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Nascita della storiografia letteraria (superiori)

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Nascita della storiografia letteraria (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 3
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 75%

Durante il Risorgimento si sviluppa e afferma in Italia, come attività autonoma e dotata di una propria dignità, la critica letteraria. Il processo era iniziato già nella seconda metà del Settecento, grazie a un insieme di fattori: l'interesse illuministico per la letteratura, la riscoperta di Dante e Shakespeare, l'incontro con le letterature nordiche. È però con il Romanticismo e con la sua concezione della poesia che l'orizzonte letterario si amplia a una «letteratura mondiale». La letteratura inizia a essere considerata come espressione della società, che come tale deve essere studiata in relazione all'ambiente e alla storia. A questo si accompagna l'idea che a caratterizzare l'opera d'arte non sia la perfezione formale, bensì il genio che la produce.[1] Il più importante interprete di queste concezioni sarà Francesco De Sanctis, autore di una Storia della letteratura italiana che ancora oggi è considerata un punto di riferimento per storici e critici.

Le prime storie della letteratura italiana

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I primi esempi di storie della letteratura si sviluppano nel Settecento a opera di eruditi che si impegnano a individuare linee di sviluppo e a raccogliere dati concreti, come biografie e notizie storiche sugli autori e i periodi. Tra le prime opere di questo tipo ci sono Della storia e della ragione di ogni poesia (1739-'53) di Francesco Saverio Quadrio (1695-1756), il dizionario biografico incompiuto Gli scrittori d'Italia (1753-'63) di Giammaria Mazzucchelli (1707-1765), Dell'origine, de' progressi e dello stato attuale d'ogni letteratura (1782-'99) di Giovanni Andrés (1740-1817). La più importante tuttavia è la Storia della letteratura italiana di Girolamo Tiraboschi, che viene tuttora utilizzata dagli studiosi.[2]

Girolamo Tiraboschi

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Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Girolamo Tiraboschi.
Girolamo Tiraboschi

Nato a Bergamo il 18 dicembre 1731 e morto a Modena il 3 giugno 1794, Tiraboschi entrò ancora quindicenne nella Compagnia di Gesù. Compì gli studi a Milano, fino a diventare professore di eloquenza presso l'università dei gesuiti di Brera. In questa veste, patrocinato dal governo austriaco, lavorò al rifacimento del Vocabolario latino-italiano di Carlo Mandosio e compose varie orazioni in italiano e latino, che gli valsero una certa fama anche fuori dalla Lombardia. Nel 1770 fu chiamato a Modena dal duca Francesco III d’Este per diventare direttore della Biblioteca Estense. Contemporaneamente, iniziò la stesura della Storia della letteratura italiana, che richiese undici anni di lavoro. Scrisse inoltre una Vita di santa Olimpia, una Lettera intorno al saggio storico-apologetico del Lampillas, la Vita di Fulvio Testi, la Biblioteca Modenese, la Storia della celebre abbazia di Nonantola e le Memorie storiche modenesi. Mantenne la carica di bibliotecario anche dopo lo scioglimento della Compagnia di Gesù nel 1773, e fino alla morte.[3]

La Storia della letteratura italiana di Tiraboschi fu pubblicata per la prima volta a Modena tra il 1772 e il 1782. A questa edizione in 14 volumi seguì, tra il 1787 e 1794, una seconda accresciuta, composta da 16 volumi che coprivano un arco cronologico estremamente ampio, dagli Etruschi agli scrittori contemporanei all'autore. Con l'aggettivo "italiana" applicato alla sua opera, Tiraboschi intendeva genericamente la produzione letteraria sviluppata sulla penisola. Scrive infatti nella prefazione:

«Ella è la Storia della Letteratura Italiana, non la Storia de’ Letterati Italiani, ch’io prendo a scrivere. Quindi mal si apporrebbe chi giudicasse, che di tutti gl’Italiani Scrittori, e di tutte l’Opere loro io dovesse qui ragionare, e darne estratti, e rammentarne le diverse edizioni. [...] Ella è dunque, il ripeto, la Storia della Letteratura Italiana, ch’io mi son prefisso di scrivere; cioè la Storia dell’origine e de’ progressi delle Scienze tutte in Italia. Perciò io verrò svolgendo, quali prima delle altre, e per qual modo cominciassero a fiorire, come si andassero propagando, e giugnessero a maggior perfezione, quali incontrassero o liete o sinistre vicende, chi fosser coloro, che in esse salissero a maggior fama.[4]»

L'autore si pone quindi come obiettivo la trattazione, in ordine cronologico, di tutte le discipline - quindi non solo le belle lettere, ma anche la medicina, la musica e le scienze. La sua opera si caratterizza per la ricchezza e la precisione delle notizie riportate, mentre dimostra scarso interesse per gli aspetti estetici e stilistici, considerati secondari.[5]

La critica in età romantica

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All'inizio dell'Ottocento risalgono i primi esempi di critica letteraria impostata secondo gli ideali romantici. Questi sono evidenti in vari articoli del Conciliatore, nei testi scritti da Manzoni su Shakespeare, Racine e Corneille, o in quelli di Giovita Scalvini sui Promessi sposi, Foscolo e Goethe. Particolare importanza avranno gli scritti critici di [[../Ugo Foscolo|Ugo Foscolo]], che cercò di identificare con precisione i rapporti tra opera, autore e periodo storico. Nei suoi studi su Dante e Petrarca fissò inoltre alcuni princìpi, come l'attenzione per la psicologia del poeta e la distinzione tra poeta (cioè chi si sofferma sulla ricchezza dell'interiorità) e artista (chi invece si dedica alla perfezione formale). Tra le opere più importanti dell'epoca bisogna ricordare anche quelle di Giuseppe Mazzini, che scrisse sul Romanticismo, su Goethe e sulla musica,[6] e di Carlo Tenca, che si dedicò alla battaglia per il rinnovamento della letteratura italiana e studiò a fondo la produzione popolare.[7]

Contemporaneamente, nella prima metà dell'Ottocento si registrano i primi tentativi di scrivere storie della letteratura che non fossero semplici raccolte di notizie e fatti, ma svolgessero una ricerca organica dell'attività letteraria in relazione ai mutamenti in corso nella società. Questa tendenza è ravvisabile in opere come la Storia della letteratura italiana (1825) di Giuseppe Maffei (1777-1858), poi rivista da Pietro Thouar nel 1853, la Storia delle Belle Lettere in Italia (1844) di Paolo Emiliani Giudici (1812-1872), la Storia della letteratura italiana (1865) di Cesare Cantù (1804-1895), le Lezioni di letteratura (1868-1870) di Luigi Settembrini (1813-1876); a queste si può aggiungere il Primato morale e civile degli italiani (1843) di Vincenzo Gioberti (1801-1852).[8]

Francesco De Sanctis

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Francesco De Sanctis

Con Francesco De Sanctis la critica romantica verrà portata alle estreme conseguenze, che egli sviluppò in maniera originale le istanze del Romanticismo europeo accogliendo anche elementi proveniente dalla cultura post-romantica.[9]

La vita

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Francesco Saverio De Sanctis nasce a Morra Irpinia nel 1817, da una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Il padre era dottore in diritto e due zii paterni, uno sacerdote e l'altro medico, vennero esiliati per aver preso parte ai moti carbonari del 1820-1821. Nel 1826 lascia la provincia per recarsi a Napoli, dove frequenta il ginnasio privato di uno zio paterno, Carlo Maria De Sanctis. Nel 1831 passa ai corsi liceali dapprima presso la scuola dell'abate Lorenzo Fazzini dove compie le prime letture filosofiche e nel 1833 presso quella dell'abate Garzia. Completati gli studi liceali, intraprende gli studi giuridici, presto però trascurati per seguire, già dal 1836, la scuola del purista Basilio Puoti sul Trecento e sul Cinquecento. Le lezioni erano tenute dal marchese gratuitamente presso il suo palazzo, dove De Sanctis avrà modo di conoscere Leopardi e dove avviene la sua vera formazione.

