L'Unificazione Italiana (superiori)

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lezione
L'Unificazione Italiana (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Storia per le superiori 3
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Tappe dell'Unità Italiana.jpg

L'Italia dopo il 1848-49[modifica]

Mappa animata dell'Italia dal 1829 al 1871

Tra il 1849 e il 1860 si intensificò l'azione dei liberali moderati e dei democratici verso gli obiettivi dell'indipendenza e dell'unità nazionale. Due erano le correnti che concorsero ad essa. Da una parte il liberalismo piemontese guidato da Cavour che si muoveva verso l'indipendenza e l'allargamento del Regno di Sardegna al nord. Dall'altra il repubblicanesimo democratico di Mazzini che operò per l'Indipendenza e l'Unità. Le due parti arrivarono al punto di intrecciare le proprie strategie; a tirare le fila fu Cavour che quando si accorse che il sentimento nazionale, in condizioni internazionali anche favorevoli, decise che era arrivato il momento di spingere all'accordo entrambe le correnti per avviare le operazioni per l'indipendenza.

La situazione negli altri Stati Italiani dopo il 1849 varia da Stato a Stato. Dopo la repressione del 1849 l'Austria tenne fino al 1857 una linea di chiuso conservatorismo e di controllo militare e poliziesco. Nel Lombardo-Veneto si fece profonda la separazione tra le classi sociali e il governo. Nello Stato della Chiesa la reazione ebbe via libera, infatti Pio IX si propose come erede dello spirito reazionario di Gregorio XVI. Nel 1854 il Papa proclamò il dogma dell'Immacolata Concezione della Vergine, senza l'approvazione di un Concilio, sancendo il suo potere assoluto nella Chiesa. In Toscana Leopoldo II si mantenne alieno dalle punte più rigide della repressione ma il ritorno all'influenza austriaca segnò la sua rottura tra il governo e i liberali moderati. Nel Regno delle Due Sicilie Ferdinando II procedette a una reazione durissima, isolando completamente la monarchia dalla pubblica opinione intellettuale.

Il Regno di Sardegna divenne poco per volta il punto di riferimento del movimento liberale nazionale. In esso rimase in vigore lo Statuto Albertino del 1848. Firmata la pace di Milano con l'Austria il 6 agosto 1849, la Camera però la osteggiò dato che bisognava pagare un'onerosa indennità di guerra; in cambio l'Austria si impegnava a concedere l'amnistia agli emigrati di Lombardia e Veneto.

Il Re, che voleva un Parlamento più moderato, lo sciolse il 20 novembre e da Moncalieri con un proclama, redatto da Massimo d'Azeglio (1798-1866) esortò gli elettori a votare in senso moderato affinché ci fosse accordo tra Corona e Parlamento. La nuova Camera ebbe la maggioranza di due terzi dei liberali moderati.

Camillo Benso conte di Cavour

Il nuovo governo d'Azeglio dovette però fare i conti con la Chiesa a seguito della Riforma Siccardi, dal nome del Ministro della Giustizia e degli Affari ecclesiastici Giuseppe Siccardi (1802-57) che prevedeva la fine dei privilegi del foro ecclesiastico e del diritto d'asilo nelle chiese oltre che la necessità di autorizzazione da parte del governo per l'acquisto di beni e l'accettazione di donazione da parte di enti ecclesiastici.

D'Azeglio nel 1850 chiamò come Ministro dell'Agricoltura, del Commercio e della Marina Camillo Benso conte di Cavour. Egli, moderato, rappresentava la figura di aristocratico liberale aperto alle esigenze del progresso civile e sociale della borghesia moderna e divenne in breve tempo la figura cardine dell'unificazione italiana. Come ministro ottenne successi con trattati economici con le maggiori potenze europee come la Francia, la Gran Bretagna, il Belgio e l'Austria. Inoltre riorganizzò l'amministrazione finanziaria dello Stato. Ma la sua caratura fu notata soprattutto durante un acceso dibattito sulla libertà di stampa in occasione del quale si ebbe l'avvicinamento tra il centrodestra, guidato da Cavour, e il centrosinistra capeggiato da Urbano Rattazzi. Si creò così un accordo che escludeva la destra conservatrice e la sinistra estrema, connubio sia di idee sulle esigenze sociali della nuova borghesia sia sull'indipendenza dell'Italia. La crisi del Governo d'Azeglio su una legge sul matrimonio civile avversata da destre, clericali e re, fu la svolta per Cavour e il nuovo corso e nel novembre del 1852 Cavour divenne il nuovo Primo Ministro.

