Classico Latino: Sallustio (superiori)

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Classico Latino: Sallustio (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
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Sallustio in un'incisione ottocentesca.

Gaio Sallustio Crispo, o più semplicemente Sallustio (Amiternum, 1º ottobre 86 a.C. – Roma, 13 maggio 34 a.C.) è stato uno storico e politico romano, senatore della repubblica romana. Proveniente da una famiglia plebea legata alla nobilitas municipale, compì a Roma il cursus honorum, divenendo prima questore, poi tribuno della plebe ed infine senatore della res publica. Dopo esser stato cacciato dal Senato per indegnità morale, partecipò alla guerra civile del 49 a.C. tra Cesare e Pompeo, schierato tra le file cesariane. Dopo la sconfitta di Pompeo, Cesare lo ricompensò per la sua fedeltà conferendogli la pretura, riammettendolo in Senato e nominandolo governatore della provincia dell'Africa Nova. Dopo la fallimentare esperienza di governo e a seguito dell'uccisione di Cesare, si ritirò dalla vita politica; in questo momento si diede alla stesura di opere a carattere storico, in particolare le due monografie De Catilinae coniuratione e Bellum Iugurthinum, le prime della storiografia latina, e delle Historiae, un'opera di tipo annalistico. Grazie a queste importanti opere ottenne un'enorme fama ed è annoverato tra gli storici latini più importanti del I secolo a.C. e di tutta la latinitas.

De Catilinae coniuratione[modifica]

Frontespizio di una miniatura del Bellum Catilinae di Bartolomeo San Vito per Bernardo Bembo, 1471 - 84; custodito nella Biblioteca Apostolica Vaticana

Il De Catilinae coniuratione (in italiano La congiura di Catilina]) è la seconda monografia storica della letteratura latina e la prima scritta dallo storico latino Gaio Sallustio Crispo (86 - 34 a.C.). Seguendo una scansione narrativa suddivisa in 61 capitoli, l'opera narra la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina nel 63 a.C., nel tentativo, rivelatosi poi fallimentare e costatogli la vita, di instaurare una dittatura populista e antinobiliare a Roma. La congiura catilinaria viene vista dallo storico di Amiternum come uno degli argomenti più significativi della decadenza morale e sociale della classe dirigente romana (specie dei senatori) durante il I secolo a.C., una corruzione che egli denuncia e critica severamente lungo tutta la narrazione. La congiura di Catilina è la prima delle due monografie storiche composte da Sallustio, mentre la seconda è il Bellum Iugurthinum, ovvero la Guerra di Giugurta, sull'omonimo conflitto.

Caratteristiche

Titolo e scansione narrativa

L'opera, composta probabilmente tra il 43 ed il 40 a.C., è stata tramandata per tradizione diretta da codici medioevali, in cui compare con i titoli Bellum Catilinae (o anche nella variante De bello Catilinae), con cui è nota nei paesi anglosassoni, Bellum Catilinarium o Liber Catilinarius; molti studiosi sostengono il titolo De Catilinae coniuratione recuperando l'espressione dal capitolo 4,3 della monografia. La scelta stessa del titolo ha un valore preciso: nel termine coniuratione infatti è presente tutta una serie di connotati e giudizi negativi provati da Sallustio nei confronti dell'evento. Lo sviluppo del racconto non è lineare, ma i 61 capitoli che compongono l'opera sono scanditi secondo un'accurata regia, che alterna i fatti a numerosi excursus, frammentando notevolmente la continuità della storia e del testo. L'opera si presenta con la struttura tipica delle monografie della storiografia ellenistica, secondo uno schema molto preciso: un proemio, il ritratto del protagonista, vari excursus politici e morali ed infine l'analisi dei discorsi pronunciati dai personaggi e dei documenti da cui si è attinto. Questo modus operandi rende più variato il testo e più efficace il giudizio politico.

Struttura del De Catilinae coniuratione.
Capitolo / -i Contenuti Argomenti trattati
Capp. 1–4 Proemio. Incipit in cui si spiega la scelta forzata dell'otium.
Cap. 5 Ritratto di Catilina. Descrizione fisica e psichica del protagonista.
Capp. 6–13 1° excursus («archaeologia»). Cause morali della congiura: si lega l'evento alla storia generale.
Capp. 14–36,4 Avvenimenti sino alla fuga di Catilina. Fatto storico.
Capp. 36,5-39 2° excursus. Cause sociali ed economiche della congiura; trascurate le vere cause politiche.
Capp. 40–61 Avvenimenti sino alla morte di Catilina. Conclusione.

Approfondendo l'analisi dell'opera emerge un'omogenea visione della storia romana dell'ultimo secolo della repubblica. Largo spazio è concesso al contesto sociale e politico, all'interno del quale, con Catilina, salgono alla ribalta degli eventi e della cronaca antica altri personaggi, in seguito molto famosi. L'arco di tempo coperto dalla narrazione va dai primi di giugno del 64 a.C., data di inizio della congiura secondo lo storico, fino al gennaio del 62 a.C., con l'epilogo nello scontro finale della battaglia di Pistoia e la morte sul campo di Catilina.

