Fedro (dialogo)

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Il Fedro (Φαῖδρος, Phâidros in greco antico) è un dialogo di Platone scritto intorno al 370 a.C. I protagonisti sono Socrate e Fedro, un giovane ateniese appassionato di retorica, che si trovano a discorrere mentre raggiungono la valle dell’Ilisso, a est di Atene.

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Il dialogo è formato da tre discorsi: due riguardano il tema dell'amore, mentre l'ultimo ha come soggetto la retorica. Sono tutti basati su teorie platoniche, come quella del mondo delle idee, e sono strutturati secondo il dialogo socratico. Nel Fedro compaiono anche discussioni sull’anima, la follia, l’ispirazione divina e l’arte.

Platone ambienta spesso i suoi dialoghi in scenari descritti accuratamente e basati su un contesto narrativo. La valle in cui si recano Socrate e Fedro infatti viene descritta nei minimi particolari.

Temi e struttura[modifica]

Il dialogo inizia ad Atene, quando Fedro incontra Socrate e racconta di aver appena partecipato ad un'orazione di Lisia sull’amore, in cui ci si chiedeva se bisognasse concedersi a chi non è innamorato o a chi lo è. Secondo Lisia sarebbe meglio concedersi al non-amante, perchè chi ama ha poca lucidità mentale e per questo potrebbe risultare sgradevole e inaffidabile. Socrate dichiara di apprezzare la tecnica oratoria di Lisia, ma non le idee su cui si basa concludendo che la tecnica non vale nulla se non è supportata dalla saggezza del pensiero.

Incitato da Fedro, il filosofo decide di costruire un proprio discorso sul tema dell’amore difendendo il punto di vista di Lisia. Socrate però parte da una base filosofica e inizia cercando una definizione dell’amore (che descrive come un desiderio irrazionale di piacere che prevale sulla retta opinione, ha di mira la bellezza fisica e domina interamente chi lo prova), da cui dimostra che l’amante è come un malato che non sopporta che ci si opponga ai suoi capricci, derivati dalla malattia. Quindi cerca di sottomettere l’amato e, una volta guarito, non se ne cura più. Il discorso costruito non rivela l'opinione di Socrate, ma dimostra che esistono discorsi migliori dal punto di vista retorico rispetto a quello di Lisia, basati su principi e ricchi di significato. Infatti in seguito Socrate costruisce un altro discorso in cui sostiene il proprio punto di vista, che è opposto a quello dell'oratore.

Socrate, incitato dal proprio daimon, vuole scoprire la vera essenza dell’eros: ritira dunque tutto ciò che ha affermato in precedenza e costruisce un nuovo discorso (palinodia), che rappresenta il nucleo filosofico del dialogo, in cui Platone inserisce le sue teorie sulla metafisica.

Il mito della biga alata[modifica]

Nel dialogo "Fedro" Platone afferma che l’anima è come una biga alata, guidata da un auriga e trainata da due cavalli. L'auriga vuole condurre la biga in modo ragionevole verso l’alto, il cavallo nero che è indomabile trascina verso basso, mentre il cavallo bianco è addomesticato. L'auriga vuole andare in alto perché là si trovano i concetti puri. Tali concetti stanno al di là del cielo, in uno spazio che i greci chiamano “iperuranio” ("al di là del cielo"), dove c’è quintessenza (l'etere), al di là delle cose umane. Nell'iperuranio si trovano i concetti che Platone chiama idee, forme ideali o concetti puri. Attraverso questa metafora Platone intende qualche cosa che Socrate non aveva mai tematizzato e cioè il fatto che quando si tratta di conoscere, si conosce tanto meglio quanto più si riesce a pensare a un modello ideale.

"Le anime che sono chiamate immortali, quando sono al punto più alto, si fermano muovendosi sul dorso del cielo, e la rivoluzione celeste le porta in giro, ferme, ed esse contemplano (theorousi) ciò che è fuori dal cielo." (247b-c)

L'auriga vuole trovare le forme ideali, che riguardano geometria, matematica e anche tutti gli altri concetti (pari, dispari, uguale, diverso, il numero 1, virtù, giustizia). Andando verso l’alto l’auriga cerca di comprendere che cosa è realmente quell'essenza che rende una cosa proprio quella. Si può comprendere che cos’è la giustizia, lo stato attraverso i concetti e non concretamente con la realtà. Qualcuno ha sostenuto che il cavallo bizzoso rappresenti le passioni negative (che allontanano dalla ragione) e il cavallo addomesticato rappresenti le passioni positive (le virtù, che avvicinano alla ragione) mentre l’auriga è invece la ragione.

Questo mito permette a Platone di spiegare la realtà: c’è un mondo “materiale-sensibile” e un mondo “intelligibile, immateriale” che è l’iperuranio. Il mondo intelligibile è perfetto, conoscibile attraverso la mente e immutabile e quindi eterno e prioritariamente conosciuto. Il mondo “materiale” è imperfetto, conoscibile attraverso i sensi e è mutevole e quindi corruttibile e transeunte.