I Promessi Sposi - Capitoli IX-XIX - Gertrude, La Rivolta dei Pani, Renzo Malcapitato e Due Potenti a Colloquio (superiori)

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I Promessi Sposi - Capitoli IX-XIX - Gertrude, La Rivolta dei Pani, Renzo Malcapitato e Due Potenti a Colloquio (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Italiano per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Di Seguito è Disponibile le Letture e i Riassunti del Capitolo IX, X, XI, XII, XIII, XIV, XV, XVI, XVII, XVIII e XIX de "I Promessi Sposi" e la Scheda dei Personaggi della "Monaca di Monza".

Letture[modifica]

Per le Letture dei Capitoli, i Testi Sono Disponibile Qui:

Riassunti[modifica]

Capitolo IX[modifica]

Il nono capitolo può essere diviso in tre principali sequenze:

  • l'arrivo a Monza di Renzo, Agnese e Lucia e la separazione da Renzo;
  • l'incontro con la "Signora" (la Monaca di Monza);
  • la storia di Gertrude.

Le prime due scene sono caratterizzate dal mistero per tutto ciò che è legato alla "Signora", come viene chiamata la monaca di Monza nel romanzo. Viene innanzitutto introdotta in modo esplicito dal narratore, indicando anche il motivo per il quale non ne dice il vero nome:

« Il nostro autore [...] tace il nome del paese dove fra Cristoforo aveva indirizzate le due donne; [...]. Dal progresso della storia si rileva poi la cagione di queste reticenze. Le avventure di Lucia in quel soggiorno, si trovano avviluppate in un intrigo tenebroso di persona appartenente a una famiglia, come pare, molto potente, al tempo che l'autore scriveva. »
(capitolo 9)

Il personaggio della Monaca di Monza è infatti realmente esistito: si tratta di Marianna de Levya, protagonista di un celebre scandalo che sconvolse Monza all'inizio del XVII secolo, figlia del feudatario della città di Monza: Marianna apparteneva dunque alla più potente famiglia della città. Si può capire quindi il riservo del narratore riguardo alla figura della "Signora".

Wikipedia-logo-v2.svg Per approfondire su Wikipedia, vedi la voce Monaca di Monza.

Anche il frate che accompagna le donne al convento parla della Monaca con rispetto:

« La signora [...] è una monaca; ma non è una monaca come l'altre. Non è che sia la badessa, né la priorache anzi, a quel che dicono, è una delle più giovani: ma è della costola d'Adamo; e i suoi del tempo antico erano gente grande »
(capitolo 9)

Anche la descrizione della Monaca di Monza è caratterizzata dal mistero e dall'ambiguità del personaggio: ad esempio, riguardo, riguardo agli occhi, "in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d'un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce".

La storia di Gertrude (la Monaca di Monza) è introdotta da Manzoni spiegando che conoscere la storia del personaggio è funzionale a capirne la "psicologia" e quindi il senso delle sue azioni e del suo comportamento:

« ...noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell'insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo. »
(capitolo 9)

La vicenda di Gertrude è caratterizzata da una forte pressione psicologica esercitata da lei fin da quando era piccola: il suo destino di suora era già deciso prima della sua nascita. La scelta nasce dalla volontà del principe (Manzoni non lo chiama mai padre) di non dividere la sua eredità tra i numerosi figli, lasciandola solo al figlio maggiore: "aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell'uno e dell'altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de' figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera.".

Interessante da notare come le lettere siano portatrici per Gertrude delle sue sventure e del suo destino:

  • con una lettera, quella al vicario, Gertrude chiede ufficialmente di diventare suora
  • la prima lettera al padre, per chiedere di non entrare al convento, esplicita per la prima volta al padre i dubbi di Gertrude riguardo alla scelta di vita voluta per lei
  • la lettera al paggio, mai giunta al destinatario, sancisce la sua condanna e la rabbia del padre
  • è infine con una lettera che Gertrude chiede perdono al principe ottenendo di tornare in convento e portare a compimento la monacazione.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628, mattina.
L'arrivo a Monza di Renzo, Agnese e Lucia

  • I protagonisti non arrivano a Monza dopo il viaggio notturno.
  • Renzo, nonostante vorrebbe fermarsi con Lucia a Monza, ricorda le parole di padre Cristoforo e parte per Milano.

Entrambi durante la povera colazione pensano con amarezza al banchetto che avrebbero dovuto fare il giorno del matrimonio

  • Agnese e Lucia incontrano il padre guardiano, che le accoglie e le conduce dalla Signora.

L'incontro con la "Signora"

  • Il padre guardiano entra prima da solo nella stanza della Monaca "a chieder la grazia". Avverte quindi le donne riguardo al comportamento da tenere in presenza della Signora.

La descrizione della Signora, che Lucia vede ritta dietro una grata, è caratterizzata da un forte contrasto tra bianco e nero e un'ambiguità dei suoi gesti e dei movimenti. Ogni carattere "positivo" è contrapposto ad un aspetto negativo: Manzoni parla di una "bellezza sbattuta".

  • Agnese e Lucia hanno un colloquio con la Signora, che le interroga riguardo alle loro vicende con Don Rodrigo.

L'inizio della storia della monaca di Monza

  • Gertrude, la Signora, è destinata sin da piccola a diventare monaca per volere del padre, principe feudatario di Monza. A sei anni viene portata in convento.
  • Nonostante non abbia realmente intenzione di diventare monaca, Gertrude sotto la pressione delle superiori scrive la richiesta al vicario per essere accettata monaca.
  • Tornata nella casa del padre per un periodo di un mese prima della monacazione, come previsto dal diritto canonico, Gertrude intrattiene una storia d'amore con un paggio. Il padre la scopre e la castiga, isolandola nella sua stanza.
  • Gertrude con una lettera chiede perdono al principe e accetta di diventare monaca.

Capitolo X[modifica]

Il decimo capitolo continua la narrazione della vita della Monaca di Monza, già iniziata nel capitolo precedente, e la narrazione delle vicende di Lucia e Agnese riprende solo nelle ultime righe.

« Vi son de' momenti in cui l'animo, particolarmente de' giovani, è disposto in maniera che ogni poco d'istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un'apparenza di bene e di sacrifizio: come un fiore appena sbocciato, s'abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim'aria che gli aliti punto d'intorno. »
(capitolo 10)

Con queste parole il Manzoni apre il 10 capitolo: paragona l'animo della ragazza, che in quel momento di debolezza si apre al padre che sembra offrirle aiuto, ad un fiore appena sbocciato, che abbandona il suo profumo al primo vento che soffi nelle circostanze.

Il principe approfitta in modo subdolo del momento di debolezza della figlia: si prepara "a batter il ferro, mentre era caldo e comincia "a parlare a lungo del fallo di Gertrude: e quelle parole frizzavano sull'animo della poveretta, come lo scorrere d'una mano ruvida sur una ferita". La pressione psicologica continua: "Avete preso il solo partito onorevole, conveniente, che vi rimanesse... l'avete preso di buona voglia".

Gertrude è in più occasione succube degli eventi e del volere del padre e dei suoi superiori. In più occasioni si ripromette di non esaudire i desideri del principe riguardo alla sua monacazione, ma nel momento cruciale non riesce a fare quanto si era imposta.