Vicenda storica

Di fronte alla grave crisi in cui si trovava la Repubblica, in seguito alla dittatura sillana, emerse una grande varietà di orientamenti politici, spesso tra loro violentemente contrapposti. Oltre alle posizioni moderatamente filo-senatorie o filo-democratiche entrarono in gioco, a partire dal 70 a.C. e lungo tutti gli anni 60, anche movimenti più radicali, legati ai ceti rimasti esclusi dal potere; tra essi risaltarono in particolare le frange più estremistiche del partito popolare. Proprio alla guida di uno di questi movimenti si distinse Lucio Sergio Catilina, appartenente alla Gens Sergia, nobile famiglia economicamente decaduta, che nel 63 si candidò alle elezioni per il consolato; lo appoggiarono discretamente anche Cesare e Crasso, determinati ad indebolire il potere della nobilitas senatoria. Sconfitto alle elezioni dal rivale Cicerone, Catilina decise di ordire un colpo di Stato, raccogliendo intorno a sé un gruppo di congiurati, provenienti dai ceti più vari (e lontani) della società romana, ma accomunati dal disprezzo per la legalità e dall'uso della violenza. Tra di essi si annoverano sia individui appartenenti ai ceti più alti della societas romana - nobili fortemente indebitati ed equites (cavalieri) - sia personaggi meno altolocati - plebei, proprietari terrieri falliti, veterani di Silla, donne, schiavi e popolazioni straniere, come i Galli Allobrogi, scontente del dominio di Roma. Catilina, con abili manovre demagogiche, riunì tutti intorno ad un programma estremistico, ma democratico: i suoi obiettivi fondamentali erano il condono dei debiti, la distribuzione di terre ai meno abbienti ed il riscatto dei cittadini più miseri. Cesare e Crasso, in un primo tempo simpatizzanti occulti, dopo alcuni avvenimenti, abbandonarono il tentativo insurrezionale ed il console Cicerone ebbe l'opportunità di sventare e reprimere l'intero piano eversivo.

Riassunto dei capitoli

Capitoli 1 - 4 (proemio)

Il De Catilinae coniuratione, come il successivo Bellum Iugurthinum, si apre con un ampio proemio in cui l'autore illustra le sue considerazioni ideologiche. L'uomo, costituito da un'anima e un corpo, deve coltivare soprattutto le qualità spirituali se vuole ottenere una gloria vera ed eterna; l'ingegno è dunque più importante della forza fisica sia in periodo di pace che in guerra. L'attività storiografica, scelta dall'autore subito dopo il ritiro dalla vita politica, fa parte di quelle attività che arrecano fama e consentono allo stesso tempo di servire al meglio la patria, esattamente come se si adempisse in maniera diretta ad incarichi pubblici. La scelta della congiura di Catilina come tematica principale della monografia storica è dovuta all'eccezionalità e alla pericolosità di quell'avvenimento.

Capitoli 5 - 18 («archaeologia»)

Il capitolo si apre con la descrizione di Catilina, aristocratico corrotto, la cui figura è messa in luce sullo sfondo della decadenza dei costumi romani, dovuta all'accrescersi dell'ambitio, cioè il desiderio sfrenato di potere (imperium), ed alle ricchezze sfrenate (avaritia). Sallustio inserisce una digressione storica (definita «archaeologia» ) per motivare le cause di questa decadenza: illustra il passaggio dalla felice condizione delle origini di Roma alla decadenza dei tempi contemporanei, in cui si è sviluppata la congiura. In questa situazione Catilina raduna attorno a sé personaggi che per i motivi più diversi auspicano un cambiamento di regime (5-18). A questo punto si presenta una nuova digressione storica, incentrata su un precedente tentativo di congiura operato dallo stesso Catilina, dimostrando che evidentemente egli non è nuovo a simili atti.

Capitoli 19 - 25

La nobilitas,[17] grazie ad alcune indiscrezioni,[18] comincia a sospettare del complotto e sotto questo timore decide di affidare il consolato ad Antonio ed all'homo novus, Cicerone. Catilina prosegue i suoi preparativi in tutta Italia e con l'aiuto di alcuni complici, tra cui Manlio e la corrotta Sempronia, alla quale Sallustio dedica un efficace ritratto (cap. 25), arruola presso Fiesole un esercito, composto in larga parte da disperati e gente piombata nella miseria. Radunati i compagni nella sua domus, promette loro in caso di buona riuscita dell'impresa grandi vantaggi e laute ricompense, e li congeda dopo un solenne discorso a cui fa seguito un giuramento.

Capitoli 26 - 36

I congiurati si riuniscono in casa di Porcio Leca. Catilina, sconfitto nelle elezioni consolari, compie alcuni attentati alla vita di Cicerone prontamente sventati. A questo punto l'homo novus illustra in Senato la pericolosità della situazione ed ottiene i pieni poteri per soffocare la ribellione. L'8 novembre del 63 a.C. accusa apertamente Catilina presentatosi in Curia, pronunciando contro di lui la "I Catilinaria". Catilina fugge da Roma e raggiunge Manlio e il suo esercito. L'autore riferisce il contenuto di un messaggio di Manlio a Marcio Re e di una missiva di Catilina a Catullo; nonostante le giustificazioni date dai due via epistola, il senato li dichiara entrambi nemici pubblici (26-36).

Capitoli 37 - 47

Sallustio inserisce un secondo excursus in cui tratta le cause della congiura, individuando solamente quelle di natura politica e sociale. La narrazione riprende con la ricostruzione dei fatti ad opera di Cicerone che raccoglie le prove del complotto, grazie all'aiuto dei Galli Allobrogi. I congiurati rimasti a Roma, tra cui Publio Lentulo Sura e Gaio Cetego, vengono arrestati; il senato si riunisce quindi per deliberare sulla loro sorte.

Capitoli 48 - 54

Dopo aver descritto l'improvviso cambio di fronte della plebs, prima desiderosa di rivoluzioni ed ora tutta al fianco di Cicerone, l'autore notifica le accuse, a parer suo infondate, mosse contro Crasso e Cesare. Mentre vengono presi provvedimenti in merito alla scarcerazione di alcuni prigionieri, il Senato si riunisce per decidere il loro destino. Dopo il discorso del console neoeletto Silano, favorevole alla condanna a morte, si contrappongono i discorsi di Cesare e Catone il Giovane: il primo è per una condanna più mite, mentre il secondo ribadisce la necessità della pena capitale (40-52). Dopo i discorsi, l'autore introduce un parallelo tra Cesare e Catone, personaggi dalle virtù opposte, ma i soli grandi uomini del tempo (53-54), entrambi essenziali per il benessere dello Stato.

