La Letteratura latina tra le guerre d'Oriente e la morte di Silla (superiori)

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lezione
La Letteratura latina tra le guerre d'Oriente e la morte di Silla (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura latina per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.
Trionfo di Lucio Emilio Paolo, di Carle Vernet

Fino ai primi decenni del II secolo a.C. Roma aveva goduto l'ebbrezza del trionfo sia in campo militare (la conquista dell'Italia e l'umiliazione dei Cartaginesi) sia in campo letterario (dove la cultura latina si impose su quella greca utilizzando, quest'ultima, come mezzo per far levitare le aspirazione artistiche romane). Ma tutto questo durò poco. Alcuni infatti iniziarono a sentire i sintomi della futura crisi letteraria e civile. Sentirono che l'aroma spirituale della letteratura greca produceva i suoi frutti sulla sensibilità romana inducendo gli animi più pensosi a ripiegare e ad accorgersi della frattura nell'unità della romanità che di li a poco avrebbe portato alle guerre civili. Le grandi vittorie di Roma avevano creato negli animi dei generali vittoriosi, di famiglia patrizia, la mentalità dei personaggi d'eccezione. Questo aveva fatto sorgere l'idea dell'uomo solo che dirige le varie imprese militari, sintomatico della cultura greco-orientale. Attorno agli illuminati dal pensiero greco si veniva a creare un ambiente d'eccezione e solo per elitè. L'interprete più risentito della crisi fu Catone che per primo inizio a riflettere sulle ragioni ideali della vittoria di Roma, sulla legittimità del suo dominio e sui suoi difetti e a confessare gli stessi. Catone diventa il prototipo del letterato che si accorge dei mutamenti dell'indole romana dovuti agli allettamenti dell'arte greca che viene assorbita proprio dalla nuova cultura romana e lancia il grido d'allarme anche contro gli abusi dell'oligarchia cosa che continuerà fino a Cesare. L'atteggiamento critico di Catone ebbe conseguenze clamorose come il bando dei tre filosofi giunti come ambasciatori di Atene nel 154 a.C. i quali soprattutto per opera di Carneade applicando la teoria dell'inesistenza di una verità certa minavano il fondamento del diritto e della giustizia romana ma questo si espanse anche in campo letterario. Alla denunzia della trasformazione dei costumi di Catone corrisponde Terenzio, che si opponeva alla scurrile e superficiale letteratura di Plauto, e quella di Lucilio che fondava la satira più tradizionale romana volta a correggere i vizi e le passioni e ad indirizzarle verso un continuo controllo di sé. Ma in essi siffatte tendenze nascevano da un'esigenza di cultura aristocratica, che realizzava il mirabile incontro della moralità romana e della filosofia greca.

Il circolo degli Scipioni[modifica]

