Sperimentalismo e neoavanguardia (superiori)

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lezione
Sperimentalismo e neoavanguardia (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 3
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 75%.

Tra gli anni cinquanta e sessanta, la fine degli equilibri politici e culturali sorti dalla Resistenza determinò il passaggio dal neorealismo allo sperimentalismo e alla neoavanguardia. Gli scrittori sperimentali rifiutarono modelli letterari e valori precostituiti, ma cercarono modi espressivi nuovi, strumenti che consentissero di agire sul mondo a partire da un rapporto critico con la realtà. Uno sperimentalismo in continuità con la tradizione della sinistra italiana viene proposto alla fine degli anni cinquanta dalle riviste Officina e Il Menabò. La neoavanguardia degli anni sessanta cercherà invece il distacco dalle esperienze del recente passato. Queste istanze vengono portate alla luce in particolare dagli autori del Gruppo 63.[1]

Il contesto[modifica]

Sperimentalismo e neoavanguardia si intrecciano con le attività della sinistra italiana degli anni cinquanta e sessanta, che troveranno nel Sessantotto la loro esplosione. Particolarmente importante è la rivista Officina che, attiva tra il 1955 e il 1959, annovera tra i suoi redattori [[../Pier Paolo Pasolini|Pier Paolo Pasolini]], Francesco Leonetti e Roberto Roversi, a cui si aggiunsero Angelo Romanò, Gianni Scalia e Franco Fortini. L'esperienza degli intellettuali che la animavano era accomunata dall'insoddisfazione per la situazione politica italiana, oltre che dalla polemica contro la tradizione novecentesca e i più recenti esiti del neorealismo. L'intento era quello di recuperare l'esperienza del realismo ottocentesco e di dar vita a una letteratura che si confrontasse con la modernità aprendosi alle sperimentazioni linguistiche, ma senza per questo tagliare i ponti con la tradizione.[2]

Più legato alla recente letteratura impegnata, Il Menabò fu fondato da Vittorini con la collaborazione di Calvino, e tra il 1956 e il 1967 ne furono pubblicati dieci fascicoli. La rivista non usciva con una cadenza fissa e non era nemmeno espressione di un gruppo definito di intellettuali. Voleva essere piuttosto uno strumento per la verifica di una nuova letteratura, che avesse un orizzonte internazionale. Fu così da stimolo per il dibattito sul rapporto tra letteratura e industria, e ospitò i primi esperimenti della neoavanguardia.[3]

Le esperienze di Officina e del Menabò confluiranno, nel 1967, nella rivista Il Verri, diretta da Luciano Anceschi. L'estetica fenomenologica di Anceschi fece sì che la rivista fosse lontana dallo storicismo e dal neorealismo, e fosse invece più aperta alle tecniche artistiche, alle scienze umane, alla filosofia contemporanea. Nell'ambito del Verri nacque la raccolta I Novissimi. Poesia per gli anni '60 (1961), che presentava testi di Alfredo Giuliani (curatore dell'opera), Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini e Antonio Porta. Nell'introduzione, Giuliani parlava di riduzione dell'io e di schizomorfismo, e prendeva le distanze dalla poesia più recente, definita "neo-crepuscolare".[3] A questa esigenza, propria dei giovani intellettuali, di una maggiore presenza sulla scena culturale risponderà la formazione del Gruppo 63.

Roversi e Leonetti[modifica]

All'interno del gruppo di intellettuali che animavano Officina, Roberto Roversi (Bologna, 28 gennaio 1923 – Bologna, 14 settembre 2012) e Francesco Leonetti (Cosenza, 1924) furono aperti a uno sperimentalismo che si confrontasse con la realtà, mossa da una volontà morale. Roversi in particolare, nella raccolta Dopo Campoformio è ricorso alla poesia narrativa per esprimere un senso di speranze tradite e della corruzione della società contadina a causa dello sviluppo capitalistico. Maggiormente sperimentali furono il romanzo Registrazioni di eventi (1964) e la raccolta Registrazioni in atto (1963-1969). Leonetti invece, vicino alla tradizione illuministica, cercò in ogni sua scrittura segni della nuova realtà sociale.[4]

Franco Fortini[modifica]