Mentendo anche al colloquio con l'esaminatore conferma definitivamente il suo futuro in convento. Egli (che veniva con un po' d'opinione già fatta che Gertrude avesse una gran vocazione al chiostro: perché così gli aveva detto il principe, quando era stato a invitarlo) compie il suo lavoro in modo quasi meccanico (il vicario, più per adempire interamente il suo obbligo, che per la persuasione che ce ne fosse bisogno, insistette con le domande) ma Gertrude alle sue domande risponde mentendo:

Il giudizio del Manzoni, che fino a quel momento aveva solo dimostrato la sua compassione per le sventurate vicende di Gertrude, si abbatte sulla ragazza dopo il suo arrivo in convento.
Il passato turbolento di Gertrtude non giustifica infatti il suo comportamento in convento. Manzoni pensa che la religione possa sanare qualsiasi ferita, purché si sappia seguirne i consigli:

« È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c'è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c'è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita virtù. [...] È una strada così fatta che, da qualunque laberinto, da qualunque precipizio, l'uomo capiti ad essa, e vi faccia un passo, può d'allora in poi camminare con sicurezza e di buona voglia, e arrivar lietamente a un lieto fine. Con questo mezzo, Gertrude avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta. Ma l'infelice si dibatteva in vece sotto il giogo, e così ne sentiva più forte il peso e le scosse. Un rammarico incessante della libertà perduta, l'abborrimento dello stato presente [...]. Rimasticava quell'amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì; e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l'opera; accusava sé di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. »
(capitolo 10)

Dentro il convento Gertrude tormenta le compagne, e vuole far provare alle sue educande lo stesso che ha provato lei:

« Poco dopo la professione, Gertrude era stata fatta maestra dell'educande; ora pensate come dovevano stare quelle giovinette, sotto una tal disciplina. Le sue antiche confidenti eran tutte uscite; ma lei serbava vive tutte le passioni di quel tempo; e, in un modo o in un altro, l'allieve dovevan portarne il peso. Quando le veniva in mente che molte di loro eran destinate a vivere in quel mondo dal quale essa era esclusa per sempre, provava contro quelle poverine un astio, un desiderio quasi di vendetta; e le teneva sotto, le bistrattava, faceva loro scontare anticipatamente i piaceri che avrebber goduti un giorno. »
(capitolo 10)

Ma la frase che più riassume la condanna del Manzoni riguarda la sua relazione con Egidio: "La sventurata rispose." giudica Gertrude che con Egidio, del quale è ormai succube, avrà una relazione amorosa e compirà il delitto della cosiddetta "conversa di Meda".

Capitolo XI[modifica]

Dopo il capitolo e mezzo dedicati alla vita della Monaca di Monza, la narrazione nell'undicesimo capitolo ritorna alle vicende del romanzo.

Come è già successo in altre occasioni, Manzoni è di nuovo costretto, per seguire tutti i personaggi e le situazioni, ripercorrere con un flashback le azioni di altri personaggi.
I personaggi infatti prendono strade differenti e quindi è impossibile seguire le vicende di tutti senza fare ricorso ad artifici letterari (Agnese e Lucia sono a Monza, Renzo è in cammino per Milano, mentre don Rodrigo, i bravi e fra Cristoforo sono ancora al paesino).

La prima parte del capitolo riguarda proprio le vicende dei bravi la mattina dopo la notte degli imbrogli (capitolo 8).
Don Rodrigo è impaziente ma prima di tutto ha paura e cerca di distruggere le prove di quella notte e i sospetti riguardo al tentato rapimento. Fa tuttavia l'errore di considerare che le vittime siano "gente di nessuno" ma in realtà, come gli aveva ricordato Fra Cristoforo, esse sono sotto la "protezione di Dio":

« S'andava però rassicurando col pensiero delle precauzioni prese per distrugger gl'indizi, se non i sospetti. " In quanto ai sospetti ", pensava, " me ne rido. Vorrei un po' sapere chi sarà quel voglioso che venga quassù a veder se c'è o non c'è una ragazza. Venga, venga quel tanghero, che sarà ben ricevuto. Venga il frate, venga. La vecchia? Vada a Bergamo la vecchia. La giustizia? Poh la giustizia! Il podestà non è un ragazzo, né un matto. E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno né anche un padrone: gente di nessuno. »
(capitolo 11)

Sia il Griso che don Rodrigo sono convinti che il piano sia fallito a causa di una spia. Quest'idea viene tuttavia abbandonata dopo il colloquio con il conte Attilio, che scarica le colpe su fra Cristoforo.

La seconda parte del capitolo viene introdotta dal Manzoni con una riflessione riguardo alla stesura del suo romanzo e alla difficoltà di seguire tutti i personaggi:

« Ho visto più volte un caro fanciullo [...] affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d'India, che aveva lasciati scorrer liberi il giorno, in un giardinetto. Avrebbe voluto fargli andar tutti insieme al covile; ma era fatica buttata: uno si sbandava a destra, e mentre il piccolo pastore correva per cacciarlo nel branco, un altro, due, tre ne uscivano a sinistra, da ogni parte. Dimodoché, dopo essersi un po' impazientito, s'adattava al loro genio, spingeva prima dentro quelli ch'eran più vicini all'uscio, poi andava a prender gli altri, a uno, a due, a tre, come gli riusciva. Un gioco simile ci convien fare co' nostri personaggi: ricoverata Lucia, siam corsi a don Rodrigo; e ora lo dobbiamo abbandonare, per andar dietro a Renzo, che avevam perduto di vista. »
(capitolo 11)

Manzoni passa così elegantemente da una scena all'altra e ritorna su quelle di Renzo, che aveva lasciato nel capitolo 9 alla sua partenza per Milano da Monza.

L'arrivo in città di Renzo è caratterizzato dall'uso di vocaboli che richiamano lo stupore e l'estraneità del povero montanaro (così viene chiamato nei capitoli successivi) a Milano.

Le vicende del giovane a Milano sono in realtà un romanzo di formazione all'interno del romanzo stesso: il giovane infatti, abituato alla vita in un piccolo paese, a Milano diventerà grande a sue spese. È infatti per la sua fanciullesca ingenuità che verrà coinvolto nel tumulto e verrà arrestato.
Ad esempio, Renzo non esita a raccogliere da terra i pani che trova per strada ignorando la presenza di una rivolta. Neanche la presenza di farina e pagnotte per la strada non lo portano a pensare che la situazione, anomala, possa celare qualche pericolo; la realtà diventa fiaba e il giovane crede di essere "paese della cuccagna", iniziando a dubitare dell'esistenza di una carestia.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628
Don Rodrigo e il Griso la notte degli imbrogli

  • Il Griso torna al palazzotto di don Rodrigo senza avere portato a termine il rapimento di Lucia.

Il Manzoni paragona così i bravi ad un "branco di segugi dopo aver inseguita invano una lepre", che "tornano mortificati verso il padrone co' musi bassi". La similitudine riprende una simile nella notte degli imbrogli (i bravi lì sono paragonati ad una mandria di porci, e il Griso al cane che li scortava).