Capitoli 55 - 61

Cicerone ordina l'immediata esecuzione della sentenza di morte per i congiurati: i complici di Catilina sono giustiziati[21] nel carcere Tulliano. Catilina, nel frattempo, fugge verso nord, in direzione della Gallia Cisalpina, ma viene intercettato dall'esercito regolare di Antonio, inviato contro di lui dal Senato, e dall'esercito al comando di Quinto Cecilio Metello Celere, stanziato con tre legioni nel Piceno. Costretta alla battaglia nei pressi di Pistorium (Pistoia) (gennaio del 62 a.C.), l'armata ribelle è annientata, e lo stesso Catilina, dopo aver combattuto valorosamente, muore sul campo (51-61).

Personaggi

La vicenda narrata nella monografia ruota su tre personaggi: Catilina (il protagonista), Cesare e Catone l'Uticense. Cicerone, pur rivestendo una carica importante, svolge un ruolo secondario: ideale portavoce del Senato, resta il più importante dei personaggi minori.

Catilina, il protagonista

Lucio Sergio Catilina è il protagonista della vicenda trattata nella monografia, nonché il capo della congiura; a lui Sallustio dedica un intero capitolo descrittivo: il quinto. È la figura emblematica della decadenza della società romana, un uomo crudele ma non privo di un'ambigua grandezza, esattamente come appariva la Roma del I secolo a.C.. La sua figura spicca su tutti gli altri personaggi. Ciò si deve in gran parte alla tecnica del ritratto paradossale, un metodo che Sallustio usa per trattare e descrivere personalità combattute da grandi passioni, nelle quali a gravi vizi si affiancano e si contrappongono virtù eccezionali. Vi sono buone ragioni per affermare che Catilina non sia un personaggio completamente negativo; non che Sallustio gli attribuisca delle doti diverse da quelle del monstrum di corruzione e di malvagità, ma alcuni studiosi, sostengono che su questa grandiosa figura si proietti il cosiddetto fascino dell'eroica fine, ovvero quell'aura di "misteriosa attrazione" che circonda quelli che combattono e muoiono per difendere i propri ideali, giusti o sbagliati che siano. Un' eroica fine che proprio lui ricerca combattendo a viso aperto nella battaglia di Pistoia, durante la quale viene descritto in una posa nobile, quasi statuaria: immagini profondamente radicate nella mentalità e nella cultura romana. Durante la battaglia Catilina perisce, ma sarà una morte onorevole, degna di un eroe epico. Lo storico Publio Annio Floro (I-II secolo d.C.) affermò in una sua epitome. In questo modo ne vien fuori il ritratto di un uomo straordinario, sia nella sua grandezza sia nella sua malvagità, una figura ambigua per cui l'autore non nutre avversione né condivide appieno il giudizio negativo di Cicerone. Del resto le convinzioni di Catilina, secondo quanto riferito nei suoi discorsi, non si discostavano molto da quelle di Sallustio. La sostanziale differenza era che lo storico, dato il suo passato e la sua condizione sociale, non avrebbe mai potuto sposare una soluzione diversa da una critica moderata e rispettosa della legalità nei confronti della classe senatoria.

Ruolo di Cesare

Un ruolo particolare all'interno della vicenda è riservato alla figura di Cesare. In effetti secondo gli storici moderni è molto verosimile, sebbene non venga accuratamente fatto trasparire nel corso dell'opera, che il futuro dictator di Roma avesse riposto più di una speranza nel buon esito della cospirazione catilinaria, come aveva già fatto nella prima congiura,[16] anche se non viene mai fatto apertamente il suo nome. Tra gli intenti principali di Sallustio vi è quello di sollevare Cesare da ogni sospetto di un possibile legame tra la sua politica e gli oscuri disegni di Catilina. La presunta volontà di coprire le sue responsabilità, secondo alcuni critici, avrebbe spinto Sallustio ad individuare soltanto cause generali e di natura morale, trascurando i motivi politici ed economici che si celavano dietro il misfatto. Lo scrittore non perde occasione di sottolineare la preoccupazione di Cesare per la legalità. Ciò si nota principalmente nel momento in cui gli fa prendere la parola in Senato, il 15 dicembre del 63 a.C., per opporsi alla condanna a morte dei congiurati: la pena sarebbe incostituzionale e quindi contraria, sostiene, ai mores patrum (i costumi dei padri) e dunque a tutta la tradizione romana. Il Cesare descritto da Sallustio appare tutt'altro che rivoluzionario e la sua opposizione al partito senatorio non avrebbe niente a che vedere col programma eversivo di Catilina. Al contrario, Cesare appare come il fedele custode del mos maiorum tradizionale e perciò posto sullo stesso piano di Catone Uticense, uomo estremamente conservatore, come il celebre antenato di cui porta il nome. Partendo da analoghe premesse (la tradizione e la prisca virtus, l'antica virtù del popolo romano), Catone giunge però a conclusioni opposte: chiede e sostiene, infatti, la pena capitale per i congiurati.

Cesare e Catone a confronto

Uno dei capitoli più importanti dell'opera, il 54, è dedicato al confronto tra Cesare e Catone. Quando lo storico scrisse la monografia, entrambi erano tragicamente scomparsi: l'uno assassinato da congiurati; l'altro suicida. Entrambi i personaggi rivestono una particolare importanza per lo scrittore: Cesare poiché ha offerto a Sallustio la protezione politica, grazie a cui, nei suoi vari incarichi pubblici, ha avuto l'opportunità di arricchirsi; Catone per cui lo scrittore prova grande ammirazione per via della sua politica del rigore. Sallustio li mette a confronto nel celebre dibattito in Senato, cogliendo l'opportunità di esaltare le doti di questi magni viri: la generosità, l'altruismo e la clemenza di Cesare (Sallustio ne sottolinea la misericordia e la munificentia); l'austerità, il rigore, la moderazione e la severa fermezza (integritas, severitas, innocentia) di Catone; due chiari esempi di virtù opposte, ma complementari e parimenti importanti in una classe dirigente. L'implicita conclusione di Sallustio è che l'uno e l'altro personaggio, l'uno e l'altro atteggiamento, siano essenziali per la sopravvivenza della Res publica: se Cesare è colui in grado di dare splendore allo stato, Catone appare il depositario dei valori dell'antica tradizione dei Quirites (i Romani), a cui Sallustio non intende rinunciare. Tuttavia il problema più grave è che queste due grandi personalità della latinitas e di tutto il mondo antico giovano solo imperfettamente al bene della Res publica romana il che tra i vari sintomi di crisi dello stato è forse il più preoccupante.

