I principi generali del processo civile

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lezione
I principi generali del processo civile
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Diritto processuale civile
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Esiste una sostanziale differenza tra il termine processo e procedimento. Il processo è la forma della giurisdizione cioè è la forma che assume, in concreto, l'esercizio della funzione giurisdizionale. Il procedimento, invece, è l'insieme degli atti concatenati tra loro finalizzato all'emanazione di un atto finale. Il processo nulla è che un procedimento finalizzato, proprio, all'emazione di un "provvedimento giurisdizionale".

Il processo è regolato da una serie di principi generali che ne regolano la vita e le relazioni tra le parti che danno vita ad esso. Tali principi possono essere raggruppati in quello che viene comunemente detto principio del giusto processo. Per "giusto processo" si intende un processo che nella sua attuazione rispetti a sua volta alcuni principi generali quali la indipendenza, terzietà e imparzialità del giudice, la ragionevole durata del processo, il contraddittorio, il principio della domanda, la strumentalità delle forme degli atti processuali e la conservazione degli atti processuali, la libera valutazione delle prove, l'oralità del processo e il doppio grado di giudizio.
Tale principio viene sancito dall'art. 111 Cost. e viene specificato nelle sue varie componenti sia in questo stesso articoli che in altri sparsi nella Costituzione.

Analizziamo nel dettaglio i vari principi.

Il Principio dell'Indipendenza, Terzietà e Imparzialità del Giudice[modifica]

Il giudice (non solo quello civile) nel suo essere un organo decisionale che ha l'arduo compito di dirimere le controversie deve rispettare tre principi:

  • Il Principio dell'Indipendenza;
  • Il Principio della Terzietà;
  • Il Principio dell'Imparzialità.

Il giudice (non solo quello civile) deve infatti essere indipendente, terzo ed imparziale.
Il giudice (non solo quello civile) deve essere indipendente verso il Governo e qualsiasi altro Potere dello Stato (art. 104 Cost: "La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere."). Una eventuale ingerenza infatti di un altro potere nella sfera del Potere Giudiziale comporta una inneutralità del giudizio. La garanzia della sua indipendenza sia nella sua sottomissione soltanto alla legge (art. 101, co. 2, Cost.: "I giudici sono soggetti soltanto alla legge." e art. 108 Cost.: "Le norme sull'ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge. La legge assicura l'indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all'amministrazione della giustizia."). A garanzia dell'indipendenza la stessa Costituzione prevede ad esempio l'inamovibilità dei giudici (art. 107 Cost.) e un organo predisposo quale il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) (art. 104 Cost.) a garanzia di tale indipendenza.
Il giudice (non solo quello civile) deve essere terzo rispetto alle parti cioè non deve avere alcun collegamento di natura familiare, lavorativo o di qualsiasi altra relazione sociale con le parti e il legislatore ha predisposto regole ad hoc non codice di procedura civile.
Il giudice (non solo quello civile) deve infine essere imparziale cioè deve essere indifferente rispetto all'esito della causa, non deve essere coinvolte nella dimensione di una parte a scapito dell'altra.

Il Principio della Ragionevole durata del Processo[modifica]

Il processo per essere "giusto" non deve avere una protrazione nel tempo al di là del ragionevole cioè al di là di quanto necessario per completare gli accertamenti e le fasi decisorie necessarie per un buon giudizio.
Estendere ben oltre il dovuto il tempo del processo non solo crea una disfunzione generale nel sistema giudiziale (cause più lunghe portano a dover posticipare le altre cause assegnate a quel giudice così da creare un arretrato giudiziale che a sua volta crea altri processi più lunghi in un vortice di posticipi che possono portare a rinvii anche dopo mesi e decisioni di cause anche dopo anni) ma anche un danno alle parti le quali "soffrono" di una ingiusta prolungata attesa nel loro desiderio e diritto di avere giustizia.

Di qui il Principio della Ragionevale durata del Processo sancito dall'art. 111, co. 2, Cost. che stabilise che il giudice non puo' adottare provvedimenti che ritardino la definizione del giudizio senza un'utilità per il diritto di difesa o per il rispetto del contraddittorio. Di contro anche i tempi relativi agli atti posti in essere dalle parti spesso sono cadenzati e spesso puniti con decadenze e preclusioni.

Il "diritto" alla ragionevole durata del processo è garantito dalle norme stabilite dalla c.d. "legge Pinto" (L. n. 89/2001, modificata dalla L. 208/2015) che ha introdotto sia cadenze temporali che redono il tempo del processo ragionevole, sia rimedi preventivi ad una eventuale irragionevolezza della durata, sia norme che prevedono un "risarcimento" o meglio una equa riparazione in caso di violazione della ragionevole durata.