Illustrazione medievale di Panezio di Rodi

I maestri greci e gli spiriti romani favorirono l'incontro tra le due culture incontrandosi nella casa degli Scipioni che fondarono il circolo degli Scipioni. Tra essi ricordiamo il filoso stoico Panezio, lo storico Polibio, Scipione Emiliano, Lelio minore e Rutilio Rufo. Puro cardine dell'incontro tra le due culture e la loro sintesi e che lo Stato romano aveva reso concreta l'ideale stoico della οικουμένη (stato universale) retto con saggezza che garantisce a tutte le anime virtuose di esplicare al massimo le loro doti per il bene dell'umanità. Si affermava così anche il culto della personalità. L'αρετή stoica si aggiungeva la virtus aristocratica romana e creavano l'umanismo eterno che si esprimeva nel senso e nel rispetto dell'individualità da coltivare e custodire come un capolavoro della umana natura. Questo sarà il massimo frutto spirituale dell'incontro tra Grecia e Roma. La speculazione ellenica, ad esempio con Platone, era arrivata a postulare delle eccelse riflessioni sulla condizione umana e sui rapporti tra uomini e Dio ma sarà solo a Roma e con i filosofi romani ad aversi una concreta attuazione di questi precetti nella classe politica dominante. Ma questa nuova cultura durerà solo pochi decenni vinta poi dalla guerre civili ma la cultura romana di questa epoca sarà per sempre idealizzata. Era infatti essa una idea creata dalle classi dominanti che non teneva però in concreta considerazione quella che era la realtà. A rendere tutto elevato era anche l'idea di Polibio e Panezio che alla purezza e altezza di sentimenti doveva corrispondere la purezza e compostezza di eloquio. Il circolo degli Scipioni fu quindi anche attivo in campo letterario e creatore di nuove tendenze stilistiche. Bisognava non solo modellare le proprie grandi personalità ma anche dare forma letteraria alla propria quotidina introspezione. Nasceva così l'autobiografia che non restò solo forma letteraria ma si andò ad adattarsi come ideologia sottesa a tutti i campi artistici. Lucilio si dedico ad una attenta analisi della vita morale in un linguaggio asciutto e schietto. Terenzio, Afranio, gli annalisti più moderni, nell'oratoria di Tizio si affermava vivissima la tendenza all'urbanità e alla misura, alla grazia limpida e sobria dell'espressione. Nonostante Roma fosse ancora una città provinciale in campo culturale tutto questo fervore pose le basi per il suo futuro ruolo di centro assoluto di civiltà. Novità anche letterarie dettate dal circolo degli Scipioni: l'annalistica si riformò tecnicamente sotto la guida polibiana, la commedia si affermo, nei suoi ormai ultimi segni vitali, in quella togata e l'atellana, con Novio e Pomponio, sorgerà a dignità d'arte riflessa. Ma sullo scorcio del secondo secolo nacque un nuovo circolo intorno a Q. Lutazio Catulo che diede piena attuazione all'autobiografia nata nel circolo degli Scipioni creando la lirica subiettiva. Lo stesso Catulo, Valerio Edituo e Levio scrivevano epigrammi e poemetti su esempio della poesia ellenistica e diedero il via all'humanitas romana rivelando, dopo l'uomo che il dovere di elevazione morale e sociale, l'uomo nella sua nuda individualità di creatura di passione e di dolore.

Catone[modifica]

