Scrittori portoghesi: La liberazione in Africa e in Portogallo

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lettura
Scrittori portoghesi: La liberazione in Africa e in Portogallo
Tipo di risorsa Tipo: lettura
Materia di appartenenza Materia: Lingua portoghese





Lettura integrativa di Geografia nelle scuole superiori

Letteratura: E le colonie africane liberarono il Portogallo

Da Nigrizia di marzo: António Lobo Antunes

Nelle opere dello scrittore António Lobo Antunes la vicenda del colonialismo portoghese in Africa e le ricadute sulla “rivoluzione dei garofani” dell'aprile 1974.

E se il Portogallo avesse trovato la forza di chiudere con il suo fascismo (il più duraturo d'Europa) e il coraggio della rivoluzione grazie alle colonie in Africa? E se le guerre di liberazione in Angola, Mozambico e Guinea-Bissau fossero state guerre di liberazione non dal Portogallo, bensì per il Portogallo?

Per rispondere alla domanda, vale la pena leggere - o rileggere - António Lobo Antunes. E non solo perché molti critici lo considerano il più importante scrittore portoghese vivente, forse anche più importante di quel Saramago che nel 1998 ha vinto il Nobel. (E forse anche per questo motivo Antunes il Nobel non l'ha vinto).

António Lobo Antunes nasce a Lisbona nel 1942. Si laurea in medicina nel 1969 e nel 1970 si sposa con Maria José. Deve svolgere il servizio militare ed è destinato alla guerra nelle colonie. Ha, dunque, 28 anni quando parte come ufficiale medico per l'Angola.

Nel 2009 Feltrinelli ha pubblicato Lettere dalla guerra, la raccolta di lettere che Lobo Antunes ha spedito alla moglie dall'Angola dal 1971 al 1973. Ci vuole coraggio e pazienza per andare a combattere alla fine del mondo una guerra di cui non viene mai spiegata la ragione. Una guerra caratterizzata da «instabilità e improvvisazione» e da «una confusione e un disordine indescrivibili». Ma ci vogliono coraggio e pazienza anche per aspettare in Portogallo il ritorno di tuo marito e del padre di tuo figlio che deve ancora nascere.

L'Angola è stata la piorrea del Portogallo, con luoghi «dove tutto è precario e triste come un dente che balla», dove «la malinconia è senza appello». Lobo Antunes è consapevole di «appartenere a un paese stanco» e sa che, dopo quella esperienza di guerra africana, non potrà mai più essere la persona che era prima. Una sensazione che probabilmente era anche generazionale.

Così, al ritorno in Portogallo, alcuni dei militari che erano stati nelle colonie pensarono che anche il Portogallo non poteva e non doveva più rimanere quello che loro avevano conosciuto fin dalla nascita. Il 24 aprile 1974 misero fine al regime fascista. Così come erano stati cambiati dall'Africa, quei giovani ufficiali cambiarono il Portogallo.

In Lettere dalla guerra le analisi politiche sono necessariamente assai limitate a causa della polizia politica. Nonostante questo, Antunes riesce a scrivere: «Comincio a capire che non si può vivere senza una coscienza politica della vita: il mio soggiorno qui mi ha aperto gli occhi su molte cose che non si possono dire per lettera. Tutto questo è terribile e tragico. Non passa giorno che non mi commuova e non mi indigni per quello che vedo e per quello che so... Sono sinceramente disposto a sacrificare il mio comodo - e qualcosa di più, se fosse necessario - per ciò che considero importante e giusto». La conclusione? «Non posso continuare a vivere come ho fatto finora».

L'autore stima e rispetta l'esercito, ammira il coraggio e lo spirito di sacrificio di molti soldati, ma non sopporta il razzismo dei bianchi. Sogna un'Angola meticcia, ma si rende conto che ormai è troppo tardi. Ama disperatamente il proprio paese e la lingua portoghese, anche se crede che essere portoghesi «sia una fatalità da accettare con pazienza».

Come ha scritto Goffredo Fofi su Internazionale, «è però l'amore tenerissimo, adorante, esigente e commovente per la sua compagna a riempire queste lettere e a dar loro un sapore inconfondibile».

Lo scorso anno, Feltrinelli ha ripubblicato, in edizione economica, anche In culo al mondo (pubblicato la prima volta da Einaudi nel 1996), romanzo ambientato in Angola, che ha fatto conoscere Lobo Antunes a livello internazionale. Queste pagine sono un'epifania di una sconfitta apocalittica, cioè rivelatrice. I portoghesi hanno dovuto subire la sconfitta in Africa per capire chi erano e per portare a termine la rivoluzione. E forse gli altri europei hanno dovuto aspettare la rivoluzione di quei giovani ufficiali tornati dall'Africa per iniziare a capire il mondo lusitano.

Fine dell'impero[modifica]

Lobo Antunes racconta una Lisbona che non c'era più e una Luanda che ancora non era. I suoi personaggi si chiedono se in Angola «sono i guerriglieri o Lisbona che ci vogliono assassinare».

Quelli che avrebbero fatto la rivoluzione in Portogallo erano stanchi della guerra in Africa, stanchi di «quelli che ci mentivano e ci opprimevano, ci umiliavano e ci uccidevano in Angola, i signori seri e degni che da Lisbona ci pugnalavano in Angola, i politici, i magistrati, i poliziotti, i delatori, i vescovi, quelli che al suono di inni e discorsi ci mandavano a morire in Africa».

