo ad Alegambe, non sappiamo chi fosse. Da quanto si evince dalla ricerca di Chiarandà egli scrisse una storia di Piazza, a noi non pervenuta. Il Villari in “Storia della città di Piazza Armerina”, Ed. La Tribuna, Piacenza, 1981 p. 391, lo identifica con Marco Li Gambi, francescano e padre guardiano della Chiesa di San Pietro, morto nel 1642. Potrebbe trattarsi, a mio parere, di Philippe Alegambe, storico gesuita di Bruxelles (n.1592), professore di filosofia e teologia a Graz. Nel 1638 si trasferì a Roma, dove continuò la “Bibliotheca scriptorum Sicietatis Jesu del Ribadeneira e scrisse altre opere(“Mortes illustres eorum S.I. qui in odium fidei…necati sunt”; “Heroes et victimae charitatis S. I.”Penso che si tratti di tale autore, anche se non mi risulta che egli abbia scritto una storia su Piazza o sulla Sicilia, perché mi sembra che qualcosa, ancora non chiaramente afferrato, leghi il nostro autore con Philippe Alegambe. Infatti, nella Praefatio alla nuova edizione dell'opera di Chiarandà, tradotta in lingua latina, Jo. Laur. Mosheim (p. 2),che ne è l'autore dice di non sapere perché P. Chiarandà non abbia curato una nuova edizione, più ricca, come aveva promesso e che non l'abbia pubblicata, pur essendo ancora vivo nel 1676, quando fu pubblicata la Bibliotheca Scriptorum Societatis Jesu di Alegambe.(Tale affermazione mi fa pensare che il Chiarandà fosse in contatto con F. Alegambe, perciò sarebbe da appurare se”Marco” non sia un altro nome di Philippe o se indichi persona diversa. Approfondire la ricerca.). Antonio Il Verso: nacque a Piazza nel 1555 e morì a Palermonel 1621 nel Convento di San Domenico. Allievo di Pietro Vinci da Nicosia, fu rispetto al maestro, un innovatore ed avviò, come dice Lino Caruso la monodia seicentesca al classicismo musicale dei fiamminghi, alla preziosità delle scuole romane e veneziane (Lino Caruso, Due musicisti che meritano un posto nella storia: P. Vinci e A. Il Verso, in “La Sicilia”, Catania 9 febbraio 1971 p. 3.

Scrisse una Storia di Piazza, a noi non pervenuta, come si evince dal fatto che Chirandà lo segue come fonte di alcune sue argomentazioni.

Francesco Cagno: filosofo, medico di chiara fama, poeta e teologo. Nel 1571 pubblicò Theorematha Philosophica che lo rese famoso tra i suoi contemporanei. Morì nei primi anni del XVII secolo. Sappiamo che scrisse una Storia di Piazza attraverso le citazioni del Chiarandà (Villari, p. 390).

Alle opere di tali autori si possono annoverare altre fonti, anch'esse pregevoli, ma utilizzate dal Chiarandà sporadicamente:

  • Goffredo Malaterra: visse nel secolo XI. Cronista normanno, benedettino a Evreul- sur Ouche(oggi Saint-Evroult-Notre Dame du Bois), si stabilì in Sicilia dove scrisse De rebus gestiis…Rogeri…et Roberti Guiscardi, in quattro libri, che è, in fondo, solo una biografia di Ruggero fino al 1098.
  • Etimologo: forse si tratta di un dizionario etimologico che potrebbe corrispondere all'Etimologicum magnum, una raccolta di termini messa a punto dai grammatici alessandrini (Filosseno fu l'esponente principale, 1 sec. a. C.).
  • Itinerarium Antonini: attribuito a Caracalla, imperatore romano, il documento presenta un elenco completo delle vie di comunicazione dell'Impero romano e delle principali rotte marittime del tempo.
  • Niccolò Valla: abile lessicografo del Cinquecento. Col suo lavoro attento e paziente fece progredire la ricerca linguistica del tempo.
  • Claudio Maria Arezzo: autore anche dell'opera Observantii di la lingua siciliana et canzuni di lu propriu idioma , pubblicata a Messina nel 1543. In polemica col Bembo, vagheggiò la creazione di un”siciliano illustre” da contrapporre al toscano.


  • Francesco Maurolico: (Messina 1494-1575). Fu matemkatico, architetto ed erudito, insegnò matematica a Messina e scrisse opere su argomenti vari (astronomia, meccanica, geometria ecc.) Si dedicò anche a studi di filologia, storia civile e letteraria. Assai nota la sua opera Arithmeticorum libri duo.

Tra le fonti del mondo antico, Il Chiarandà utilizza qualsiasi informazione ritenga idonea a dimostrare le sue argomentazioni. Convinto che bisogna dimostrare, documentando, secondo il metodo scientifico, ogni affermazione, egli ricorre a più citazioni, anche ingenue, di cui la sua argomentazione talvolta potrebbe fare a meno. Ciò succede soprattutto quando riferisce un'informazione storica che può stupire o non essere creduta (citarne qualcuna: l'anello di Pirro, i giganti, o quando parla del fiume Gela ecc).

Nonostante ciò la lettura è gradevole e induce a perdonare qualsiasi eccesso. Tra le fonti antiche ricorrenti ricordiamo: Plinio il Vecchio, Tucidide, Erodono, Aristofane di Bisanzio, Ellenico di Mitilene, Aristarco di Samotracia, Empedocle, Strabone,, Vitruvio, Isidoro, Sulpicio, Tito Livio, Stefano di Bisanzio, Pindaro, Ovidio, Claudiano

Frontespizio dell'opera[modifica]

PIAZZA

CITTÀ DI SICILIA

DEL PADRE G. PAOLO CHIARANDÀ

DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

I H S

MESSINA

PER GLI EREDI DI PIETRO BREA 1654

CON LICENZA DEI SUPERIORI

CAPPUCCINI DI PIAZZA

Data di pubblicazione e Casa tipografica


LA STAMPA nel XVII SECOLO

Nel 1654 G. Paolo Chiarandà consegna il suo saggio storico su Piazza alla tipografia messinese degli eredi di Pietro Brea, dopo aver ottenuto l'imprimatur del Sant'Uffizio della Sacra Inquisizione Romana.