Mazzini e Cavour[modifica]

Giuseppe Mazzini

Mentre il liberalismo riuscì a prendere il potere in Piemonte, Mazzini riteneva che l'Italia dovesse riaprire la grande stagione rivoluzionaria internazionale e sarebbe stata da avanguardia per le future rivoluzioni in Ungheria, Germania e Polonia nel nome della "Santa Alleanza" tra Popoli. Mazzini quindi tra il 1850 e il 1852 riattivò una fitta rete clandestina di rivoluzionari, ma il piano ebbe il suo primo fallimento nell'Insurrezione di Milano scoppiata nel febbraio 1853, che portò a una brutale repressione. Inoltre a Belfiore furono impiccati quattro patrioti tra cui Tito Speri (1825-53), difensore di Brescia.

Ci fu così una crisi profonda e Mazzini fu accusato di avventurismo, ma egli reagì intensificando l'attivismo organizzativo e politico. Nel 1853 fondò il Partito d'Azione, volto all'unità e alla repubblica dell'Italia, con una forte base di cospirazione e lotta. Questo portò tuttavia a una scissione della stessa corrente mazziniana e della destra democratica che voleva sì l'unità, ma non a discapito della monarchia. Si arrivò così a un avvicinamento di questa destra al liberalismo di Cavour. Da sinistra la critica a Mazzini arrivava da Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane. Si fece sentire anche lo stesso Gioberti, che affermò come l'unità d'Italia si sarebbe ormai compiuta non attraverso una politica di neoguelfismo ma attraverso il Piemonte liberale e la monarchia.

Mentre il mazzinianesimo entrava in crisi, si facevano chiare invece le direttrici della politica di Cavour. In politica interna una tendenziale laicizzazione dello Stato e l'assorbimento delle tendenze moderate nell'ambito della politica governativa, reprimendo quelle democratico-repubblicane, sviluppo economico e consolidamento del libero scambio. In politica estera invece un avvicinamento alla Gran Bretagna e alla Francia, con una alleanza con la seconda, e opposizione all'Austria verso la creazione di un regno dell'Alta Italia.

Il governo Cavour dovette affrontare due questioni: la guerra in Crimea e lo scontro con la Chiesa a seguito delle leggi Siccardi. Sulla guerra in Crimea la Gran Bretagna e la Francia spinsero l'Austria ad intervenire contro la Russia insieme a loro, ma per rassicurarla che il Piemonte non ne approfittasse per attaccarla in Italia spinsero lo stesso Piemonte a intervenire in Crimea. Il Piemonte decise di intervenire e nel gennaio 1855 dichiarò guerra alla Russia. Il non intervento dell'Austria fece ottenere al Piemonte ulteriori vantaggi. I piemontesi parteciparono, con il generale Alfonso La Marmora (1804-78) alla battaglia del fiume Cernaia (16 agosto 1855) e poterono sedere a Parigi nel febbraio 1856 da vincitori. Il maggior successo fu la discussione a Parigi della situazione italiana. Cavour propose il Piemonte come unica sicurezza per l'Italia dato che da una parte l'Austria occupava impropriamente legazioni pontificie, dall'altra Ferdinando II, Re delle Due Sicilie, non sapeva amministrare il suo regno e lo esponeva al pericolo repubblicano.

In politica interna l'opposizione ad una legge, sostenuta da Cavour e Rattazzi, che prevedeva la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e il passaggio dei loro beni allo Stato, da parte della destra e dei clericali con il supporto di Papa Pio IX, fece ritirare la legge in cambio di un sostanzioso finanziamento allo Stato. Il governo si dimise ma, non potendo formare un altro governo, il Re dovette ne riconcedere a Cavour la formazione. La legge fu poi approvata e fu superata la "Crisi Calabiana" (dal nome del senatore Luigi Nazari di Calabiana, vescovo di Casale, che si oppose e offrì il contributo in cambio), e così la destra e il clero furono pesantemente sconfitti.

Altro successo per Cavour fu la formazione della Società nazionale ad opera del veneto Daniele Manin, il lombardo Giorgio Pallavicino e il siciliano Giuseppe La Farina, che aveva come obiettivo un organismo politico che perseguiva lo scopo dell'unità d'italia con il concorso sia dei democratici moderati che delle forze liberali, entrambe unite sotto l'accettazione della monarchia. Ad essa aderì anche Garibaldi }mentre il Partito d'Azione di Mazzini e Pisacane dopo il fallimento della loro spedizione di Sapri per far insorgere il Mezzogiorno.[non chiaro]

Tra il 1849 e il 1859 ci fu anche una crescita economica del regno sabaudo, soprattutto nel periodo cavouriano. Il tutto fu favorito sia dalla politica di scambio economico e sviluppo tecnologico liberale, sia perché il Piemonte fu la seconda patria di numerosi esuli italiani (tra i 20.000 e i 30.000): questo favorì anche lo sviluppo dei rapporti con gli intellettuali, che divennero la nuova classe dirigente dell'intera nazione. Furono ospitati uomini come il giurista Pasquale Stanislao Mancini, gli economisti Francesco Ferrara e Antonio Scialoja, i filosofi Terenzio Mamiani e Bertrando Spaventa, il critico letterario Francesco De Sanctis e il letterato Niccolò Tommaseo.