Ruolo di secondo piano per Cicerone

In tutta la vicenda non trova invece un ampio spazio, come ci si aspetterebbe, la figura di Cicerone, che nelle sue celebri Orationes in Catilinam (le Catilinarie), aveva tanto esaltato i propri meriti nella scoperta e nella repressione della congiura. Nella monografia sallustiana l'arpinate non è il «brillante politico che domina gli eventi con la lucidità della propria mente»; il suo è semplicemente un ruolo burocratico, un magistrato che fa il suo dovere, ma niente di più gli viene attribuito dallo storico. Sebbene lo stesso Sallustio non trascuri la sua importanza, definendolo a buon diritto un optimus consul, appare fondata l'ipotesi secondo cui nell'atteggiamento freddo dello storico s'intraveda una sorta di ritorsione contro il De consiliis suis, scritto in cui il console accusava apertamente Cesare, suo protettore. Sallustio non condivideva gli ideali politici di Cicerone ed era pronto a difendere Cesare da ogni sorta di accusa, tra cui quella ignominiosa, per il leader dei populares, di aver retto i ranghi della congiura.

Personaggi minori

Nella monografia si avvicendano anche altri personaggi di minore importanza, in modo particolare concentrati attorno al capo della congiura, che l'abilità ritrattistica e la finezza psicologica di Sallustio rendono non meno indimenticabili dei protagonisti. Tra essi riveste una particolare importanza Sempronia, una donna dal fascino irresistibile, di famiglia nobile, non più giovanissima ma comunque di bell'aspetto. Dotata di una grande intelligenza era apprezzata conversatrice nei più importanti salotti dell'Urbe: si interessava di letteratura, greca e latina, poesia, moda e persino politica; sapeva cantare e danzare. Amica di Catilina, nonostante queste buone doti era di indole perversa, caratterizzata da atteggiamenti lussuriosi, poco fedele, varie volte complice di omicidi, spesse volte indebitata. Sallustio aggiunge che aveva una buona dose di umorismo, sottolineando altre qualità utili per il benessere della repubblica e non per attentare ad essa. Oltre a Sempronia trovano spazio gli altri congiurati appartenenti ai ceti più alti della societas romana, sia del rango senatorio sia di quello equestre, di cui lo storico fa un elenco accurato nel capitolo 17; tra questi si annoverano in particolare Manlio, Gaio Cetego, la cui descrizione si limita a pochi aggettivi nel capitolo 43, Quinto Curio e l'amante Fulvia. Nel complesso vi è dunque una buona quantità di singole e ben delineate personalità; ciò è in contrasto con la concezione catoniana di historia communis, storia collettiva.

Motivi della scelta

Le fonti che fanno capo a Cicerone ed alle sue celebri Catilinarie (Orationes in Catilinam) interpretano il tentativo di insurrezione di Catilina come un atto rivoluzionario ai danni del senato e dei cavalieri, accusando esplicitamente Cesare e Crasso di avervi avuto parte in qualche modo, forse come «mandanti occulti». Una parte della critica moderna ha seguito il filone opinionistico di Cicerone, considerando conseguentemente la monografia sallustiana come un'opera di propaganda fortemente di parte ed accusando lo storico di aver distorto la vicenda in vari punti; su tutti l'eccessiva amplificazione della figura demoniaca di Catilina, che risalta con decisione sin dall'inizio dell'opera, avrebbe l'obbiettivo di fare da copertura a responsabilità politiche ben precise, ovvero quelle di Crasso e Cesare, e più in generale di tutta la factio dei populares. Allo stesso modo un altro aspetto molto discusso, ovvero l'anticipazione di un anno della data effettiva di inizio della congiura (giugno del 64 anziché luglio 63, come concordano gli storici), avrebbe il fine di isolare Catilina, già autore di un precedente tentativo insurrezionale nel 66 a.C., dal partito popolare e di caricare le responsabilità sulla sua oscura determinazione. Tuttavia sarebbe estremamente riduttivo ritenere che Sallustio abbia scelto questo episodio per incolpare la nobilitas al solo scopo di esentare da ogni colpa Cesare e difendere la factio popularis; anzi la realtà è ben più complessa. Dal De Catilinae coniuratione emerge un giudizio storico più moderato, una via di mezzo tra l'estremismo eccessivo di populares ed optimates: lo storico si fa portavoce dell'aspirazione alla pace ed alla legalità dei ceti benestanti romani ed italici, atteggiamento che si fece più forte dopo la disfatta dei cesaricidi nella battaglia di Filippi del 42 a.C. Da questo punto di vista l'ideologia sallustiana pare convergere verso il motto che era stato la parola d'ordine della seconda metà del I secolo a.C.: il consensus omnium bonorum (il consenso di tutti gli onesti[28]), che era alla base del progetto ciceroniano di allargare le basi del potere coinvolgendo le forze moderate. Origini della corruzione della Res publica Vi è inoltre un altro aspetto che svilisce la tesi che l'opera abbia un fine puramente propagandistico, e cioè il fatto che Sallustio attribuisca una grande importanza agli excursus storici, tesi a collocare nel punto più esatto la crisi in atto, risalendo agli antefatti ed alle cause più vicine e più remote. In particolare nei primi paragrafi dell'opera, traendo ampiamente ispirazione dall'analoga digressione presente nel Περὶ τοῦ Πελοποννησίου πoλέμου (pron. Perì tu Peloponnēsìu polèmu, La guerra del Peloponneso) di Tucidide, Sallustio ripercorre la storia di Roma, della sua ascesa e della sua decadenza, individuando come nodo cruciale una data ben precisa: il 146 a.C., anno della distruzione di Cartagine. Fu questo l'episodio che segnò la fine del metus hostilis e di conseguenza la fine dell'unità delle parti sociali. Il metus hostilis è la paura che i Romani nutrivano nei confronti dei loro nemici di sempre: i Cartaginesi. Dopo la distruzione di Cartagine ad opera di Scipione Emiliano, è venuto a mancare questo forte compattante, che aveva tenuto uniti gli strati sociali romani nei secoli precedenti; questa mancanza da una parte ha acutizzato l' ambitio (desiderio ossessivo di potere) e l' avaritia (brama di denaro), dall'altra ha favorito il concentrarsi dell'aggressività nei confronti degli adversarii politici interni. Nell'«archeologia» romana va ravvisato il centro ideologico su cui ruota l'intera opera: il Catilina sallustiano, il monstrum, non è né un figlio del caso, né una gangrena da amputare per preservare la sanità del resto del corpo-stato, né tantomeno, come lo dipinge Cicerone, un fanatico estremista contro cui si devono concentrare le forze di tutti i boni, ovvero i membri della classe agiata schierati su posizioni politiche moderate. Questo monstrum ha in realtà origini remote: nasce innanzitutto dal clima di violenze instauratosi, a partire dai tentativi di riforma, nell'età dei Gracchi e duramente represso nel sangue; nasce anche dal contesto di illegalità diffusa, nonché di innumerevoli rancori e vendette personali, relitto della tirannide e delle proscrizioni sillane; ma nasce soprattutto con la cessazione del metus hostilis che causa a Roma un sovvertimento delle pristinae virtutes del mos maiorum che avevano funto da supporto per le vittorie romane in età cartaginese. Tutta questa serie di concause ha fatto sì che i civites romani, liberi dalla necessità di lottare per la sopravvivenza, hanno dato spazio all'individualismo, all'egoismo e a tutta la serie di vizi aspramente condannati nelle monografie sallustiane.