  • Il Griso fa relazione a Don Rodrigo sui fatti della serata

Don Rodrigo e il conte Attilio

  • Don Rodrigo riferisce quanto saputo al conte Attilio che si impegna a "sistemare" frate Cristoforo che ha aiutato Renzo, Lucia ed Agnese a fuggire
  • Intanto il Griso viene a sapere dove sono fuggiti i promessi sposi e Agnese. Don Rodrigo gli affida il nuovo incarico di recarsi a Monza per scoprire di più a riguardo.

Renzo arriva a Milano

  • Renzo arriva a Milano ammirando le dimensioni del duomo e chiede delle informazioni per il convento dei cappuccini a Porta Orientale

Renzo non realizza ancora di essere in una grande città e non in un paesino dove tutti si conoscono; chiede ad un passante qualunque semplicemente Saprebbe insegnarmi la strada più corta, per andare al convento de' cappuccini dove sta il padre Bonaventura?. Ovviamente le informazioni non sono sufficienti al passante per fornire indicazioni, in quanto non conosce tutti i frati dei conventi della città.

  • Renzo si aggira per le strade e vede i primi segni del tumulto che sta per scoppiare. Trova per la strada strisce bianche di farina e delle pagnotte, che raccoglie ingenuamente.
  • Al convento Renzo non viene fatto entrare in assenza di una richiesta scritta per il padre Bonaventura, che al momento non è neanche presente al convento. Gli viene consigliato di rimanere in Chiesa per la notte, ma Renzo preso dalla curiosità si allontana dal convento e si dirige verso il centro della città.

Capitolo XII[modifica]

Nel dodicesimo capitolo ritorna la carestia, che ormai non è più solo sullo sfondo ma è la causa principale dei tumulti di Milano nei quali Renzo viene coinvolto e oggetto delle riflessioni del Manzoni. Il capitolo è così strutturato in due parti: la prima riguarda le cause storico-sociali della carestia e i provvedimenti presi dai governatori locali per fare fronte all'emergenza; la seconda riguarda le vicende di Renzo coinvolto nel tumulto e l'assalto al cosiddetto "Forno delle Grucce".

Come fa in altre situazioni, Manzoni analizza lucidamente le situazioni, presentando:

  1. L'esame dei fatti. Manzoni spiega che le cause della carestia siano da ricercarsi sia da fenomeni naturali (la contrarietà delle stagioni) sia dall'operato dell'uomo: lo sperperio e la miseria provocati dalla guerra, l'inettitudine dei governanti.
  2. Il comportamento della massa. Il popolo cerca un capro espiatorio e riversa la colpa della carestia sugli incettatori e sui fornai (come si farà con la peste per gli untori). Addirittura si parla con certezza di derrate di farina e pane nascoste dai fornai e spedite segretamente in altri paesi.
  3. Le responsabilità dei singoli. Il governatore don Gonzalo Fernandez de Cordova, "ingolfato" dalla guerra e dall'assedio di Casale Monferrato, è sostituito dal gran cancelliere Antonio Ferrer. Egli non ha il coraggio di prendere provvedimenti impopolari e, senza una vera cognizione dei fatti, impone un limite al prezzo del pane, costringendo i fornai alla miseria.
    Viene così istituita una giunta che rialza il prezzo del pane, con la conseguente collera della massa ("I fornai respirarono, ma il popolo imbestialì").
L'arrivo del capitano di giustizia al forno delle Grucce

La narrazione si sposta quindi sui fatti e gli avvenimenti che coinvolgono direttamente Renzo. Egli assiste dapprima all'assalto di un garzone che portava il pane a domicilio ma la folla, sempre più desiderosa di pane, si rivolge al forno delle Grucce.
Gli avvenimenti di questi capitoli si basano sui fatti reali del cosiddetto "tumulto di San Martino" (cioè il giorno 11 novembre); il narratore diventa anche storico e presenta i fatti esponendoli con lucidità.

Assume sempre maggior importanza il "personaggio collettivo" della folla che, persa la sua natura di aggregazione di individui, è diventata un'unica forza (tanto da essere più volte paragonata ad un torrente o ad una tempesta). Per rendere questa idea il Manzoni ricorre a pronomi indefiniti o forme generiche (qualcuno, c'era chi, chi... uno... un altro...), e i discorsi tra persone si riducono a semplici voci dette da nessuno e da tutti.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628

La carestia
  • Manzoni analizza le cause della carestia: le annate sfavorevoli, la guerra e l'ottusità cura dei governanti.
  • Il popolo in rivolta chiede soluzioni ai governatori e incolpa i fornai e gli incettatori.
  • Un provvedimento preso dal cancelliere Ferrer abbassa il prezzo del pane in modo insostenibile per i panettieri, che ottengono che venga rialzato, con conseguente arrabbiamento della folla.
L'assalto al forno delle grucce
  • Renzo assiste all'assalto di un garzone che sta consegnando il pane a domicilio. La folla, in cerca di altro pane, si dirige al "Forno delle grucce", in via Corsia dei Servi (l'attuale galleria Vittorio Emanuele).

La traduzione effettuata dal Manzoni dal nome milanese del forno (El prestin di scans) entra nell'ambito del suo lavoro sulla lingua e il suo "risciacquo" nelle acque dell'Arno. Le grucce sono le sorte di pale usate per infornare e sfornare il pane.

  • Interviene il capitano di giustizia che cerca di dissuadere la folla dall'assaltare il forno; non riesce tuttavia nel suo intento e, anzi, gli viene lanciato addosso un sasso.

Il capitano dimostra un affetto quasi paterno per il popolo (figlioli, a casa, a casa), facendo leva sul timor di Dio, la figura del re e il sistema dei valori (giudizio! badate bene!).

  • La folla irrompe nel forno e si dà alla razzia di tutto il pane e la farina.

In un climax di gravità, la folla prima ruba i sacchi del pane, poi la pasta, infine porta via anche la farina. Per rendere la concitazione e la velocità delle azioni di usa la paratassi (uso di tante principali).

  • La folla si dirige verso la casa del vicario di provvisione, ritenuto colpevole della carestia, a pochi passi dal forno.

Capitolo XIII[modifica]

Nel tredicesimo capitolo prosegue la narrazione delle vicende vissute da Renzo durante i tumulti di San Martino a Milano.
La folla si è diretta verso la casa del vicario di provvisione, ritenuto il responsabile della carestia e della mancanza di pane.
Il vicario dall'interno della sua abitazione sente avvicinarsi il tumulto ma è impotente davanti alla folla: la forza reale (la massa inferocita) scavalca quindi la forza legale (rappresentata dal vicario) costringendolo a nascondersi. Anche l'ufficiale chiamato per sedare il tumulto resta inerte per la paura.

In questo capitolo Renzo diventa, entrato nella folla, spinto un po' dalla curiosità, un po' dall'eccitazione, diventa così un osservatore interno del tumulto, presentandoci le voci e i personaggi. Tra questi spicca la figura del vecchio malvissuto, emblema della violenza e della degenerazione dell'uomo quando perde la sua identità e diventa folla: gli aggettivi affossati, infocati e il sogghigno di compiacenza diabolica ricordano una dimensione diabolica e infernale, accentuata dalla presenza dei 'quattro chiodi con il quale il vecchio vorrebbe attaccare il vicario a un battente della sua porta, che rimandano alla crocifissione di Gesù Cristo.