La Seconda Guerra d'Indipendenza[modifica]

Il 1857 fu centrale non solo per la nascita della Società nazionale e per il fallimento del Partito d'Azione, ma anche per il fallimento del connubio tra centro e sinistra e per il nuovo corso Austriaco in Lombardia. Le elezioni del novembre 1857 fecero avanzare la destra a danno dei moderati di Cavour. Cavour reagì bloccando alcune riforme senza modificare la maggioranza. Con l'Austria si ruppero le relazioni e proprio per far fronte a ciò gli austriaci tentarono di ammorbidire la politica in Italia cercando un rapporto con l'opposizione liberale moderata.

L'intensificarsi dei rapporti tra Francia e regno sabaudo furono determinati dall'attentato compiuto contro Napoleone III il 14 gennaio 1858 da Felice Orsini. L'imperatore si convinse che per evitare una rivoluzione in Italia era necessario sostituire l'influenza austriaca con quella francese e questo grazie al Regno Sabaudo. Fu raggiunto un accordo segreto a Plombières, il 20 luglio 1858. Con esso si stabilità che bisognava provocare la guerra con l'Austria, avendo cura che fosse un'aggressione della stessa al Piemonte. La Francia sarebbe intervenuta in difesa del Piemonte. Questo avrebbe dato il colpo di grazia ai democratici e ai repubblicani.

Napoleone III quindi tramite l'ambasciatore austriaco a Parigi fece pervenire il suo disappunto per il deterioramento dei rapporti tra Francia e Austria, mentre Vittorio Emanuele II si dichiarò non insensibile al "grido di dolore" che dall'Italia si levava verso il Piemonte. Tra il 24 e il 26 gennaio fu così stipulata l'alleanza. L'Austria, vedendo che il Regno di Sardegna armava i volontari e costituiva agli ordini di Garibaldi il corpo dei Cacciatori delle Alpi inviò un ultimatum (23 aprile) che consentì di far scattare l'alleanza. Il 26 aprile 1859 Cavour lo respinse e iniziò così la Seconda Guerra d'Indipendenza.

La Battaglia di Solferino

Napoleone III ebbe il comando supremo. Il 4 giugno, a Magenta, le truppe francesi sconfissero l'Austria. Gli Austriaci liberarono così la Lombardia. L'8 giugno Napoleone III e Vittorio Emanuele II entrarono a Milano. Il 24 giugno vi fu la decisiva Battaglia di Solferino dei francesi e di San Martino dei piemontesi dove gli austriaci furono duramente sconfitti. Anche Garibaldi ottenne dei risultati, seppur modesti. La vittoria fece insorgere la Toscana, la Romagna, le Marche, l'Umbria e i ducati, grazie alla Società Nazionale. Ma tali eventi fecero prendere una piega alla situazione che non era prevista e voluta da Napoleone III. La rivolta dello Stato della Chiesa fece insorgere in Francia i clericali. La Prussia, che non era favorevole ad indebolire l'Austria ed era contraria all'egemonia francese, minacciò di intervenire sul Reno contro la Francia. A questo punto Napoleone III da solo decise per l'armistizio (6 luglio 1859) e a Villafranca (11 luglio) fu formato un accordo che prevedeva la cessione della Lombardia alla Francia, che poi l'avrebbe ceduta al Piemonte (umiliandolo). Mantova e Peschiera restavano, però all'Austria mentre in Italia si sarebbe formata una confederazione di Stati guidati dal Papa.

Mentre Vittorio Emanuele II fu ben grado di accettare l'accordo Cavour capì che la sola Lombardia non era abbastanza per sedare la Società nazionale e i repubblicani e così il 13 luglio 1859 si dimise. Si formò il governo di Alfonso La Marmora e Urbano Rattazzi. I popoli del centro Italia però, sotto la spinta di Cavour, di Manfredo Fanti (1808-65) e di Garibaldi, organizzarono un esercito di difesa comune con l'intento di entrare nell'egida del Regno di Sardegna. Mazzini giudicò l'accordo di Villafranca un tradimento. Il suo intento era liberare il Centro Italia e compiere una spedizioni nel Mezzogiorno. Mazzini, prima di sfuggire all'arresto riparando in Svizzera, trattò segretamente con Vittorio Emanuele II cercando di spingerlo dalla parte della Rivoluzione Nazionale e della Guerra Insurrezionale Generale, ma il Re non assunse alcun impegno.