Per quanto riguarda le norme sulle tempistiche ritenute ragionevoli si veda il seguente schema.

Gradi/Tipologie Tempi ragionevoli
Primo grado 3 anni
Secondo grado 2 anni
Cassazione 1 anno
Per esecuzione forzata 3 anni
Per procedure concorsuali 6 anni

Va ricordato che esiste un tempo complessivo non superabile che è fissato a 6 anni. Superato tale termine il processo è definito non modo irrevocabile. Tale termine, chiaramente, non si applica in caso di processo in unico grado.

Quanto ai rimedi attuabile la disciplina li pone in relazione alla richiesta di equa riparazione che diventa, in questi casi, inammissibile. Non si potrà, infatti, chiedere riparazione del danno:

  • Se il giudizio, laddove applicabile, puo' essere introdotto nelle forme del procedimento sommario di cognizione di cui agli artt. 70bis ss. c.p.c.;
  • Se deve essere formulata, laddove applicabile, la richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario a norma dell'art. 183bis c.p.c. entro l'udienza di trattazione e comunquae almeno 6 mesi prima che siano decorsi i termini di cui all'art. 2, co. 2bis, L. n. 89/2001;
  • Se possibile procedere a procedimento sommario di cognizione, compreso in grado di appello. In questo caso bisogna proporre istanza di decisione a seguito di trattazione orale a norma dell'art. 281sexies c.p.c. almeno 6 mesi prima che siano decorsi i termini di cui all'art. 2, co. 2bis, L. n. 89/2001. In tal caso, se il tribunale giudica in composizione collegiale e il giudice istruttore ritenga che la causa puo' essere decisa ai sensi dell'art. 281sexies c.p.c., rimette la causa al collegio fissando l'udenza collegiale per la precisazione delle conclusioni e per la discussione orale.

Inoltre è esclusa la riparazione ai sensi dell'art. 2, co. 2quinquies, L. n. 89/2001 laddove:

  • La parte ha agito o resistito in giudizio consapevole dell'infondatezza originaria o sopravvenuta della propria domanda o difesa, eccetto i casi di cui all'art. 96 c.p.c.;
  • Ci sia stato un rifiuto della proposta conciliativa di cui all'art. 91, co. 1, c.p.c.;
  • Ci sia la piena coincidenza della decisione con la proposta del mediatore;
  • In ogni altro caso di abuso dei poteri processuali che abbia determinato l'allungamento dei tempi processuali.

Vi sono poi dei limiti all'indennezzo che fanno presumere l'insussistenza dell'irragionevolezza della durata del processo, salvo prova contraria. Tali limiti sono stabiliti dall'art. 2, co. 2sexies e septies, L. n. 89/2001:

  • Contumacia della parte;
  • Estinzione del processo per rinuncia o inattività delle parti;
  • Perenzione del ricorso (nel giudizio amministrativo);
  • Mancata presentazione della domanda di riunione nel giudizio amministrativo;
  • Introduzione di domande nuove, connesse con altre già proposte, con ricorso separato, pur ricorrendo i presupposti per motivi aggiuntivi (nel giudizio amministrativo);
  • Irrisorietà della pretesa o del valore della causa, valutata anche in base alle condizioni personali della parte;
  • Quando la parte ha conseguito, per effetto della irragionevole durata del processo, vantaggi patrimoniali eguali o maggiori rispetto alla misura dell'indennizzo dovuto.

Ma qual è l'entità dell'indennizzo ? L'art. 2bis L. n. 89/2001 stabilisce che esso deve essere liquidato dal giudice in una misura non inferiore a 400 euro e non superiore a 800 euro per anno o frazione di anno superiore a sei mesi che eccede il termine ragionevole.
Tale somma puo' essere aumentata:

  • Fino al 20% per gli anni successivi al terzo;
  • Fino al 40% per gli anni successivi al settimo.

Puo' essere diminuita:

  • Fino al 20% quando le parti del processo sono più di dieci;
  • Fino al 40% quando sono più di cinquanta;
  • Fino a 1/3 in caso di integrale rigetto delle richieste della parte ricorrente nel procedimento al quale la domanda di equa riparazione si riferisce.

L'indennizzo è riconosciuto una sola volta in caso di riunione di più giudizi che coinvolgono la stessa parte e non puo' essere superiore al valore della causa o, se inferiore, a quello del diritto accertato dal giudice.