Lo fa in un momento cruciale per la tipografia che, pur avendo aperto il XVII secolo con un'intensa attività, si avvia ora al declino: gli autori più autorevoli, compresi quelli dell'Accademia della Fucina (sorta a Messina nel 1634 per opera di Carlo De Gregorio), ricorrono alle tipografie di Napoli e Palermo, ignorando quelle dei Mattei, dei Bianco e dei Bonacota. I Brea continuano a stampare solo per il prestigio già acquisito dalla loro officina, mentre la città di Messina si svuota dei suoi cittadini più illustri che emigrano nel continente per sottrarsi alla politica vessatoria della Spagna.

Al fine di fiaccare gli uomini di studio, infatti, il governo spagnolo ha abolito l'Università degli studi e, con essa tutte le accademie, compresa quella della Fucina; ha proibito i congressi e le adunanze culturali e ha depauperato gli archivi dei documenti più preziosi.

Le attività culturali, così, decadono e quella tipografica stenta a sostenersi: tanti tipografi passano lo Stretto per lavorare altrove. Nonostante i messinesi spendano tutte le loro energie per la ripresa culturale della loro città (soprattutto sotto il viceré Fogliani: 1761), la situazione rimane immutata fino alla fine del secolo.

Pietro Brea che dà inizio alla serie dei tipografi messinesi non era messinese: era giunto nella città di Messina per prestare la sua opera presso l'officina del Bufalini. Alla morte di questo, dopo averne sposato la vedova, ne aveva rilevato la tipografia e aveva incominciato a stampare nel 1594.

La sua officina produsse stampe di notevole valore che si distinsero per accuratezza e bellezza da quelle di altre tipografie del tempo.

Pietro morì nel 1632, ma l'officina continuò la sua attività con i suoi eredi, sotto la gestione di Diego Brea ( forse suo figlio) e di Niccolò Vatacci.

Anche gli eredi si distinsero per abilità e perizia. Per capirne la portata, basta esaminare i particolari che compongono i frontespizi di alcune opere stampate in quegli anni. Spesso sono incisi a tutta pagina e mostrano decorazioni con motivi vegetali disposti a spirale, mascheroni, figure stilizzate proprie dell'iconografia mitologica, che richiamano tendenze culturali caratteristiche dell'arte classica e delle sue derivazioni rinascimentali e barocche.

 Il frontespizio dell'opera di P. Chiarandà, però, si presenta poco curato e le decorazioni sono ridotte all'essenziale. Più che segno di decadenza, questa nuova tendenza a prediligere l'essenziale sembra che sia da attribuire al bisogno avvertito dagli eredi di Pietro Brea di liberarsi dal  manierismo del tempo che aveva investito anche l'arte tipografica: i titoli erano diventati troppo ampollosi, i caratteri pesanti, le pagine così fitte da disturbare anche il lettore più interessato.

Ciò accadeva ovunque in Italia, ma in modo particolare in Sicilia. I palermitani De Franceschi e Maringo produssero un gran numero di pubblicazioni in formato piccolo, eseguite con cura, ma tipograficamente insignificanti. Ugualmente si può affermare per i messinesi Mattei, Bianco, Bonacota e La Rocca, e per i catanesi Rossi, Bisagni e Petronio.

Nonostante tutto, i Brea continuarono a produrre pubblicazioni che sono tra le migliori a noi pervenute.

Ciò che si apprezza meno del tipografo dei Brea è la presentazione dell'opera del Chiarandà: lo stile è ampolloso; il saggio fin dall'inizio è definito " saggio del Parnaso" meritevole degli allori condegni alla vena delle Muse Siciliane"; Piazza è la " Platea di Beotia", allevata tra "le Muse et Apolline"; un periodo prolisso e contorto è dedicato ai meriti delle " penne di non degeneranti suoi germi", cioè alle penne di tutti quei poeti, le cui liriche rivolte alla Vergine Santissima e al conte Ruggero, accompagnano l'opera, come in un concerto di viva partecipazione ad una pubblicazione attesa da anni e dalla quale tutti si aspettano l'immortalità. Compreso lo stesso tipografo che confessa : "procurai con esse fossero illustrate et honorate le mie stampe".

Terza pagina[modifica]

Poesia in lingua latina del fratello Antonino, propugnatore, con il Senato di Piazza, dell'Opera.

D.D.ANTONINO CHIARANDÁ Garante della verità (traduzione del testo che è in lingua latina)

A ricordo della storia di Piazza,
per i Re, le Dinastie, Ruggero,
per i Normanni, uomini illustri,
per le armi sacre,
per l'immagine della Santissima Vergine dipinta
dalla mano di Luca (1),
donata dal Pontefice Nicolò II,
insigne difesa
 della spedizione contro i Saraceni, estratta come auspicio per essa
 dalla fanghiglia letale
della confusione e dell'oblio degli scrittori.
L'Accademia di Piazza narri queste cose
Con animo lieto.

M. D C. LIV

Quarta pagina[modifica]

Presentazione del tipografo (Tipografia di Messina degli Eredi di Pietro Brea)


Il tipografo (lo stampatore) presenta l'opera del Chiarandà, con uno stile “ampolloso”, tipico del gusto del tempo. Il saggio, fin dall'inizio, è definito “saggio del Parnaso, meritevole degli allori condegni alla vena delle Muse Siciliane”. La città di Piazza è la “Platea di Beotia”, allevata tra le “Muse et Apolline”. Un periodo prolisso ed involuto è dedicato ai meriti delle “penne di non degeneranti suoi germi”, cioè alle penne di tutti quei poeti, le cui liriche rivolte alla Vergine Santissima e al Conte Ruggero, , accompagnano l'opera, come in un concerto di viva partecipazione ad una pubblicazione attesa da anni e dalla quale tutti si aspettano l'immortalità. Compreso lo stesso tipografo che confessa: “procurai con esse fossero illustrate et honorate le mie stampe”.

Quinta pagina e sesta[modifica]

Lettera del Senato di Piazza rivolta al fratello Antonino, Commissario ordinario del Sant'Ufficio.

Con tale lettera il Senato di Piazza, considerata “la singolar modestia et humiltà del Padre” prega il fratello Antonino di mediare con maggiore vigore, affinché pubblichi l'opera su Piazza, tanto attesa da tutti, particolarmente dai “nostri Accademici” che”con molte compositioni in lode d'ambedue han dimostrato il desjo di godere di sì rare memorie, e per fine ne l'offeriamo a nome pubblico e priuato “ (Secretario D. Giulio Cesare Romano)

Settima pagina[modifica]

Baldassare Cappello, senatore di Piazza, presenta l'Opera di G. P. Chiarandà con espressioni di encomio.