Catone il Vecchio

M. Porcio Catone nacque a Tuscolo nel 234 a.C.. Da giovanissimo combatté nella seconda guerra punica contro i Cartaginesi e al Metauro diede prova delle sue alte virtù di buon romano. La sua carriera politica fu determinata da Valerio Flacco che lo portò a Roma. Fu questore con Scipione in Sicilia nel 204 a.C.. Edile nel 199 a.C.. Pertore in Sardegna nel 198 a.C.. Console con Valerio Flacco nel 195 a.C.. Durante la questura accusò Scipione di cattiva amministrazione. Condusse a Roma Ennio quando fu in pretore in Sardegna. Lottò per mantenere la legge Appia contro il lusso delle donne da console. Nel 184 a.C. sempre con Valerio Flacco esercitò la censura e con la sua fervida censura ottenne il titolo di censore per antonomasia. In tale veste continuò la sua battaglia, da rude plebeo, contro l'aristocrazia perseguitando il lusso e cacciando anche molti senatori dal Senato per probi causa. Si attirò con questo comportamento un numero esorbitante di processi. Negli ultimi periodi della sua vita la sua politica si mosse verso gli intenti espansionistici. Fu Catone stesso a chiedere di distruggere Cartagine (portò in Senato i fichi del litorale cartaginese per dimostrare come quella città che odiava Roma fosse florida e troppo vicina ad essa e ripeteva un ritornello Carthaginem esse delendam). La sua proposta prevalse su quella di Scipione Nasica ma la sua campagna ebbe solo l'effetto di accrescere la classe oligarchica e in particolare gli Scipioni che con Scipione Emiliano compirono la campagna. Ma Catone non lo vide perché mori tre anni prima nel 149 a.C.. Catone è il primo grande prosatore romano. Purtroppo ci è rimasto il solo De agri cultura che ha poca rilevanza letteraria anche se ci dimostra lo spirito utilitaristico e tradizionale di Catone assorbito negli interessi pratici dell'azienda agricola. È un arido trattato sul bilancio d'azienda e considerazioni per renderla fruttuosa. È interessante per le sole coloriture contadinesche che lo distinguono. Affine furono i libri Ad Marcum filium dedicati alla medicina, all'agricoltura, all'oratoria e all'arte militare. Una enciclopedia delle scienze utili all'attività del romano all'antica. Catone compose questa enciclopedia per l'educazione del figlio in sostituzione all'educazione che davano i maestri greci ai figli degli aristocratici. Al termine della realizzazione di questa opera realizzò un carme che raccoglie precetti morali non sappiamo se in prosa o in versi (Carmen de moribus). Della sua eloquenza possiamo farci una idea approssimata attraverso numero frammenti. Era nuda ed aspra, duttile ed aderente agli argomenti, tesa per il contenuto fervido delle sue polemiche, agile e plastica nella narrazione dei fatti. Un'eloquenza che sapeva inchiodare l'avversario all'assurdità della sua posizione o all'immoralità del suo procedere. Abile era la sua capacità anche di battute polemiche come quelle pronunciate contro Polibio che chiedeva di tornare in patria con altri ostaggi con gli onori di un tempo e Catone lo paragonò ad Ulisse che rientrasse nell'antro di Polifemo per riprendersi il berretto e la cintura dimenticati. Le Origines furono l'ultima e la principale opera di Catone e che avrebbe influito determinatamente nello sviluppo della storiografia latina. Constava di sette libri: nel primo si narravano le origini di Roma e il suo periodo regio, nei due successivi la storia delle origini dei popoli italici e delle guerre contro Roma, nel quarto e quinto la prima e seconda guerra punica e negli ultimi due le guerre accadute nella prima metà del secondo secolo fino a quella lusitanica del 151 a.C.. Notevoli le novità di questa opera. Fu scritta in latino mentre ancora gli annalisti usavano il greco. Sulla scia di Ecateo di Mileto e degli altri logografi ionici ci riferisce, oltre che la storia delle origini di Roma, anche quella degli altri popoli italici cosa che molto ci sarà utile per lo studio dell'Italia preromana ed è intervallata da alcuni discorsi pronunciati da Catone, sull'esempio di Tucidide. Ma la novità assoluta della storiografia di Catone è che nella sua narrazione sono taciuti tutti i nomi dei condottieri romani e stranieri eccetto il tribunus militum Q- Cedicio che si distinse nella prima guerra punica. Catone è l'ultimo dei coraggiosi inventores della letteratura latina (gli altri sono Livio Andronico, Nevio ed Ennio) e il primo ad aprire la stagione degli spiriti critici (lo seguiranno Lucilio e Gaio Gracco). La sua figura interesso diversi biografi (Cornelio Nepote, Plutarco, Sesto Aurelio Vittore, Cicerone né traccio un ritratto ideale nel De senectute in cui la figura del tradizionale plebeo è edulcorata e svisata nelle forme di un personaggio del circolo degli Scipioni). L'apice della fortuna fu raggiunto però nell'età arcaizzante degli Antonini in cui fu preferito allo stesso Cicerone. Nel Medioevo di lui furono conosciuti solo i Disticha Catonis, una raccolta di sentenza morali in versi.

Accio[modifica]