Tra le esperienze letterarie e intellettuali più significative del secondo dopoguerra c'è senza dubbio quella di Franco Fortini (pseudonimo di Franco Lattes; Firenze, 10 settembre 1917 – Milano, 28 novembre 1994). Nato da padre ebreo e madre cattolica, si laureò nel 1939 in filosofia del diritto ed ebbe rapporti con l'ambiente dell'ermetismo fiorentino. In particolare, si avvicino all'«impegno» di Noventa e Carocci, e collaborò con la rivista Riforma letteraria, che ospitò i suoi primi scritti. Nel 1939, per sfuggire alle leggi razziali, divenne valdese e assunse il cognome della madre, Emma Fortini. Chiamato alle armi nel 1943, fuggì in Svizzera l'anno seguente, dove entrò in contatto con gruppi di antifascisti e si iscrisse al Partito Socialista. Tornato in Italia, si unì alla lotta partigiana all fine del 1944 e partecipò alle ultime fasi della Repubblica di Valdossola. Nel dopoguerra si stabilì a Milano e collaborò con il Politecnico di Vittorini e l'Avanti!. Funzionario presso la Olivetti tra il 1947 e il 1953, è stato redattore delle riviste Ragionamenti (1955-1957) e Officina. Contemporaneamente, maturò un atteggiamento critico verso la sinistra ufficiale e si avvicinò ai movimenti giovanili del Sessantotto. Si interessò inoltre alla rivoluzione culturale cinese e nel corso degli anni seguì le vicede della sinistra extra parlamentare. Da sempre occupato a ridefinire i rapporti tra politica e letteratura, è stato docente di storia della critica presso l'università di Siena (dal 1971 al 1987).[5]

La poesia di Fortini è strettamente collegata alla sua attività politica: a entrambe sottende infatti l'impegno a mettere in discussione ogni equilibrio. Tuttavia, se la politica deve confrontarsi necessariamente con il presente, la poesia vuole sottrarsi alla variabilità delle cose e si basa su un linguaggio assoluto. Nella sua produzione Fortini tende alla perfezione formale, opponendosi alle scissioni della realtà.[5] La prima raccolta Foglio di via e altri versi (1946) risente dell'ermetismo, mentre Poesia ed errore (1959) si interrora sui limiti del rapporto tra parola e realtà. In Una volta per sempre (1963) Fortini cerca una parola stabile che possa guardare al superamento del mondo contemporaneo, nell'attesa di un'apocalisse felice che porti al dissolvimento della realtà. A questa raccolta seguono L'ospite ingrato (1966) e Questo muro (1973), quest'ultimo strettamente legato alle istanze del Sessantotto.[6] L'equilibrio che il poeta sembra avere trovato finisce per incrinarsi durante gli anni settanta: in Paesaggio con serpente si fa strada l'idea che è difficile trovare con certezza sia il significato del passato, sia il senso del futuro.[7]

Alla poesia Fortini ha affiancato anche un ricca produzione saggistica, che comprende, tra gli altri: Dieci inverni 1947-1957. Contributo a un discorso socialista (1957), Verifica dei poteri (1965), Questioni di frontiera (1977). Come già ricordato, si è inoltre occupato anche di critica letteraria: Saggi italiani (1974) e Nuovi saggi italiani (1987).[7]

Giovanni Testori[modifica]

Giovanni Testori

L'opera di Giovanni Testori (Novate Milanese, 12 maggio 1923 – Milano, 16 marzo 1993), che è stato anche critico d'arte e pittore, è legata all'esperienza del neorealismo e all'esigenza di rappresentare la vita degli emarginati, in particolare nelle periferie milanesi. Un certo gusto per le contaminazioni è evidente nei racconti de Il ponte della Ghisolfa (1958) e La Gilda del Mac Mahon (1959), in cui fa uso di una lingua al tempo stesso barocca e maccheronica. Il medesimo linguaggio è utilizzato anche nelle sue opere teatrali (si ricorda la trilogia composta da L'Ambleto del 1972, Macbetto del 1974 e Edipus del 1977). Negli ultimi anni Testori è approdato a un cattolicesimo tradizionalista e al rifiuto della contemporaneità.[8]

Stefano D'Arrigo[modifica]

La produzione letteraria di Stefano D'Arrigo (Alì Terme, 15 ottobre 1919 – Roma, 2 maggio 1992) si caratterizza per un espressionismo tendente verso il mito pagano. Come scrive Ferroni, il romanzo Horcynus Orca, a cui dedicò vent'anni di lavoro, è allo stesso tempo un ritorno alle origini, un viaggio di riconoscimento e un'apocalisse.[8]

Antonio Pizzuto[modifica]

