I Promessi Sposi - Capitoli VII-VIII - Partire è un po' Morire (superiori)

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lezione
I Promessi Sposi - Capitoli VII-VIII - Partire è un po' Morire (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Italiano per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Di Seguito è Disponibile le Letture e i Riassunti del Capitolo VII e VIII de "I Promessi Sposi" e Approfondimenti su "L'"Addio ai Monti"".

Letture[modifica]

Per le Letture dei Capitoli, i Testi Sono Disponibile Qui:

Riassunti[modifica]

Capitolo VII[modifica]

Il settimo capitolo rappresenta un punto importante del romanzo, in quanto è quello che anticipa e fornisce le premesse alla cosiddetta "notte degli imbrogli", che rappresenta una svolta nella storia del romanzo.

La narrazione è articolata su due piani paralleli, così come anche i capitoli che verranno: da una parte seguiamo le vicende di Renzo e Lucia, che stanno organizzando il piano del matrimonio a sorpresa, dall'altra seguiamo Don Rodrigo e i suoi bravi mentre architettano il piano del rapimento della ragazza (la cronologia degli avvenimenti è indicata sotto).

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Il ritorno di fra Cristoforo, la rabbia di Renzo e i dubbi di Lucia

  • Fra Cristoforo torna dal palazzotto di don Rodrigo portando le cattive notizie della non riuscita dell'impresa. Annuncia però di avere trovato un "filo della Provvidenza".

Continua l'utilizzo di parole prese dall'area semantica della guerra e del duello. Il frate è "un buon capitano che ha perso una battaglia importante".

  • Nella mente Renzo balena di nuovo l'idea di farsi giustizia da solo. La paura di Lucia sale a tal punto che è disposta ad accettare il piano di Agnese.
  • La mattina dopo, Renzo invia da fra Cristoforo al convento Menico, un suo amico, per ottenere informazioni da fra Cristoforo.
  • Durante il pomeriggio strani finti mendicanti si aggirano nei dintorni della casa di Agnese; sono i bravi di don Rodrigo, che stanno organizzando il rapimento di Lucia.

La stizza di don Rodrigo e il piano del rapimento

  • Intanto don Rodrigo pensa al da farsi, ...formava un disegno di vendetta, l'abbandonava, pensava come soddisfare insieme alla passione, e a ciò che chiamava onore.
  • La sera cena con il conte Attilio, che lo provoca e gli fa raddoppiare la scommessa.
  • La mattina seguente convoca il capo dei suoi bravi, Griso, un galeotto che da lui ha ricevuto protezione, e organizza il rapimento di Lucia.
  • Il vecchio servitore, avendo intuito che il padrone stava macinando qualcosa, con una scusa esce per dirigersi a Pescarenico e ad informare il frate.

La sera all'osteria

  • Le due trame si riallacciano la sera all'osteria, dove si sono appostati i bravi in attesa del "colpaccio" e dove Renzo è uscito con Tonio per sistemare la faccenda del debito.

L'oste rivolgendosi a Renzo che gli ha chiesto informazioni sui bravi che ha visto nei dintorni: ...la prima regola del nostro mestiere, è di non domandare i fatti degli altri: tanto che, fin le nostre donne non son curiose; tuttavia lo stesso non esita poi a dare ai bravi informazioni sul giovane e il suo amico.

Cronologia[modifica]

Riportiamo nella tabella un riassunto cronologico degli avvenimenti del capitolo
Renzo, Lucia e Agnese don Rodrigo e i bravi
Torna fra Cristoforo portando brutte notizie. Rabbia di Renzo. Fra Cristoforo esce per tornare al convento Don Rodrigo, adirato, pensa ad una vendetta e inizia ad ideare il rapimento
I piani di morte di Renzo. Lucia si convince riguardo al piano di Agnese Discussione tra don Rodrigo e il conte Attilio, che lo stuzzica
Agnese manda Menico da fra Cristoforo Don Rodrigo e il Griso architettano il rapimento di Lucia
Iniziano i movimenti dei bravi. Il vecchio servitore esce ad avvisare fra Cristoro
I bravi si aggirano attorno alla casa di Agnese travestiti da mendicanti
Renzo, Tonio e Gervaso vanno all'osteria per saldare i conti I bravi si aggirano per il paese e nell'osteria in attesa di entrare in azione

Capitolo VIII[modifica]

L'Addio monti in una raffigurazione del XIX secolo

L'ottavo capitolo costituisce un punto fondamentale nella prima parte della narrazione, in quanto Renzo e Lucia sono costretti a scappare dal loro paese per sfuggire a don Rodrigo e ai suoi bravi.

