Illuminismo in Italia (superiori)

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lezione
Illuminismo in Italia (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

L'Illuminismo in Italia sorge nella seconda metà del XVIII secolo ed è caratterizzato dalla discussione su temi gnoseologici, etici e politici. In Italia non mancavano anche pensatori locali che è possibile definire pre-illuministici (nonché esperienze scientifiche simili a quelle che avevano generato l'empirismo), come il napoletano Giambattista Vico che, pur discostandosi, su molti campi, dalle future tematiche del XVIII secolo, sarà il modello per molti illuministi, specialmente quelli partenopei.

In Italia i principali centri di diffusione dell'illuminismo sono Napoli e Milano. In entrambe le città gli intellettuali assumono cariche pubbliche e collaborano con le amministrazioni borboniche e asburgiche. A Napoli, sotto il tollerante re Carlo di Borbone sono attivi Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani e Gaetano Filangeri. Comunque, l'illuminismo napoletano, come la filosofia vichiana, rimane quasi sempre in campo teorico. Solo più tardi molti illuministi animano la sfortunata esperienza della Repubblica Partenopea. A Milano, invece, il movimento si sforza di trovare concrete soluzioni ai problemi. Centro delle discussioni è la rivista Il Caffè, fondata dai fratelli Pietro e Alessandro Verri, che danno vita anche all'Accademia dei Pugni, fondata nel 1761. Centri minori sono la Toscana (dove opera, tra gli altri, Pompeo Neri), il Veneto e il Piemonte sabaudo.

L'Illuminismo porta nuovi stimoli anche all'arte e alla poesia: un'importante poeta dalle idee illuministe è Giuseppe Parini, che satireggia la nobiltà e i suoi privilegi nel poema Il Giorno, mentre nel teatro incoraggia i commediografi e i drammaturghi verso idee nuove: è il caso di Vittorio Alfieri e Carlo Goldoni.

I mutamenti sociali del Settecento[modifica]

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Rivoluzione industriale.
Federico II di Prussia, ritratto da Antoine Pesne (1763)

L'Europa del Settecento è interessata da profonde trasformazioni sociali. In Inghilterra la rivoluzione industriale impone rapidamente nuovi modi di produzione, trasforma l'ambiente di lavoro e genera i rapporti sociali che caratterizzano il moderno capitalismo. Questo si diffonde rapidamente in molti altri paesi europei. Cambia radicalmente il rapporto tra uomo, lavoro e oggetto prodotto: ci si orienta ora alla produzione su vasta scala di oggetti che circolano al di fuori dell'ambiente in cui vive l'operaio, in un mercato senza confini. Le macchine fanno il loro ingresso nel processo produttivo. Nasce inoltre il proletariato urbano, che offre forza-lavoro alle fabbriche e vive in condizioni miserabili.

Di contro, l'attività imprenditoriale porta all'evoluzione della classe borghese, che si emancipa dal ruolo secondario avuto durante l'Ancien regime. La borghesia assurge così a classe trainante lo sviluppo economico e sociale. Inoltre, la necessità di eliminare le vecchie barriere feudali per avere maggiore libertà negli scambi commerciali, la portano a entrare in contrasto con i valori tradizionali e a parteggiare per gli ideali dell'Illuminismo. Questo movimento, nato in Francia attorno alla metà del secolo, si diffonderà rapidamente in molti paesi d'Europa.

D'altra parte, bisogna ricordare che la borghesia non è l'unica classe sociale che partecipa alla diffusione dell'Illuminismo. Molti intellettuali illuministi provengono infatti dal clero o dalla nobiltà, e si rendono portavoce delle nuove istanze. Inoltre l'espansione borghese è stata resa possibile grazie anche all'interessamento di altre classi sociali, in particolare la nobiltà, che guardava con attenzione ai vantaggi portati dalle iniziative imprenditoriali borghesi.[1]

Fino alle rivoluzioni americana e francese, gli illuministi criticano le strutture dell'antico regime senza però entrare in aperto contrasto. Molti intellettuali preferiscono piuttosto collaborare con i sovrani, e in vari paesi d'Europa si afferma una forma di assolutismo illuminato, come Federico II di Prussia. Il governanti orientano il loro potere assoluto agli ideali illuministici. Vengono così eliminati i residui del potere feudale e viene limitato il potere della Chiesa, che nel corso del Settecento conosce un periodo di debolezza. Tuttavia le contraddizioni dell'Ancien regime, portate alla luce da una lunga serie di guerre (tra cui la guerra dei sette anni, 1756-1763), poteranno a un rivolgimento politico e alla fine dell'assolutismo.[2]