Gli accordi preliminari di Villafranca si trasformarono a Zurigo in accordi di pace firmati il 10 novembre 1859 senza che si fosse trovato un accordo per l'Italia centrale. Il 16 gennaio 1860 con la resistenza del Re ma il supporto di Francia e Gran Bretagna, Cavour torna al potere. La svolta fu segnata dal cambiamento di idee di Napoleone III, che ritenne non giusto sedare con la forza movimenti che anch'egli aveva contribuito a creare in Italia centrale. Segretamente fece circolare un opuscolo anonimo, Le Pape et le Congrès, con cui si diceva la necessità di ridurre notevolmente le dimensioni dello Stato della Chiesa. Così a seguito di plebisciti Cavour, l'11 e il 12 marzo 1860, annesse la Toscana, l'Emilia e i ducati. Il 15 aprile, come compenso all'alleata Francia, tramite plebiscito, le furono cedute la Nizza e la Savoia.

La Spedizione di Mille e l'Unificazione dell'Italia[modifica]

Giuseppe Garibaldi

Gli avvenimenti in Italia centrale avvennero mentre il Regno dei Borbone si avviava a una irreversibile crisi. A maggio del 1859 morì Ferdinando II. Il figlio, Francesco II (1859-60), retrivo e poco capace, non fece alcun tentativo di conciliarsi con i liberali moderati cercando di rinnovare lo Stato verso un senso liberale e parlamentare. Fu in questo frangente che Garibaldi si avvicinò al Partito d'Azione e si riprese a parlare del Mezzogiorno. Si ipotizzò così una spedizione che avesse come base la Sicilia, dove maggiori erano le spinte antiborboniche. Una gran parte nella preparazione ebbero gli esuli siciliani Francesco Crispi (1818-1901) e Rosolino Pilo (1820-60), entrambi mazziniani. Crispi si mosse soprattutto per far entrare a far parte della spedizione Garibaldi, che dubitava del successo della stessa ma alla fine si convinse a partire. Vittorio Emanuele II, dato che Garibaldi si era impegnato per il programma "Italia e Vittorio Emanuele", segretamente diede il suo supporto.

L'itinerario della Spedizione dei Mille.

I preparativi per la spedizione in Sicilia avvennero con l'opposizione di Cavour, che temeva una crisi internazionale. Con armi vecchie e scarso equipaggiamento un migliaio di garibaldini partì da Quarto, in Liguria, per la Sicilia la notte tra il 5 e il 6 maggio 1860 sulle navi Piemonte e Lombardo, sfuggendo alle navi sarde che Cavour aveva inviato per bloccare la spedizione. Dopo aver fatto un piccolo rifornimento di armi a Talamone, in Toscana, giunsero a Marsala l'11 maggio. A Salemi Garibaldi divenne dittatore di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II (14 maggio). I Borboni non avevano predisposto piani pertanto Garibaldi fu accolto dalla popolazione come il liberatore. A Calatafimi (15 maggio) rafforzati da un centinaio di insorti ebbero la prima importante vittoria. Quindi liberarono Palermo il 6 giugno. Dopo la Battaglia di Milazzo (20 luglio) la Sicilia fu libera, eccetto Messina.

Vedendo i successi Cavour cambiò atteggiamento e considerando il supporto della Gran Bretagna e della Francia favorì l'invio di uomini in Sicilia. Inviò poi un uomo di fiducia, Giuseppe La Farina, affinché Garibaldi si attivasse per l'annessione della Sicilia al Regno di Sardegna. Ma questo piano urtava con il disegno di Garibaldi, che voleva liberare anche il resto del Mezzogiorno oltre che occupare Roma e i restanti territori dello Stato della Chiesa. Di qui un conflitto tra Garibaldi e Cavour che temeva che i democratici di Mazzini potessero prendere il sopravvento e rivendicare una Assemblea Costituente per cambiare l'assetto dello Stato da Monarchico a Repubblicano.