Attendibilità storica

La critica, antica e moderna, ha da tempo sottolineato le inesattezze, le deformazioni e le parodie presenti in vari punti della monografia sallustiana. Eccone alcuni esempi. Nel capitolo 17 la riunione segreta dei congiurati, pronti a dare inizio al piano eversivo, viene collocata nel giugno del 64 a.C., anziché, come concordano la maggior parte degli storici, l'anno seguente. Nel diciottesimo capitolo il racconto della prima congiura ignora completamente il ruolo, per niente secondario, avuto in quell'occasione da Cesare. Un altro errore cronologico è rappresentato dalla posposizione del Senatus Consultum Ultimum, cioè del decreto senatorio, stabilito il 21 ottobre del 63, che conferiva ai consoli i pieni poteri per sgominare la congiura, alla notte tra il 6 ed il 7 novembre, in concomitanza con la riunione dei congiurati nella domus di Porcio Leca (capp. 28 – 29). Nel capitolo 20, invece, Sallustio fa cominciare il discorso di Catilina con le parole della prima catilinaria di Cicerone. Spesso invece il capo della congiura si rivolge al console appellandolo l'inquilino dell'Urbe (cap. 31). Gli anacronismi hanno l'obiettivo di difendere e giustificare Cesare, capo del partito dei populares, contro le accuse di complicità rivolte nei suoi confronti. Le parodie, invece, ironizzano su Cicerone, e sono frecciate rivolte al console per sottolineare una diversità sia ideologica, sia di prassi politica. Sallustio non sarebbe stato animato soltanto da motivazioni di carattere artistico e storico, come sostiene nel proemio dell'opera, ma si sarebbe lasciato coinvolgere dal clima politico vigente, componendo un «libello quantomai polemico e tendenzioso». Quanto detto, tuttavia, è il pensiero maturato dalla critica meno favorevole allo scrittore e, sebbene non vada del tutto respinto, va in qualche modo attenuato. Si nota dunque facilmente che le idee politiche di Sallustio abbiano influenzato il suo modo di valutare personaggi ed avvenimenti; ciò non toglie però che in lui non si debba vedere un falsificatore in malafede, pronto ad alterare date e notizie pur di far risaltare un orientamento ideologico. Più verosimilmente Sallustio non fu interessato ad uno scrupoloso accertamento dei fatti, come fanno i moderni storici, quanto ad una loro realistica drammatizzazione, ricca di pathos.

Valore della congiura

La fedeltà del ritratto storico negativo di Cicerone e le timide riserve di Sallustio sul personaggio di Catilina non permettono di rivalutare l'episodio rivestendolo di un'aura democratica, che gli è estranea. Catilina era stato un militante di Silla e si era arricchito durante la guerra civile, macchiandosi di numerosi crimini. Il complotto, quindi, anche se appoggiato da forze democratiche sane (Crasso e Cesare), resta figlio della decadenza politica romana. In Catilina dunque è possibile riscontrare una certa intelligenza politica che aveva intravisto (come Cesare del resto), attraverso le istanze democratiche, la possibilità di rovesciare un regime oligarchico.

Stile dell'opera

Il suo stile è costruito sull'inconcinnitas e trae origine da due illustri modelli: lo storico greco Tucidide (in particolare il suo capolavoro La guerra del Peloponneso) e il noto predecessore Marco Porcio Catone, detto il Censore. Questa doppia ispirazione si nota maggiormente nell' «archaeologia» (capitoli 6 - 13): la ricerca delle cause più profonde della congiura, di stampo prettamente tucidideo, si unisce con i toni solenni della denuncia della crisi del mos maiorum tradizionale, presi da Catone.