L'Italia durante la seconda metà del secolo è estranea ai conflitti che interessano l'Europa. La pace di Acquisgrana (1748) ha infatti creato una situazione di equilibrio tra i Borbone a sud e gli Asburgo a nord. Si avvia così il processo di modernizzazione, anche se più lentamente rispetto a quanto accaduto in Francia e Inghilterra. L'assolutismo illuminato della corona austriaca promuove in particolare varie riforme negli Stati che controlla. Nelle regioni settentrionali vengono eliminate le strutture feudali e iniziano a sorgere le prime industrie manifatturiere. Cresce in questo modo lo squilibrio tra il nord e il sud, dove invece le riforme attuate dai Borbone si rivelano poco incisive. Al sud nasce una nuova classe sociale, quella dei "galantuomini", proprietari agricoli di estrazione borghese. In generale, nella penisola manca la libertà di azione economica di Francia e Inghilterra. L'aristocrazia mantiene il ruolo di guida, e anche il clero conserva gran parte dei suoi privilegi.[3]

Caratteri dell'Illuminismo[modifica]

Maurice Quentin de La Tour, ritratto di Voltaire. 1737 c., Musée Antoine Lécuyer

Prima di procedere oltre, bisogna chiarire che cosa si intende per Illuminismo. Con questo termine i manuali indicano un movimento sorto in Francia e diffusosi in Europa nella seconda metà del Settecento, che si propone di sradicare tutti gli elementi irrazionali presenti nella morale, nella politica, nell'economia e nella letteratura. Il Settecento è indicato anche come "età dei lumi": la ragione è vista come qualcosa in grado di illuminare le tenebre dell'ignoranza e spazzare via i residui di quel mondo antico che opprimono gli uomini. In Francia si parla quindi di Âge de lumières, in Inghilterra di Enlightenment, in Germania di Aufklärung.

La ragione, in quanto facoltà in grado di raggiungere la verità con le sue sole forze, diventa un metro assoluto. A partire da questa convinzione gli illuministi sottopongono a critica il passato (visto come una lunga serie di errori), le strutture politici, gli istituti giuridici, la religione e la cultura. Viene rinnegata ogni verità fondata sulla tradizione o sulla fede. Credono inoltre che la loro età segnerà un punto di svolta nella storia, dando inizio a un mondo nuovo e felice governato dalla ragione, in cui verranno superati i problemi morali e sociali. Gli illuministi sono quindi animati da un forte ottimismo e da un'incrollabile fiducia nelle proprie capacità.

Assumono inoltre un atteggiamento di cosmopolitismo: poiché la ragione alberga in ogni uomo, gli intellettuali guardano senza pregiudizi a qualsiasi cultura, anche la più distante dalla loro, accettandone le diversità. I confini tra le nazioni sono artificiali, chi segue la ragione non può che essere un cittadino del mondo. A questo è collegato il filantropismo, cioè la disponibilità a trattare benevolmente e aiutare il prossimo, proprio perché anch'egli dotato di ragione. Da qui derivano i sentimenti di tolleranza verso gli altri e di ripudio del dogmatismo. Viene criticata la religione basata sulla fede e sui dogmi imposti dalle istituzioni ecclesiastiche. Il sentimento religioso deve piuttosto nascere da un convincimento razionale, e dio si manifesta alla ragione come supremo regolatore del mondo. Questa posizione viene chiamate deismo. Sono però presenti anche teorie più nettamente materialiste, che sfociano nell'ateismo.

L'esaltazione della ragione non porta a disdegnare i sentimenti. La sensibilità, la fantasia e l'affettività vengono anzi valorizzate in quanto manifestazioni della «natura». I sentimenti devono però essere guidati dalla ragione, in modo da evitare i comportamenti sfrenati attribuiti ai selvaggi.

L'Illuminismo affonda le sue radici nella scienza nuova di Galileo, Newton e Bacone, nel razionalismo di Cartesio e nell'empirismo inglese. La sua diffusione in Europa è però resa possibile anche dalle trasformazioni sociali di cui si è parlato, e in primo luogo dall'affermazione della borghesia.[4]

D'altra parte, nonostante il carattere internazionale, l'Illuminismo presenta caratteri diversi a seconda del paese in cui si afferma. In Italia è forte l'influenza di autori francesi come Montesquieu, Voltaire, Diderot e Rousseau, che vengono letti e tradotti. La cultura inglese, invece, è conosciuta principalmente per i romanzi. Gli intellettuali italiani, tuttavia, smorzano gli aspetti più audaci dell'Illuminismo d'Oltralpe e si soffermano maggiormente sulle questioni civili e politiche che riguardano la penisola italiana.

