Introduzione alla filologia romanza

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Introduzione alla filologia romanza
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Filologia e linguistica romanza


Introduzione[modifica]

La definizione di "Filologia romanza" è semplice solo in apparenza.

Appare semplice allorché la si individua come quella branca della filologia che pertiene ai testi scritti nelle lingue derivate dalla trasformazione del cosiddetto "latino volgare", ovvero alle lingue neolatine, dall'italiano al francese, dallo spagnolo al portoghese al rumeno; più complicate si fanno le cose quando si consideri l'enorme materiale linguistico che il filologo romanzo dovrebbe riuscire a dominare. Anche perché, a ben guardare, sotto il dominio romanzo sono poi venute a confluire le produzioni letterarie provenienti anche dalla "nuova Romània", che comprende dal punto di vista geografico anche gran parte dell'America Latina ove appunto si parlano lingue romanze.

Di fatto, il filologo romanzo dovrebbe dominare una materia pressoché sterminata, che tra l'altro non relega più i suoi interessi al cosiddetto "Medioevo romanzo", sul quale si appuntarono le indagini testuali dell'inventore della filologia romanza, il Diez (1794-1876), e dei suoi successori attraverso l'Ottocento e per gran parte del Novecento in Europa e in Italia.

Oggi niente vieta al filologo romanzo di occuparsi di testi recenti o contemporanei, senza certamente tradire lo spirito della disciplina, che si occupa appunto di testi scritti nelle diverse lingue neolatine. Così stando le cose, e poiché la materia sarebbe comunque impraticabile al singolo studioso, si è optato, giustamente, per la specializzazione, per cui si parla, nel vasto territorio della filologia romanza, di filologie per così dire "nazionali": filologia italiana, francese, spagnola, ecc.; con un corollario estremamente importante costituito dagli studi filologici sui dialetti.

C'è poi un'ulteriore considerazione da fare. Se si sonda appena un po' l'area di pertinenza della filologia romanza, si nota una sorta di sproporzione tra gli studi filologici in senso stretto, imperniati intorno alla tradizione dei testi, un tempo luogo privilegiato del filologo romanzo, e gli studi linguistici romanzi di gran lunga più numerosi. Diciamo allora che, attualmente, i confini tra filologia romanza e linguistica romanza quasi non si intravedono più, per cui si ha la netta impressione di una sostanziale identificazione e confluenza della "storica" filologia romanza nella linguistica romanza.

Ciò premesso, la storia della filologia romanza rimanda inevitabilmente alle radici prime della disciplina, che occupandosi del recupero di testi romanzi medievali, ha fatto dell'edizione critica dei testi uno dei punti fermi del metodo filologico "romanzo", per gran parte ripreso dalla filologia classica. Già nella sezione riguardante la filologia italiana ho accennato ai metodi dell'edizione critica dei testi volgari italiani; in questa sede si approfondiscono alcune tematiche riguardo il metodo della tradizione dei testi medievali romanzi. Come osserva B.E. Vidos, guardando alle tecniche proposte dal filologo classico K. Lachmann, F. Diez fondò sia la filologia romanza che la linguistica romanza.

A monte di tutto il lavoro di restauro dei testi antichi come di quelli medievali, di pertinenza degli studi romanzi, stanno l'attività degli amanuensi e soprattutto i loro errori, per cui tutta l'ipotesi iniziale della recensione deve alla fine portare all'emendazione degli errori e alla pubblicazione dell'edizione critica, con tutto il suo apparato, teso a rendere note tutte le operazioni esercitate dal filologo editore per giungere al restauro del testo.

La critica del testo punterebbe alla ricreazione del cosiddetto "originale", ma di fatto raggiunge essenzialmente lo scopo di offrire un modello, diciamo così, attendibile del testo originale, tenuto conto del fatto ampiamente assodato dagli studi che un copista, anche molto bravo, compie almeno un errore per pagina, e che nella generalità dei casi un normale amanuense faceva un errore ogni quindici parole (Avalle). L'errore può derivare da molti fattori: oltre al "salto da uguale a uguale", v'erano poi altre trappole, come quella costituita dalle interpolazioni, per cui l'amanuense conglobava nel testo anche le "glosse", ovvero, detto in breve, faceva confluire nel testo le note; oppure semplicemente sbagliava le parole, le ripeteva, le deformava, e a volte, peggio ancora, le "correggeva" erroneamente, pregiudicando in tal modo il senso del testo.

