Pensiero economico della scolastica

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
Jump to navigation Jump to search

Storia del pensiero economico > Pensiero economico della scolastica

La Scolastica


lezione
Pensiero economico della scolastica
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia del pensiero economico


La dottrina della scolastica si inserisce nella società medievale del dominio ecclesiastico, degli usi, delle consuetudini e delle tradizioni anche e soprattutto religiose. In questo contesto è naturale che questa dottrina sia solo superficialmente teoria dell'economia, essendo in realtà molto influenzata da ragioni politiche, come vedremo.

Similmente alle società antiche, ma per molti aspetti di molto accentuata, l'autarchia e l'autoconsumo caratterizzava la struttura economica della società medievale. Esplosi i grandi imperi dell'antichità in miriade di feudi più o meno autonomi, le classi sociali che componevano le comunità risultavano legate non dal mercato (dagli scambi), ma dalle usanze, tradizioni, imperativi morali, legami di servaggio e associativi; i rapporti di scambio con l'esterno di questi sistemi politici chiusi erano sporadici, o comunque di importanza secondaria rispetto a quelli interni. Ma i progressi tecnologici e l'emergere del modo di produzione capitalistico, ancora in fase embrionale, erosero le fondamenta stesse della società feudale.

Si rese necessario, dunque, adattare la religione e i suoi precetti con le nuove necessità dell'emergente società di mercato[1]. San Tommaso d'Aquino si adoperò in questo senso, modificando la dottrina accettando alcuni aspetti della vita economica emergente. In particolare, riprese il concetto aristotelico di proprietà privata e lo rielaborò per sostenere che la proprietà privata non era contraria alla religione, essendo si la proprietà comune la forma di proprietà naturale, ma accettando quella privata come forma di proprietà "aggiuntiva". Egli accettava anche una diseguaglianza nella distribuzione del reddito e predicava la povertà (estraneità agli affari) per i religiosi, in analogia con la concezione platonica di distacco per i filosofi e soldati dalle questioni materiali. Vedeva anche favorevolmente l'intervento dello Stato nell'economia.

San Tommaso affronta anche la questione del profitto: i profitti sono giusti se, e solo se, l'attività economica dal quale scaturiscono provoca vantaggi anche per il compratore e la società nel suo complesso. In altri termini, è ingiusto il profitto di un'attività la quale provoca la ricchezza di qualcuno a spese di qualcun altro. Il suo concetto poi di giusto prezzo non è definito e l'interpretazione più affermata è quella che l'attribuisce semplicemente al prezzo di mercato, il prezzo prevalente.

In conseguenza alla sua teoria del giusto profitto, l'usura dovette essere considerata immorale perché ritenuta un'attività di appropriazione indebita di denaro, strozzinaggio. In seguito, però, la posizione di San Tommaso si ammorbidì, tollerando l'usura (quella che noi oggi definiremmo prestito bancario) per scopi commerciale ed economici, continuando però a condannarla per l'attività di strozzinaggio puro (quella che correntemente chiamiamo usura).

Ma nonostante gli sforzi per adeguare la moralità (legge) religiosa alla società emergente, la teoria economica del capitalismo doveva liberarsi d'ogni ostacolo che fosse retaggio di un passato ormai in putrescenza. A quel punto, gli stessi protagonisti della capitalismo in fasce si prendono carico di scriversele da loro le loro conoscenze e raccomandazioni di politica economica: fu l'ora dei mercanti e del mercantilismo.

Note[modifica]

  1. Landreth-Colander, Storia del pensiero economico, pag. 56