Spesso gli illuministi italiani sono chiamati a collaborare con il potere. Tuttavia per la maggior parte questi intellettuali provengono dal clero o dalla nobiltà, e la loro azione riformatrice sembra più orientata a cercare il rinnovamento senza però arrivare a rotture radicali. In generale la tradizione culturale italiana è costretta ad aprirsi alle novità provenienti dall'Illuminismo. Manca però una borghesia solida, in un paese diviso in vari Stati, ciascuno chiuso nel suo particolarismo. Per tutti questi motivi la cultura illuminista ha un'incidenza limitata nella letteratura italiana.[5]

Nuovi mezzi per trasmettere la cultura[modifica]

Il giornalismo[modifica]

Nel fermento culturale del Settecento europeo sorgono nuovi mezzi per trasmettere la cultura, ma anche nuove forme letterarie. È l'Inghilterra la nazione che in questi anni presenta un panorama letterario particolarmente ricco di novità. Qui il rapporto tra intellettuale e pubblico cambia, grazie a una crescente alfabetizzazione popolare e agli accesi dibattiti innescati dalle nuove condizioni di vita sorte con la rivoluzione industriale. Il fatto che il potere si appoggi sull'opinione pubblica fa sì che l'intellettuale assuma un ruolo sociale attivo. Scienziati come Newton e filosofi come Locke e Hume scardinano la metafisica tradizionale, concentrando l'attenzione sullo studio dei fenomeni concreti.

La diffusione della stampa porta alla nascita di fogli periodici, un modo di comunicare che rivoluziona il ruolo e l'attività degli intellettuali. Il primo è la Review, fondata nel 1707 dallo scrittore e uomo d'affari Daniel Defoe. Sui fogli apparivano annunci economici, ma anche notizie e commenti a eventi di attualità. The Spectator, fondato da Joseph Addison e Richard Steel, si incarica di diffondere nella classe media gli ideali di vita puritani.[6]

Il pamphlet[modifica]

Diversamente dall'Inghilterra, in Francia si assiste a un'opposizione tra le classi emergenti e i ceti conservatori, che vogliono tutelare i privilegi acquisiti. La presenza della censura impedisce però che sorgano fogli periodici da cui gli illuministi possono esprimere le loro prese di posizione. Si ricorre quindi ai pamphlet, brevi testi saggistici che circolano in via semiclandestina, spesso senza indicare in copertina il vero nome degli autori. La brevità e l'incisività sono funzionali allo scopo che si prefissavano gli intellettuali progressisti: persuadere il maggior numero di lettori possibile attraverso il ricorso alla ragione. I pamphlet hanno in genere un taglio polemico e mirano a confutare, attraverso argomenti razionali, i costumi e le norme sociali che si basano sulla tradizione.[7]

L'Enciclopedia[modifica]

Copertina del primo volume dell'Encyclopédie, curata da Diderot e D'Alembert

Il progetto di diffondere nuove idee e cultura non si limita però ai soli pamphlet. La maggiore iniziativa culturale e editoriale del Settecento francese è l'Encyclopédie curata da Denis Diderot e D'Alembert. L'opera si compone di 17 volumi di voci, a cui se ne aggiungono altri 11 di tavole illustrate, realizzati con la collaborazione di un nutrito gruppo di intellettuali e specialisti. La pubblicazione richiede circa un trentennio, dal 1751 al 1780, e l'Enciclopedia conosce un rapido successo commerciale.

I due curatori ponevano al centro della conoscenza umana l'indagine scientifica e filosofica. Quella promossa dall'Enciclopedia è una cultura dinamica e la forma del dizionario, scelta per l'opera, si rivela abbastanza flessibile da venire incontro alle esigenza di questa cultura in evoluzione. Particolarmente apprezzate dai lettori sono le tavole illustrate, dedicate al mondo della manifattura e della tecnica, e corredate da voci. Gli enciclopedisti valorizzano così un settore della realtà particolarmente importante ma fino ad allora rimasto lontano dagli interessi degli intellettuali, quello concreto del lavoro. In questo modo si accosta alla cultura anche una fetta della popolazione che era sempre stata estranea alle speculazioni astratte dei filosofi.[8]

Il rinnovamento del romanzo[modifica]