La notte del 10 novembre 1628, durante la quale si svolgono le vicende dell'ottavo capitolo, è stata chiamata dal Manzoni "la notte degl'imbrogli e de' sotterfugi" (capitolo 8).
Infatti in una sola notte viene attuato (e fallisce) il piano del matrimonio clandestino tra Renzo e Lucia, i bravi tentano (e falliscono) il rapimento di Lucia; ma allo stesso tempo Lucia è costretta a mentire a fra Cristoforo riguardo l'arrivo di Menico alla casa di Agnese.

Il capitolo è articolato in due narrazioni parallele, che sfociano entrambe nel suono delle campane e nel personaggio di Menico. Entrambe presentano inoltre una struttura a climax, con un crescendo di tensione:

  • la scena del tentato matrimonio a sorpresa inizialmente è caratterizzata da avverbi come zitti, zitti o adagino adagino, per rendere l'idea della cautela per evitare di essere scoperti da don Abbondio; poi man mano la scena diventa sempre più concitata, fino ad esplodere con la rabbia del curato e il suono delle campane.
  • allo stesso modo inizia la scena del fallito rapimento, con i bravi che entrano di soppiatto nella casa di Agnese, trovandola vuota, per esplodere con l'arrivo di Menico e, un'altra volta, il suono delle campane.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Venerdì 10 novembre 1628, sera e notte.
Il fallito matrimonio clandestino

  • Perpetua va a chiamare don Abbondio per il saldamento del debito da parte di Tonio.

Troviamo il curato intento a leggere un libro sulla vita di San Carlo, ma invece di andare interessarsi sulle opere del santo, si ferma a domandarsi chi fosse Carneade.

  • Agnese, con una scusa, riesce a intrattenere Perpetua riguardo ai suoi precedenti fidanzamenti.
  • Mentre Tonio e Gervaso attendono che il curato compili la ricevuta, entrano Renzo e Lucia.

La descrizione di don Abbondio ricalca quella dell'avaro della commedia.

  • Renzo inizia a pronunciare la formula del matrimonio, ma don Abbondio se ne accorge e impedisce a Lucia di continuare; quindi va a chiamare il sagrestano Ambrogio per chiedere aiuto
  • Ambrogio però suona le campane, e fa accorrere il popolo del paese alla casa del curato, che però poi li manda via.

Manzoni rende in modo efficace la distinzione tra il popolo e la folla. Nel primo ogni individuo mantiene la sua personalità e la sua ideologia (ciascun personaggio è descritto a parte); quando diventa folla, però, segue il primo parere che viene pronunciato e si perde la personalità e l'unicità dell'individuo.
Il fallito rapimento di Lucia

  • Con un flashback si ritorna alla casa di Lucia, dove la notte si sono recati i bravi di don Rodrigo guidati dal Griso per rapire Lucia, trovando però la casa vuota.
  • Arriva in quel momento Menico, portando il messaggio di fra Cristoforo che, informato dal vecchio servitore, li avvisa di scappare a causa dei piani del rapimento.
  • Al suono delle campane i bravi però si intimoriscono e lasciano andare il garzone, che accorre così alla casa del curato, informando così Renzo e Lucia delle intenzioni di don Rodrigo e della presenza dei bravi a casa sua.

L'addio monti

  • I due sposi si recano così a Pescarenico, al convento del frate, che consiglia loro di fuggire in quanto il paese non è più sicuro per loro, e che ha già trovato una sistemazione, anche se provvisoria, per ciascuno dei personaggi.
  • Renzo, Lucia e Agnese salgono su una barca che li porterà in salvo dall'altra parte del lago di Como.