L. Accio era di origine servile. Nacque nel 170 a.C. e iniziò nel 140 a.C. la sua carriera da autore tragico eclissando subito Pacuvio e spingendolo a ritirarsi a Taranto. È incerto il luogo di nascita anche se si fissa a Roma e da li si sarebbe poi recato nella colonia di Pesaro in occasione di una adscriptio novorum colonorum. Il suo carattere fondamentale fu la superbia (ricordiamo la risposta altezzosa a Pacuvio in risposta al suo giudizio sull'Atreus, la statuta di grandi dimensioni fatta ergere nel tempio delle Muse pur essendo di bassa statura e da vecchio quando nel collegium poetarum entrava Gaio Giulio Cesare Strabone Vopisco anche lui poeta tragico non si alzava perché lo riteneva secondo a lui). Questa sua alterigia da plebeo arricchito lo spinse a ricercare amicizie aristocratiche e divenne così amico degli Ottimati. Non tutti gli ambienti aristocratici gli furono favorevoli però. La sua fazione non era in buoni rapporti con gli scipioni e per questo fu bersaglio di Lucilio. Tra l'altro lui seguiva la tesi analogistica della scuola alessandrina e scriveva tragedie cose lontana dalla cultura del circolo scipionico. Accio fu longevo come il suo rivale. Visse fino all'età di 84 anni se è vera la notizia che conobbe Cicerone in casa di D. Bruto. Da vecchio fu conosciuto sicuramente da Varrone Reatino che sembra avergli dedicato il De antiquitate litterarum che trattava dei problemi letterari trattati anche da Accio. Il teatro di Accio, nonostante i gusti mutati, ebbe molta fortuna e questo ha permesso la conservazione di diversi frammenti delle sue opere e un numero molto elevato di titoli rispetto agli altri tragediografi precedenti o coevi. Di lui abbiamo oltre quaranta di titoli di tragedie provenienti dalla mitologia greca (Ricordiamo: Achilles, Aegisthus, Agamemnonidae, Alcestis, Alcumeo, Alphesiboea, Amphitruo, Andromeda, Antenoridae, Antigona, Armorum iudicium, Astyanax, Athamas, Atreus, Bacchae, Chrysippus, Clutemnestra, Deiphobus, Diomeda, Epigoni, Epinausimache, Erigona, Eriphila, Eurysaces, Hecuba, Hellenes, Medea, Melanippus, Meleager, Myrmidones, Neoptolemus, Nyctegresia, Oenomaus, Pelopidae, Persidae, Philocteta, Phinidae, Phoenissae, Prometheus, Stasiastae, Telephus, Tereus e Troades) e due praetextae (Brutus e Decius seu Aeneadae). Nelle prime prevale il ciclo troiano e i vari cicli connessi, nelle altre erano celebrate le figure del vecchio Bruto e di uno, non si sa quella, dei tre Deci Mure, che in tre generazioni consecutive s'erano votati alla morte in battaglia per la vittoria dell'esercito. Accio fu un ritardatario nello spirito e nello stile. In un'età che tenedeva all'aurea mediocrità egli rimase fedele allo stile enniano. I suoi frammenti ci mostrano energia e durezza quasi ad identificare la tragedia con fierezza e atrocità. Al di là dello scontro con Pacuvio, Accio con la durezza e avidità del gigantesco eroico, Pacuvio con il patetico e l'abbandono al sentimentalismo, entrambi hanno dato al teatro tragico latino una avviamento decisivo verso la ridondanza che culminerà con Seneca. Anche nello stile sono molto vicini: Accio scrisse da buon filologo in un latino più puro ma il gusto dei paroloni e dei composti eruditi è uguale anche in Pacuvio. Accio non fu soltanto poeta tragico. Scrisse Annales in esametri, un'opera dal titolo Didascalica, un'opera georgica, una operetta in metro sotadeo, i Pragmatica. I Didascalica, in almeno nove libri, erano forse una Satura Menippea, in prosa e in versi, e come tale trattava vari argomenti. L'operetta in metro sotadeo, forse parte dei Didascalica, insieme agli Annales, testimoniano l'influsso enniano. I Pragmatica, scritti in settenari trocaici, riguardavano i problemi del teatro e della poesia teatrale. L'opera georgica è l'unica che precedeva quella virgiliana e ne è sconosciuto il titolo. Essa si innesta in un periodo in cui si sviluppa la poesia georgica di Nicandro e il Senato si preoccupa di salvare dalla distruzione di Cartagine il tratto sull'agricoltura del cartaginese Magone. Di Accio, in ultimo, Plinio il giovane ricorda anche poesie amorose. La fama di Accio risplendette nel secolo I a.C. anche dopo la sua morte: il Brutus, la Clitemnestra e il Tereus furono recitati con fortuna rispettivamente nel 57 a.C., nel 55 a.C. e nel 44 a.C.. Cicerone, Orazio, Ovidio, Velleio Patercolo, Quintiliano lo lodarono: Vario e Seneca dovettero trarne ispirazione. Dopo il solito ritorno di voga nel periodo arcaicizzante, la sua fama si oscurò definitivamente.

Poeti e prosatori del secolo II a.C.[modifica]

