Vai al contenuto

Lettere e scritti autobiografici leopardiani (superiori)

Da Wikiversità, l'apprendimento libero.
lezione
lezione
Lettere e scritti autobiografici leopardiani (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%

Di Leopardi ci resta un consistente numero di lettere. Tali lettere, contrariamente alla consuetudine dei grandi letterati italiani (ad esempio il Petrarca), non sono state scritte in vista di una futura pubblicazione; ciononostante, in molti casi sono testi di grande bellezza e intensità.

Le lettere al Giordani

[modifica]

Tra le missive più significative occorre annoverare quelle dirette a Pietro Giordani a partire dal 1817. Leopardi, allora diciannovenne e in sommo grado insofferente all'anaffettività, alla mancanza di comunicazione, alla grettezza e all'ottusità del suo ambiente familiare e alla chiusura della realtà provinciale di Recanati, trovò in lui un ideale sostituto della figura paterna (Leopardi era di ventiquattro anni più giovane di lui), oltre che un amico e una guida intellettuale. Leopardi gli parla spesso, oltre che dei tormenti del proprio animo, anche delle sue idee e dei suoi progetti letterari, ricevendone consigli e incoraggiamenti che lo aiutarono a sopportare la solitudine e l'isolamento.

Riportiamo qui la lettera di Leopardi a Giordani datata 19 novembre 1819, che riflette lo stato di prostrazione seguito al tentativo di fuga da Recanati nel luglio di quell'anno:

«Sono così stordito dal niente che mi circonda, che non so come abbia forza di prender la penna per rispondere alla tua del primo. Se in questo momento impazzissi, io credo che la mia pazzia sarebbe di seder sempre cogli occhi attoniti, colla bocca aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere, né muovermi altro che per forza dal luogo dove mi trovassi. Non ho più lena di concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perch'io non la tema in nessun conto, ma non vedo più divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell'animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch'è un niente anche la mia disperazione. Gli studi che tu mi solleciti amorosamente a continuare, non so da otto mesi in poi che cosa sieno, trovandomi i nervi degli occhi e della testa indeboliti in maniera, che non posso non solamente leggere né prestare attenzione a chi mi legga checché si voglia, ma fissar la mente in nessun pensiero di molto o poco rilievo.»

(dalle Lettere)

Questa lettera è l'esempio più eloquente di come la sofferenza fisica e psichica non sia la causa interna del pessimismo leopardiano (come più d'una interpretazione ha voluto, da Tommaseo a Croce), ma solo lo stimolo esterno a grandi riflessioni filosofiche, l'occasione per la presa di coscienz di verità fondamentali. Il motivo del nulla appare qui collegato al motivo della noia. Questa pronunciata percezione del nulla segna il passaggio, nel 1819, dalle illusioni giovanili al "vero", dalla poesia alla riflessione filosofica, dall'antichità permeata di generose illusioni alla modernità consapevole del nulla e della inevitabile infelicità umana.

Qui di seguito, poi, dalla lettera del 6 marzo 1820:

«[...]Sto anch'io sospirando caldamente la bella primavera come l'unica speranza di medicina che rimanga allo sfinimento dell'animo mio; e poche sere addietro, prima di coricarmi, aperta la finestra della mia stanza, e vedendo un cielo puro e un bel raggio di luna, e sentendo un'aria tepida e certi cani che abbaiavano da lontano, mi si svegliarono alcune immagini antiche, e mi parve di sentire un moto nel cuore, onde mi posi a gridare come un forsennato, domandando misericordia alla natura, la cui voce mi pareva di udire dopo tanto tempo. E in quel momento dando uno sguardo alla mia condizione passata, alla quale ero certo di ritornare subito dopo, com'è seguito, m'agghiacciai dallo spavento, non arrivando a comprendere come si possa tollerare la vita senza illusioni e affetti vivi, e senza immaginazione ed entusiasmo, delle quali cose un anno addietro si componeva tutto il mio tempo, e mi faceano così beato non ostante i miei travagli. Ora sono stecchito e inaridito come una canna secca, e nessuna passione trova più l'entrata di questa povera anima, e la stessa onnipotenza eterna e sovrana dell'amore è annullata a rispetto mio nell'età in cui mi trovo. Intanto io ti fo questi racconti che non farei a verun altro, in quanto mi rendo certo che non gli avrai per romanzeschi, sapendo com'io detesti sopra ogni cosa la maledetta affettazione corruttrice di tutto il bello di questo mondo, e che tu sei la sola persona che mi possa intendere, e perciò non potendo con altri, discorro con te di questi miei sentimenti, che per la prima volta non chiamo vani. Perché questa è la miserabile condizione dell'uomo, e il barbaro insegnamento della ragione, che i piaceri e i dolori umani essendo meri inganni, quel travaglio che deriva dalla certezza della nullità delle cose, sia sempre e solamente giusto e vero. E se bene regolando tutta quanta la nostra vita secondo il sentimento di questa nullità, finirebbe il mondo e giustamente saremmo chiamati pazzi, a ogni modo è formalmente certo che questa sarebbe una pazzia ragionevole per ogni verso, anzi che a petto suo tutte le saviezze sarebbero pazzie, giacché tutto a questo mondo si fa per la semplice e continua dimenticanza di quella verità universale, che tutto è nulla. Queste considerazioni io vorrei che facessero arrossire quei poveri filosofastri che si consolano dello smisurato accrescimento della ragione, e pensano che la felicità umana sia riposta nella cognizione del vero, quando non c'è altro vero che il nulla, e questo pensiero, ed averlo continuamente nell'animo, come la ragion vorrebbe, ci dee condurre necessariamente e dirittamente a quella disposizione che ho detto, la quale sarebbe pazzia secondo la natura, e saviezza assoluta e perfetta secondo la ragione.»