Il cancelliere Ferrer in un'illustrazione dei Promessi Sposi

Nella seconda parte del capitolo spicca invece la figura del cancelliere Antonio Ferrer.
Egli è amato dal popolo al quale mostra benevolenza, ma in realtà egli gode di una popolarità mal acquistata. Il popolo infatti lo ama per via del suo provvedimento con il quale aveva imposto un limite al prezzo del pane: sebbene la mosse avesse avuto un forte impatto demagogico (aveva acquistato la benevolenza del popolo) era in realtà segno di una grave miopia politica. Il provvedimento, infatti, invece di risolvere la crisi, l'aveva inasprita, in quanto i fornai non riuscivano più a sostenere la loro attività vendendo il pane ad un prezzo così basso.

Queste doppia valenza del cancelliere (all'apparenza amico del popolo, ma nella realtà non lo aiuta) emerge anche in questo capitolo, sotto due aspetti:

  • Uno esplicito relativo alla narrazione: egli promette al popolo che punirà severamente il vicario di provvisione ma in realtà lo porta in salvo dalla folla, senza effettivamente punirlo.
  • Uno simbolico: il cancelliere parla due lingue, italiano e spagnolo. Mentre parlando in italiano rassicura il popolo, promette pane e giustizia, in spagnolo esprime le sue reali intenzioni, senza però farsi capire dalla folla.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628

L'assalto alla casa del vicario di provvisione
  • La folla, inferocita, si dirige verso la casa del vicario di provvisione, ritenuto responsabile della mancanza di pane
  • Il vicario non fa in tempo a scappare e, impaurito, si rifugia in soffitta
  • Renzo, trovatosi in mezzo al tumulto, esprime il suo parere contrario all'uccisione del vicario, ma viene scambiato per un servo del vicario
  • Prima che per Renzo possa accadere il peggio, si sparge la voce che è arrivato il gran cancelliere Ferrer
Il cancelliere Ferrer
  • Arriva il cancelliere Ferrer, che vuole salvare la vita del vicario, che non ha commesso alcun male
  • Renzo si attiva ad aiutare il cancelliere a farsi strada tra la folla credendo di riceverne la benevolenza.
  • Ferrer giunge davanti alla casa, scende dalla carrozza e scompare dietro la porta. Ne esce poco dopo con il vicario che, non senza difficoltà, viene fatto entrare nella carrozza

Il drappo del mantello di Ferrer è paragonato alla coda di una serpe, per evidenziar la doppia valenza del personaggio

  • Ferrer calma la folla promettendo pane, abbondanza e giustizia, mentre la carrozza si dirige con il vicario al Castello.

Capitolo XIV[modifica]

Il quattordicesimo capitolo si articola in due grandi sequenze.

La prima, ambientata tra le vie di Milano, è la diretta continuazione delle vicende del tumulto del quale Renzo è stato partecipe. Il Manzoni descrive la folla che si dirada, mantenendo sempre tuttavia il suo carattere anonimo (gente, crocchio, branco, ecc...).

Il discorso di Renzo mischia i fatti della giornata con le sue esperienze personali, generalizzando ed usando le une per giudicare le altre. Si illude infatti che, risolvendo un grave problema economico e sociale, egli possa risolvere anche i suoi problemi con don Rodrigo:

« [...] non è solamente nell'affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacché oggi s'è visto chiaro che, a farsi sentire, s'ottiene quel che è giusto; [...]. Non è vero, signori miei, che c'è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de' dieci comandamenti, e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni male, e poi hanno sempre ragione? anzi quando n'hanno fatta una più grossa del solito, camminano con la testa più alta, che par che gli s'abbia a rifare il resto? Già anche in Milano ce ne dev'essere la sua parte.

- Pur troppo, - disse una voce.

- Lo dicevo io, - riprese Renzo: - già le storie si raccontano anche da noi... »
(capitolo 14)

Renzo appare anche in questo capitolo ingenuo: dopo aver aiutato Ferrer, che reputa un uomo onesto e dalla parte del popolo (è un galantuomo, un signore alla mano; e oggi s'è potuto vedere com'era contento di trovarsi con la povera gente, e come cercava di sentir le ragioni che gli venivan dette, e rispondeva con buona grazia), si fa ingannare dai suoi sorrisi e crede di essere diventato un personaggio importante:

« Stato un momento a sentire, non poté tenersi di non dire anche lui la sua; parendogli che potesse senza presunzione proporre qualche cosa chi aveva fatto tanto. E persuaso, per tutto ciò che aveva visto in quel giorno, che ormai, per mandare a effetto una cosa, bastasse farla entrare in grazia a quelli che giravano per le strade »
(capitolo 14)

Nel suo discorso infervorato Renzo viene però scambiato da un birro (un poliziotto) per uno dei fomentatori e capi della rivolta.

La seconda parte del capitolo è ambientata nella taverna: il birro, sotto il falso nome del sedicente Ambrogio Fusella, riesce a farsi dire il nome del giovane e si reca così a denunciarlo.
Tutti gli elementi della scena, a partire dal birro che si presenta sotto falso nome, hanno caratteristiche di doppiezza e ambiguità: la descrizione della taverna ricorda quella del palazzotto di don Rodrigo nell'uso di coppie o vocaboli accoppiati (due lumi, due pertiche, la mezza luce che sembra contraddire il nome stesso dell'osteria, due panche, carte voltate e rivoltate, dadi buttati e raccolti). Anche la figura dell'oste è ambigua:

« [...] l'oste era a sedere sur una piccola panca, sotto la cappa del cammino, occupato, in apparenza, in certe figure che faceva e disfaceva nella cenere, con le molle; ma in realtà intento a tutto ciò che accadeva intorno a lui »
(capitolo 14)

Pensando l'intero percorso di Renzo a Milano come un percorso di formazione, la sua ubriacatura è il momento di maggior caduta. Egli tuttavia, tra le parole sconnesse, accusa i nobili e i prepotenti riconoscendo la cultura come strumento di potere:

« gran cosa, - esclamò, - che tutti quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno que' signori d'adoprar la penna! [...] è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo »
(capitolo 14)

Nonostante sia convinto della buona fede di Ferrer, ha un attimo di esitazione:

« Eppure, anche Ferrer... qualche parolina in latino... siés baraòs trapolorum... Maledetto vizio! »
(capitolo 14)

Renzo intuisce una certa doppiezza del personaggio ma confonde lo spagnolo con il latino: dalla storpiatura delle parole che si ricorda con il poco latino che sa, vengono fuori tre parole senza senso.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628, sera

Il discorso di Renzo
  • Si sta facendo sera e la folla inizia a diradarsi. Si formano dei gruppi di persone qua e là che discutono di progetti per il giorno dopo.
  • Renzo, credendo di essere ormai partecipe delle vicende fino in fondo, si intromette e arringa la folla con un discorso sul tema della giustizia, riponendo la sua fiducia nel cancelliere Ferrer. Egli viene scambiato così per uno dei capi della rivolta.
Renzo all'osteria
  • Renzo si affida quindi ad uno sconosciuto per cercare un'osteria. Egli è in realtà un poliziotto che lo sta spiando.
  • Entrano "all'osteria della luna piena", dove continua i suoi sfoghi contro i tiranni e rifiuta di dire il suo nome. Il birro, tuttavia, riesce a far dire a Renzo le sue generalità per poterlo denunciare all'autorità giudiziaria, quindi se ne va.
  • Renzo, così, non abituato agli stravizi, si ubriaca e tra discorsi sempre più appassionati e imbrogliati diventa lo zimbello della brigata.