L'azione politica in Sicilia di Garibaldi, affiancato come Segretario di Stato da Francesco Crispi il 17 maggio, fu subordinata alle esigenze belliche per renderla ponte verso una campagna nel continente. Sul piano sociale furono ridotti il carico fiscale e furono assegnati ai combattenti appezzamenti di terra senza toccare le grandi proprietà fondiarie, ma solo il patrimonio Statale. Le ribellioni dei contadini proprietari terrieri furono sedate dalle truppe borghesi della Guardia Nazionale, ma anche da garibaldini, come a Bronte dove Nino Bixio, un capo dei Mille, il 4 agosto 1860 sedò nel sangue la rivolta con una fucilazione. Le rivolte spinsero la nobiltà e borghesia Siciliana a favorire l'annessione verso il Regno di Sardegna che assicurava ordine sociale.

In queste situazioni Francesco II il 25 giugno 1860 non poté far altro che avvicinarsi ai liberali moderati concedendo la Costituzione del 1848 e formando un Governo meno reazionario, ma fu troppo tardi. Cavour era desideroso a quel punto di unire davvero l'Italia e dopo aver cercato di far insorgere Napoli attraverso i moderati, non riuscendoci si decise a dare pieno supporto a Garibaldi, che il 26 agosto sbarcò in Calabria. Il 6 settembre Francesco II, capendo che non sarebbe riuscito a difendere la capitale, fuggì nella fortezza di Gaeta. Il 7 settembre Garibaldi entrò così a Napoli da trionfatore.

Cavour, con il supporto dei Francesi, decise nel frattempo di scendere con il proprio esercito nel centro e sud Italia alla guida del generale Manfredo Fanti ed Enrico Cialdini e l'11 settembre 1860 le truppe entrarono nello Stato della Chiesa, occupando Marche e Umbria. Ma nel frattempo si era riacceso il conflitto tra Garibaldi e Cavour. Garibaldi chiese al Re di licenziare Cavour. Cavour temeva che a quel punto i democratici, che avevano acquisito forza e vicinanza a Garibaldi, dato l'arrivo a Napoli di Mazzini e Cattaneo tra il 17 e il 21 settembre, alzassero la posta chiedendo l'Assemblea Costituente e la guerra di liberazione di Roma.

Tra l'1 e il 2 ottobre 1860 Garibaldi ottenne la più importante vittoria nella Battaglia del Volturno. Il 3 ottobre le truppe piemontesi guidate dal Re si mossero verso il Mezzogiorno. Cavour fece approvare una legge per l'annessione del Mezzogiorno e Garibaldi non poté far altro che accettare. Così il Partito d'Azione perse la possibilità di far sorgere una Italia Repubblicana. La linea di Cavour vinse anche grazie al supporto della nobiltà e della borghesia del Mezzogiorno, che consideravano l'annessione una garanzia per il pieno rispetto dei rapporti di proprietà esistenti.

Pietro Aldi L'incontro tra Giuseppe Garibaldi e Vittorio Emanuele II. Affresco del 1886 nella sala del Palazzo Pubblico di Siena

Il 21 ottobre si tennero i plebisciti per l'annessione nei territori dell'ex Regno di Napoli. Il 26 ottobre Garibaldi incontrò a Teano Vittorio Emanuele II. Fu l'occasione per il passaggio del controllo del Mezzogiorno dai garibaldini al Regno Sabaudo e per lo scioglimento delle truppe garibaldine. Il 4 novembre nelle Marche e nell'Umbria si tennero i plebisciti per l'annessione. Il 13 febbraio 1861 cadde la fortezza di Gaeta dove si era rifugiato Francesco II, che partì per Roma. Il 13 e il 20 marzo cedettero infine le cittadelle di Messina e Civitella del Tronto. Caddero così le ultime resistenze borboniche. Garibaldi, dopo aver manifestato la volontà di continuare a combattere per liberare Venezia e Roma, partì per Caprera.

Il 17 marzo 1861 il Parlamento Nazionale proclamò a Torino Vittorio Emanuele II (il fatto che non assunse la numerazione I segnava la continuità con il Regno di Sardegna) Re d'Italia "per grazia di Dio e volontà della Nazione". Cavour e il liberalismo moderato avevano vinto la loro battaglia e sconfitto il Partito d'Azione, che aveva assunto la Spedizione dei Mille ma non aveva retto il confronto politico e sociale con le assai più organiche e solide forze guidate dallo Stato Piemontese.