Trascorso un breve soggiorno a Morra, De Sanctis ritorna a Napoli dove, per interessamento dello stesso Puoti, viene nominato professore alla scuola militare preparatoria di Carbonara (1839-1841) e in seguito al Collegio militare della Nunziatella (1841-1848). Contemporaneamente tiene in una sala del Vico Bisi, per gli allievi del Puoti, corsi privati di grammatica e letteratura. Alcuni dei suoi allievi diventeranno tra i più bei nomi della cultura italiana: i meridionalisti Giustino Fortunato e Pasquale Villari, il filosofo Angelo Camillo De Meis, il giurista Diomede Marvasi, il pittore Giacomo Di Chirico, il letterato Francesco Torraca e il poeta Luigi La Vista. Le lezioni di quella che fu chiamata la "prima scuola napoletana" (1838/39-1848) furono raccolte ed edite solamente nel 1926 da Benedetto Croce con il titolo "Teoria e storia della letteratura".

Alla Nunziatella De Sanctis inizia a trattare problematiche di carattere letterario, estetico, stilistico, linguistico, storico e di filosofia della storia prendendo le distanze dal purismo di Puoti dopo aver scoperto alcuni testi dell'Illuminismo francese (d'Alembert, Diderot, Hélvetius, Montesquieu, Rousseau e Voltaire) e di quello italiano (Beccaria, Cesarotti, Filangieri, Genovesi, Pagano). Passa così da una prima fase intrisa di sensibilità romantica e leopardiana, di forte polemica anti-illuministica e di convinta adesione a un programma cattolico-liberale, giobertiano, di restaurazione civile e morale, a una seconda fase, nella quale ebbero grande parte la lettura di Hegel e le esperienze drammatiche del 1848.

Nel maggio del 1848 come membro dell'associazione "Unità d'Italia" diretta dal Settembrini, partecipa con alcuni dei suoi allievi ai moti insurrezionali e in seguito a questa sua iniziativa, nel novembre del 1848 viene sospeso dall'insegnamento. Nel novembre dello stesso anno egli preferì allontanarsi da Napoli, recandosi a Cosenza dove aveva accettato un incarico di precettore. Qui scrive i suoi primi "Saggi critici", cioè le prefazioni all'Epistolario leopardiano e alle Opere drammatiche di Schiller, ma nel 1850 viene arrestato e recluso a Napoli dove rimane fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riesce a fermarsi a Malta e quindi a rifugiarsi a Torino. Durante la prigionia si diede allo studio approfondito di Hegel compiendo lo sforzo di apprendere il tedesco e compiere così la traduzione del Manuale di una storia generale della poesia e della Logica di Hegel oltre a cercare di approfondire i motivi mazziniani della propria ideologia, come testimonia il carme in endecasillabi con auto-commento intitolato La prigione. Dal carcere uscì indubbiamente un De Sanctis diverso al quale la realtà aveva distrutto le illusioni e al pessimismo e misticismo giovanile era subentrata una moralità più eroica e alfieriana e che, grazie alla lettura di Hegel, aveva maturato una diversa concezione del divenire della storia e della struttura dialettica della realtà.

Francesco De Sanctis nel periodo zurighese (1856-1859)

A Torino, la cultura moderata gli negò una cattedra ma riuscì comunque a svolgere un'intensa attività letteraria. Trovò un incarico di insegnante presso una scuola privata femminile dove insegnò lingua italiana, diede lezioni private, collaborò a vari giornali dell'epoca come "Il Cimento" divenuta in seguito "Rivista Contemporanea", "Lo Spettatore", "Il Piemonte", "Il Diritto" e iniziò a tenere conferenze e lezioni tra le quali quelle famose su Dante che, per la loro originale impostazione e per l'analisi storica e poetica, gli fecero ottenere, nel 1856, una cattedra di letteratura italiana presso il Politecnico federale di Zurigo. Insegna nella città elvetica dal 1856 al 1860, tenendo lezioni su Dante, sui poemi cavallereschi italiani e su Petrarca. Zurigo, che in quegli anni era sede di grande confronto intellettuale, dà a De Sanctis l'occasione di elaborare meglio il proprio metodo critico e di raccogliere il materiale documentario, tra cui le conferenze petrarchesche del 1858-1859 che saranno la base del saggio pubblicato nel 1869 a Napoli dall'editore Morano.