L'errore di copiatura, qualunque ne fosse l'origine, è comunque un dato ineliminabile e consustanziale di un testo manoscritto, che, a ben notare, era già almeno al secondo o terzo grado di copiatura allorché perveniva al copista, dato che o l'autore o chi per lui l'aveva a sua volta già copiato prima di portarlo all'amanuense o allo "scriptorium". F. Diez, dunque, nella ricerca di un metodo che consentisse la ricostruzione dell'originale, fece un'incursione nel territorio della filologia classica, assumendo anche per gli studi romanzi il metodo del filologo classico Karl Lachmann (1793-1851), che sembrava offrire un notevole grado di attendibilità scientifica, poiché applicava la cosiddetta "legge della maggioranza" ai testimoni.

I primi e più fruttosi esperimenti di edizione critica dei testi secondo il metodo di Lachmann si ebbero nella filologia francese (Gaston Paris, J. Bédier), mentre la filologia italiana sperimentò il metodo verso la fine dell'Ottocento, con Giuseppe Vandelli e Michele Barbi. In effetti si notò da parte di vari studiosi, dal Bédier al Quentin, che tale metodo richiedeva la concomitante presenza di eccessivi requisiti, cosicché l'originale, progenitore di tutta la tradizione medievale, doveva essere stemmaticamente ramificato in almeno tre subarchetipi perché si potesse applicare la legge della maggioranza. Senonché gli stemmi trifidi sono tutto sommato abbastanza rari, e quelli bifidi non consentono l'applicazione della legge della maggioranza. E poi è stato osservato che, dati tre testimoni, A, B e C, se per esempio una lezione è attestata in A e B; e C, più antico dei primi due, presenta una variante, non è detto che in modo "automatico" la lezione di C sia da preferire tassativamente a quella dei primi due, perché, in fondo, potrebbe essersi trattato di un errore dell'amanuense: "recentiores non deteriores", faceva osservare acutamente Giorgio Pasquali.

E' stato rilevato altresì che la fiducia riposta nella stessa trasmissione stemmatica "solo verticale" è altamente improbabile, perché varie informazioni sui metodi di copiatura degli amanuensi attestano anche il fatto che spesso e volentieri i copisti, quando avevano qualche dubbio su una certa parola da copiare, non è che si preoccupassero di andarsi a vedere l'antigrafo, ossia il testo "base"; al contrario copiavano dal primo codice che capitava loro sotto mano: tale comportamento, è evidente, vanifica qualsiasi attendibilità nella bontà accreditata all'automatismo dello stemma verticale. Di qui una progressiva sfiducia nel metodo di Lachmann, ritenuto troppo chiuso e meccanico, e la proposta di una recensione "aperta", basata sul cosiddetto "iudicium" del filologo editore, il quale seguiva altri criteri, come l' "usus scribendi", ovvero l'indagine delle peculiarità linguistiche di un autore; la "lectio difficilior", per cui la lezione "più difficile" diventa anche la più probabile, data la tensione dei copisti a banalizzare; la "congettura" [divinatio] che mette a dura prova la cultura dell'editore, il quale, allorché rinuncia, appone la "crux desperationis".

In realtà, come ha osservato Alfredo Stussi la filologia testuale non può pretendere di giungere a risultati assolutamente scientifici, perché in fondo altro non è se non "una forma di alto artigianato intellettuale". Quindi in Italia e fuori i maggiori filologi, da Contini a Pasquali a Barbi, visto che anche il metodo di Lachmann alla fine non offriva risultati assolutamente sicuri, hanno ripiegato su soluzioni certamente valide e solide, ma basate nel complesso su metodi meno rigidi e dettati più che altro dall'acume interpretativo del filologo.

Bibliografia[modifica]

Per la parte introduttiva agli studi di filologia romanza, si rimanda a:

  • L. Renzi - A. Andreose, Manuale di linguistica e filologia romanza, Bologna, Il Mulino, 2003.
  • B.E. Vidos, Manuale di linguistica romanza, Firenze, Olschki, 1975 (terza ristampa), in particolare le pp. 6–8.

Per una panoramica ampia e dettagliata non solo sull'edizione critica, ma anche per la storia del metodo di Lachmann nella filologia romanza, si vedano:

  • A. Stussi, Nuovo avviamento agli studi di filologia italiana, Bologna, Il Mulino, 1988, in particolare i Cenni storici, pp. 213–225;
  • Brioschi-Di Girolamo, Elementi di teoria letteraria, Milano, Principato, 1988, in particolare il capitolo Il testo nel tempo, pp. 29–38, che discute il metodo di Lachmann.