La Terza Guerra d'Indipendenza, la Breccia di Porta Pia e la Destra Storica[modifica]

Raggiunta l'Unità, eccetto Veneto e Roma, lo Stato Italiano dovette affrontare le difficoltà di unificare l'Italia anche amministrativamente. Inoltre era necessario unire l'Italia anche sotto l'aspetto economico, dato che la nazione aveva differenti caratteristiche socio-economiche. Vi erano inoltre scontri sociali dati dal rapporto tra Nord e Sud e dal Brigantaggio nel Mezzogiorno, oltre che dall'opposizione dei cattolici allo Stato Liberale e dalla grande miseria delle masse sia urbane che contadine. Vi erano poi i problemi del rapporto con la Chiesa e con l'Austria per strapparle il Veneto e la questione della collocazione dell'Italia nei rapporti internazionali con le profonde trasformazioni che l'Europa stava subendo. Inoltre la vittoria dei liberali moderati aveva lasciato sconfitti i repubblicani e democratici con un frattura che andava sanata.

I liberali si componevano dei ricchi capitalisti del nord e dei ricchi proprietari terrieri del sud che consideravano i contadini come schiavi:ecco perché al Sud il nuovo governo fu visto come estraneo e nemico.

Cavour il 6 giugno 1861 morì senza lasciare un erede nel Partito Liberale in grado di sostituirlo. Poco prima di morire aveva auspicato la fine de potere temporale papale per poter attuare la sua idea di "Libera Chiesa in Libero Stato". L'idea era di creare un sistema centrale forte attraverso Prefetti e Sindaci nominati dal centro. Importanti conseguenze ebbero l'estensione in Italia della Legge Casati sulla scuola, approvata per il Piemonte nel 1859, che rivelava un'impostazione aristocratica, privilegiando l'istruzione classica in un paese dove era necessario potenziare l'istruzione tecnica e popolare. Rimase ristretto il corpo elettorale, reclutato sulla base del censo (nel 1861 era formato da poco più di 400.000 elettori, cioè meno del 2% degli uomini adulti).

Gli eredi di Cavour diedero vita alla Destra "Storica" dello schieramento parlamentare. Ne facevano parte i Conservatori, per lo più del Nord e Centro Italia, che intendevano la difesa dell'unità nazionale e la formazione di uno nuovo stato come impresa storica nell'interesse delle classi alte. Alla Destra si contrapponeva la Sinistra, erede della democrazia risorgimentale ma sconfitta subito nel 1859-60, divisa tra correnti moderate e radicali. Sconfitta l'idea di Repubblica, anche se Mazzini continuava la sua campagna contro la Monarchia, la Sinistra fece prevalere l'idea di un più ampio suffragio, fino all'universale, e il principio dell'iniziativa popolare nel proseguire le lotte per acquisire Roma e il Veneto denunciando la poca attività della Destra. Anche socialmente le due forze si diversificavano, la Destra vicina all'aristocrazia e alla grande borghesia, la Sinistra alla piccola borghesia (intellettuali, professionisti ecc.). Non vi era una struttura di partito moderno dato che non vi era un suffragio universale tale da dover richiedere un opera di captazione di voti ma vi erano solo dei "notabili" attorno a cui vi era un più o meno folto numero di clienti e un comitato elettorale al momento del voto.

A Cavour, dopo la sua morte, successe al governo il toscano Bettino Ricasoli (giugno 1861 - marzo 1862). Per la questione Romana continuò i contatti che aveva avviato Cavour con il pontefice tra la fine del 1860 e l'inizio del 1861 sulla base della richiesta di rinunciare al poter temporale in cambio di un regime separatista tra Chiesa e Stato. Ma anch'egli fallì, vista l'opposizione di Pio IX con l'appoggio di Napoleone III che resistette alla provocazione del Parlamento Italiano, che nominò il 27 marzo 1861 Roma Capitale d'Italia. Sotto le pressioni anche del Re oltre che di Garibaldi che volevano il completamento dell'Unità con il Veneto e Roma, Ricasoli cedette il governo al candidato del Re Urbano Rattazzi.

Rattazzi, al governo tra marzo e dicembre 1862, volendo riprendere la strategia di Cavour pensò di sfruttare l'iniziativa dei garibaldini senza compromettere lo Stato e raccogliendone poi i frutti. Ma il re e il primo ministro non capirono che la manovra non era ripetibile, vista l'opposizione di Napoleone III e l'impossibilità da solo di combattere l'Austria. Garibaldi, pensando di avere via libera, radunò le truppe verso l'Austria ma Rattazzi a Sarnico (15 maggio 1862), temendo la reazione Austriaca, ordinò lo scioglimento delle truppe, così Garibaldi optò per una spedizione a Roma e si recò in Sicilia dove iniziò a radunare le truppe. Napoleone III protestò mentre Vittorio Emanuele II capì che una vittoria di Garibaldi poteva segnare il nuovo successo dei democratici. Il re sconfessò la spedizione e proclamò lo stato di assedio in Sicilia. Ma Garibaldi e i volontari, sbarcati a Melito di Calabria, intrapresero la marcia a nord. Il governo decise di ordinare alle truppe di fermare i volontari. I soldati, guidati dal generale Cialdini, incontrarono sull'Aspromonte Garibaldi e aprirono il fuoco, col risultato di 12 morti e 40 feriti tra le due parti (29 agosto 1862). Lo stesso Garibaldi fu ferito. Arrestato e rinchiuso nel forte di Varignano (La Spezia), venne amnistiato e tornò a Caprera. La reazione dell'opinione pubblica fu vivissima e Rattazzi, messo in crisi al Parlamento dall'accaduto, rassegnò le dimissioni.