Intanto, con la costituzione del Regno d'Italia, De Sanctis poté tornare in patria dove portò avanti, contemporaneamente alla sempre fervida attività letteraria, anche l'attività politica. Nel 1860 conobbe Giuseppe Mazzini e, dopo aver interrotto il ciclo di lezioni sulla poesia cavalleresca, sottoscrive il manifesto del Partito d'Azione per caldeggiare l'unificazione e per combattere le idee estremiste dei repubblicani. Da quel momento si immerse di slancio nella nuova realtà politica italiana ritrovando nell'azione la possibilità di rendere concreto l'ideale appreso da Machiavelli, Hegel e Manzoni e cioè quello dell'uomo totalmente impegnato nella realtà. In seguito alla conquista di Garibaldi, De Sanctis viene nominato governatore della provincia di Avellino e per un brevissimo periodo fu ministro nel governo Pallavicino collaborando per il rinnovamento del corpo accademico napoletano. Nel 1861 viene eletto deputato al parlamento nazionale, aderendo alla prospettiva di una collaborazione liberal-democratica, e accetta il ministero della Pubblica Istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli, per cercare di attuare la difficile opera di fusione tra le amministrazioni scolastiche degli antichi Stati. Nel 1862 passa però all'opposizione e in collaborazione con il Settembrini, promosse una "Associazione unitaria costituzionale" di sinistra moderata, che ebbe come voce il quotidiano "Italia" diretto dallo stesso De Sanctis dal 1863 al 1865.

Il fallimento delle elezioni del 1865 coincide con il ritorno del De Sanctis a un grande impegno di studi concentrato sulla struttura di una storiografia letteraria che fosse di respiro nazionale, questione che affronterà nei saggi sulle "Storie" letterarie del Cantù in Rendiconti della R. Accademia di Scienze morali e politiche di Napoli del 1865, e sul Settembrini, Settembrini e i suoi critici, in Nuova Antologia, marzo 1869. Nel frattempo stava già lavorando a una Storia della letteratura italiana che, nata come testo scolastico, si sviluppa assai presto in un'opera di ampia e complessa portata.

Dal 1872 De Sanctis insegna letteratura comparata presso l'università di Napoli. In quegli anni tiene corsi su Manzoni (1872), la scuola cattolico-liberale (1872-1874), la scuola democratica (1873-1874), Leopardi (1875-1876). Questi scritti, che svolgono tutti quei temi di letteratura contemporanea che nella storia della letteratura non ebbero spazio per esigenze editoriali, furono raccolti da Francesco Torraca e solo in parte rivisti dal De Sanctis.

Nel 1876, prevalendo la Sinistra, De Sanctis si dimete da professore e accetta da Benedetto Cairoli un nuovo incarico ministeriale (1878-1880) mentre il suo interesse critico si rivolgeva al Naturalismo francese, come testimonia lo Emilio Zola che appare a puntate sul Roma nel 1878 e lo scritto Zola e l'assommoir" pubblicato nel 1879 a Milano. Ritornato a Napoli si dedica alla rielaborazione del materiale leopardiano, che sarà pubblicato postumo nel 1885 con il titolo Studio su G. Leopardi, e alla dettatura di ricordi autobiografici che arrivano fino al 1844, pubblicati da Villari nel 1889 con il titolo La giovinezza: frammento autobiografico. Colpito da una grave malattia agli occhi, De Sanctis muore a Napoli nel 1883.