La poesia epica, sempre nel solco di Ennio, ebbe come cultori Ostio, poeta di un Bellum Histricum, e Fuorio Anziate, autore di Annales. Ben diversa fu la fortuna delle commadia. Tra gli autori di palliate sono ricordati Giovenzio, Vetronio, Trabea, Aquilio (autore di Boeotia), Licinio Imbrice (autore di Neaera) e Atilio (autore di Misogynos). Particolare menzione fa fatta di Luscio Lanuvino e Turpilio. Il primo si ricordano due commedia, il Phasma e il Thesaurus, nemico della contaminatio e seguì Cecilio nel seguire un solo originario preferendo Menandro. Più noto è Turpilio, di cui S. Girolamo ci dice morì in avanzata vecchiaia a Sinuessa, in Campania nel 105 a.C. o 103 a.C.. Ci restano i titoli di tredici commedie derivate in buona parte da Menandro e numerosi frammenti. Fiorisce in quella età la fabula togata (commedia di argomento romano, così chiamata dalla toga che era la veste nazionale dei Romani come la palliata era denominata dal pallium dei Greci) che obbligava a mantenere un minimo di gravitas che per i Romani era il requisito indispensabile. Di qui la tendenza alla sentenziosità, la ricerca dell'ethos, qualità tute che facevano della togata un genere molto vicino alla commedia terenziana. Il più antico dei tre autori di togate di cui ci è rimasto il ricordo è Titinio, anteriore a Terenzio. Ci sono rimasti di lui alcuni frammenti e titoli di quindici commedie, molti dei quali con appellativi di donne che ci fanno pensare ad una predilizione per i caratteri femminili (Ricordiamo: Caecus, Fullonia [La commedia dei lavandai], Gemina, Iurisperiti, Privigna, Psaltria sive Ferentinatis, Quintus, Setina [La donna di Sezze], Veliterna [La donna di Velletri]). Varrone ne ricorda la perizia nell'analisi dell'ethos. Di Afranio, che sembra esser vissuto nella seconda metà del secolo II e fu ritenuto il massimo autore di togatae, ci sono rimasti quaranta titoli (Ricordiamo: Auctio, Augur, Brundisinae, Cirenarius, Compitalia, Crimen, Deditio, Depositum, Divortium, Emancipatus, Epistula, Incendium, Libertus, Mariti, Materterae, Megalensia, Privignus, Simulator, Sorores, Virgus e Vopiscus) e quattrocento versi. Grande ammiratore di Terenzio dovette finire per svuotare la togata di ogni vis comica. Volcacio Sedigito, invece, scrisse un De poetis in senari giambici il cui frammento più celebre, il canone dei dieci migliori autori di palliate, rivela l'introduzione a Roma dei metodi della filologia ellenistica. Dell'oratoria del tempo Cicerone ci da una analisi approfondita nel Brutus. Ricordiamo Emilio Paolo, Scipione Emiliano, Lelio minore dall'eleganza posata e garbata e uno dei rappresentanti più tipici del circolo degli Scipioni. Ser. Sulpicio Galba, oratore di grande effetto, C. Tizio, dalla prosa arguta, vivace e limpida e autore anche di tragedie. Sul finire del secolo l'eloquenza acquisto maggiore ricchezza di toni e pathos sulla spinta dei torbidi dell'età gracchiana. Ne sbocciò proprio l'eloquenza di Tiberio e Gaio Cracco, entrambi uccisi dalla reazione aristocratica alla loro politica riformatrice molto rivolta alla plebe. L'eloquenza di Tiberio, di cui non abbiamo documenti diretti, sembra fosse pacata e riflessiva. Travolgente era quella di Gaio che nei frammenti ci si mostra pur se fondamentalmente spontaneo oratore già esperto degli artifici della retorica e già avviato all'asianesimo dell'età che precedette Cicerone. Dopo l'esempio delle Origines di Catone l'annalistia in prosa adottò definitivamente la lingua latina. L. Cassio Emina, C. Fannio, che tra l'altro prese ad inserire nel racconto discorsi pronunciati dai personaggi di cui narrava le gesta scrissero annali dalle origini ai loro tempo, C. Sempronio Tuditano, autore di un'opera intitolata Libri Magistratuum, Cn. Fallio Vennonio e L. Calpurnio Pisone Frugi. Di questi scrittori abbiamo solo frammenti. Ma nuovi progressi raggiunse la storiografia sullo scorcio del secolo per merito di Celio Antipatro e Sempronio Asellione. Il primo ebbe il merito di romperla col criterio dell'annalistica come opus continuum dalle origini all'età contemporanea narrando in sette libri, ora perduti, solo la seconda guerra punica con molta cura di consultare le fonti. Aprì così la strada alle monografie di Sallustio. Il secondo, che comabatté a Numanzia, narrò, seguendo Antipatro, solo la storia delle guerre a cui aveva partecipato, e in un celebre frammento del proemio dell'opera propugnò la necessità di ricercare le ragioni degli avvenimenti. È il primo storico romano a risentire dell'influsso di Polibio. Ci sono rimaste due lettere di Cornelia, madre dei Gracchi, al figlio Gaio, ma se ne contesta l'autenticità. Negli studi di diritto si ricorda S. Elio Peto autore di un commento alle dodici tavole intitolato Tripertita.