Inconcinnitas e arcaismo

Al contrario di Cicerone che si esprimeva con un o stile ampio, articolato, ricco di subordinazione, Sallustio preferisce un discorso irregolare, pieno di asimmetrie, antitesi e variazioni dei costrutti. Il controllo di una tecnica così irregolare crea un effetto di gravitas, dando un'immagine essenziale di quello che si descrive. Da Tucidide, Sallustio prende l'essenzialità espressiva, le sentenze brusche ed ellittiche, l'irregolarità del testo (variatio), un periodare paratattico, pieno di frasi nominali, omissione dei legami sintattici, ellissi dei verbi ausiliari (con un uso ritmato e continuo dell'infinito narrativo e del chiasmo): sono evitate le strutture bilanciate e le clausole ritmiche del discorso oratorio; da Catone prende l'eloquio solenne, moralmente atteggiato, una lingua a volte severa ed aulica, a volte popolare, ruvida nelle forme, austera: il periodare essenziale è arricchito dagli arcaismi che esaltano le frequenti allitterazioni e asindeti. Uno stile arcaizzante ma nello stesso tempo innovatore, capace di introdurre un lessico e una sintassi in contrasto con gli standard del linguaggio letterario dell'epoca. Sallustio evita di riproporre gli effetti drammatici dello stile tragico tradizionale, preferendo suscitare emozioni partendo da una descrizione realistica dell'evento (più volte definita sobrietà tragica).

Eredità sallustiana

Già dall'antichità fu riconosciuta a Sallustio una certa fama che col tempo non è andata scemando. Uno dei suoi più grandi ammiratori fu Tacito che da lui prese il "moralismo austero". Nel Medioevo fu grandemente apprezzato da Brunetto Latini e tracce della sua influenza si ritrovano in Leonardo Bruni e Angelo Poliziano, spesso con Tacito, annoverati come esempi da seguire. Nel XVIII secolo Sallustio fu uno degli autori più amati da Vittorio Alfieri che lo tradusse con grande passione.

Cap. I[modifica]

Il proemio può essere diviso in due parti. Nei primi due capitoli lo storico svolge considerazioni di ordine generale. Sono considerazioni vagamente filosofiche fatte di molteplici luoghi comuni tratti dal pensiero di Platone, di Aristotele, nonché dallo storico Posidonio. Partendo dal principio che l'uomo è fatto di anima e di corpo, che funzione della prima è comandare e del secondo ubbidire, e che inoltre il primo ci innalza verso gli dei e il secondo ci abbassa verso le bestie, Sallustio giunge ad ravvisare un dovere da parte dell'uomo a dare un senso alla propria esistenza, e ciò è possibile solo se usa al massimo la sua parte "divina". L'uomo deve lasciare una traccia del suo passaggio sulla terra e cioè tendere alla gloria, militare e politica in primis campi in cui si può realizzare la massima gloria di un romano che è quella di servire lo Stato. Lo storico nella seconda parte confessa di aver tentato la via della carriera politica. Ma quando deluso dalla stessa si è ritirato questo non ha reso comunque la sua vita insignificante. Convinto che si possa servire lo Stato non solo compiendo grandi imprese ma anche scrivendo bene di esso, riprendeva la vecchia passione per la storia e malgrado fosse cosciente che haudquaquam par gloria sequitur scriptorem et auctorem rerum, tuttavia si sovvarcava al difficile lavoro.

Testo in Latino[modifica]

1. Omnis homines qui sese student praestare ceteris animalibus summa ope niti decet ne vitam silentio transeant veluti pecora, quae natura prona atque ventri oboedentia finxit. 2. Sed nostra omnis vis in animo et corpore sita est; animi imperio, corporis servitio magis utimur; alterum nobis cum dis, alterum cum beluis commune est. 3. Quo mihi rectius videtur ingeni quam virium opibus gloriam quaerere et, quoniam vita ipsa qua fruimur brevis est, memoriam nostri quam maxume longam efficere. 4. Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur. 5. Sed diu magnum inter mortalis certamen fuit vine corporis an virtute animi res militaris magis procederet. 6. Nam et prius quam incipias consulto et, ubi consulueris, mature facto opus est. 7. Ita utrumque per se indigens alterum alterius auxilio eget.

Traduzione in Italiano[modifica]

1. Tutti gli uomini che si preoccupano di essere superiori agli altri conviene che si sforzino con grande impegno a non vivere la vita nell'oblio come la pecora, che la natura ha creato prona e schiava del ventre. 2. La nostra forza è posta sia nell'animo e che nel corpo; dell'animo usiamo l'attitudine a comandare, del corpo piuttosto quella ad ubbidire; la prima l'abbiamo in comune con gli dei, la seconda con le bestie. 3. Perciò mi sembra più giusto ricercare la gloria con le risorse dell'intelletto che con le forze fisiche e, poiché la stessa vita della quale godiamo è breve, rendere più duraturo possibile il nostro ricordo. 4. Infatti la gloria delle ricchezze e della bellezza è fragile e passeggera, la virtù rimane eterna e splendente. 5. Peraltro c'è stata a lungo una grande disputa tra i mortali se la scienza militare trae maggiore beneficio dalla robustezza fisica o dalle doti intellettive. 6. Infatti prima di cominciare una cosa occorre riflettere e, quando si è riflettuto, è necessario farla subito. 7. Così l'uno e l'altro fattore di per sé deboli hanno bisogno dell'aiuto reciproco.

Analisi del Testo[modifica]

1.

Omnis (=-es) homines... niti: È infinitiva retta da decet.

Sese student praestare: In quanto studeo è un verbo di volontà non sarebbe necessario che l'infinito da esso dipendente avesse il soggetto espresso (sese). La sua presenza, qui, vuole sottolinerae che l'atto volontaristico deve realizzarsi in una forma di imposizione a se stessi.