Il giudice competente è la Corte d'Appello del distretto in cui ha sede il giudice innanzi al quale si è svolto il primo grado. Alla Corte d'Appello va presentato un ricorso nei confronti del Ministero della Giustizia (per i procedimenti del giudice ordinario) o del Ministero della Difesa (per i procedimenti del giudice militare) o del Ministero dell'Economia e delle Finanze (per gli altri procedimenti: art. 3, co. 2, L. n. 89/2001). Sul ricorso decide entro 30 giorni il presidente della Corte d'Appello o altro giudice designato (eccetto quello del processo presupposto) emanando un decreto motivato con il quale dispone anche sulle spese. Tale decreto va notificato, unitamente al ricorso, alla controparte. La notificazione rende improponibile l'opposizione e comporta l'acquiscenza da parte del ricorrente. Se viene proposta opposizione essa va decisa dal collegio in cui non puo' far parte il giudice che ha preso il provvedimento opposto. L'opposizione non sospende l'esecuzione del provvedimento opposto ma il collegio, con ordinanza non impugnabile, puo' sospendere l'efficacia esecutiva (art. 5ter, co. 4, L. n. 89/2001). Il ricorso introduttivo dell'opposizione e il decreto di fissazione dell'udienza va notificato alla controparte entro il termine stabilito dal giudice. Con il decreto conclusivo della prima fase o il provvediemnto che definisce l'opposizione, se la domanda è dichiarata inammissibile o manifestamente infondata, il giudice puo' condannare il ricorrente al pagamneto, in favore della cassa delle ammende, di una somma non inferiore a 1.000 euro e non superiore a 10.000 euro. Per quanto riguarda l'esecuzione forzata di tali somme, l'art. 5quinquies della L. n. 89/2001 prevede le forme del pignoramento mobiliare presso il debitore, attraverso atto notificato ai Ministeri competenti oppure al funzionario delegato del distretto in cui è stato emesso il provvedimento posto in esecuzione.

Con riguardo alle modalità di pagamento (art. 5sexies L. n. 89/2001) esso è subordiato all'autocertificazione, da parte del creditore, che attesti la mancata riscossione di somme per il medesimo titolo, l'esercizio di azioni giudiziarie per lo stesso credito, l'ammontare degli importo e la modalità di riscossione prescelta. Dalla data di presentazione dell'autocertificazione l'amministrazione è tenuta a pagare entro 6 mesi. Prima del decorso di tale termine i creditori non possono procedere all'esecuzione forzata, alla notifica dell'atto di precetto, né proporre ricorso per l'ottemporanza del provvedimento.

Il Principio del Contraddittorio[modifica]

Per Principio del Contraddittorio si intende la regola secondo la quale un processo per essere giusto deve svolgersi nel contraddittorio della parti così da consentire ad entrambe le parti di avere una parità delle armi processuali e, soprattutto, consente ad entrambe di poter esercitare il proprio diritto di difesa al momento della formazione dei vari atti processuali e nell'interazione con il giudice.

Il principio del contraddittorio è garantito dall'art. 111, co. 2, Cost. secondo cui "ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità davanti a giudice terzo e imparziale".
Tale principio costituzionale è poi attuato dall'art. 101 c.p.c. in base al quale "il giudice, salvo che la legge disponga altrimenti, non puo' statuire sopra alcuna domanda se la parte contro la quale è proposta non è regolarmente citata e non è comparsa". Affinché la controparte sia presente si avrà la notifica dell'atto di citazione oppure la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza che quindi si presenta come presupposto affinché si attui il contraddittorio.

Va ricordato, infine, che il contraddittorio andrà garantito nell'intero processo e non solo nella sua fase iniziale e quindi, ad esempio, la mancata comunicazione a una delle parti, che non sia comparsa nell'udienza di discussione, del decreto col quale, su istanza dell'altra, sia stata anticipata l'udienza rispetto alla data originariamente fissata, comporta la nullità della sentenza per violazione del principio del contraddittorio (Cass. n. 11149/1993).

Il Principio della Domanda[modifica]

Il giudice ha un dovere di decidere. Nel caso non decida sulla domanda proposta dall'attore si ha la c.d. "denegata giustizia" che puo' comportare, in caso di volontarietà da parte del giudice, anche al reato di rifiuto di atti d'ufficio (Sentenza n. 43903/2018 Cass. pen.).
Questo dovere di decidere si concretizza, però, con l'iniziativa della parte che da il via al processo. Nel processo civile, finché la parte non propone la domanda giudiziale per far valere un diritto in giudizio (art. 99 c.p.c.) il giudice non è obbligato ad emanare alcuna decisione nè a conoscere della causa.
Si comprende, quindi, come tutto il processo, nella sua fase iniziale, sia nelle disponibilità della parte.
Il Principio della Domanda si concretizza, quindi, proprio nella disponibilità che la parte ha di dare avvio al processo e di stabilirne anche l'oggetto vincolando e limitando il giudice nel suo giudizio.

