La grande crisi dell’impero romano

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La grande crisi dell’impero romano
Tipo di risorsa Tipo: lezione
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Gli eventi e i problemi critici[modifica]

Dopo Augusto, l'impero fu guidato dalla dinastia giulio-claudia, poi dal Flavi e quindi dagli Antonimi; sotto gli imperatori di quest'ultima dinastia la struttura dell'impero cominciò a far sentire i suoi primi scricchiolii, e la causa scatenante ne furono le prime incursioni barbariche lungo i confini Nord-orientali. Corruzione delle classi dirigenti, assalto deciso e senza precedenti dei barbari, che si insinuarono tra le legioni, anarchia militare, con truppe mercenarie che si eleggevano il proprio imperatore, peggioramento evidentissimo dell'economia, dimensioni spaventevoli del pauperismo furono le ragioni storiche, sondate con estrema puntigliosità dalla critica antica, moderna e contemporanea, che portarono all'annientamento del grande impero romano.

Nel 285 d.C. Diocleziano tenta di parare i colpi che portavano al disfacimento dell'impero: instaura pertanto il sistema della tetrarchia, con una suddivisione del territorio imperiale fra quattro imperatori. Nel 305, a pochissimi anni dall'introduzione della tetrarchia, Diocleziano e Massimiano abdicano: ne scaturiscono nuove guerre civili per la successione. Dopo la morte di Costanzo Cloro, successore di Massimiano, i soldati proclamano imperatore il figlio Costantino, che vede contrastato il suo potere da Massenzio, proclamato imperatore a Roma. Al Ponte Milvio, nel 312, Massenzio è sconfitto.

Inizia l'era di Costantino, un periodo cruciale nella storia declinante dell'impero. Costantino prende tre decisioni che si riveleranno epocali e foriere di lacerazioni profonde:

  1. Nel 313 con l'editto di Milano, riconosce il cristianesimo, che dopo la sua morte sarà non solo una religione tollerata ma anche protetta a scapito del paganesimo;
  2. Sposta la capitale dell'impero da Roma a Bisanzio, detta poi in suo onore Costantinopoli e inaugurata nel 330
  3. Riorganizza la burocrazia imperiale e, sulle orme di Diocleziano, divide l'impero in quattro prefetture, che a loro volta furono divise in diocesi, con a capo un vicario; e le diocesi in province, con a capo un proconsole.

In più, e in ciò criticatissimo da molti storici antichi, abbandona l'antico denarius e lo sostituisce con il solidus, il cui intrinseco d'oro getta letteralmente le plebi nella disperazione economica assoluta: è l'inizio di un pauperismo e di una crisi sociale di cui i contemporanei avversi a Costantino presero coscienza additandone il responsabile proprio nell'imperatore.

Dopo Costantino la crisi dell'impero si acuisce. Prende il potere, dopo un breve periodo di conflitti, Costanzo, uno dei tre figli di Costantino. Nel 361 gli succede Giuliano, famoso per il soprannome di apostata, colui che aveva tentato inutilmente di riportare in vita il paganesimo, ai danni della religione cristiana favorita da Costantino. C'è da chiedersi il perché del disperato tentativo di questo imperatore, cosa lo abbia spinto contro il corso della storia. Una risposta: Giuliano era tra quelli che, fortissimamente legati alla tradizione dei padri, vedeva nel cristianesimo la fonte della decadenza dell'impero romano.

Dopo Costanzo, ecco apparire agli occhi dei tradizionalisti un ulteriore segno dell'ormai inarrestabile decadenza dell'impero: l'imperatore Valente è sconfitto e ucciso nel 378 nella battaglia di Adrianopoli da parte dei Goti; i barbari avevano sconfitto le legioni romane. Nel 397 Teodosio, più che pacificare, letteralmente patteggia con i Goti, ai quali lascia mano libera in Occidente a spese dei proprietari romani, permette loro l'inserimento nell'esercito romano, e divide l'impero.

Arcadio domina nelle province orientali, Onorio le occidentali: ma in fondo il loro è un regno sotto tutela. Ambedue governano al fianco di generali barbari. Nel V secolo un altro segno della decadenza è il sacco di Roma compiuto dai Visigoti, guidati da Alarico. Sembra la fine dell'impero, per Agostino di Ippona il 410 d.C. pare addirittura la fine del mondo. Passano quarant'anni, ed ecco apparire coloro i quali avevano incalzato gli stessi Goti, spingendoli verso Italia: gli Unni, fermati, si dice, dal carisma di Papa Leone I.

Ma ormai l'autorità di Roma è scomparsa: un barbaro, Odoacre nel 476 depone l'ultimo imperatore, Romolo Augustolo. L'Occidente è nelle mani dei barbari: l'Africa è dei Vandali. La Spagna dei Visigoti, mentre i Germani dominano la Gallia: la decadenza si è conclusa e l'impero non esiste più.

Problemi critici[modifica]

La questione delle “cause” della decadenza dell'impero romano fu una delle più dibattute dalla storiografia. In sintesi, il dibattito si incentrò sul problema se tale crisi fosse stata determinata da cause “interne” all'impero ( fiscalismo eccessivo, introduzione del “solidus” che mise in difficoltà le classi meno abbienti, rafforzamento del cristianesimo a scapito della religione tradizionale, la schiavitù, la corruzione dei costumi ), o da cause “esterne” ( soprattutto l'urto dei barbari contro l'impero e il loro lento insinuarsi nell'esercito romano). Una sintesi assolutamente indispensabile per orientarsi nella selva delle interpretazioni antiche e moderne rimane ancora quella di Santo Mazzarino, “La fine del mondo antico”, Milano, Rizzoli, 1995 (I^ ediz. 1959). Dello stesso Mazzarino, il cap. “Opere generali sulla storia dell'impero”, in “L'impero romano”, Bari, Laterza, 1973, vol. I, pp. 3–31.