La Storia della letteratura italiana

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La Storia della letteratura italiana è il capolavoro critico di De Sanctis. In essa l'autore ricostruisce in modo mirabile lo sfondo storico critico-civile dal quale nacquero i capolavori della letteratura italiana. L'opera fu concepita inizialmente come manuale destinato i licei, per il quale l'autore firmò un contratto con l'editore Morano nel 1867. Con lo sviluppo, tuttavia, si accrebbe notevolmente. La storia della letteratura italiana è raccontata con toni colloquiali e un coinvolgente ritmo narrativo, come se fosse un romanzo in cui i protagonisti sono gli autori e le opere. In essa è però possibile riconoscere anche una grande sintesi tra esperienza politica, letteraria, educativa e storica, che porta all'estremo i valori della letteratura risorgimentale ed evidenzia una fiducia nella letteratura come esperienza umana integrale.[10]

Le altre opere

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Tra gli studi del De Sanctis spicca il Saggio critico sul Petrarca del 1869 mentre tra i lavori inclusi nei Saggi critici del 1866 e nei Nuovi Saggi critici del 1869 meritano di essere menzionati quelli su episodi della Divina Commedia, su L'uomo del Guicciardini, su Schopenhauer e Leopardi oltre darwinismo nell'arte e quelli su Emilio Zola. Da ricordare ancora è il discorso La scienza e la vita del 1872 nel quale egli, sostenendo la necessità di non separare la scienza dalla vita, prese posizione nei riguardi dell'allora dilagante positivismo. Scrittore vivace e singolare in una "prosa parlata che ha la spontaneità del discorso vivo", il De Sanctis si rivela un piacevole narratore nel frammento autobiografico La giovinezza del 1889 e nelle quindici lettere che costituiscono il resoconto di Un viaggio elettorale scritto nel 1876.

Pensiero e metodo

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In un periodo in cui l'entusiasmo per lo storicismo idealistico era scomparso e la critica, sia europea sia italiana, si orientava verso la ricerca filologico-erudita, si trovano nel pensiero di De Sanctis i motivi più significativi e vitali della cultura romantica. Egli stabilì nella sua Storia della letteratura italiana il legame tra il contenuto e la forma con lo scopo di ricostruire quel mondo culturale e morale dal quale sarebbero nate in seguito le grandi opere. Considera l'arte come il "vivente", cioè la "forma", ritenendo che tra forma e contenuto non esista dissociazione perché esse sono l'una nell'altra. Nelle pagine di De Sanctis vi è una felice vena di scrittore. Egli infatti scrive con una prosa antiletteraria, fervida e mirabile per l'immediatezza dl pensiero. Il pensiero del De Sanctis venne contrastato dal positivismo della scuola storica. Sarà solamente con Croce che avrà inizio la rivalutazione del pensiero desanctisiano che troverà, attraverso Gramsci, importanti sviluppi nella critica di ispirazione marxista.

Il metodo della critica desanctisiana nasce, oltre che da una geniale elaborazione intellettuale, da una forte esigenza di intraprendere una battaglia culturale. La critica di De Sanctis fu quindi una critica militante, il tentativo di superare per sempre il distacco tra l'artista e l'uomo, tra la cultura e la vita nazionale, tra la scienza e la vita. Lo scrittore non è mai per De Sanctis un uomo isolato e chiuso in sé stesso, ma inquadrato nel contesto che lo circonda, cioè la sua civiltà e la sua cultura.

Note

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  1. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1970, p. 705-706.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 2001, p. 465.
  3. Voce: Tiraboschi, Gerolamo su Treccani.it
  4. Girolamo Tiraboschi, Prefazione alla prima edizione della Storia della letteratura italiana
  5. Voce: Tirabòschi, Gerolamo su Treccani.it
  6. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1970, p. 706.
  7. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1970, p. 707.
  8. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1970, p. 707-708.
  9. Giuseppe Petronio, L'attività letteraria in Italia, Palumbo, Palermo, 1970, p. 709.
  10. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Einaudi, Torino, 2001, p. 735-738.