Capitolo XV[modifica]

Il quindicesimo capitolo si apre con il culmine della sbornia di Renzo. L'oste, non senza tentare un'ultima volta di chiedere al giovane le sue generalità per poterlo denunciare, lo accompagna a letto facendosi prima pagare. Nel dialogo tra i due dall'osteria alla stanza da letto compaiono più volte i termini furbo e galantuomo che rimandano alla difficoltà per ciascuno di codificare le intenzioni dell'altro (l'oste ha solo visto Renzo arrivare in osteria con il birro, non sa se sia realmente colpevole ma deve denunciarlo; allo stesso modo Renzo prova diffidenza per l'oste).

Mentre si dirige verso il palazzo di giustizia Manzoni riporta i suoi pensieri dai quali emerge il modo di vivere dell'oste, simile a quello di don Abbondio: cercare di evitare i problemi e gli impicci e, nelle situazioni difficili, agire senza prendere posizione; maledice Renzo per essere capitato nella sua osteria e confessa tra sé che, se non fosse venuto in compagnia del birro, nemmeno lo avrebbe denunciato:

« Una giornata come questa, a forza di politica, a forza d'aver giudizio, io n'uscivo netto; e dovevi venir tu sulla fine, a guastarmi l'uova nel paniere. Manca osterie in Milano, che tu dovessi proprio capitare alla mia? Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio, per questa sera; e domattina t'avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in compagnia ci vieni; e in compagnia d'un bargello, per far meglio »
(capitolo 15)

Il Manzoni descrive successivamente i provvedimenti presi dall'autorità legale per fare fronte al tumulto; si capisce così che Renzo era un capo espiatorio come "ammonimento" per tutti:

« Ma per dar, come si dice, un colpo al cerchio e uno alla botte, e render più efficaci i consigli con un po' di spavento, si pensò anche a trovar la maniera di metter le mani addosso a qualche sedizioso [...]: e quel sedicente Ambrogio Fusella era, come ha detto l'oste, un bargello travestito, mandato in giro appunto per cogliere sul fatto qualcheduno da potersi riconoscere, e tenerlo in petto, e appostarlo, e acchiapparlo poi, a notte affatto quieta, o il giorno dopo »
(capitolo 15)

Veniamo così a conoscenza dei reali fatti; il lettore capisce anche che la scelta di Renzo di entrare nell'osteria della Luna Piena è stata veramente provvidenziale perché ha evitato al giovane l'arresto diretto.

Il notaio criminale durante il suo discorso con l'oste ingigantisce i deboli capi d'accusa verso Renzo: il pane diventa una quantità di pane rubato, il discorso di Renzo alla folla parole ingiuriose contro le gride. L'oste è invece intento a difendersi declinando ogni colpa e cercando di non assumersi responsabilità.

La mattina dopo Renzo viene svegliato da due birri comandati dal notaio criminale che si è recato all'osteria per arrestare il giovane. Egli tuttavia ha un certo timore, in quanto ha dei presagi di rivolta:

« Già nel venire, aveva visto per le strade un certo movimento, da non potersi ben definire se fossero rimasugli d'una sollevazione non del tutto sedata, o princìpi d'una nuova: uno sbucar di persone, un accozzarsi, un andare a brigate, un far crocchi. E ora, senza farne sembiante, o cercando almeno di non farlo, stava in orecchi, e gli pareva che il ronzìo andasse crescendo. Desiderava dunque di spicciarsi; ma avrebbe anche voluto condur via Renzo d'amore e d'accordo; giacché, se si fosse venuti a guerra aperta con lui, non poteva esser certo, quando fossero in istrada, di trovarsi tre contr'uno. Perciò dava d'occhio a' birri, che avessero pazienza, e non inasprissero il giovine; e dalla parte sua, cercava di persuaderlo con buone parole »
(capitolo 15)

Per questo cerca di far passare l'arresto di Renzo come una semplice formalità, promettendo che in due parole sarete spicciato, e potrete andarvene per i fatti vostri. Il protagonista sta tuttavia diventando grande e impara a interpretare correttamente la realtà, accorgendosi di quanto accade attorno a lui in modo consapevole e senza farsi ingannare dall'ufficiale:

« Renzo s'accorgeva anche lui d'un ronzìo crescente nella strada. Guardando poi in viso il notaio, vi scorgeva in pelle in pelle la titubazione che costui si sforzava invano di tener nascosta »
(capitolo 15)

Renzo è astuto e preme affinché il notaio gli consegni i suoi soldi e la lettera, necessari per continuare a vivere se fosse scappato; sfrutta così la debolezza del notaio, impaurito dalla folla e dal tumulto.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Sabato 11 novembre 1628, notte e mattino seguente

La sera dell'oste
  • L'oste convince Renzo ad andare a letto e si fa saldare il conto per poi recarsi al palazzo di Giustizia.
  • Qui riferisce di aver ospitato un forestiere che si è rifiutato di dare le sue generalità. Il notaio criminale invece, intenzionato ad ingrossare i capi d'accusa, chiede che riferisca cose grosse come aveva indicato la falsa guida (il sedicente spadaio).
Il risveglio di Renzo
  • La mattina dopo Renzo è svegliato da due birri a seguito del magistrato che gli ordina di vestirsi e di seguirlo per condurlo in prigione.

Il notaio tenta di far credere a Renzo che il suo arresto si tratti di una semplice formalità quando invece lo vuole condurre in prigione. Renzo, che sta imparando a farsi furbo, non crede alle sue parole e pensa ad un modo per scappare.

  • In strada, al radunarsi di una folla di curiosi in seguito al suo arresto, Renzo si mette ad urlare di essere stato arrestato perché chiedeva pane e giustizia.
  • I birri e il magistrato, impauriti, lasciano fuggire Renzo e cercano di disperdersi tra la folla.

Capitolo XVI[modifica]

Il sedicesimo vede la fuga di Renzo dalla città verso il bergamasco. Si divide in due grandi macrosequenze, la prima consiste nella sua fuga dalla città e la seconda nella sua cena all'osteria di Gorgonzola.

Anche durante la fuga Renzo dimostra una certa maturazione: osserva bene i passanti prima di rivolgere a qualcuno delle domande, per non destare sospetti, sapendo di essere inseguito; riesce con astuzia a ottenere ospitalità per il pranzo da una anziana signora sulla strada per Gorgonzola e, senza far capire quale sia la sua meta (cioè Bergamo), riesce ad ottenere informazioni utili a riguardo.
Si ripete l'uso di verbi ed espressioni legati all'utilizzo della ragione e di una nuova consapevolezza acquisita da Renzo: gli era balenato, aveva pensato, passate per la mente.