Cronologia[modifica]

Riportiamo di seguito la successione degli avvenimenti in ordine cronologico
Renzo e Lucia entrano di nascosto nella casa di don Abbondio Il Griso e i bravi entrano "zitti zitti" nella casa di Agnese
Renzo pronuncia la formula del matrimonio La casa di Lucia è vuota, tra i bravi si insinua il sospetto di una talpa
don Abbondio si adira, impedisce a Lucia di concludere la formula e chiama Ambrogio Arriva Menico portando il messaggio di fra Cristoforo
Ambrogio suona le campane della chiesa
Renzo, Lucia e Agnese cercano di fuggire I bravi, intimoriti, fuggono e lasciano andare Menico
Menico raggiunge i due sposi consegnando il messaggio di fra Cristoforo

Approfondimenti[modifica]

L'"Addio ai Monti"[modifica]

Lucia Mondella

L'Addio ai Monti è un celebre brano del capitolo VIII de I promessi sposi di Alessandro Manzoni.

L'Inserimento all'Interno del Romanzo[modifica]

Una notte Renzo e Lucia, su indicazione di fra' Cristoforo, abbandonano in barca il paese natale per sfuggire alle grinfie del malvagio don Rodrigo, il quale mira alla mano della fanciulla; questa, rivedendo i propri luoghi cari, che teme di perdere, e il tetro maniero del suo famigerato pretendente, è vinta dallo sconforto e, posati il braccio e la fronte sul bordo della piccola imbarcazione, piange. Manzoni riporta i pensieri della giovine, che fanno riferimento ai luoghi che questa teme di non poter più rivedere.

Testo[modifica]

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!

[...]

Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Breve Commento[modifica]

Il lago di Como al tramonto, scenario dell'Addio ai monti

Il passo è il momento più lirico di tutto il romanzo, tanto che viene considerato dai commentatori poesia in prosa, tesi rafforzata dal fatto che si possono individuare all'interno del testo vari versi, decasillabi ed endecasillabi; il registro, come si confà alla lirica, è elevato sia nelle figure retoriche che nella sintassi che nel lessico e il tono è fortemente idillico. Esiste però un elemento che incupisce in una certa misura il procedere morbido e quasi bucolico del passo, la presenza di don Rodrigo, la cui ombra aleggia, minacciosa, su tutti i pensieri di Lucia: è la vista del suo palazzotto che fa rabbrividire la giovine e la fa piombare in un profondo sconforto, sfogato nel pianto. Per tutta la durata del brano la narrazione è sospesa, il che consente all'autore di creare un "cantuccio" in cui tanto il personaggio quanto Manzoni stesso possano esternare i propri sentimenti, con una funzione simile, ma, si badi, non uguale, a quella del coro nelle tragedie del nostro. L'ambientazione notturna e il paesaggio lacustre costituiscono un contesto ideale per l'esternazione dei sentimenti della giovine. Tuttavia l'autore, come di consueto, desidera mantenere uno stretto controllo sulla narrazione e sulla propria opera, per cui, al termine del passo, chiude bruscamente il momento idillico con l'espressione "Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia".

Il tema centrale del passo, lirico ed elegiaco, è certamente quello del difficile distacco dalla terra natìa e della delusione che sempre accompagna l'emigrante, il quale lascia ciò che ha di più caro per un futuro incerto, esattamente come Lucia, ma non mancano, naturalmente, riferimenti alla religione e alla Provvidenza, le quali permeano l'intero romanzo e ne sono due delle maggiori tematiche di fondo. Il concetto di Provvidenza fa capolino nella chiusa del passo, in cui si ricorda che Dio predispone le sofferenze degli uomini solo in vista di un bene e di una gioia "più certa e più grande", concetto che è il filo conduttore di tutta la trama dell'opera.

Di fronte alla durezza dell'esilio e all'infrangersi dei desideri e degli affetti quotidiani, la speranza del ritorno e la fiducia nella Provvidenza divina ricompongono l'armonia della vita.