Il giudice, nell'interpretazione e qualificazione della domanda, incontra il limite di cui all'art. 112 c.p.c. secondo il quale "il giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa e non puo' pronunciare su tutta la domanda e non oltre il limiti di essa e non puo' pronunciare d'ufficio su eccezioni, che possono essere proposte soltanto dalle parti", pertanto da una parte deve confermare la pronuncia alla domanda dell'attore o del ricorrent, dall'altra non puo' sostituire ex officio l'azione proposta dalle parti con un'azione diversa, fondata cioè su fatti differenti o causa petenti diversa. Qualora lo faccia sarebbe una abusiva modificazione da parte del giudice del petitum o della causa petendi, e non un'erronea interpretazione o qualificazione della doamnda, e quindi una decisione estranea al themadecidendum proposto in giudizio dalle parti.

Il Principio della Strumentalità delle Forme degli Atti Processuali[modifica]

La forma degli atti processuali non è fina a se stessa ma è finalizzata al raggiungimento di uno scopo. Il Principio della Strumentalità delle Forme degli Atti Processuali si concretizza proprio nel fatto che la forma data all'atto, intendendo per forma sia il suo contenuto che i suoi meccanismi di produzione e conoscenza dello stesso, è finalizzata allo scopo da ottenere.
Lo scopo da raggiungere, pertanto, rappresenta il reale fulcro di interesse che il legislatore vuole raggiungere. Non stupiscono pertanto le disposizioni nelle quali spesso l'atto irrispettoso della forma stabilita dal giudice comunque viene fatto salvo se ha raggiunto lo scopo preposto.
L'art. 156 c.p.c. dispone infatti che non puo' essere pronunciata la nullità se l'atto ha raggiunto il suo scopo (ad. es. portare a conoscenza della parte una determinata situazione) anche se non si è rispettati le forme previste dalla legge.
Allo stesso modo l'art. 131 c.p.c., chiarendo che le forme degli atti del giudice saranno sempre sentenza, ordinanza e decreto secondo quanto stabilito dalla legge, in mancanza di disposizioni di legge in materia il giudice potrà utilizzare la forma che ritene più idoena al raggiungimento dello scopo. Ad es. nel processo di cognizione, il rinvio dall'udienza disposto dal giudice non è soggetto a obbligo di comunicazione formale, per cui puo' avvenire mediante l'utilizzo di una qualunque modalità, purché idonea a portare a conoscenza delle parti il fatto (ad es. mediante avviso affisso nella sala dell'udienza o in cancelleria).

Il Principio della Conservazione degli Atti Processuali[modifica]

In considerazione della strumentalità degli atti processuali entra in atto anche il Principio della Conservazione degli Atti Processuali (con un'espressione latina "utile per inutile non vitiatur") che consente la salvaguardia degli atti processuali e anche di alcuni dei loro effetti in ragione del raggiungimento dello scopo degli stessi.

Il Principio della Libera Valutazione delle Prove[modifica]

Il Principio della Libera Valutazione delle Prove (art. 116 c.p.c.) afferma che, con esclusione delle prove legali dove la efficacia probatoria di tali prove è già predeterminata dalla legge, il giudice civile puo' valutare discrezionalmente gli elementi probatori acquisiti e ritenerli sufficienti per la decisione, attribuendo ad essi valore preminente e così escludendo implicitamente gli altri mezzi istruttori richiesti dalle parti.

Il Principio dell'Oralità del Processo[modifica]

Il processo civile si presenta "tendenzialmente" orale. Secondo il codice, infatti, il processo dovrebbe svolgersi prevalentemente attraverso dichiarazioni "orali" rese dai soggetti del processo davanti al giudice e consacrate in apposito verbale d'udienza. E' questo il Principio dell'Oralità del Processo. In realtà la prassi giudiziale ha ridotto di molto la centralità dell'oralità sostituendo ad essa la forma scritta di molte attività processuali (atti introduttivi del giudizio, memorie difensive, consulenze tecniche etc.). La stessa novità del Processo Civile Telematico (PCT) ha di fatto reso centrale il deposito telematico degli atti rendendo la fasi orali delle udienze, spesso, mere formalità.

Il Principio del Doppio Grado di Giudizio[modifica]

Il Principio del Doppio Grado di Giudizio si presenta come una garanzia ulteriore di difesa giudiziale data alle parti per il soddisfacimento del loro diritto ritenuto non soddisfatto nemmeno dal primo giudice adito. In sostanza esso si concretizza in un riesame nel merito del causa già giudicata da un primo giudice. Il secondo giudice, di fatto, rianalizza nel merito la causa e puo' anche sovvertire la decisione del primo giudice.
La nostra Costituzione prevede un ulteriore grado di giudizio, quello di Cassazione, che però, a differenza del secondo grado, non entra nel merito della controversia ma si limita ad applicare un giudizio di legittimità ossia di legalità dei precedenti gradi di giudizio.