Dopo un breve ministero di Luigi Carlo Farini (1812-66) il nuovo presidente fu Marco Minghetti, al governo tra il marzo 1863 e il settembre 1864, che negoziò con la Francia un compromesso su Roma con cui l'Italia s'impegnava a difendere lo Stato della Chiesa da qualsiasi attacco esterno, mentre Napoleone II s'impegnava a ritirare le proprie truppe entro 2 anni (Convenzione di Settembre). A garanzia di ciò l'Italia si impegnò a rinunciare a Roma, l'imperatore chiese che il governo trasportasse la capitale da Torino ad altra città e fu così scelta Firenze. La Convenzione fu firmata dal governo italiano in attesa di sviluppi più favorevoli. Lo spostamento della capitale provocò disordini a Torino tra il 21 e 22 settembre. E come Rattazzi per i fatti dell'Aspromonte, così Minghetti dovette lasciare il governo, che passò ad Alfonso La Marmora, sotto il cui governo (settembre 1864 - giugno 1866) la capitale fu trasferita a Firenze nel giugno 186. L'abbandono di Roma da parte delle truppe francesi venne completato nel dicembre 1866.

Piano della terza guerra di indipendenza

Fu sotto La Marmora che venne dalla Prussia l'offerta di alleanza militare contro l'Austria. Offerta a cui non si oppose Napoleone III, il quale considerava favorevole una guerra tra le due potenze germaniche. Firmata a Berlino l'8 aprile 1866, l'alleanza scattò grazie all'iniziativa di Bismarck in seguito all'attacco prussiano all'Austria nel giugno. La guerra fu un disastro per l'Italia, ma un successo per il suo alleato. Alfonso La Marmora, che aveva assunto il comando lasciando a Bettino Ricasoli (giugno 1866 - aprile 1867) il governo e il generale Cialdini vennero battuti a Custoza il 24 giugno. L'ammiraglio Carlo Persano si fece battere invece a Lissa il 20 luglio. Solo i volontari di Garibaldi riuscirono ad ottenere un successo a Bezzecca, nel Trentino (21 luglio). Terminato il conflitto con le vittorie prussiane il 12 agosto 1866 l'armistizio tra Italia e Austria e la pace di Vienna (3 ottobre 1866) conclusero la Terza Guerra d'Indipendenza. L'Austria cedette all'Italia il Veneto ma, come già nel 1859, tramite la Francia umiliando ancora una volta il Piemonte.

Breccia di Porta Pia olio su tela di Carlo Ademollo (1880 circa) Museo del Risorgimento di Milano

Dopo Ricasoli tornò al governo Urbano Rattazzi (aprile-ottobre 1867) a cui subentrò Luigi Federico Menabrea (ottobre 1867 - dicembre 1869) e poi Giovannni Lanza (dicembre 1869 - luglio 1873). Questi anni furono segnati dalla questione della liberazione di Roma che divenne possibile dopo alterne vicende e un contrasto tra governo e Garibaldi (battuto dai francesi a Mentana il 3 novembre 1867) soltanto all'indomani della sconfitta dei francesi nella guerra franco-prussiana. Le truppe francesi erano state costrette a lasciare Roma. Il Papa dal canto suo non accettò una pacifica trattativa con lo Stato Italiano, così il 20 settembre 1870 le truppe italiane comandate da Raffaele Cadorna (1815-97) dopo un breve cannoneggiamento a Porta Pia entrarono a Roma e la occuparono. Pio IX si ritirò in Vaticano, protestando contro lo Stato "usurpatore". Il 2 ottobre un plebiscito sancì i fatti compiuti. Nel luglio 1871 la corte e il governo si trasferirono a Roma, Capitale d'Italia.