IL PREAMBOLO DELL'ILL .mo BALDASSARE CAPPELLO, SENATORE DI PIAZZA, È RIVOLTO ALLO STEMMA GENTILIZIO, L'UCCELLO DELL'ILL. MO D. D. ANTONINO CHIARANDÁ , COME RICORDO DI UN ANIMO RICONOSCENTE. (Traduzione dal Latino)

Ora tocchi coi piedi la terra, ora tocchi le stelle. L'una e l'altra Piazza splendono così famose per le (tue) penne. (traduzione)

Un puro anagramma del medesimo


Padre Giovanni Paolo Chiarandà, per merito di questa penna divina voli tra gli astri. La fama ti presta le ali per le quali il mondo riecheggia, tu voli per gli astri per merito di questa penna divina.(traduzione)

Un preambolo del senatore di Piazza Baldassare Cappello,dunque, accompagna l'opera del Chiarandà allo scopo di far risaltare la destrezza dello scrittore e la sua appartenenza ad una famiglia che si distingue per l'antichità del casato e per la celebrità degli avi.


Descrizione dello stemma

 Lo stemma raffigurato prima dell'anagramma è costituito da uno scudo che ha forma quadrangolare, tipica degli stemmi francesi, con bordo inferiore dagli angoli arrotondati e punta aguzza al centro. È detto scudo tagliato, perché è  attraversato da una linea diagonale che va dall'angolo sinistro in alto all'angolo destro in basso. Si distingue così dallo scudo trinciato che è attraversato sempre da una linea diagonale che va , però,  dall'angolo destro in alto all'angolo sinistro in basso e dallo  scudo spaccato che  è diviso in due parti uguali da una linea orizzontale.

Sul bordo superiore dello scudo poggia un elmo , tratteggiato di profilo e non frontalmente come, invece, si vede negli stemmi delle famiglie insignite di titoli principeschi o ducali.

Sulla linea diagonale dello scudo risaltano due figure naturali, un uccello ed una stella. Queste figure sono dette naturali proprio perché sono costituite da due elementi naturali ( un uccello ed un astro) che le differenziano dalle araldiche, formate da partizioni, pezze onorevoli, pezze d'araldo, e dalle mitologiche costituite da draghi, ipogrifi ecc. Queste ultime vennero introdotte solo nel tardo Medioevo, quando s'incominciò ad avvertire l'esigenza di fregiare la propria famiglia di un ornamento che ricordasse il mondo classico per mezzo di elementi decorativi appartenenti ai miti greco – romani.

La parola “Figura”, pur avendo origine latina, traduce la parola greca “Eidolon” e indica in araldica un animale che configuri una qualità del corpo o dell'anima.

La prima figura dell'araldica è il leone, riconosciuta superiore alle altre figure (lupo, cavallo, orso ecc.), in quanto caratteristica della famiglia di Ottone I, imperatore della Germania. Prima che adottassero l'aquila dell'Impero Romano contro il quale si erano sollevati, il leone era stato simbolo dei re Visigoti e di vari popoli germanici, perciò tutti gli stemmi che esibiscono animali feroci (sia esistenti, sia immaginari) sono considerati più nobili di quelli che esibiscono volatili e pesci.

Lo stemma della famiglia Chiarandà presenta un semplice volatile, non ha corona sullo scudo, né svolazzi, cercine, tenenti, manto d'ermellino, motto e nodi, ma i senatori di Piazza lo tengono in grande considerazione, come si evince dal preambolo di Baldassare Cappello e dalle loro composizioni poetiche. Francesco Gueli, nel suo sonetto così si esprime:” Ben al tuo vago Augel d'aurate piume / cede l'Aquila altiera i pregi suoi ./ Ch'oltre hauer penne colorite e belle / volo ha lieve così che poggiar suole / fin dove ardon in ciel l'auree facelle. / L'Aquila d'esser vinta ormai si duole….

  Che lo  stemma della famiglia Chiarandà sia stato, nel passato, più o meno rinomato poco importa; oggi, ciò che conta è il merito dell'autore di aver arricchito con il suo contributo il mondo della cultura, come altre personalità in vista del suo tempo. Perciò, ci piace ricordare quanto afferma C. Minutolo in Re d'armi, Palermo 1991 p.61 riguardo alla nobiltà siciliana: “La nobiltà siciliana, dice, è stata quasi sempre un segmento piuttosto piccolo della società, mentre la sua influenza ed il suo potere sono stati grandissimi nel corso dei secoli, non solo come saggi amministratori pubblici e generali – comandanti dell'esercito dello Stato, ma soprattutto come promotori e diffusori di opere di cultura e beneficienza”. Il nostro Chiarandà ne è un esempio evidente come tutti i senatori che lo incoraggiano a scrivere un'opera che richiede un lavoro di ricerca paziente e faticoso. Come si può constatare dalle loro liriche che accompagnano l'opera, essi gli sono vicini, lo sostengono, lo esaltano contro eventuali detrattori che certo non mancheranno.
 

Dalla pagina ottava alla diciannovesima seguono le composizioni poetiche degli Accademici di Piazza, già pubblicate a Napoli nel 1651 dalla Tipografia Gassari:

Senatore Baldassare Cappello (esalta lo scrittore P. Chiarandà, al quale Piazza deve la sua fama. Il Vessillo della Vergine Maria è presentato come strumento di vittoria nella lotta contro i Saraceni);

Bocca Di Fuoco, cavaliere di Gerusalemme ( esalta il Vessillo e P. Chiarandà che lo descrive nella sua Opera);

Francesco Gueli, dottore in Legge (esalta l'Autore ricordando che l'uccello dello stemma del suo Casato si è elevato così in alto da superare la stessa aquila imperiale);

Francesco Fascella (dedica all'autore un anagramma puro, col quale lo elogia e “scongiura” la malevolenza degli invidiosi e dei detrattori, evocando Zoilo, antico storico greco di Anfipoli (IV secolo a. C.), noto per la sua critica ad Omero che gli valse l'appellativo “frusta di Omero”;