Antonio Pizzuto, nato a Palermo il 14 maggio 1893 e morto a Roma il 23 novembre 1976, fece carriera nella pubblica sicurezza, occupandosi però anche di letteratura e pubblicando libri sotto pseudonimo. La sua narrativa si concentra sulla complessità del reale, dedicando un'ossessiva attenzione agli oggetti, materiali e mentali. Nelle sue opere si immerge nel pullulare della realtà e delle parole, e dietro alla trama lascia trasparire motivazioni filosofiche. Esordì nel 1956 con il romanzo Signorina Rosina, a cui seguirono Si riparano bambole (1960), Ravenna (1962) e le ultime, complesse, opere: Paginette (1364), Sinfonia (1966), Testamento (1969), Pagelle I (1973), Pagelle II (1964), Ultime e penultime (1978).[9]

Luigi Meneghello[modifica]

Luigi Meneghello (Malo, 16 febbraio 1922 – Thiene, 26 giugno 2007) è stato autore di una sperimentazione tutta personale. Scrittore appartato, si unì alla Resistenza e in seguito insegnò italiano all'università di Reading, in Inghilterra. Il fatto di aver vissuto lontano dall'Italia negli anni cinquanta lo ha portato ad avvertire con maggiore acutezza le trasformazioni avvenute nella società di provincia, e in particolare di quella veneta da cui proveniva. Da queste osservazioni nasce il suo romanzo più famoso, Libera nos a Malo (1963), in cui racconta della storia recente del suo paese, ma anche della sua infanzia, della dissoluzione del dialetto e del mondo contadino. Meneghello in particolare si dimostra attento alle forme dialettali e al loro rapporto con la lingua nazionale, a cui si affianca una vena di umoristico leggero. Tra le sue opere successive si ricordano I piccoli maestri (1964), Pomo Pero (1974), Fiori italiani (1976), Bausète (1988).[10]

Paolo Volponi[modifica]

Nato a Urbino il 6 febbraio 1924 e morto ad Ancona il 23 agosto 1994, Paolo Volponi lavorò dal 1950 in un ente di assistenza sociale e, dal 1956, alla Olivetti di Ivrea come direttore dei servizi sociali. Dal 1966 al 1971 fu quindi direttore delle relazioni sociali dell'intera azienda. Consulente della FIAT dal 1972, nel 1975 fu nominato segretario della Fondazione Agnelli, ruolo che dovette lasciare nel 1983 in seguito ad alcune dichiarazioni in favore del Partito Comunista Italiano. Eletto senatore come indipendente nelle liste del PCI nel 1983, è poi passato a Rifondazione Comunista nel 1991.[11]

Dopo essersi inizialmente dedicato alla poesia (Il ramarro, 1948; L'antica moneta, 1955; Le porte dell'Appennino, 1690; Foglia mortale, 1974), si dedicò alla narrativa a partire dalla fine degli anni cinquanta. Il primo romanzo che pubblicò, Memoriale (1962), parla della realtà industriale manifestando il distacco dagli schemi del neorealismo. Il libro racconta dell'operaio Albino Saluggia e del suo rapporto con la realtà della fabbrica, vista attraverso le sue manie di persecuzione.[12] In La macchina mondiale (1965) il contadino Anteo Cronioni, risalendo ad antiche utopie, parla delle proprie teorie pseudoscientifiche secondo cui il mondo è una grande macchina e gli uomini si possono perfezionare con il lavoro. Corporale (1974) mette in scena un terzo personaggio folle, l'intellettuale Gerolamo Aspri, a cui si affianca una miriade di altri personaggi, che vengono inventati dal protagonista e che creano nuovi punti di vista e possibilità di conoscenza. Come scrive Ferroni, si tratta di un'opera aperta e proliferante, in cui si mescolano registri stilistici differenti.[13]

A Corporale seguiranno Il sipario ducale (1975), Il pianeta irritabile (1978), Il lanciatore di giavellotto (1981) e Le mosche del capitale (1989), preceduto dalla raccolta Con testo a fronte (1986), La strada per Roma (1991). Mano a mano le speranze utopiche di Volponi si sgretolano, e il suo sguardo verso la realtà diventa più negativo. Le mosche del capitale, in particolare, racconta di un dirigente d'azienda illuminato i cui progetti saranno schiacciati dalle logiche del potere aziendale: la storia ha evidenti riferimenti autobiografici, ma allo stesso tempo è un'allegoria del fallimento della società moderna.[14]

Note[modifica]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1109.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1109-1112.
  3. 3,0 3,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1112.
  4. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1123-1124.
  5. 5,0 5,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1121.
  6. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1122.
  7. 7,0 7,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1123.
  8. 8,0 8,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1124.
  9. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1124-1125.
  10. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1125.
  11. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1132.
  12. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di storia della letteratura, Einaudi, Paravia, 2002, p. 234.
  13. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, pp. 1132-1133.
  14. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1133.

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