Animalibus: Termine comprensivo tanto di homines, quanto di pecora.

Prona: L'immagine della bestia con lo sguardo rivolto verso terra, in contrapposizione all'uomo che guarda verso l'alto, ricorre sovente nella letteratura antica.

2.

Animi... utimur: La distinzione tra anima e corpo, l'uno atto a comandare l'altro ad ubbidire, è il cardine di tutta la filosofia antica, sia pagana che cristiana, ma è divenuto poi anche un luogo comune della letteratura, tanto vero che lo troviamo in Platone, in Isocrate, in Cicerone.

3. Il dualismo, prima posto tra uomini e bestie, poi tra animo e corpo, si specifica meglio nella considerazione della diversa gloria proveniente da essi.

Quo... efficere: Vi è una ripresa del concetto espresso nel par. 1; assodato che compito dell'uomo è di lasciare una traccia del suo passaggio sulla terra, il problema è ora rendersi conto di quale sia quella più significativa e duratura.

Quo: Con valore conclusivo; vale qui qua re: "perciò".

Ingeni: = ingenii.

Nostri: Genitivo oggettivo.

4.

Fluxa atque fragilis: I due aggettivi esprimono rispettivamente l'effetto e la causa: la labilità è la conseguenza della fragilità.

Habetur: Giustamente viene considerato qui non una semplice verbo copulativo ("è ritenuta"), ma una forma verbale che conserva l'idea di possesso; infatti la contrapposizione non è tra ciò che "è" e ciò che "è ritenuto", ma tra cioò che "si possiede" per poco e ciò che "si possiede" per l'eternità.

5.

Sed: Formula di passaggio che serve in questo caso ad introdurre, dopo le considerazioni di ordine generale, un'esemplificazione concreta: "ora...".

Diu magnum: I due termini felicemente accostati esprimono rispettivamente il tempo e la vivacità del dibattito.

-Ne... an... procederet: Interrogativa indiretta doppia dipendente da certamen.

6.

Nam: La congiunszione presuppone un ragionamente elittico che potrebbe essere così ricostruito.

Incipias... consulueris: La seconda persona è generica.

Consulto... facto: Ablativo di participi passati; tale uso è arcaico.

7.

Utrumque: Il corpo e l'animo. Il capito si chiude con un'espressione che ha il valore di una sentenza, cui la forma stilistica fatta di allitterazioni (alterum, alterius, auxilio), di poliptoto (alterum alterius), di figura etimologica (indigens-eget), dà una certa solennità.

Cap. II[modifica]

Testo in Latino[modifica]

1. Igitur initio reges - nam in terris nomen imperi id primum fuit - divorsi, pars ingenium, alii corpus exercebant; etiam tum vita hominum cupiditate agitabatur, sua cuique satis placebant. 2. Postea vero quam in Asia Cyrus, in Graecia Lacedaemonii et Athenienses coepere urbis atque nationes subigere, lubidinem dominandi causam belli habere, maxumam gloriam in maxumo imperio putare, tum demum periculo atque negotiis compertum est in bello plurumum ingenium posse. 3. Quod si regum atque imperatorum animi virtus in pace ita ut in bello valeret, aequabilius atque constantius sese res humanae haberent, neque aliud alio ferri neque mutari ac misceri omnia cerneres. 4. Nam imperium facile is artibus retinetur quibus initio partum est. 5. Verum ubi pro labore desidia, pro continentia et aequitate lubido atque superbia invasere, fortuna simul cum moribus immutatur. 6. Ita imperium semper ad optumum quemque a minus bono transfertur. 7. Quae homines arant, navigant, aedificant, virtuti omnia parent. 8. Sed multi mortales, dediti ventri atque somno, indocti incultique vitam sicuti peregrinantes transiere. Quibus profecto contra natura corpus voluptati, anima oneri fuit. 9. Eorum ego vitam mortemque iuxta aestumo, quoniam de utraque siletur. 10. Verum enim vero is demum mihi vivere atque frui anima videtur, qui aliquo negotio intentus praeclari facinoris aut artis bonae famam quaerit.

Traduzione in Italiano[modifica]

1. Dunque in origine i re - infatti sulla terra fu questa la prima denominazione del potere - alcuni, a seconda dell'inclinazione, esercitavano l'ingegno, altri il corpo; tuttavia allora la vita degli uomini trascorreva senza cupidigia; ognuno era contento di ciò che aveva. 2. Ma in seguito, da quando Ciro in Asia e, in Grecia, gli Spartani e gli Ateniesi iniziarono a sottomettere città e nazioni, a considerare motivo di guerra la bramosia di dominare, ad individuare la gloria nella vastità del comando, allora solo attraverso pericoli e difficoltà si prese coscienza che in guerra conta più l'ingegno. 3. Se la forza d'animo dei re e dei comandanti valesse così in pace come in guerra, le vicende umane avrebbero più equilibrio e regolarità, né assisteresti al mutamento e al mescolamento di ogni cosa. 4. Infatti è facile mantenere il potere con i mezzi con cui lo si è conquistato. 5. Ma quando la svogliatezza subentra all'efficienza, la libidine e la superbia alla temperanza e all'equità, allora la fortuna muta assieme ai costumi. 6. Così il potere passa sempre dal meno valoroso al migliore. 7. L'agricoltura, la navigazione e l'edilizia sono tutte attività che sono agli ordini dell'ingegno. 8. Ma molti mortali, devoti al ventre e al sonno, trascorrono la vita senza istruzione né educazione, come dei pellegrini; per questi, contro ciò che detta la natura, il corpo era per il piacere, mentre l'animo era un peso. 9. La vita e la morte di questi conta per me allo stesso modo, poiché si tace a proposito di entrambe. 10. Invece, mi sembra che viva veramente e che usufruisca dell'ingegno colui che cerca di distinguersi con una nobile impresa o con un nobile intento.