Andrea Cagno (ricorda il Vessillo della Vergine Maria, donato dal Papa al Conte Ruggero dopo le vittorie contro i Saraceni e sepolto dai Piazzesi nel 1161 per sottrarlo al saccheggio della loro città, saccheggio che il re normanno Guglielmo I aveva ordinato per sospetto di tradimento);

Giacomo Caruso, dottore di Filosofia e Medicina (ricorda il Vessillo donato dal Papa al Conte Ruggero e che gli fu baluardo nella guerra contro i nemici e lo rese più famoso di Cesare);

Angelo Cagno, canonico del reverendissimo Capitolo della Collegiata della città di Piazza (fa risaltare il valore del Casato di P. Chiarandà, ricordando la figura alata dello stemma che lo eleva fino a Giove);

Giuseppe Capizzi, dottore in Medicina e Filosofia (loda P. Chiarandà che, col suo scritto, restituisce a Piazza lo splendore di un tempo);

Giuseppe Munebria, (P. Chiarandà offre a Piazza un ricordo che resterà i eterno. Egli infatti fa luce tra le ombre sparse del suo passato che descrive con perizia, ricordando le imprese di Ruggero, eroe normanno. Con la fatica della sua penna, così, sottrae la storia della città all'azione inesorabile del tempo “vorace e avaro” e alla morte “mostro invidioso”);

Filippo Pico (l'ode in lingua latina, è la migliore tra le altre composizioni che accompagnano l'Opera del Chiarandà; è rivolta alla Musa del mare, perché renda famosi il Conte e la città di Piazza).

Chi sono, infine, i Poeti dell'Accademia Piazzese e che cosa è possibile oggi conoscere di loro, al di là del loro piacere di stimolare con le loro composizioni P. Chiarandà alla pubblicazione della sua Opera storica?

All'opera storica di G. Paolo Chiarandà, come abbiamo visto, fanno corteggio in "anteprima" le composizioni poetiche di vari personaggi illustri. Queste, nonostante i limiti del loro pregio artistico, sono ancora preziosa testimonianza del gusto del tempo e della misura dell'attesa dell'opera di un autore che sperimentava, tra pochi, le vie piuttosto ardue della storia patria da narrare in una lingua viva, sempre in evoluzione, difficile da disciplinare. Prima che l'Autore consegnasse l'opera alla stampa, tali composizioni erano state pubblicate a Napoli nel 1651 dalla tipografia di Jacobo Gaffari in un opuscolo dedicato ad Antonino Chiarandà col titolo di L'Accademia Piazzese, affinché si facesse promotore dell'auspicata pubblicazione e aiutasse il fratello Paolo a superare ogni indugio.

Questi, persuaso dall'affabile insistenza di tanti personaggi illustri che esprimevano con i loro scritti il desiderio di conoscere i risultati della sua ricerca, completò l'opera e la fece pubblicare a Messina nel 1654 col titolo di Piazza, città di Sicilia Antica, Nuova, Sacra e Nobile, in 4 libri dalla tipografia degli Eredi di Pietro Brea.

Alla prima edizione però non seguì la seconda, promessa dallo stesso autore nella prefazione AL LETTORE, con le seguenti parole: "Gradischi il benigno Lettore l'animo desioso di darli piacere, che se queste mie fatiche saranno accette, haurò buona ragione di proseguire l'impresa di perfettionare compita Storia di Piazza a mio gusto, e aggiunger ciò, che per esser, o immaturo o troppo lungo ho lasciato, senza obbligo d'accomodarmi all'altrui stile come in questa, per la molta fretta, sono stato forzato à fare, e gran parte da altri trascrivere".

L'autore della traduzione in latino dell'opera di G. Paolo Chiarandà J. Laur. Mosheim ( noto al mondo della cultura come fondatore della storiografia ecclesiastica moderna protestante per le sue Istitutiones ecclesiasticae, 1726), dichiara nella Praefatio di ignorare il motivo della mancata edizione e si chiede perché nel 1676, quando fu pubblicata la Bibliotheca Scriptorum Societatis Jesu di Alegambe, non lo abbia fatto, nonostante lo avesse promesso. L'opera del Chiarandà, letta oggi solo dagli studiosi di storia, dovette riscuotere un gran successo ai suoi tempi e in quelli successivi, se un autore come J. L. Mosheim avvertì l'esigenza di volgerla in latino per renderla più accessibile ai lettori. Nella Prefatio egli confessa che ha cercato di rispettare il pensiero dell'autore, traducendolo in un latino chiaro e corretto, ma ha dovuto spesso, pur mosso da necessità di trasparenza stilistica, accettare vocaboli che "casta nescit Latinitas".

Alcuni dei Personaggi promotori dell'opera del Chiarandà di cui abbiamo informazioni certe (con relative fonti)

Per consentire al lettore di ricostruire l'atmosfera del tempo, ricordiamo alcuni dei personaggi illustri che favorirono la pubblicazione dell'opera: Antonino Chiarandà, fratello di G. Paolo Chiarandà. Nacque a Piazza il 31/11/1611 da Vincenzo Chiarandà, nobile di Caltagirone e dalla piazzese Giovanna d'Aidone dei baroni di Azzolina e di Montagna di Marzo. Rimasto orfano di entrambi i genitori, all'età di tredici anni fu avviato allo studio della giurisprudenza dal dr. Antonino Morales, suo parente e tutore. Si laureò a Catania, ma esercitò l'avvocatura a Piazza in favore dei più deboli e gratuitamente. Venne ordinato sacerdote nel 1645. Commissario del Sant'Uffizio a Piazza, si distinse per la dirittura morale e per il suo alto senso di giustizia. Morì a Piazza il 14 luglio 1666. È sepolto nella Chiesa di Sant'Antonio. (L. Villari, I Gesuiti in Sicilia e la fondazione del Collegio di Piazza Armerina, Tipografia Pantano Messina, 1970, p. 18)