Gli scrittori dell'età mariana[modifica]

Presunto busto di Gaio Mario, Gliptoteca di Monaco.

L'età mariana (ultimi decenni del secolo II a.C. e primi decenni del secolo I a.C.) è una età di ferventi contrasti di tendenze in letteratura non meno che in politica. La guerra sociale (90-89 a.C.) rappresenta per Roma la momentanea defezione dei popoli italici e il prima scossa di assestamento della potenza romana nella funzione di centro di un'Italia quasi a coscienza nazionale. I contrasti per la parità dei diritti diventano contrasti d'ispirazione prevalentemente sociale e il partito dei novatori inizia anch'esso a radunarsi attorno a grandi figure politiche, allontanandosi dall'ideale catoniano, aprendosi all'alta cultura. Nella produzione teatrale ricordiamo Giulio Cesare Strabone, autore di tragedie oltre che oratore, e T. Quinzio Atta (l'uomo dai piedi piatti) autore di togate. Di quest'ultimo possediamo pochi veri e una dozzina di titoli (Ricordiamo: Aedilicia, Aquae Caldae, Conciliatrix, Megalensia e Tiro proficiscens) e i giudizi positivi degli antichi. Fu abile nel rappresentare l'ethos soprattutto femminile. Ma la vera novità dell'età mariana e la promozione dell' atellana a forma letteraria. I suoi cultori sono Novio e il bolognese L. Pomponio. Del primo conserviamo 44 titoli (Ricordiamo: Maccus copo, Maccus exul, Pappus praeteritus, Bucculus, Duo Dossenni, Fullones, Gallinaria, Hetaera, Zona, Andromacha, Hercules coactor, Mortis et vitae iudicium e Porcus. Alcuni titoli fanno pensare ad un avvicinamento dell'atellana alla palliata e che Novio abbia scritto anche fabula palliata e fabula rhintonica, cioè parodia mitologica) e un centinaio di versi, del secondo 70 titoli (Ricordiamo: Bucco auctoratus, Bucco adoptatus, Macci gemini, Maccus miles, Maccus virgo, Maccus sequester, Pappus agricola, Pappus praeteritus, Hirnea Pappi, Sponsa Pappi, Pannuceati, Pexor rusticus, Piscatores, Pistor, Fullones, Aeditumus, Verres aegrotus, Verres salvos, Porcetra, Syri e Verniones) e circa duecento versi. I frammenti pervenutici, tutti assai brevi, non ci danno una idea chiara di questo teatro bozzettistico, che doveva presentare numerose macchiette tratte dall'umile vita quotidiana. La morte della palliata e della togata per colpa della loro tendenza a diventare dramma borghese diede il via al successo del teatro popolare già usata da Plauto con lo schema della palliata. C'è da tenere presente però che l' atellana letteraria negli spettacoli si limitava solo a essere un exodium cioè un intermezzo. Anche la storiografia ebbe una involuzione storica con il ritorno all'annalistica di tipo antiquato si per estensione del ciclo storico si per l'ammasso indiscriminato di notizie. Si ricordino Valerio Anziate che scrisse la storia della fondazione di Roma in 75 libri e C. Licinio Macro, padre del poeta novus Licinio Calvo. Tra questa tendenza al ritorno all'annalismo di tipo fabiano e cinziano e la riforma di Celio Antipatro sta Q. Claudio Quadrigario che scrisse 23 libri di annali dall'incendio gallico all'età di Silla. Ma un freno al ritorno alla prosa storica antica è data dallo sviluppo di una forma letteraria che affondava la sua origine nella introspezione: l'autobiografia. Vari sono i suoi rappresentanti: M. Emilio Scauro, P. Rutilio Rufo, Q. Lutazio Catulo, il dittatore L. Cornelio Silla. A cavallo tra l'età di Silla e di Cesare un tocco moderno alla storiografia lo diede L. Cornelio Sisenna che con i suoi 23 libri dell' Historiae, ora perdute, riassumeva in modo rapido gli avvenimenti più antichi e si concentrava maggiormente su quelli contemporanei seguendo il modello monografico di Celio Antipatro. Da esse Sallustio, che stimava l'autore, trasse il modello per le sue Historiae. Sisenna fu autore anche di una versione delle Storie milesie di Aristide cercando di rendere il salace realismo di