Nel capitolo vengono ripresi stilemi tipici della fiaba (tipico esempio di racconto di formazione) come "cammina cammina", "trova cascine", "trova villaggi", che si ricollegano all'inizio del capitolo 14. Mentre all'interno della città egli si muoveva senza sapere dove, il piano per la fuga diventa uno studio faticoso.

Mentre Manzoni descrive sempre con attenzione le osterie nelle quali Renzo è entrato, nell'osteria di Gorgonzola il protagonista è Renzo e il suo nuovo atteggiamento. Imparando dall'esperienza passata, segnala subito all'oste che non ha intenzione di passare lì la notte:

« Vi prego di far presto, soggiunse: - perché ho bisogno di rimettermi subito in istrada -. E questo lo disse, non solo perché era vero, ma anche per paura che l'oste, immaginandosi che volesse dormir lì, non gli uscisse fuori a domandar del nome e del cognome, e donde veniva, e per che negozio... Alla larga! »
(capitolo 16)

Nell'osteria il giovane non si mette più al centro dell'attenzione ma, anzi, cerca di avere un fare da addormentato per avere informazioni senza destare sospetti.

La figura del mercante proveniente da Milano che racconta ai suoi amici all'osteria come erano andate le cose in città quella giornata è un tipico esempio di personaggio minore, conosciuto da tutti. È evidentemente un abitudinario dell'osteria (era solito, il mio solito boccone) ma tutti i commensali da lui si aspettano novità sulla giornata; usa un tono popolare usando anche espressioni di ambito religioso (come aveva fatto Renzo nella sua arringa alla folla). Nell'economia del romanzo svolge alcune importanti funzioni:

  • permette al Manzoni di esporre gli avvenimenti di Milano il giorno dopo la rivolta di San Martino (12 novembre) frutto di un lavoro su documenti storici
  • il modo distorto in cui vengono riportati i fatti inerenti a Renzo mostrano da un lato come le informazioni possano mutare di bocca in bocca (Renzo diventa un manigoldo, la lettera di padre Cristoforo diventa un fascio di lettere, i passanti che aiutano a farlo fuggire diventano i suoi compagni, che facevan la ronda intorno all'osteria) e di quello che sarebbe successo al giovane se fosse rimasto a Milano (certo era uno de' capi e quindi per cercarlo hanno messo a soqquadro mezzo Milano)

A Partire dalla Narrazione[modifica]

La fuga di Renzo
  • Renzo è libero e pensa di fuggire verso la porta orientale per poi dirigersi verso Bergamo dove abita il cugino Bortolo.
  • Chiedendo ad un passante riesce ad ottenere le informazioni per arrivare fino a Gorgonzola. Egli analizza attentamente i passaggi per evitare brutti incontri.
Renzo all'osteria
  • Verso sera Renzo giunge in un'osteria, sapendo però destreggiarsi bene tra la gente che gli chiede informazioni da Milano.
  • Giunge un mercante dalla città che inizia a riportare quanto accaduto. Renzo nell'immaginario della folla milanese è diventato un manigoldo ed è quindi ricercato dalla polizia.

Capitolo XVII[modifica]

Il diciassettesimo capitolo è forse uno dei più lirici del romanzo ed è interamente dedicato alla figura di Renzo, ai suoi sentimenti e alle sue sensazioni.

Ora tramite il discorso diretto, ora tramite la tecnica del discorso indiretto libero, veniamo a conoscenza dei pensieri di Renzo, tra i quali soprattutto si insinua la paura e l'ansia di essere scoperto e catturato. La paura e l'ombra sono elementi che ricorrono in tutto il capitolo durante la fuga del giovane da Milano verso Bergamo.

In tutto questo la speranza è rappresentata dalla buona voce dell'Adda, il fiume che segna il confine tra il ducato di Milano e quello di Venezia.

Nel suo soliloquio Renzo ripensa sulla base delle parole del mercante le vicende vissute a Milano: usando con insistenza la triplice ripetizione delle parole (Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere, io; sappiate... sappiate... sappiate) si rivolge al suo interlocutore (il mercante) rispondendo alle false accuse perpetrate dai birri e prendendo le distanze da esse. A lui e al suo individualismo Renzo contrappone la morale cristiana (aiutar Ferrer, come se fosse stato un mio fratello, bisogna farlo per l'anima: son prossimo anche loro).

Ritornano gli stilemi della fiaba (cammina cammina) e Renzo prosegue la sua strada in un climax di paura e tensione: il mugolio dei cani lamentevole insieme e minaccioso e il timore di Renzo nel chiedere ospitalità in una delle case del paese che attraversa lasciano spazio alla noia (nel senso di disagio e fastidio fisico e psicologico) e alla mancanza di un gelso, una vita o altri segni di coltura che parevano fare una mezza compagnia.
Proseguendo nel percorso la natura si inselvatichisce (macchie più alte, di pruni, di quercioli, di marruche) e la noia si trasforma in ribrezzo fino a quando Renzo non si addentra nella boscaglia e si ha il culmine della tensione:

« Gli alberi che vedeva in lontananza, gli rappresentavan figure strane, deformi, mostruose; l'annoiava l'ombra delle cime leggermente agitate, che tremolava sul sentiero illuminato qua e là dalla luna; lo stesso scrosciar delle foglie secche che calpestava o moveva camminando, aveva per il suo orecchio un non so che d'odioso »
(capitolo 17)

La paura e il disagio collegati alla boscaglia o alla foresta rimandano immediatamente agli ambienti tipici della fiaba: Renzo riesce a vincere però anche questa prova (Provava un certo ribrezzo a inoltrarvisi; ma lo vinse, e contro voglia andò avanti) e la spannung si scioglie nell'amico rumore dell'Adda.
Il fiume, correlato sempre ad un rumore benevolo e amico in opposizione al silenzio, i mugolii e i rumori ostili della natura, non segna solo il confine tra i due stati ma la sua acqua limpida è simbolo della speranza di Renzo.

La lettera maiuscola alla parola Provvidenza in seguito indica che non si tratta di una semplice buona sorta ma proprio della volontà di Dio. La nuova consapevolezza di Renzo si oppone alle solite divozioni e alle orazioni per i morti più legate ad un ambito superstizioso.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

Verso l'Adda
  • Durante il cammino Renzo ripensa alle parole del mercante e alle accuse nei suoi confronti.
  • In un crescendo di tensione, paura, disagio Renzo affronta la desolazione della campagna e la boscaglia. Sente finalmente il rumore amico dell'Adda.
  • Si reca in una capanna per passare la notte.

Le figure di Lucia e Padre Cristoforo sono richiamate per mezzo di una sineddoche (una parte per il tutto). La donna e il frate diventano così una treccia e una barba.

San Marco
  • Al mattino Renzo torna nei pressi dell'Adda dove trova un traghettatore disposto a portarlo al di là del fiume, in terra di San Marco
  • Il barcaiolo gli indica la strada per Bergamo.

Renzo saluta la patria (maledetto paese) ma con un po' di nostalgia pensa che l'acqua sotto i suoi occhi è passata sotto il ponte (qui indica per antonomasia il ponte del suo paese sul lago di Como).