Giuseppe Boccadifuoco, frate e cavaliere di Gerusalemme. Appartenne ad una famiglia nobile, originaria di Piacenza che si era trasferita in Sicilia nel 1347, quando vi regnava Pietro II d'Aragona. Il Mugnos Filadelfo in Teatro genealogico delle famiglie del Regno di Sicilia, ricorda tra i suoi antenati un Giacopino Buttafuoco, favorito dal re Pietro, un Giovanni che annovera tra i famigliari di re Martino. Il primo fu castellano di Piazza (1453), il secondo giurato. Il Marchese di Villabianca ricorda un Mario Boccadifuoco, marchese della Scaletta (1720) che fu senatore di Palermo (1744), alla cui morte si sarebbe estinta la famiglia del ramo piazzese. Anche nell'opera Della Sicilia nobile di F. M. Emanuele e Gaetani, Ed. Arnaldo Mondadori, vol II p. 592, si legge che con Mario Boccadifuoco nel 1744 venne ad estinguersi, nella sua persona, la famiglia Boccadifuoco, la quale" originata di Piazza ( come afferma P. Chiarandà in Piazza, città di Sicilia, lib. IV cap. 4, p. 269) ed adorna essendo abbastanza di nobili cariche, di crociate, non meno che di chiesastiche dignitadi, avea fatto passaggio in essa città di Palermo". Il Mongitore in Bibliotheca Sicula, tom.I, f. 374, c. 2 definisce il nostro Giuseppe Boccadifuoco" Cher. Regol. Teatino che per suo merito trascelto videsi parlamentario de' Santi Pietro e Paolo d'Itala e vescovo di Mazara e cavaliere molto valoroso e benemerito nel servizio del Re" Nel 1632 G. Boccadifuoco fondò la Congregazione di Sciabica (rete da pescatore) che fu la più prestigiosa e la più numerosa a Piazza. ( ved. Scienziati Siciliani nel sec. XVII, Atti del Convegno a cura di Tomaso e Gerolamo Seidi dei Padri Teatini, 1648, p. 232).

Francesco Gueli, palermitano e figlio del piazzese Leonardo Gueli che aveva sposato a Palermo una nobildonna palermitana. Appena nato, fu portato a Piazza, dove trascorse la sua fanciullezza e perciò fu considerato piazzese. In realtà fu palermitano, come è stato scoperto ad opera di molti studiosi e del nipote, P. Francesco Saetta, piazzese e appartenente alla Compagnia di Gesù. Divenuto adulto, conseguì la laurea in Giurisprudenza e in Lettere e si dedicò principalmente allo studio della poesia. Diede dimostrazione del suo ingegno a Palermo, a Messina nell'Accademia dei Riaccesi, dell'Officina, dei Radicati, alle quali diede il nome. In tali accademie egli, assai gradito per l'ingegno delle sue opere letterarie, fu spesso ascoltato con l'approvazione di tutti. Morì a Palermo il 20/ 8/ 1961 e fu sepolto nella chiesa di Sant'Agostino. L'Accademia dei Riaccesi, gli rese gli onori funebri, onorandolo con un'orazione di P. Raffaele Bileci, palermitano, appartenente ai Chierici Minori e con altri encomi meritati, il 14 /12/ 1661.

Lo ricordano: G. Paolo Chiarandà in Piazza, città di Sicilia lib. IV cap.3 p. 263 con le seguenti parole: "Piazza una delle principali città della Sicilia e patria di Francesco Gueli. Le prerogative di quest'uomo meglio si possono dai suoi componimenti cavare che dalla mia penna. Egli ha composto con tanta leggiadria nella lingua toscana, che ben può da Apollo meritare, quel premio d'alloro che giustamente si riserba ai figlioli non degni d' un tanto Padre, il volume delle Rime già posto in ordine, per arricchire le stampe della sua poesia, farà chiaramente a dividere il mondo, quanto honore egli arrechi a questa professione. Delle sue canzoni siciliane, queste poche sole mi sono pervenute alle mani : e quantunque io sappia che un più gran numero egli n'habbia composto. Non avendo però per la distanza del paese, e per altri impedimenti, potuto raccoglierne più, non ho voluto di lasciare di far mostra della vaghezza di questi fiori, quanto sia delitiosa la primavera poetica di quest'Autore" (Il Chiarandà riferisce quanto scrive Pier Giuseppe San Clemente nel primo volume); Giuseppe Gagliano ( Joseph Galeanus) nelle Muse Sicule (Musis Siculis), par. 2, tom I. p. 224; Giovan Battista Vallegio ( G. B. Vallegius) in Carmin. 42; Placido Reina in Histor. Messanae par. 2 p. 69; Angelico Aprosto ( A. Aprostus) nel libro edito sotto il nome di Paolo Genari dal titolo "Vigilie del Capricorno p. 292. Edizione Italice. F. Gueli scrisse le seguenti opere, i cui titoli apprendiamo dall'opera di Antonino Mongitore Bibliotheca Sicula. Poesie in libro: - Poesie volgari degli Accademici della Fucina, parte prima- Messina, Eredi di Pietro Brea, 1656 in 12; - Poesie nella terza parte degli stessi carmi- Napoli, presso Egidio Longo 1659 in 12; - Poesie nella quarta parte degli stessi carmi- Ibidem, presso Sebastiano di Alecce 1660 in 12; - Poesie in libro Stravaganze liriche degli Accademici della Fucina, parte terza. Ibidem apud eundem 1661 in 12; - Poesie in libro (Festosi presagi dell'Accademia degli Abbarbicati per la nascita felice del principe delle Spagne, Venezia, presso Bodio 1659 in 4. In lingua vernacola.; - Canzoni siciliane, in Musis Siculis, par.2, tom I, Palermo, tipografia di Decio Cirillo 1647 in 12 e iterum Giuseppe Bisagno 1662 in 12. - Poesie liriche: - Galleria: , quest'opera, per idea di G. Battista Marini, perfetta in ogni sua parte, fu affidata all'abbate Antonino Agraz. Alla morte di costui, deceduto a Napoli, finì nelle mani di Marchione del Carpio e fu trasportata in Ispagna, dove fu nascosta per molto tempo, come si apprende dalle epistole di Francesco Saetta. Questi cercò di curare una raccolta delle opere dello zio Francesco da pubblicare, ma attese a lungo che gli si inviasse una copia di tale opera dalla Spagna. Tutte le opere rimasero inedite perché il Saetta dovette recarsi come missionario in India, per divulgare la fede cattolica. Qui soffrì tanto, colpito dalle saette dell'odio contro la fede cattolica, si ammalò, e concluse le fatiche del suo apostolato con una morte gloriosa il 2 /4/ 1694.