(dalle Lettere)

Questa lettera è collegata ai temi della precedente: per un solo istante un'impressione viva riesce a ridestare il poeta dalla sua prostrazione d'animo e lo riconsegna alla sua propria facoltà di sentire e d'immaginare. Ma dura, appunto, solo un istante: subito dopo egli è risprofondato nel nulla e nella coscienza di esso, nell'aridità totale. La sensazione è causata dalla vista di un notturno lunare, immagine elencata da Leopardi come portatrice del sentimento del "vago e indefinito". È anche evidente la contrapposizione natura-ragione, propria di questa fase del pensiero leopardiano. La natura ispira quelle "illusioni e affetti vivi", senza i quali la vita è indegna d'esser vissuta. C'è però il "barbaro insegnamento della ragione" a riportare l'animo alla coscienza del nulla, della vanità delle illusioni, degli affetti, di tutto. La ragione annichilisce l'azione: la vita attiva può essere condotta solo dimenticando il vero. Leopardi ha in realtà una concezione piena ed energica della vita, e l'ansia verso questa vita, perennemente delusa, lo induce alla lucida e disperata contemplazione del nulla.

Le lettere familiari

[modifica]

Tra i corrispondenti di Leopardi figurano poi i parenti. Al fratello Carlo, cui lo lega un rapporto di profonda complicità, ama raccontare le proprie esperienze spesso in toni ironici e scherzosi; alla sorella Paolina, vista quasi come un suo alter ego al femminile, confida le proprie vicende più intime.

Ad esempio il 25 febbraio 1828, da Pisa, scrive:

«Ho qui in Pisa una certa strada deliziosa, che io chiamo Via delle Rimembranze: là vo a passeggiare quando voglio sognare a occhi aperti. Vi assicuro che in materia di immaginazioni, mi pare di essere tornato al mio buon tempo antico.»

(dalle Lettere)

E poi, il 2 maggio 1828, sempre da Pisa:

«Dopo due anni, ho fatto dei versi quest'Aprile; ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore d'una volta.»

È qui l'annuncio del "risorgimento" della giovanile facoltà di sentire e immaginare, attraverso il recupero del passato mediante la memoria, da cui scaturiranno i componimenti più alti, i "grandi idilli" scritti col "cuore d'una volta", come A Silvia.

Dalle lettere al padre traspare invece una difficoltà di rapporto, la misura piena dell'incolmabile distanza personale, culturale e ideologica tra padre e figlio. La deferenza formale che Leopardi mostra in queste missive un bisogno non soddisfatto di affetto e calore umano.

Le lettere a personalità della cultura

[modifica]

Oltre che ai familiari e a giordani, Leopardi scrive lettere anche a personalità di spicco della cultura dell'epoca, quali furono letterati come Gian Pietro Viesseux o Vincenzo Monti e filologi come lo svizzero Louis de Sinner. Tuttavia, egli esclude da queste lettere l'esposizione di teorie filosofiche e letterarie, preferendo riservarle agli appunti dello Zibaldone o agli scritti espressamente pensati per la pubblicazione.

Il romanzo autobiografico

[modifica]

Sul modello del Werther di Goethe e dell' Ortis di Foscolo, nel 1819 Leopardi concepì il disegno di un romanzo autobiografico, un'autobiografia per interposta persona che pensava di intitolare Storia di un'anima o Vita di Silvio Sarno. Il primo titolo tradisce un'estrema modernità del progetto: infatti indica come il romanzo non si sarebbe dovuto incentrare su fatti esteriori, ma solo sullo sviluppo di una vicenda personale ed intima. A tale scopo lo scrittore accumulò vari appunti, in cui aveva annotato disordinatamente ricordi, immagini e suggestioni dell'infanzia e dell'adolescenza. Sono pagine interessanti perché vi sono presenti, in germe, molti temi che verranno poi sviluppati in poesia e perché tali ricordi sono annotati quasi senza mediazione letteraria, come se la penna seguisse direttamente i pensieri, come un'anticipazione della tecnica che si chiamerà stream of consciousness. Fitti sono i riferimenti alla musica (per Leopardi i suoni evocano l'illusione dell'infinito), come emerge ad esempio dal riferimento al canto delle figlie del cocchiere o al canto di Circe nel VII dell'Eneide (lontana ispirazione per A Silvia); il ricordo del suono dell'orologio della torre anticipa poi le Ricordanze; inoltre la meditazione sul nulla è preludio sia alla seconda parte dell' Infinito, sia alla conclusione della Sera del dì di festa.