Storia del metodo

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Storia del metodo
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Metodologia della ricerca archeologica

L'archeologia stratigrafica ha ricavato inizialmente e poi per un lungo periodo i suoi principi dalla stratigrafia geologica. Sulla scia delle ricerche promosse dagli scienziati della terra, infatti, seppure in ritardo, gli archeologi europei hanno cominciato a datare gli strati di origine antropica con i manufatti, esattamente come i geologi hanno datato, già dal XVIII secolo, gli strati di origine naturale con i fossili in essi contenuti.

Tuttavia, fin dall'800 sono stati scavati insediamenti umani assai complessi, le cui stratigrafie dovevano apparire assai più intricate di quelle prodotte dagli agenti naturali, se non altro per il carattere incoerente e fragile degli strati accumulati dagli uomini rispetto alle solite sedimentazioni rocciose.

È solo durante l'ultima generazione che l'archeologia stratigrafica è riuscita finalmente ad emanciparsi dalla geologia e dalla paleontologia, per auto fondarsi come scienza storica.

A partire dal 1934, infatti, i materiali archeologici, gli strati e le interfacce sono stati riconosciuti come oggetti ed elementi distinti, prodotti dall'uomo. I manufatti venivano visti come propri allo strato nel quale venivano rinvenuti ed erano documentati con i numeri di strato ed era anche accettato il fatto che la forma degli oggetti cambiasse con il tempo e che i manufatti provenienti dai vari strati rispecchiassero quel cambiamento attraverso i rapporti stratigrafici dei depositi.

Trattando nello specifico la storia del metodo di scavo è opportuno distinguere la strategia o piano di conduzione dello scavo dal procedimento mediante cui viene effettuato lo scavo vero e proprio.

Nel corso degli ultimi due secoli sono state sperimentate numerose strategie, mentre sono stati utilizzati solamente due metodi di scavo.

La prima strategia consisteva naturalmente nel semplice buco attraverso il quale il terreno veniva sommariamente asportato per poter ottenere a tempo di record gli oggetti di raro valore che vi erano sepolti. Il buco, alla fine ha dato luogo ad una trincea vera e propria in genere larga 8 piedi che andava a tagliare l'area di interesse da sud-est a nord-est, e che in caso di indagini più complesse poteva essere a sua volta intersecata da una trincea analoga con orientamento sud-est nord-ovest.

Alla fine del XIX secolo Pitt-Rivers e altri ricercatori scavarono secondo la strategia delle grandi aree, che consentiva l'esplorazione di un intero sito. Egli inventò anche la strategia della sezione per i siti delimitati da argini e fossati, che prevedeva, nell'argine o nel fossato, lo scavo di una trincea condotta fino al suolo vergine.

Nel 1916, A. E. van Giffen inventò un altro tipo di strategia di scavo, il metodo per quadranti, secondo il quale un sito veniva diviso in segmenti poi scavati alternatamente, i quali permettevano ai ricercatori di ottenere profili o sezioni del suolo attraverso la stratificazione del sito. All'interno dei singoli segmenti è possibile che van Giffen scavasse strati graficamente, ma, in lavori successivi egli usò certamente il metodo di scavo arbitrario. Pochi anni più tardi M. Wheeler scavava tumuli secondo il metodo a strisce, mostrando così che egli scavava ancora usando il metodo arbitrario.

La strategia dello scavo per strisce e il procedimento di scavo arbitrario furono sostituiti dallo scavo stratigrafico e dal metodo per quadrati durante i lavori a Maiden Castle negli anni trenta.

Secondo la strategia per quadrati di Wheeler un sito veniva scavato in una serie di piccoli buchi quadrati; tra di loro vi era una serie di testimoni, le cui pareti contenevano i profili stratigrafici delle diverse aree del sito. All'origine il metodo per quadrati era concepito come un sistema di scavo su grande area poiché alla fine, quando lo scavo aveva raggiunto la superficie di un periodo fondamentale del sito, i testimoni venivano rimossi.

Con la possibile eccezione del metodo a strisce, le strategie di scavo a sezione in trincea, per quadranti o per quadrati, sono ancora oggi usate, poiché ciascuna di esse è adattabile a differenti situazioni.

Analogamente, entrambi i processi di scavo, quello arbitrario e quello stratigrafico, sono ancora usati dagli scavatori moderni. A partire dalla seconda guerra mondiale, è divenuta di attualità la strategia di scavo per grandi aree, della quale un embrione si ritrova nell'attività di Pitt-Rivers. Questa strategia differisce lievemente dal sistema di scavo di un'area intera per quadrati per il fatto che parte già come scavo di un'area intera, non interrotta dalla frapposizione di testimoni. Nella pratica, tuttavia, molti scavatori che adottano il sistema della grande area conservano i loro testimoni come se stessero usando il metodo per quadrati. Altri scavatori, invece, hanno adottato il principio della sezione cumulativa di Barker che in parte rende inutili i testimoni.

Nel corso del XIX e del XX secolo si sono pertanto sviluppati metodi e strategie di scavo diversi. Al giorno d'oggi viene accettato comunemente il fatto che il metodo di scavo stratigrafico sia impiegato in tutte quelle occasioni in cui starti ed elementi archeologici possano essere riconosciuti nella stratificazione di un sito. In altre situazioni, in cui tali unità stratigrafiche possano non essere riconoscibili o sia virtualmente impossibile scavarle stratigraficamente, deve essere impiegato il metodo di scavo arbitrario mediante livelli. Naturalmente lo scavo arbitrario ha valore stratigrafico minore rispetto allo scavo stratigrafico vero e proprio. È oggi anche comunemente accettato il fatto che la strategia della grande area sia spesso il metodo di azione che uno scavatore dovrebbe preferire, in quanto più vasta è l'area di scavo, maggiore è la quantità di informazioni che se ne possono ricavare.

Bibliografia[modifica]

  • A. Carandini , Storie dalla terra, Manuale dello scavo archeologico, Einaudi, Torino 1991, 1996 e 2000.
  • C. Renfrew ; P. Bahn - L'essenziale di archeologia. Teoria, metodi, pratiche, Zanichelli, 2009.