Giuseppe Munebria- Giovanissimo, si dedicò allo studio delle Lettere e dimostrò particolare interesse per la poesia in lingua etrusca ( toscana). Iscritto alle Accademie più famose d'Italia a Roma, Napoli, Palermo, Messina, Catania e altrove, ovunque fu apprezzato per la sua vena poetica e per l'acume del suo ingegno. A Roma e a Napoli si dedicò anche allo studio del diritto civile e fu gradito ai principi. Sofferente per gli stenti causatigli da varie avversità, ritornò a Catania, la sua città d'origine, dove per qualche tempo fu tra i Secretis del Senato catanese. Lo stesso Senato si servì di lui per negoziati importanti. Stabilitosi a Palermo, godette della fiducia e stima del principe Emanuele Fardella Paceco, come si evince dalle lettere a questo indirizzate. Morì a Catania, ottantenne, il 19 /6/ 1683. Opere: - La Musa risvegliata - La Musa Verace (opere pubblicate dagli Eredi di Pietro Brea nel 1656) - Il Rugiero o vero la Sicilia liberata (fu pubblicato solo il settimo canto) - Historia politica dell'Aspasia (opera politica morale) - La sfera del Secretario di Stato (raccolta di lettere di vario genere).(Ved. Mongitore, Bibliotheca Sicula)

Nel primo libro (Piazza antica):

Paolo Chiarandà inizia la sua trattazione su Piazza descrivendone il territorio, situato nel cuore della Sicilia ed esaltandone la fama per l'antichità dell'origine, la ricchezza del suolo e le imprese generose dei suoi abitanti.

Piazza, egli dice, Città Opulentissima, nel Cuore di Sicilia, e Val di Noto, Celebre per la sua antichità, Nobiltà e dovizie, sempre è stata famosa e con varij encomij sotto diversi nomi da Scrittori menzionata, di cui noi dovendo scrivere, bisogna, per ordinatamente procedere, farci alquanto più da capo , e toccare qualche cosa di Sicilia, e dopo, ove essa si ritrovi, investigare; seguendo l'orme, che gl'antichi, e moderni Scrittori ci lasciarono.

Parlando della suddivisione in Valli della Sicilia, utilizza fonti storiche antiche e recenti: così alla testimonianza di Cicerone. secondo la quale la Sicilia è divisa in due Valli, si affianca quella di Rocco Pirri; a quella di Alegambe, secondo la quale è divisa in tre Valli, si affianca quella di Umberto Goltzio e del Fazello che descrive in modo dettagliato le tre Valli con i loro confini e le città che in esse hanno il loro sito.

Le tre Valli (Val di Mazara, Val Demona, Val di Noto) sono formate dal fiume Salso (l'antico Imera) che divide la Sicilia in due parti: occidentale ed orientale. Tale fiume scaturisce dai Monti Nebrodi (Madonie) e si divide in due rami, uno dei quali scorre verso Sud e sfocia nel Mar Africano (oggi: Canale di Sicilia), mentre l'altro scorre verso Tramontana e sfocia nel Mar Tirreno.

In tal modo il Salso, ad occidente forma la Val di Mazara, a nord della linea Catania- Assoro la Val Demona e a sud della medesima la Val di Noto, nella quale è situata la Piazza odierna. L'antica era situata a dodici miglia a sud di Enna.

Il Chiarandà, per dimostrare l'esistenza dell'antica Piazza, ricorda le medaglie citate da Cluverio, in cui figura il Tregambe con al centro una faccia e attorno spighe di grano, ma considera più significative quelle citate dal Paruta, dall'Alegambe e dal Verso con la scritta PLUTIA DEICEPS PLATIA, perché dimostrano che le città sono state due, quella antica e distrutta, Piazza Vecchia, e la recente, Piazza Nuova.

La città antica ebbe tanti nomi: Platia, Plotio, Platea, Piazza, Chiazza. Era situata sul monte Armerino (oggi Marino), in un'ampia pianura, dove si trovava un castello che era una fortezza a pianta quadrata. Era una grande città, come dimostrano le rovine che gli scavi archeologici portano alla luce: capitelli, colonne, cisterne ecc. Era simile ad una metropoli ed imponeva le sue leggi ai villaggi vicini, quali Rossomanno, Cundrò, Montagna di Marzo, Polino, Raubiato, Montagna Gebia, Monte Naone, Filosofiana Eliano, Casale dei Saraceni, Gatta, Gallinica, Ciappa. La città nuova è situata ad est della vecchia, tra due catene di monti che si snodano a sud, incontrandosi presso Monte Mangone.

Dopo aver esposto quanto conosce sui Monti Erei, Chiarandà conclude soffermandosi piacevolmente sul misterioso Bosco delle Ninfe d'antica memoria, mai chiaramente localizzato dagli scrittori. Egli, incantato dalla bellezza della vegetazione, dall'amenità e fertilità del territorio di Piazza pensa che potrebbe dire il vero, se osasse affermare con Pindaro che tale bosco, degna abitazione di Dafne, fosse nei pressi di Piazza, lungo il corso del fiume Gela.

Dal capitolo III al VII il Chiarandà parla del fiume Acate, conosciuto dai Piazzesi anche col nome di Buffarito o Gatta, tenuto da loro in gran considerazione, non solo perché ricco di pietre preziose (l'agata in modo particolare e il berillio), ma perché è anche testimonianza d'antiche memorie. Lo scrittore segue il suo corso, lungo il quale il fiume assume nomi diversi (Buffarito, Aliano, Agata o Acate, o Gatta, Tenchio o Tempio), fino a quando non sfocia nel Simeto, presso Gutterna, diversamente da quanto affermano altri autori che lo identificano con (?) altri fiumi, tra cui il Berillo, fiume che scorre nella Sicilia meridionale.

Con l'aiuto di varie fonti (Cluverio, Etimologo), il nostro autore cerca di localizzare il sito dell'antica città di Piazza. Convinto che possa identificarsi con l'antica Gela, edificata presso l'omonimo fiume, parla del fiume “Terranova”, il cui corso egli segue dalla foce alle sorgenti. Una di tali sorgenti scaturisce nel podere di fiume “Giozzo”, l'altra in contrada Bellia, le cui acque, mescolandosi ai piedi del Monte Armerino, formano il fiume Ghiaccio, detto anche “Giozzo”. Il Chiarandà adduce, inoltre, varie testimonianze, affinché tale fiume non venga confuso col “Salso”.

