Giacomo Leopardi

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lezione
Giacomo Leopardi
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana




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Il conte Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli -1837) fu uno dei maggiori letterati italiani, si occupò di poesia, scrittura erudita e filosofia. La breve durata della sua vita fu caratterizzata da un perenne spirito pessimista ed un completo distacco e rifiuto della vita.

Breve biografia[modifica]

Giacomo Leopardi nasce il 29 giugno 1798 a Recanati, una cittadella della provincia di Macerata. Le nobili origini dei genitori (il conte Monaldo e la marchesa Adelaide Antici) non sono sufficienti a garantire alla famiglia una vita agiata, poiché la sprovveduta gestione delle finanze da parte del padre porta i Leopardi sull'orlo del fallimento; soltanto il passaggio dell'amministrazione dei beni alla madre, una donna dura e spietata, fa in modo che la situazione economica della famiglia ritorni a condizioni dignitose. Ovviamente il prezzo da pagare furono molte ed umilianti ristrettezze per i figli.

La prima formazione culturale[modifica]

L'istruzione dei tre fratelli maggiori viene affidata a precettori casalinghi, ecclesiastici con ideali di comune accordo al classicismo di Monaldo e alle esigenze religiose della madre bigotta. All'età di dieci anni Giacomo è in grado di scrivere componimenti in italiano ed in latino, nonché piccole trattazioni filosofiche. Decisamente fondamentale per la crescita culturale del giovane Leopardi però risulta essere non tanto l'insegnamento dei precettori quanto la disponibilità della ricchissima biblioteca paterna, che poteva vantare circa quindicimila volumi, che partivano dai testi classici e religiosi passando ai testi letterari italiani e stranieri,comprendendo anche i principali autori dell'Illuminismo francese.

«Sette anni di studio matto e disperatissimo» [1][modifica]

Con queste parole, il Leopardi identifica il periodo della sua vita che intercorre tra il 1809 e il 1816; in questi anni egli aumenta a dismisura la vastità del suo sapere, dedicandosi giorno e notte allo studio finché il fisico lo permetteva. Passato questo periodo il Leopardi raggiungerà un regresso delle proprie condizioni fisiche e di salute che non supererà più per il resto della sua vita.

I mutamenti di pensiero tra il 1816 e il 1822[modifica]

La conversione letteraria[modifica]

Attorno al 1816 avviene un radicale cambiamento nel pensiero del Leopardi: quella che egli stesso definisce come «conversione letteraria»[1] altro non è che una riconsiderazione della scrittura poetica, l'amore per la quale si sostituisce a quello per l'erudizione che ha caratterizzato l'arte compositiva leopardiana fino a questo momento. Accanto a questa improvvisa consapevolezza di valori della poesia entra in crisi l'intero equilibrio esistenziale del giovane Giacomo; egli infatti comincia a percepire la ristrettezza culturale e l'insufficienza affettiva dell'ambiente famigliare che lo circonda a Recanati.

L'anno successivo, è per Leopardi ricco di avvenimenti importanti, è nel febbraio del 1817 che inizia la corrispondenza con Pietro Giordani, un'illustre classicista che avendo letto le traduzioni dell'Eneide fatte da Giacomo ne aveva riconosciuto il talento e lo incoraggiava al raggiungimento di quell'affermazione individuale che già arieggiava nella mente del Leopardi. Giordani diviene così grande amico e confidente del giovane poeta, l'unico al quale egli svela, sapendo di essere compreso, i suoi stati d'animo.

Nel dicembre dello stesso anno un altro avvenimento sconvolge in parte la vita del Leopardi. Giunge a Recanati in visita per qualche giorno la cugina del padre Monaldo, Gertrude Cassi Lazzari, per la quale più avanti Giacomo dichiarerà di aver provato il primo amore della sua vita. Avviene a questo punto una rottura interiore del poeta con la formazione cattolica e reazionaria impostagli dalla famiglia, e si crea una sempre maggior insofferenza nei confronti delle mura domestiche. Il culmine è raggiunto nel luglio del 1819 quando, con l'aiuto del conte Saverio Broglio d'Ajano, un amico di famiglia, Giacomo tenta di procurarsi un passaporto falso per il Regno_Lombardo-Veneto Lombardo-Veneto; scoperto dal padre però è costretto a rinunciare alla fuga. A questo punto il livello di abbattimento del Leopardi diviene ancora più profondo.