Il romanzo in Inghilterra[modifica]

Jonathan Swift

Il XVIII secolo è portatore di novità anche per quanto riguarda il romanzo, e il paese più florido da questo punto di vista è l'Inghilterra. In questi anni Jonathan Swift, un religioso anglosassone irlandese, scrive I viaggi di Gulliver (1725), un romanzo dall'ambientazione fantastica che però rimanda, in chiave allegorica, alla repressione anticattolica condotta dall'Inghilterra in Irlanda. Daniel Defoe invece nel suo Robison Crusoe (1719) dà una rappresentazione dello spirito di iniziativa proprio della classe borghese, capace di cavarsela di fronte a ogni avversità. Entrambi i romanzi rimandano a una realtà concreta, che è ben nota al pubblico, e sono narrati in prima persona dal protagonista, che utilizza un linguaggio adatto alla sua collocazione sociale. Con Defoe nasce il romanzo realistico, con il quale l'autore utilizza la narrazione per ricercare la realtà sociale del suo tempo.

Un altro romanzo particolarmente interessante è La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, dell'ecclesiastico Laurence Sterne, i cui nove libri che lo scompongono sono stati scritti dietro la pressione dei lettori. Il romanzo inoltre riprende le teorie sulla convenzionalità del linguaggio di John Locke, dimostrando che nella letteratura inglese del tempo la filosofia diventa un'occasione narrativa.[9]

I romanzi di Samuel Richardson e Henry Fielding danno invece voce all'esigenza di rivedere i rapporti tra le classi sociali. Nella Pamela (1740-1742) Richardson mette in scena le aspirazioni di riscatto e di ascesa sociale delle classi subalterne, attraverso la storia di una cameriera che grazie alla sua virtù riesce a farsi sposare dal suo padrone. Un'altra eroina, protagonista di Clarissa (1748), si abbandona alla morte per rigettare la condizione di disumanità indotta dalla vita sociale, diventando il prototipo di un personaggio letterario che avrà larga fortuna nel Romanticismo. In Tom Jones (1749) Fielding invece alterna i punti di vista: la voce del narratore, che interviene per raccontare gli antefatti e dare giudizi morali, lascia il passo a momenti drammatici, nei quali il lettore è chiamato a giudicare quello che sta avvenendo. Il giusto ha quindi come unica arma di difesa contro il male l'uso del senso critico.[10]

Il romanzo filosofico[modifica]

Un genere letterario molto sfruttato dagli illuministi è il conte philosophique, il romanzo filosofico. Nella loro attività di divulgazione, molti intellettuali cercano nella scrittura creativa una nuova via per trasmettere gli ideali della nuova età. Scelgono quindi la narrazione breve e, avvicinandosi alle esperienze di Defoe e Swift, sfruttano le potenzialità offerte dalla rappresentazione simbolica. Si tratta spesso di racconti fantastici, ambientati in luoghi esotici. Questo permette di ricorrere al meccanismo dello straniamento, che consente di prendere le distanze dalla realtà che si sta studiando mostrandola attraverso lo sguardo di uno straniero che la osserva con stupore.

Un esempio sono le Lettere persiane di Montesquieu, in cui vengono messe in luce le contraddizioni della Francia dell'epoca attraverso il carteggio fittizio di un gruppo di persiani. Il Candido di Voltaire è invece una satira di qualsiasi atteggiamento ottimistico che non sia fondato sulla ragione. Quello sostenuto dal filosofo è un ottimismo razionale, caratterizzato dalla necessità di liberare l'uomo dalle superstizioni e da convinzioni infondate. Non per questo Voltaire ignora che elementi irrazionali dominano la vita dell'uomo e frenano l'affermazione dei princìpi razionali. In generale, il romanzo filosofico esplora l'intreccio tra razionalità e irrazionalità che caratterizza la vita umana. E così, Jacques il fatalista di Diderot si fonda su un continuo intrecciarsi tra elementi casuali e volontà razionali dei protagonisti, evidenziando come la vita sfugga a ogni schematizzazione.