quei racconti in uno stile di manierato arcaismo che sarà da modello a Varrone per le Menippee e tre secoli dopo a Apuleio. Con la versione di Aristide, Sisenna divenne in Roma l' inventor di una forma d'arte ricca d'avvenire con Petronio: la prosa narrativa. Anche nell'oratoria ci sono tendenze diverse. M. Antonio negava la necessità di una grande dottrina per l'oratoria ma bastava tutta la forza nell'energia e nell'abilità dell' inventio. L. Licinio Crasso invece coltivava un genere di eloquenza garbato e accuratissimo nell'espressione e teneva in gran cura la cultura dell'oratore. Cicerone prenderà entrambi i rivali come personaggi del suo De oratore facendo esporre ad Antonio l'inutilità e da Crasso la necessità della cultura per l'oratoria ed affidando ad Antonio il compito di trattare dell' inventio. La cultura retorica e letteraria aveva fatto a Roma ormai passi da gigante. A cavallo fra il secondo e primo secolo a.C. grandeggia la figura del maestro di Varrone Reatino, L. Elio Stilone Preconino, autore di un Commentarium de proloquiis, il quale si occupò, dell'autenticità delle commedie plautine. Si schierò con gli analogisti, che affermavano l'affinità e la sistematicità dei fenomeni grammaticali, nella battaglia contro gli anomalisti. Commentò sotto l'aspetto linguistico il Carmen Saliare e le leggi delle dodici tavole. Accanto a lui si ricordi il genero Serv. Clodio Lutazio Dafnide, L. Apuleio, che fondò le scuole di grammatica in Ispagna, Ottavio Teuero, Sescennio Iacco e Oppio Carete, che fecero altrettanto in Gallia Cisalpina, Porcio Licino, che tratto la storia della letteratura latina in settenari trocaici, Seio Nicanoere, autore di una satura autobiografica, Aurelio Opillo, studioso di Plauto e autore di volumi di varia erudizione, e L. Plozio Gallo, che fu maestro di Cicerone nella sua pueritia. Rigogliosi sono anche gli studi giuridici, specialmente ad opera di Q. Mucio Scevola detto il pontefice, autore di un'opera sulle definizioni e di un celebre trattato in 18 libri sul diritto civile, di cui costituì il primo fondamento scientifico. Ma la più grande novità fu il circolo di poeti sorti intorno alla figura di Q. Lutazio Catulo, vittima della restaurazione mariana dell'87 a.C.. Mentre il circolo degli Scipioni rimaneva fermo alla tradizione romana con l'apporto della filosofia stoica, il circolo di Catulo si apriva alla poesia erotica dell'ellenismo. Se il circolo degli Scipioni prese ispirazione da Panezio e Polibio, quello di Catulo ne prese da Antiprato di Sidone e forse anche Meleagro. Catulo, Porcio Licino, Gaio Valerio Edituo scrissero epigrammi erotici preparando la poesia d'amore latina che sarebbe sorta durante il secolo proprio dall'epigramma. La figura più importante sembra essere stato il poeta Levio, che sembra si chiamasse Levio Melisso autore di un opera poetica intitolata Erotopaegnia (scherzi d'amore). Egli non si limitava a solo epigrammi ma seguiva anche l'indirizzo della poesia ellenica non epigrammatica, cioè a carattere non subiettivo ma narrativo. Dovette influire molto sui poeti novi se lo stesso Catullo trarrà da lui il mito di Protesilao e Laodamia per il suo più importante carme di lirica neoterica (carme 68). Il suo ricordo però scompare nel periodo di massimo splendore dell'elegia erotica latina per ricomparire solo nell'età degli Antonini, per l'arcaico rimasto nella sua opera nella sfrenata polimetria e nella mania pacuviana e acciana dei composti stravaganti. Quella Roma scipionica che a Polibio e a Panezio era sembrata uno κτημα εις αεί, una conquista eterna, sprofondava invece nel sangue delle contese civili; ma nel terribile travaglio erano già sbocciati i segni di nuove esperienze spirituali, che, sposandosi con quelle del grande secolo allora trascorso, avrebbero dato nuovi eccelsi frutti, vanto della poesia e della civiltà latina.