Sorgeva così il problema di stabilire i rapporti con la Chiesa con un Papa che aveva scomunicato il Re e i governanti e aveva una forte influenza sugli Stati a maggioranza cattolica. Si apriva una nuova fase della "questione romana". La questione era ancora più delicata dato che con il non expedit il Vaticano vietò nel 1874 ai sudditi cattolici italiani di partecipare alle elezioni del Parlamento dello Stato "usurpatore". Il governo italiano, dal canto suo, si trovava nella necessità di definire i rapporti con la Chiesa e lo fece con la Legge delle Guarentigie votata il 13 maggio 1871. L'unità nazionale era così ora completata, ma con forti divisioni interne.

La crisi più profonda fu quella del "Brigantaggio" nel Sud Italia, che divenne in breve tempo una vera e propria guerra civile che si risolse solo nel 1865. I contadini poveri furono delusi dal modo in cui il Risorgimento si era concluso. Di qui la rivolta sociale, che fu finanziata anche dai lealisti borbonici oltre che dai clericali. La classe dirigente settentrionale reagì rinsaldando l'alleanza con i grandi proprietari terrieri del sud e agendo sia militarmente che in difesa dell'unità dello Stato contro la minaccia della restaurazione borbonica. Oltre 100.000 soldati (metà dell'esercito) nel 1863 furono inviati per placare il fenomeno dei briganti e tra i briganti vi furono migliaia di morti. Nel 1865 il brigantaggio fu stroncato nella sua base di massa ma permase in misura minore per alcuni anni. Una espressione del disaggio del Sud fu la rivolta di Palermo nel settembre 1866 scoppiata in seguito alla collusione delle opposizioni, sia reazionaria-borbonica sia democratica, che mobilitarono il malcontento delle masse popolari. La repressione fu sanguinosa.

Alla base delle rivolte non vi era solo la questione delle terre, ma anche la coscrizione obbligatoria, prima non prevista, e la forte pressione fiscale. Un modo per sanare la rottura tra Stato e contadini era quello di concedere terreni ecclesiastici e comunali ai contadini, creando una piccola e media proprietà terriera; tuttavia lo Stato, desideroso di fare subito guadagno, li vendette ai grandi proprietari terrieri nel 1866 favorendo così la rottura tra Stato e contadini. Anche l'industria, meno forte di quella del Nord non riuscì a sostenere la concorrenza, anche per la forte pressione fiscale, e fu così che si incentivò il divario tra Nord e Sud.

Entro il 1865 si ultimò l'unificazione doganale, monetaria, finanziaria, amministrativa e legislativa. In generale si estese al resto d'Italia la legislazione e l'ordinamento del regno sabaudo, con l'inconveniente che vi erano forti differenze tra le varie regioni di cui non si tenne conto e inoltre essa era arretrata rispetto a quella di Lombardia e Toscana. La "piemontesizzazione" fu un risvolto del successo dello Stato sabaudo. La burocrazia piemontese diventò il fulcro di quella del nuovo Stato. Il generale principio centralistico corrispose a una preminente esigenza di controllo politico della classe dirigente settentrionale e piemontese sul resto d'Italia.

Sul piano economico la Destra si mosse con grande energia ma sempre negli interessi della classe dirigente. Nell'ottica di una maggiore esportazione di prodotti della terra e dell'importazione di manufatti e macchine dell'industria nazionale che ancora non erano possibili produrre in Italia il regno estese la legislazione doganale piemontese accentuatamente liberale a tutto il regno provocando difficoltà notevoli per ampi settori dell'industria interna. L'importazione sia di capitali sia di materiali esteri contribuì largamente allo sviluppo della rete ferroviaria italiana, che passò dai 2.500 km del 1861 a 8.200 km del 1877, col risultato di collegare ormai tutta la penisola e la Sicilia (ma non la Sardegna).

Ci fu una forte pressione fiscale per risanare il debito pubblico, che era cresciuto molto per sostenere i costi dell'unificazione. Il gettito maggiore era sulle imposte indirette che gravavano proprio sulle masse popolari. Tra e misure più importanti sono l'introduzione del corso forzoso nel 1866 e la tassa sul macinato del 1868 che colpi la stessa alimentazione del popolo. All'inizio del 1869 scoppiarono dei moti di protesta in tutta Italia, soprattutto il Nord, che vennero repressi duramente. Gli effetti di questo inasprimento fiscale furono positivi in termini strettamente finanziari. Sotto la direzione di Quintino Sella (1827-84) le finanze dello Stato migliorarono rapidamente, in conseguenza di continue economie, dell'azione di leggi più efficaci e soprattutto della tassa sul macinato. Sicché nel 1876 si poté raggiungere il pareggio del bilancio.

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