Un discorso a parte meritano quelle opere in cui l'autore narra la propria vita al lettore. Un esempio sono le Confessioni di Rousseau. Il filosofo afferma il valore della sensibilità, e cerca una nuova definizione per il rapporto tra uomo e natura. Le sue riflessioni sulla dimensione istintuale e sulla condizione dei popoli primitivi influenzeranno la poetica romantica.[11]

L'Illuminismo a Napoli[modifica]

Mario Pagano

L'Illuminismo italiano è particolarmente attivo a Napoli, in questo periodo capitale dell'omonimo regno. La città partenopea, insieme alla capitale francese, è quella che meglio rappresenta il "secolo dei lumi": non assorbe semplicemente questa corrente, ma dà vita a nuove forme architettoniche, a nuovi pensieri filosofici e pone le basi dell'economia e del diritto moderno.[12] In realtà Napoli era già stata un centro vitale della filosofia naturalistica del Rinascimento,[13] e ora torna a dare nuovo impulso al pensiero di diversi esponenti, quali ad esempio Mario Pagano, uno dei più importanti giuristi e politici italiani dell'epoca rivoluzionaria,[14] che in gran parte si rifanno all'opera di Giambattista Vico, eliminando però gli aspetti cristiani della sua filosofia.[15]

Rilevanti sono le costruzioni di imponenti edifici pubblici, fra tutti il Real Albergo dei Poveri (detto anche Palazzo Fuga dal nome dell'architetto che lo progetta e realizza nel 1751 su commissione del Carlo di Borbone), che è tra le più notevoli costruzioni settecentesche, tipicamente illuminista: lungo ben 354 metri, ha una superficie utile di 103 000 m2. Politicamente, le prese di posizione anticuriale e antifeudale del governo napoletano diventano modelli d'ispirazione che riscuotono successo anche all'estero.

Da ricordare anche la nascita della scuola economica di Antonio Genovesi, che porta diverse innovazioni nel campo dell'economia nazionale e non solo, seguito anche in Puglia dal letterato Ferrante de Gemmis Maddalena, che fonda una Accademia illuminista. Altri nomi di spicco che pongono le basi della moderna economia politica, delle discipline economiche e monetarie sono Ferdinando Galiani e Gaetano Filangeri. Quest'ultimo in particolare, con la sua scienza della legislazione, sarà d'ispirazione agli artefici della rivoluzione francese.[16]

Gli ultimi illuministi napoletani, come Mario Pagano, Ignazio Ciaia e Domenico Cirillo aderiscono alla Repubblica Napoletana, finendo quindi giustiziati il 29 ottobre 1799 a seguito del ripristino del potere borbonico.

L'Illuminismo lombardo[modifica]

L'Accademia dei Pugni, dipinto di Antonio Perego. Da sinistra a destra: Alfonso Longo, Alessandro Verri, Giambattista Biffi, Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Pietro Verri, Giuseppe Visconti di Saliceto

Centro vitale dell'Illuminismo milanese è la rivista Il Caffè, fondata dai fratelli Pietro Verri e Alessandro Verri, che danno vita anche all'Accademia dei Pugni, fondata nel 1761. Milano dà tra l'altro i natali a uno dei più celebri illuministi italiani, Cesare Beccaria, autore del breve trattato giuridico Dei delitti e delle pene (1763), nel quale, rifacendosi alle teorie dei philosophes e ad alcune legislazioni recenti, come quella della zarina Elisabetta di Russia, propone con logica rigorosa l'abolizione della tortura e della pena di morte. Tale opuscolo, che hai molta influenza anche su sovrani stranieri, induce Pietro Leopoldo di Toscana ad abolire nel 1786 entrambe le forme di pena.

Assieme all'Accademia dei Pugni, la città di Milano vede l'operato dell'Accademia dei trasformati, che è caratterizzata da una componente in prevalenza aristocratica e assume posizioni più moderate tentando di conciliare le nuove idee illuministiche con le tradizioni classiche.

Note[modifica]

  1. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 484-486.
  2. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 483.
  3. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 486.
  4. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romantiscimo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 27-29.
  5. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, pp. 488-489.
  6. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 30.
  7. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 31.
  8. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 32.
  9. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 29-30.
  10. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 30-31.
  11. Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, Dal Barocco al Romanticismo, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, pp. 33-34.
  12. Franco Venturi, Napoli capitale nel pensiero dei riformatori illuministi, in Storia di Napoli, Napoli, ESI, 1991.
  13. Giuseppe Maffei, Storia della Letteratura Italiana, vol. III, Livorno, Mazzajoli, 1852.
  14. Giovanni Tarello, Storia della cultura giuridica e moderna, Bologna, il Mulino, 1976, p. 379.
  15. Guido Santato, Letteratura italiana e cultura europea tra Illuminismo e Romanticismo, Ginevra, Droz, 2003, p. 43.
  16. Antonio Gargano, La Scienza della legislazione di Gaetano Filangieri, in IISF. URL consultato il 6 settembre 2017.