La conversione filosofica[modifica]

Il distacco da tutto ciò che gli era stato imposto nell'infanzia, permette al Leopardi tra il 1819 e il 1822 di raggiungere la maturazione di una nuova ideologia e di una diversa sensibilità verso l'esistenza; se dal punto di vista poetico egli passa da un apprezzamento del bello in senso arcaico a quello del bello inteso nella maniera neoclassica, filosoficamente si osserva una adesione sempre maggiore ad una concezione materialistica ed atea. Inoltre è importante il riconoscimento che il Leopardi dà alla poesia sentimentale: l'unica ricca di riflessioni e convincimenti filosofici. Proprio nel luglio del 1820 vengono poste le basi della concezione filosofica leopardiana che sarà in seguito definita Teoria del piacere.

Leopardi al di fuori di Recanati[modifica]

Roma[modifica]

Nel novembre del 1822, finalmente Giacomo ottiene il benestare dei genitori per andarsene da Recanati, si stabilisce dunque a Roma ospite del fratello della madre: Carlo Antici. Ma la capitale delude il giovane poeta, che vede i tanto osannati monumenti della latinità lasciarlo indifferente, i letterati attenti soltanto ad una modesta passione per l'erudizione e per gli scritti antichi e la città che egli si era idealizzato nella mente in un'immagine che era l'espressione di ciò che è bello, in realtà essere squallida e semplice. Così dopo appena cinque mesi di assenza Giacomo torna a Recanati, dove rimarrà fino al 1825, immerso in un periodo di elaborazione poetica e filosofica. Il materialismo rigoroso e disincantato a cui giunge, porta il Leopardi ad una posizione di ostinato pessimismo. A questo secondo periodo recanatese risalgono gran parte delle Operette morali, dicendo momentaneamente addio alla scrittura in versi con la canzone: Alla sua donna. Attraverso le Operette morali il Leopardi critica con ironia pungente l'ideologia positivista del suo tempo.

Tra Milano e Bologna[modifica]

Nel luglio del 1825 Leopardi si trasferisce nuovamente, diretto a Milano, dove stipula un contratto con l'editore Stella che lo impegna in alcuni progetti editoriali (tra cui un commento al Canzoniere petrarchesco e due antologie della letteratura italiana); fallisce però ogni tentativo di trovare un'occupazione stabile, o per via delle idee politiche del poeta o per suoi rifiuti a diversi tipi di benefici che gli si volevano attribuire. In questo periodo il Leopardi si mantiene grazie all'attività presso Stella e ad alcune lezioni private. La permanenza a Milano è interrotta da lunghi periodi passati a Bologna, dove l'ambiente era di certo più salutare rispetto a quello della città lombarda e dove l'interesse letterario non era fossilizzato attorno all'attività del Monti. A Bologna Giacomo frequenta il Giordani, suo vecchio amico e si innamora, senza però essere ricambiato, della contessa Teresa Carniani Malvezzi. Inoltre è con l'Epistola dedicata al conte bolognese Carlo Pepoli che interrompe eccezionalmente il silenzio poetico.

Firenze[modifica]

Dopo aver trascorso l'inverno del 1825 nella casa di famiglia a Recanati, Leopardi si sposta nuovamente in cerca di un clima più mite, questa volta con destinazione Firenze, qui conosce vari letterati che frequentano il salotto Vieusseux, al quale presenzia egli stesso a partire appunto dall'estate del 1826. Ma l'ambiente fiorentino è poco compatibile con i pensieri leopardiani sia dal punto di vista ideologico, essendo tendenzialmente una città cattolico-moderata, sia da quello artistico (infatti egli è un antiromantico).Al gabinetto Vieusseux conosce, tra i tanti poeti,Alessandro Manzoni.(Manzoni era a firenze per arricchire il linguaggio de "i promessi sposi")

Pisa[modifica]

Verso la fine del 1827, sempre alla ricerca di località con il clima più mite per passare l'inverno, Leopardi si trasferisce a Pisa. Ha così inizio un periodo rasserenato per il poeta, che trova la città ospitale e ridente; forse proprio questo buonumore è alla base del ritorno alla scrittura poetica, infatti nell'aprile del 1828, dopo circa cinque anni di silenzio poetico, scrive Il risorgimento e poco dopo il canto A Silvia; dando inizio alla stagione che viene definita del ciclo pisano-recanatese o anche dei grandi idilli.

Purtroppo dopo un breve ritorno a Firenze per trascorrere l'estate, Leopardi è costretto a tornare a Recanati, poiché il contratto con lo Stella è stato sciolto per l'aggravarsi dei suoi problemi alla vista e dunque il poeta non ha più la possibilità di mantenersi.