Nel capitolo VII, per dimostrare sempre che Gela sia la città edificata presso l'omonimo fiume, alle origini col nome di Lindi, ricorre a fonti storiche molto antiche (Diodoro, Plinio, Callia, Silio Italico, Claudiano, Callimaco, l'Etimologo), senza trascurare le più recenti che gli fanno da guida nell'esposizione delle sue argomentazioni, Cluverio e Fazello. Dopo un lungo excursus (?) nella storia antica e dimostrazioni ricche di dettagli, conclude che la città di Gela in questione era quella che sorgeva presso le sorgenti del fiume Gela.

Nel cap. VIII ammette che le sue argomentazioni non sono esaustive per poter affermare che Piazza antica si possa identificare con Gela. Di conseguenza, preferisce esporre le sue conoscenze relative a Piazza Nuova, quella stessa che fu riedificata da Guglielmo il Malo nel 1163.

Nonostante tale affermazione, servendosi delle fonti già menzionate e di altre (antiche e recenti, quali Tolomeo, Bonfiglio, Maurolico, Leonardo Alberti, Aldo Manuzio), continua la ricerca dei nomi imposti nel corso dei secoli alla nostra città, dai più antichi ai recenti: Plutia, Fintia,, Pietra, Palica, Plotio, Plazza, Chiazza, Platea (toponimo attribuito all'antica città di Piazza da parte dei Tebani in ricordo della loro città di provenienza, la greca Platea), Pluto (termine greco che significa abbondanza, ricchezza), Plutia, presente nelle Verrine di Cicerone. Riguardo a quest'ultimo toponimo, continua col ricordare la medaglia di cui si è detto sopra, su una faccia della quale si vede, il Tregambe che rappresenta la Sicilia,con incisa l'espressione”Pluvia deinceps Platia”, sull'altra il conte Ruggero a cavallo con lo stendardo. Si pone delle domande su come si sia passato nei secoli da un toponimo all'altro e si risponde con un'ampia dissertazione storica, sul valore della quale non risulta facile esprimersi, tante e varie sono le informazioni che egli ci ammannisce.

Nel cap. IX il nostro autore riferisce quanto ha appreso dalle fonti, orali e non, sugli antichi abitanti di Piazza, i Giganti. Egli si rende conto che non si possa dimostrare, per il ritrovamento di qualche osso o corpo gigantesco rinvenuti nei pressi di qualche città della Sicilia che questa sia stata abitata da giganti o, comunque, che i giganti ne siano stati i fondatori. Tuttavia si compiace nel ricordare che Omero ne parli nell'Odissea (l.IX), quali abitatori di spelonche e caverne sulle cime dei monti, dove sono stati ritrovati i loro corpi. Pian piano, fugata ogni legittima ombra di dubbio, egli apporta vari esempi per dimostrare la loro esistenza nel nostro territorio, facendo confusione tra l'antica città di Piazza e la nuova. “ Parlano dunque in lor favella”, egli dice a p. 75, “ nelle campagne Piazzesi le bocche di molte sepolture di cadaveri Gigantei, e gridano doversi dar fede alle maggiori, e tombe, fabricate con proporzionata grandezza à smisurati corpi”.

Seguono alcune testimonianze: - il gigante ritrovato su monte Naone, lungo venti braccia che si ridusse in cenere a contatto con l'aria (Fazello lib. IX); - la costola e il teschio del gigante, trovati a Piazza nella chiesa di S. Marco, ad occidente, poco distante dalla Matrice, mentre si scavava per gettare le fondamenta per la costruzione di un oratorio. Il teschio, che poteva contenere quattro moggi di frumento, fu posto sotto le fondamenta dell'altare maggiorenel 1538 (Stefano La Valle e Alegambe); - l'osso lungo tre palmi, forse di una gamba d'uomo, trovato nella contrada di Piazza Vecchia, dove sono state trovate anche grandi sepolture (Tommaso Milia); - il cranio col mento e tre denti trovato in contrada Serrafila, della misura di quattro palmi italiani nel 1577(Vincenzo Milia); - un corpo umano di grandi dimensioni trovato dentro ad una sepoltura di fabbrica bitumata, lunga venti piedi trovata dai Padri Riformati di Santa Maria di Gesù, mentre scavavano per costruire un muro presso la porta del giardino. Aveva ai piedi un vaso di terracotta, un dente di cinghiale e alcune verghette di piombo; - un corpo umano di grandi dimensioni trovato nell'orto dei Padri Cappuccini. Successivamente il Chiarandà torna a dubitare dell'efficacia di tali testimonianze e si serve di testimonianze scritte per insistere sull'antichità di Piazza e dei suoi abitanti, Si serve dell'opera storica del Tracagnotta, secondo il quale la nostra Platea antica sarebbe stata la Gela di cui egli ci ha precedentemente parlato, città greca che li avrebbe accolti in quanto provenienti dalla Grecia. Più tardi Gela sarebbe stata chiamata Platea e in seguito Plutia . Guglielmo il Malo, re dei Normanni, la rase al suolo perché accusata di tradimento contro la Corona nel 1162 (?).

Secondo libro (Piazza Nuova)