Analisi del Testo[modifica]

1. Attraverso un rapido e sintetico excursus storico a partire dall'età dei re, Sallustio vuole dimostrare come il dualismo tra animo e corpo si sia risolto sempre più, col passare del tempo, a vantaggio del primo.

Divorsi: = Diversi.

Pars... alii: Forma di variatio.

Agitabatur: "Trascorreva"; Sallustio usa spesso il verbo frequentativo, anche là dove semanticamente non è richiesto, e ciò è conseguenza del suo arcaismo.

Sua... placebant: "Ciascuno era contento del suo". La mitizzazione dell'integrità morale del passato, in contrapposizione alla corruzione del presente, è un luogo comune cui si ricorre in ogni tempo.

2.

Cyrus: Ciro il vecchio, il cui nome è legato alla fondazione dell'impero persiano.

'Coepere: = coeperunt, regge gli infiniti subigere, habere, putare.

Urbis (=-es) atque nationes: Disposti chiasticamente rispetto a Cyrus e a Lacedaemonii et Athenienses. Con urbis Sallustio si riferisce alla città del Peloponneso soggiogate dagli Spartani, ed a quelle della Grecia centrale ed insulare asservite dagli Ateniesi; con nationes allude invece alle popolazioni contro cui Ciro combattè in guerre dapprima di liberazione (contro i Medi cui i Persiani erano soggetti) e poi di espansione (contro la Lidia e le colonie greche dell'Asia Minore).

Lubidinem... habere: Lubidinem = Libidinem.

Maxumaam: = Maximam, predicativo dell'oggetto.

Periculo atque negotiis: Può essere considerata un'endiadi: "nei momenti di pericolo".

Plurumum: Forma arcaica per plurimum; è avverbio superlativo.

3.

Quod si: Formula di passaggio molto frequente in Sallustio.

Si valeret: Protasi di un periodo ipotetico di terzo tipo che ha doppia apodosi (haberent e neque... cerneres).

Cerneres: L'autore si rivolge a un "tu" generico.

4.

Imperium... partum est: Sallustio accusa che il tempo di pace fa abbandonare il senso di giustizia e la fermezza d'animo (is artibus) a reges atque imperatores che li aveva carattereizzati in tempo di guerra. L'espressione, che si impone per la sua sentenziosità, riecheggia un passo delle Storie di Polibio (X, 36, 5).

5.

Invasere: = Invaserunt; il perfetto si giustifica per la legge dell'anteriorità. Sul piano semantico il verbo è particolarmente espressivo: i mali vengono consideratiuna sorta di esercito nemico che invace il territorio romano; e chissà che lo storico non alluda all'invasione della cultura greca contro cui tanto tuonò il suo padre spirituale, Catone.

Fortuna: Termine ancipite, il cui significato, positivo o neativo, è chiarito dal contesto; qui è la buona sorte che ha sempre accompagnato i Romani e che ora minaccia di abbandonarli.

Inmutatur: Il passivo sottolinea ancora di più lo stato di necessità, come dire che essa "è costretta dalla forza delle cose a mutare".

'6.

Ita... transfertur: "Così il potere si trasferisce sempre dal meno capace al più capace". Il cambiamento di costume, conseguente al trinfo della lubido atque superbia, si risolve in un progressivo acuirsi delle qualità individuali, per uci il potere finisce per passare sempre da uno meno potente ad uno più potente, generando, quindi, instabilità politica. Qualcuno a proposito di tale espressione ha parlato di "insolito ottimismo sallustiano" (Giacone). In realtà il termine bonus non ha qui accezione morale, ma è da intendere in termini di potere. Sallustio vece con preoccupazione la crescente concentrazione di potere in mani di volta in volta sempre più potenti.

7.

Quae... parent: "Le attività che gli uomini svolgono arando, navigando, costruendo, obbediscono tutte alla virtù", sono cioè espressione dell'intelligenza dell'uomo. L'agricoltura, il commercio marittimo e l'edilizia, in quanto attività tra le più comuni del popolo romano, sono presi a simbolo dei numerosi campi in cui si esplica l'operosità dell'uomo. Da notare nel tricolon arant, navigant, aedificant climax sillabica e forse concettuale, se è vero che, tra le varie attività al tempo di Sallustio, la meno importante e qualificata era proprio l'agricoltura.

8.

Indocti incultique: Con il primo termine si allude all'assenza di cultura, con il seocndo alla rozzezza di comportamento: "ignoranti e rozzi".

Vitam... transiere: "Trascorrono la vita come viaggiatori"; cambiano, cioè, continuamente luogo, senza lasciare mai traccia del loro passaggio. Tale espressione riprende vitam silentio transeant di I, 1.

Transiere: = Transiverunt; può considerarsi, com il fuit che segue, un perfetto gnomico.

Quibus... fuit: Costruzione col doppio dativo: "a loro certamente, contro natura, il corpo è di piacere, l'anima di peso".

9.

Eorum... siletur: "Di loro giudico alla pari la vita e la morte, in quanto di entrambe si tace". Di questi ignavi il mondo non si accorge, perché, come non ne avverte la presenza quando essi sono vivi, così non si avvede della loro scomparsa quando sono morti.

10.

Verum... quaerit: "Ma, al contrario, mi sembra che viva veramente e sfrutti a pieno la vita chi, tutto dedito ad un'attività, cerca di conseguire la fama da un'impresa illustre o a un nobile operato". Tutta la parte findale di questo capitolo si salda strettamente con l'inizio di cap. I, richiamato tra l'altro da omologia concettuale e lessicale. Specie quest'ultimo periodo sembra esprimere il contraltare in positivo del comportamento negativo stigmatizzato in I, 1.

Praeclari facinoris auto artis bonae: Notare la disposizione chiastica degli elementi. I termini facinus e ars sono ancipites; sono le espansioni, o il contesto, a chiarire se il significato è positivo o negativo.