Di nuovo a Firenze[modifica]

A partire dal novembre del 1828 per i sedici mesi successivi Giacomo vive in uno stato di insopportabile depressione nella casa dove ha passato come in una prigione tutta l'infanzia, però questo è anche un periodo di grande produzione poetica, compone infatti altri quattro grandi canti, sperando di vincere con le Operette morali il premio messo in palio dall'Accademia della Crusca, purtroppo viene preferita la Storia d'Italia di Botta. Intervengono allora gli amici toscani del Leopardi, che raccolgono per lui una somma sufficiente per vivere un anno a Firenze; egli accetta lasciando Recanati per non tornarvi mai più nell'aprile del 1830. Nell'ambiente fiorentino Giacomo rivede i vecchi amici e se ne trova di nuovi, tra i quali l'illustre filologo svizzero Luigi De Sinner, e l'esule scrittore napoletano Antonio Ranieri. In questo periodo conosce anche l'affascinante Fanny Targioni Tozzetti, della quale si innamora e alla quale dedica una serie di componimenti raccolti nel Ciclo di Aspasia. Nel 1831 esce la prima edizione curata dei Canti, che Leopardi dedica «agli amici suoi di Toscana»[2] . A cavallo tra il 1831 e il 1832 passa insieme a Ranieri alcuni mesi a Roma; tornato a Firenze termina e consegna lo Zibaldone, giunto ormai a quasi cinquemila pagine.

Il soggiorno a Napoli e la morte[modifica]

Nell'ottobre del 1833, insieme a Ranieri, Leopardi si trasferisce a Napoli, sperando di trovare ristoro nel clima mite della città; ma le sue condizioni di salute peggiorano ulteriormente. In questo periodo della sua vita, il poeta si interessa particolarmente alla vita culturale contemporanea, però il tempo passato a Firenze e ora quello passato a Napoli (città tendenzialmente spiritualistica) fanno in modo che si rafforzi sempre più la sua ostilità nei confronti dell'ideologia borghese, in particolare Leopardi è molto critico verso il mito del progresso e la fiducia nelle scienze diffusi largamente in questo periodo. Fallisce intanto il progetto di pubblicare un'edizione completa delle sue opere per via della censura che sequestra i primi volumi editi. Nel 1836 a Napoli scoppia un'epidemia di colera, allora per evitare il contagio, Leopardi, Ranieri e la sorella Paolina si trasferiscono a Torre del Greco, presso la villa Ferrigni; qui, sofferente, il poeta compone gli ultimi due canti: Il tramonto della luna e La ginestra. Nel febbraio del 1837 è possibile il ritorno a Napoli, ma in seguito ad un forte peggioramento delle sue condizioni di salute, Giacomo Leopardi il 14 giugno 1837 muore. Soltanto grazie alle pressioni fatte da Ranieri presso alcune figure importanti dell'epoca, la salma dell'illustre letterato non viene gettata in una fossa comune (come d'abitudine in seguito ad un'epidemia) ma deposta nell'atrio della chiesa di San Vitale a Fuorigrotta. Verrà poi spostata nel 1839 nel Parco Vergiliano a Piedigrotta e la tomba sarà dichiarata monumento nazionale.

Leopardi e la filosofia[modifica]

Il sistema filosofico leopardiano inizia ad essere preso in considerazione come valido soltanto nella seconda metà del Novecento, dopo la seconda guerra mondiale, questo perché il radicale pessimismo e la sfiducia nel progresso dello scrittore non erano compatibili con il Positivismo ottocentesco e con l'idealismo romantico e del primo Novecento. Il sistema filosofico del Leopardi è spesso definito privo di sistematicità (ecco un altro dei motivi per cui non fu subito accettato), ma ciò non significa che esso non è sistematico, ma soltanto aperto, non si svolge partendo dalle classiche procedure dell'indagine filosofica. Il vero che viene indagato da Leopardi è il vero esistenziale dell'io ed è il vero sociale dei molti; va perciò testato al cospetto della propria esperienza e della molteplicità delle esperienze umane. Nella riflessione filosofica leopardiana si può distinguere almeno nei primi anni l'influenza di Rousseau. Il nodo sistematico che il poeta filosofo affronta fin da subito è L'infelicità del genere umano. Si tratta di un'evoluzione di pensiero spesso radicale, inizialmente l'infelicità non dipende dalla natura, perché essa era benefica e positiva in quanto produceva solide e generose illusioni che rendevano accettabile all'uomo la vita. L'uomo non era destinato ad essere felice sulla terra, ma le illusioni gli permettevano di non rendersene conto e di pensare di essere spesso sul punto di raggiungerla. Purtroppo la civiltà ha distrutto le illusioni e reso l'uomo consapevolmente infelice.