Renzo dal cugino Bortolo
  • Renzo a Bergamo entra in un'osteria e, nell'uscire, fa l'elemosina ad un gruppetto che stende la mano: "C'è la Provvidenza", esclama il giovane.
  • La Provvidenza lo ricompenserà facendogli incontrare senza difficoltà il cugino Bortolo, factotum della fabbrica in cui lavora, che gli fornisce alloggio e lavoro.

La provvidenza è davvero una concreta presenza divina cui affidare le proprie azioni, punto di riferimento costante di fronte alle contraddizioni dell'esistenza

Capitolo XVIII[modifica]

Nel diciottesimo capitolo Manzoni riprende le vicende del paesino di Pescarenico: si riapre così un altro capitolo prettamente narrativo, che serve a Manzoni per recuperare le vicende dei diversi personaggi del Romanzo.

Come annunciato alla fine del capitolo precedente, la giustizia si è mossa contro Renzo e la sua casa viene perquisita per trovare ulteriori prove della sua prava qualità.
Il tono burocratico del dispaccio e l'uso della lingua latina, intercalata da commenti, sono un'evidente ironia nei confronti della giustizia ancora una volta inefficiente: questa tecnica è stata già usata nel primo capitolo, nel quale i nomi altisonanti dei governatori e i testi delle gride sono segno della loro inettitudine e inefficacia.

La narrazione si sposta quindi su don Rodrigo e il conte Attilio.
Il primo è ancora intenzionato ad avere Lucia e la sua passione è alimentata dalle circostanze favorevoli (i problemi di giustizia di Renzo); tramite il discorso indiretto libero veniamo a conoscenza del suo pensiero che ancora una volta tira in causa l'onore:

« S'era preso un impegno: un impegno un po' ignobile, a dire il vero: ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è di soddisfarli; e come s'usciva da quest'impegno? Dandola vinta a un villano e a un frate! Uh! »
(capitolo 18)

I recenti sviluppi lo spingono però a trovare un'altra soluzione: decide così di rivolgersi ad un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell'imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé (si tratta dell'Innominato).

Il secondo è invece intento a far cacciare il frate Cristoforo da Pescarenico e decide quindi di chiedere aiuto a un loro conte zio. Le notizie dei tumulti lo hanno tuttavia bloccato, per la paura di ricever bastonate (egli infatti aveva dei nemici anche a Milano).

Con un'altra analessi la narrazione passa quindi alle vicende di Agnese e Lucia al convento di Monza. Le due donne hanno vissuto con apprensione i fatti di Milano e vengono a sapere da una fattoressa che Renzo è ricercato dalla giustizia. Mentre per la fattoressa le notizie sono semplice cronaca, per le donne sono motivo di angoscia e disperazione.

Arrivano per fortuna notizie da un pescatore di Pescarenico che li rassicurano sulla sorte di Renzo. Si instaura anche una certa confidenza anche se molto pacata: la monaca non riesce a superare il suo pudore.

L'interruzione delle notizie da parte del pescatore fanno preoccupare Agnese, che torna quindi al suo paese natale, in particolare a Pescarenico per cercare padre Cristoforo, per scoprire poi che è stato allontanato come orchestrato dal conte Attilio.

L'incontro tra fra Galdino e Agnese mostra le due diverse reazioni dei personaggi alla notizia dell'allontanamento di fra Cristoforo: mentre fra Galdino non si preoccupa del tempo e della distanza (- Eh eh eh! - rispose il frate, trinciando verticalmente l'aria con la mano distesa, per significare una gran distanza) Agnese è più pratica e preoccupata (Oh povera me! Ma perché è andato via così all'improvviso?, Oh Signore!).

Nel capitolo viene introdotta anche la figura del conte zio, già nominato nel capitolo 11: nonostante egli si presenti con un contegno serio, egli aveva detto in precedenza Caro signor conte zio! Quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro!.

L'arte del conte zio consiste nel parlare e non parlare (un parlare ambiguo) che rende il suo concetto di potere realtà:

« Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; [...]. A segno che fino a un: io non posso niente in questo affare: detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo potere »
(capitolo 18)

Attilio presenta al conte una versione distorta dei fatti (il frate diventa un provocatore, la sua carità e compassione per Lucia un'attenzione morbosa, la sua conversione un modo per iscansar la forca) e il conte zio si fa ingannare (intendo).
Successivamente fa leva sull'onore della casa anche dal momento che don Rodrigo vuole usare la giustizia sommaria anziché quella regolare che può offrire il conte. Fingendo di farlo per il bene la passione della reputazione del casato, fornisce allo zio la soluzione: far allontanare il frate.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

13 novembre - 1 dicembre
La narrazione si sposta nuovamente sulle vicende del paesino natale di Renzo, riprendendo così le vicende avvenute durante la parentesi milanese di Renzo

  • La giustizia si muove contro Renzo: la sua casa viene perquisita per trovare altre prove della sua prava qualità.
  • Don Rodrigo è ancora intenzionato ad avere Lucia, ma i recenti sviluppano lo costringono a trovare un'altra soluzione. Si insinua nella sua mente l'idea di rivolgersi all'Innominato
  • Il conte Attilio decide di partire per Milano per incontrare il conte zio dopo che aveva rimandato il viaggio a causa del tumulto
Agnese e Lucia a Monza. Agnese a Pescarenico
  • A Monza arrivano le notizie dei fatti di Milano: a sentire il nome di Renzo Tramaglino come ricercato, Agnese e Lucia sono prese dallo sconforto
  • Agnese riceve notizie "pescaiolo" di Pescarenico mandato da fra Cristoforo: le donne vengono sapere che Renzo sta bene e si è rifugiato nel bergamasco.
  • Quando si interrompono i contatti con il pescatore Agnese decide di tornare a casa, dove scopre da fra Galdino che padre Cristoforo è stato trasferito a Rimini
Il conte Attilio e il conte zio
  • Il conte Attilio si presenta dal conte zio per chiedere che fra Cristoforo venga allontanato
  • Il conte riesce a convince lo zio a prendere provvedimenti fornendo una versione distorta dei fatti e facendo leva sull'avventatezza di don Rodrigo e il bene del casato.

Capitolo XIX[modifica]

Il diciannovesimo capitolo è articolato in tre sequenze che vedono la prima e l'ultima impegnati due figure negative come il conte zio e don Rodrigo in contrasto a quella centrale che vede fra Cristoforo lasciare il convento di Pescarenico.

Il capitolo si apre con una similitudine con la quale il cervello del conte zio viene paragonato ad un campo mal coltivato: così come non si riesce a capire se l'erba cattiva sia stata portata dal vento o fatta cadere da un uccello, così non riesce a sapere se l'idea del conte di rivolgersi al padre provinciale sia stata sua o venga dall'insinuazione del conte Attilio.

Il conte zio non si è curato di verificare le informazioni (false) fornitegli dal nipote, ma la sua attenzione è rivolta alla strategia diplomatica per convincere il padre provinciale ad esaudire le sue richieste.
Il pranzo a casa del conte zio rimanda a quello di fra Cristoforo a casa di don Rodrigo: entrambi i frati vengono accolti nella casa di un potente che siede a capotavola, dirigendo la discussione su temi futili e, offrendo ricchi banchetti in tempo di carestia, mostra il suo potere e la sua ricchezza.