Chiarandà descrive le vicende storiche riguardanti la nostra città sotto la dominazione dei Saraceni (cap.I), poi dei Normanni, del Conte Ruggero (capp.I/V),del re Guglielmo il Malo che tanto nocque alla città di Piazza, decretandone la distruzione dopo averla condannata per tradimento. La città era stata scelta dal conte Simone, figlio di Ruggero e della sua seconda moglie Adelasia,come sede dei cavalieri degli Ordini Militari del Santo Sepolcro, dei Templari, degli Ospedalieri e di Santa Maria di Valle Josaphat ed in essa convergevano i giovani e i nobili più in vista d'Europa prima di partire per la Terra Santa per combattere contro gli infedeli. Ciò l'aveva resa città ricca e fiorente, soggetta ad invidie che ne avrebbero causato la fine.Infatti, il figlio del conte Simone, Ruggero Sclavo, la coinvolse nelle vicende drammatiche del regno di Guglielmo il Malo .Questi dovendo combattere contro il papa, Federico Barbarossa e l'Imperatore di Bisanzio che gli avevano dichiarato guerra, prima di partire aveva affidato le attività di governo a Maione che era stato ucciso da Matteo Bonello, istigato dai baroni che intendevano impossessarsi del potere in assenza del Re. La vendetta del sovrano fu implacabile. Molti congiurati furono arrestati. I feudatari responsabili della congiura fuggirono e si rifugiarono a Piazza e a Butera, nonostante l'opposizione degli abitanti. La nostra città subì prima il saccheggio dei feudatari ribelli e, successivamente, la distruzione per la condanna di tradimento da parte del sovrano. Era l'anno 1161 .Fu in quell' occasione che i Piazzesi, volendo salvare il vessillo donato dal papa alle guarnigioni lombarde del conte Ruggero che avevano combattuto i Saraceni, lo rinchiusero in un'arca di cipresso e lo seppellirono nella chiesa di Santa Maria de Platea. Fu ritrovato durante la peste del 1348. Piazza, riconosciuta innocente, venne ricostruita per ordine di re Guglielmo nel 1163 sul Monte Mira e, durante il regno del figlio Guglielmo il Buono, incominciò una lenta e faticosa opera di ricostruzione, che le consentì, in un trentennio, di tornare ad essere una città fiorente e di spicco tra le migliori città della Sicilia.

Libro III (Piazza Sacra)

Il nostro autore inizia esaltando le opere della “Regina d'ogni cosa”, la Vergine Maria Santissima, la cui immagine è conservata a Piazza, dove la pose il Conte Ruggero d'Altavilla, dopo la sconfitta dei Saraceni. Di Essa e delle sue “meraviglie” hanno “parlato lodevolmente”diversi autori: il Malaterra, don Giovanni Candilia, Stefano La Valle, Francesco Seidi, Antonio il Verso, fra Marco Alegambe padre riformato di S. Francesco, fonte principale delle informazioni storiche riferite perché ritenute più autentiche. Tale immagine sarebbe stata donata al Conte dal papa Nicolò II, affinché lo aiutasse nell'impresa di sgominare le forze saracene e liberare la Sicilia. Sicuro del valore del condottiero prescelto, il Papa gli invia il vessillo di Maria Santissima che il prode Ruggero, in battaglia, a Messina, contrappone “agli empi saraceni”. Di fronte ad Esso trema la Sicilia e teme il Saraceno. A Cerami tutti i combattenti videro nella parte più alta dell'asta splendere come il sole una croce e i nemici in rotta. Il Vessillo della Vergine era trasportato dallo stesso conte Ruggero, a cui il Papa aveva promesso come premio, in caso di vittoria, il Regno di Sicilia. Nelle medaglie del Paruta è possibile constatare il legame tra il Conte che porta il Vessillo e la Vergine Maria. Su una faccia infatti figura l'Immagine della Santissima Vergine con attorno impresse le lettere ROGERIUS COMES, sull'altra il Conte a cavallo con lo stendardo sulla spalla con impressa l'immagine della Madonna e il Bambino.

Nel capitolo II, il Chiarandà, servendosi di quanto dice D. Baldassare La Monica, tesoriere della Collegiata di Piazza, descrive fedelmente la pittura dell'immagine di Maria con le seguenti parole: “È dunque una pittura espressa a similitudine della descrittione di S.Epifanio, sopra una tela di seta cruda, con l'Imagine Veneranda di color, che dona al frumento (ma adesso per lo fumo delle molte torce, alquanto oscurata), di statura più presto mediocre, che eccedente, di Capello biondo, con gli occhi chiari nella pupilla, che ha come grani d'oro; le ciglia inflesse e decentemente nere; il naso alquanto lungo; la mano e deta lunghe; senz'alcun fausto; non si vede mollitie nel volto, ma umiltà e modestia… di più l'altezza dell'Imagine non eccede cinque palmi; la larghezza è poco meno di un gobito, cioè tre palmi…L'effigie del Bambino Gesù e la positura spira, e maestà e dolce timore. Ma la Vergine inclina alquanto il capo alla destra, verso il figliolo sedente, vestito alla Greca, con la sinistra il sostiene al petto; e il Bambino tiene la destra pendente e con la sinistra strigne il velo della Santissima Madre… (pp. 152, 153). Il Chiarandà descrive le due sferette che si trovano ai lati del dipinto, entrambe di color sanguigno, una delle quali porta l'abbreviazione MR. e l'altra DNI (Mater Domini). In alto, due angeli fino alle ginocchia, con ali e il diadema d'oro.

Successivamente il Chiarandà, poiché l'Immagine di Maria viene considerata un dipinto dell'apostolo Luca, afferma di sapere con certezza solo che è lo stesso vessillo che dal papa venne donato al conte Ruggero e poi destinato alla prima Basilica di Piazza (Santa Maria Maggiore)dove si venera. Parla dei prodigi ad Essa attribuiti e del suo ritrovamento, col Capello, sotterra con una lucerna ancora accesa al tempo del presbitero Giovanni di Candilia nel 1348, in occasione della peste il 3 maggio o il 15 agosto. L'anno seguente, poiché si diede inizio alla celebrazione della festa dell'Assunzione della B. M. Vergine, il suo Capello venne portato in processione il 3 maggio, usanza ancora seguita al tempo del nostro autore.

A p. 159 il Chiarandà, per dimostrare che l'Immagine è stata dipinta dalla mano di S. Luca parla dell'autenticità e importanza della tradizione orale rispetto a quella scritta, in quanto la precede. Di conseguenza, quello che hanno affermatoscrittori autorevoli come Pirri, Triolo, fra Michele da Piazza (Cronaca di Sicilia )si basa sulle fonti, che egli considera sicure, della tradizione orale.

A p. 172 il Chiarandà ricorda altre due immagini simili a quella del Vessillo che fu sotterrato al tempo di Guglielmo il Malo, poco prima che Piazza fosse rasa al suolo. Una di queste si conserva nella piccola chiesa di Piazza Vecchia, l'altra nella Chiesa di San Pietro ed è famosa per aver sanguinato dopo essere stata colpita alla testa dal pugnale o dalla pietra di un ebreo. Riguardo all'Immagine sepolta, essa venne ritrovata dopo 187 anni( essendosene persa nel frattempo la memoria del sito) ad opera di don Giovanni Candilia cui la Vergine era apparsa in sogno.