Il pessimismo storico[modifica]

Dunque secondo il Leopardi, l'infelicità umana altro non è che un dato storico: gli antichi erano in grado di crearsi grandi illusioni mentre i moderni hanno perso questa capacità; questo modo di considerare l'infelicità come il frutto di una condizione storica è detto appunto: pessimismo storico. Tuttavia in questa fase di elaborazione del suo pensiero, il poeta ritiene possibile recuperare le grandi illusioni del passato, attraverso l'azione e l'eroismo, e soprattutto attraverso il disprezzo della vita in nome di una sfida al destino. Questa speranza che permane nell'anima del Leopardi nei primi tempi tende a diminuire fino a scomparire dal 1819 in poi, dopo il fallimento dei moti rivoluzionari carbonari comincia a dissolversi la fiducia nel valore liberatorio dell'impegno civile; si aggiunge a peggiorare le cose, la prima esperienza romana del poeta, che rimane deluso dal mondo che trova al di fuori di Recanati.

Tra il 1819 e il 1823 Leopardi acquisisce un punto di vista materialistico, respinge l'esistenza di ogni forma di elementi spirituali; la causa dell'infelicità cambia: essa nasce dal rapporto tra il bisogno di essere felice dell'uomo e la possibilità di un suo soddisfacimento pieno. Ecco allora che nasce la Teoria del piacere di Leopardi: l'uomo aspira al piacere, ma il piacere che può raggiungere è sempre inferiore a quello ambito; il desiderio umano è illimitato. Queste riflessioni lo portano a un ripensamento sul ruolo della natura: se prima era del tutto estranea alle responsabilità dell'infelicità degli uomini, ora ne è responsabile per intero, poiché è essa a determinare la tendenza umana al piacere e infonde il bisogno del piacere senza poterlo soddisfare.

Il pessimismo cosmico[modifica]

Nel momento in cui divengono le condizioni esistenziali dell'uomo (e non più quelle storiche) le dirette responsabili dell'infelicità si inizia a parlare di pessimismo cosmico: la vita stessa, nella sua universale organizzazione è orientata unicamente alla perpetuazione dell'esistenza. La portata di questa visione già estrema si allarga ulteriormente con la scoperta da parte del Leopardi del pessimismo antico che mise in crisi il mito dell'antichità felice fatta tutta di azione, illusioni e poesia, come riassumerà in seguito Timpanaro. Tra il 1823 e il 1827, la riflessione leopardiana trova un approdo provvisorio in una specie di saggezza distaccata e scettica ispirata al pensiero ellenistico antico; Leopardi rinuncia alla poetica e attraverso le Operette morali espone le proprie idee colpendo con il sarcasmo le illusioni dei suoi contemporanei. Tutto ciò è conseguenza della ricerca ancora in atto di un giudizio da dare alla civiltà. In questi anni Leopardi giunge ad elaborare uno sviluppo ulteriore e sostanzialmente definitivo del suo pensiero, torna in primo piano l'esigenza dell'impegno civile e nasce la proposta di una nuova funzione intellettuale.

Da questo punto in avanti Leopardi sostiene l'importanza del momento sociale dell'esperienza umana; ciò gli consente di rispondere ad una questione che da tempo lo assilla, il suicidio. Il poeta conclude che suicidarsi è una viltà e un errore poiché porta il dolore dei superstiti rendendo loro ancora più insopportabile la vita. Gli esseri umani devono invece sforzarsi di sorreggersi l'un l'altro, creando così la possibilità di ricostruire una morale fondata sulla fraternità sociale.

Note[modifica]

  1. 1,0 1,1 Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri.
  2. Giacomo Leopardi, Canti, Firenze: 1831.

Bibliografia[modifica]

  • I grandi personaggi. Enciclopedia Atlantica junior, Milano: European book, 1989, s. v. Giacomo Leopardi, vol. 6, pp. 152–159.
  • LEOPARDI GIACOMO, Canti, Firenze: 1831, dedica.
  • LEOPARDI GIACOMO, Zibaldone di pensieri, edizione critica a cura di G. Pacella, Milano: Garzanti 1991, vol. 3.
  • LUPERINI ROMANO, CATALDI PIETRO, MARCHINI LIDIA, MARCHESE FRANCO, Dal Barocco al Romanticismo, in La scrittura e l'interpretazione. Storia e antologia della letteratura italiana nel quadro della civiltà europea, Palermo: G. B. Palumbo, 2000, vol. 2, tomo III, pp. 427–510.
  • TIMPANARO SEBASTIANO, La filologia di Giacomo Leopardi, Roma-Bari: Laterza, 1997.

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]