In particolare gli interventi del conte zio fanno intendere come il suo potere sia dovuto alla sua capacità dialettica:

  • fa appello all'amicizia tra i due ordini (la famiglia del conte e quello dei cappuccini)
  • fa apparire il padre Cristoforo come una figura isolata
  • fa leva prima su motivazioni politiche (la vicenda di Renzo) e solo dopo svela quelle di carattere familiari

Il padre provinciale inizialmente riesce a sostenere il discorso: capisce le reali intenzioni del conte e lo costringe a svelare le motivazioni legate a don Rodrigo.
Il conte però insiste: minimizza i provvedimenti da prendere riducendoli a cosa ordinaria mentre ingigantisce le conseguenze politiche e diplomatiche (se non si prende questo ripiego, e subito, prevedo un monte di disordini, un'iliade di guai) e affretta il concludersi della vicenda (per quel che abbiamo concluso, quanto più presto sarà, meglio). Il padre provinciale cede quindi alla capacità dialettica dell'interlocutore e alla sua forza sociale e si sottomette alla logica dell'equilibrio e la diplomazia tra le classi.

Nella seconda parte del capitolo si fa largo invece la figura dell'Innominato.
La storia dell'innominato ce lo presenta come un terribile uomo, al di sopra della legge e di tutti, capace di ogni provocazione (ardire), che non conosce regole (è un tiranno salvatico).

La figura di don Rodrigo viene così ridimensionata dalla presenza di questo tiranno: nella struttura del capitolo egli appare a metà, come "schiacciato" dalle figure del conte zio e dell'Innominato.
Nel confronto con l'Innominato, per il quale essere tiranno è uno scopo, fine a se stesso, don Rodgrio appare un signorotto, occupato di a dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile: la sua "professione" è quindi solo un mezzo.

A Partire dalla Narrazione[modifica]

13 novembre - 2 dicembre

  • La prima parte del capitolo è occupata dal colloquio tra il conte zio e il padre provinciale. Egli, cedendo alla forza sociale e dialettica del personaggio, acconsente di allontanare padre Cristoforo da Pescarenico e di inviarlo a Rimini come predicatore
  • Fra Cristoforo riceve il messaggio dai cappuccini e in silenzio e umiltà parte lasciando Pescarenico
  • Don Rodrigo intanto si è deciso a chiedere aiuto al terribile uomo di cui però non si può dire né nome né cognome
  • Il terribile uomo è l'Innominato, un uomo che fin da ragazzo ha vissuto con disprezzo e superiorità rispetto alle leggi. Per lui essere tiranno è uno scopo, non un mezzo.

I Personaggi[modifica]

Monaca di Monza[modifica]

La Monaca di Monza in un'illustrazione del romanzo del 1840

La Monaca di Monza è uno dei personaggi più enigmatici del romanzo. Il Manzoni la introduce narrando la storia della sua infanzia e dell'opera "educativa" del principe, suo padre, fino a giungere al tempo del romanzo.

Nonostante alla sua vita siano dedicati la seconda metà del nono capitolo e l'intero capitolo dieci, Manzoni successivamente dedica poco spazio al personaggio, seppure esso svolga un ruolo decisivo nel rapimento di Lucia. Nel corso della vicenda infatti, nei capitoli successivi al decimo, essa compare soltanto nei suoi colloqui con Lucia, nella scena del rapimento e alla fine del romanzo. Questo ci fa capire come in realtà l'attenzione del Manzoni sia incentrata prevalentemente sulla storia della sua vita e in particolare della sua infanzia.

L'Opera di Diseducazione del Principe Padre[modifica]

Gli strani e ambigui atteggiamenti, l’indole enigmatica, l’animo contorto della nostra monaca sono il triste esito di una sottile e approfonditamente studiata opera diseducativa del principe, suo padre, il quale aveva destinato alla monacazione Gertrude, sin dal suo concepimento, ovviamente senza che lei ne fosse al corrente, né, tanto meno, d'accordo.

Tale opera ha portato a una serie di specifici effetti: tanto per cominciare, la sfortunata giovane, da sempre instradata su un sentiero a senso unico che le era stato definito come prioritario rispetto a qualsiasi altra cosa, non è stata in grado di acquisire un bagaglio di esperienze di vita nelle relazioni interpersonali e nel superamento degli ostacoli che la vita spesso ci pone davanti. Gertrude è quindi cresciuta sentendo il peso della sua inabilità nel rapportarsi con gli altri, come ampiamente dimostrato dal lunatico atteggiamento nei confronti delle sue subordinate, portandola col tempo a patire un senso di disorientamento e confusione di fronte a qualunque tipo di nuova esperienza (come la prospettiva della vita coniugale delle coetanee nel monastero, o l’affetto sincero del paggio). Restando in tema di vero affetto, possiamo affermare con certezza che la poverina non ne abbia ricevuto affatto né dalla famiglia né tantomeno dalle corrotte monache, che solevano circondarla di agi e privilegi solamente perché anche loro rientravano nel terribile piano di plagio della giovane.

Inoltre, affrontando il discorso in merito alla “vocazione” di Gertrude, vien da sé affermare che di tutto si tratta meno che di una scelta volontaria: il sottile lavorio psicologico del mostruoso principe prevedeva che si facesse leva sulla superbia e sulla sete di potere, innate nella sfortunata, descrivendo maestose immagini di principessa del monastero. A lungo andare, questo continuo sottostare ai desideri del genitore, l’ha resa estremamente debole e fragile, le ha fatto perdere la percezione della propria autonoma personalità, non permettendole di concepire di essere “altro” dal padre.

È per questo che Gertrude, attorniata da figure false e costruite, spinta a fare scelte contro la propria volontà e distrutta dalla propria condizione di sottomessa, di frequente ricorreva allo stratagemma dello splendido ritiro (come definito dal Manzoni) del paradiso dei sogni, nel quale si rifugiava, ogni qual volta volesse evadere dalla prigionia virtuale in cui era segregata, dando sfogo alle fantasie più recondite, spesso, fino ad abusarne ossessivamente.

La stessa esistenza di Gertrude infatti viene da alcuni descritta come un "Dramma di volontà": non si sa ancora se Manzoni stesso la considerasse completamente colpevole degli atti oscuri di cui è complice o protagonista, ma sicuramente l'autore la biasima per aver sempre troppo temuto le conseguenze delle proprie azioni per riuscire a prendere una vera decisione sulla sua vita, nonostante le numerose occasioni che il Manzoni le pone sulla strada. Al pensiero di mettersi contro suo padre, per esempio, Gertrude rabbrividisce e continua ad acconsentire passivamente alle richieste del principe; al colloquio con il vicario (incaricato di accertarsi della sincerità della vocazione della ragazza) considera la possibilità di confessare l'inesistenza della sua devozione e comunque lascia che la paura continui a guidare la sua strada. E, come scrive il Manzoni: "Un altro sì, e fu monaca per sempre".