Il grande merito di Antunes è quello di far ammettere ai suoi personaggi «la mia angoscia carica di odio di uomo solo», la «mia sottomessa accettazione della violenza e della guerra impostami dai signori di Lisbona». Forse anche per questo la "Rivoluzione dei garofani" non ha sparso sangue.

Le pagine di In culo al mondo sono piene di una sessualità nostalgica, di una felicità sognata e desiderata ma forse mai vissuta in «coiti tristi come le notti di Lisbona ». L'uso della coppia sostantivo-aggettivo è così spiazzante come forse solo finora in Borges («mascella terrorizzata, natiche tristi, dita pacificatrici»).

I protagonisti di un altro romanzo di Lobo Antunes, Le navi, sono invece i portoghesi che erano in Africa e che rientrarono a Lisbona dopo la rivoluzione di aprile e la (imminente) fine dell'impero coloniale portoghese. In Angola e Mozambico la guerra di "liberazione" contro i portoghesi si sarebbe trasformata in una lunga guerra civile, a causa della divisione del mondo nei due blocchi contrapposti (Usa e Urss combattevano in molti paesi africani una guerra per procura) e anche a causa della ingombrante e perniciosa presenza di un Sudafrica in piena apartheid, anche se tutto questo nel romanzo rimane sullo sfondo.

La scrittura di Lobo Antubes non è rassicurante, talvolta nemmeno facile. Periodi lunghi e descrittivi, pochi dialoghi. Le sue pagine sono piene di odori e qualche volta puzzano. Le sue parole sono piene di sapori, magari andati a male, e qualche volta danno la nausea.

Le 568 pagine dell'ultimo romanzo di Lobo Antunes, dedicato al rapporto tra Angola e Portogallo (Buonasera alle cose di quaggiù, Feltrinelli 2007), sono addirittura una sfida a qualsiasi lettore, scritte con una non-struttura che rende ancora più difficile del solito la comprensione delle parole dell'autore.

Eppure, le sue parole sono importanti. I suoi libri sono quanto di più distante si possa immaginare dalle atmosfere di un film come Alla rivoluzione sulla due cavalli (a una media di sessanta chilometri l'ora) di Maurizio Sciarra, che racconta il viaggio da Parigi a Lisbona, in quella fine di aprile del 1974, con la sua consolatoria mitologia post-sessantottina di amicizie al di sopra di ogni cosa, di «fratellanza tra gli uomini», di amori più o meno promiscui.

Gli sconfitti[modifica]

Invece, per Lobo Antunes la rivoluzione è stata altro. Lo scrittore non parla di studenti aspiranti scrittori e rivoluzionari frustrati, bensì di soldati tristi che si dedicano alla quotidiana ginnastica masturbatoria, di impiegatucci e di commercianti che vivono di espedienti, di prostitute consolatorie. E quando scrivono, scrivono lettere nella speranza di ricevere, prima o poi e da qualche parte, una risposta. Non ricercano la felicità; forse si sono dimenticati la dignità da qualche parte, a sciogliersi nel caldo africano. Però sanno anche prendersi una responsabilità non facile da assumere: quella della sconfitta.

Capitani di aprile, il film di Maria de Medeiros del 2001, dedicato a quei due giorni (il 24 e il 25 aprile 1974) che cambiarono - veramente - la storia del Portogallo, inizia con le immagini in bianco e nero (probabilmente inserti documentari) di cadaveri di africani mutilati durante la guerra. Questo antefatto è tanto breve quanto imprescindibile, come se la regista volesse avvertire lo spettatore: non si può capire quello che accadde a Lisbona e in Portogallo, se non si ricorda quanto accadde in Angola o in Mozambico. Il protagonista, il capitano Maia interpretato da Stefano Accorsi, in una scena del film dichiara: «In Guinea [Bissau, ndr] sono stato costretto a fare cose che la mia coscienza condannava». La conseguenza? «Bisogna farla finita con questa maledetta guerra coloniale».

Lo scrittore mozambicano Mia Couto sulle pagine di Le monde diplomatique (aprile 2004), dopo aver ricordato che in Mozambico si trovava il 65% del contingente portoghese, di cui il 53% era costituito da mozambicani neri, e che ben pochi erano i soldati disposti a morire in una guerra che non li riguardava, si domanda: «Nella loro chiave di lettura della storia, erano stati i portoghesi a liberare gli africani. È una interpretazione ancora oggi dominante nella visione portoghese della decolonizzazione. Ma chi ha decolonizzato chi?».

La risposta potrebbe essere quella di António Tabucchi, sorta di ambasciatore della cultura portoghese in Italia e amico personale di António Lobo Antunes, nonché suo traduttore, il quale, qualche anno fa per la Repubblica, ha spiegato che i portoghesi in piazza che festeggiavano la rivoluzione dei garofani, festeggiavano anche «la fine di una lunga guerra coloniale che aveva insanguinato il Portogallo dell'Ultramar (così erano definiti Mozambico, Angola e Guinea), che aveva quasi decimato una generazione di portoghesi (quella nata negli anni Quaranta), che aveva stremato un paese riducendolo in lutto e miseria per l'interesse di quei pochi che dall'Ultramar cavavano fortune». Dunque, «si può dire che paradossalmente fu l'Africa ancora coloniale a liberare il paese che la colonizzava».