Elsa Morante (superiori)

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lezione
Elsa Morante (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 3
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.
Elsa Morante

La Vita[modifica]

Elsa Morante è nata a Roma il 18 Agosto 1912. In età giovanile si allontana dalla famiglia e vive di lezioni private e collaborazioni giornalistiche. Nel 1941 sposa Alberto Moravia con il quale, nel dopoguerra, crea una sorta di circolo letterario nella loro casa molto importante per la vita intellettuale roamna. E in questa fase di grande spinta culturale che compone Menzogna e sortilegio nel 1948 e L'isola di Arturo nel 1957. I due però si separarono nel 1962 senza divorziare. Negli anni Sessanta e Settanta con i suoi libri (tra cui La Storia nel 1974) e le sue opere saggistiche e giornalistiche partecipò alla vita politica-sociale di quegli anni (le contestazioni studentesche, la strategia della tensione, il terrorismo e gli anni di piombo). L'ultima sua opera è Aracoeli nel 1982. Muore a Roma il 25 Novembre 1985.

Le Caratteristiche Letterarie[modifica]

Filo conduttore di molte opere della Morante è sicuramente il tema dei rapporti familiari e dell'infanzia. La Morante analizza il concetto di famiglia nelle sue insenature oscure e profonde. D'altra il tema dell'infanzia. Trattato dalla Morante con una aria di sogno in una dimensione di favolta, fantasia e magia. Una dicotomia che trova le fondamenta nella vita stessa della Morante e di una idea di infanzia utopica che lei non ha potuto vivere. Non manca nelle sue ultime opere anche una vena di degradazione e follia che ha di fatto sostituito la vena favolosa forse sintomo di una anzianità che ormai ha fatto sparire il sogno di una vita migliore.

Le Opere[modifica]

Menzogna e sortilegio[modifica]

Il romanzo ripercorre le vicende di una famiglia nell'arco temporale di circa vent'anni. È ambientato in una città del meridione, quasi certamente in Sicilia.

La storia è narrata da Elisa che rimasta sola dopo la morte della sua madre adottiva, Rosaria, racconta la vita dei suoi genitori e dei suoi nonni.

Tra Anna, figlia di un nobile decaduto, Teodoro Massia di Corullo, e di una maestrina, Cesira, e suo cugino, Edoardo Cerentano di Paruta, assai ricco, scoppia un amore furibondo. Anna non ha mai dimenticato Edoardo da quando l'ha visto bambino su una carrozza in compagnia della zia, Concetta Cerentano. Ormai adulta lo rincontra davanti a una cioccolateria in un'inconsueta giornata di neve. È tuttavia un amore amaro e morboso perché il cugino, capriccioso e dispotico, la tortura e la umilia spesso. Durante la loro frequentazione Edoardo stringe una forte amicizia con Francesco De Salvi, un giovane studente che si finge barone ma è in realtà figlio di umili contadini. Il romanzo narra quindi le vicende dei genitori di Francesco, Alessandra e Damiano, tra i pochi personaggi positivi della storia. Francesco ha inoltre il viso butterato dal vaiolo motivo per cui stenta ad avere relazioni e ad amici. L'unica persona frequentata da Francesco oltre a Edoardo è la giovane prostituta Rosaria, donna procace e allegra, la quale a suo modo lo ama profondamente pur non mancando a volte di tradirlo.

Edoardo presenta Francesco ad Anna e lui se ne innamora immediatamente iniziando quindi a maltrattare e disprezzare Rosaria.

Una notte Edoardo si reca sotto le finestre di Anna per cantarle l'ennesima serenata, lei per la prima volta lo raggiunge nel cuore della notte e lui le dichiara di volerla sposare. Il giorno dopo Edoardo è colto dalle febbri della tisi e lascia la città senza dare spiegazioni ad Anna e a Francesco. Anna odia e disprezza Francesco ma essendo il suo unico legame con Edoardo continua a vederlo. In seguito a forti problemi economici Anna accetterà di sposarlo.

Da questo matrimonio nasce Elisa, narratrice di tutta la vicenda, la quale come il padre adora sua madre. Anna non si cura affatto a lei, continua a odiare il marito e a pensare solo ad Edoardo.

Dopo una decina di anni torna in città Rosaria, ha vissuto a Roma e con il suo lavoro ha accumulato una piccola fortuna. Ancora innamorata di Francesco fa di tutto per averlo come amante e sebbene costantemente umiliata riesce ad averlo per sé ogni domenica pomeriggio.

Anna viene a sapere che Edoardo è morto di tisi e disperata cerca il contatto con la zia Concetta. Le due donne trovano complicità leggendo le lettere che Anna si scrive da sola per consolazione fingendo che le abbia scritte Edoardo e vivono entrambe nella finzione che lui sia ancora vivo. In un delirio tra follia, visioni e realtà Anna confessa a Francesco di averlo tradito e di non averlo mai amato. La situazione precipita in poche settimane, Francesco muore durante un incidente e Anna cade in un delirio mentale che la porterà alla morte. Rimasta sola, Elisa viene accolta in casa da Rosaria, l'unica che per la prima volta le riserva amore e attenzioni.

L'isola di Arturo[modifica]

Ambientato intorno al 1938. Arturo Gerace è nato sull'isola di Procida e vive lì tutta l'infanzia e l'adolescenza. L'isola racchiude tutto il suo mondo, e tutti gli altri posti esistono per lui solo nella dimensione della leggenda. Passa il suo tempo a leggere storie sugli “eccellenti condottieri”, a studiare l'atlante per progettare i suoi viaggi futuri e a fare fantasie sulla figura del padre che crede il più grande eroe della storia. Tutto ciò che è legato al padre Wilhelm per lui è sacro. Anche gli amici del padre sono per lui delle figure mitiche: il solo fatto di essere stati degni di amicizia li rende ai suoi occhi delle persone straordinarie.

Arturo è orfano della madre, morta nel darlo alla luce, e non ha mai conosciuto una donna: nei momenti di assenza del padre vive esclusivamente in compagnia della sua bianca cagna Immacolatella a cui è molto legato. Quando il padre porta a casa Nunziata, una nuova sposa, Arturo ne è inconsapevolmente attratto e prova sentimenti contrastanti che non riesce a spiegarsi; non riesce nemmeno a chiamarla per nome reputandola, almeno all'inizio, un essere brutto e inferiore e non tollerando che ella possa sostituirsi alla madre defunta. Nelle lunghe assenze del padre sono loro soli a vivere nella grande casa. Nunziata cerca di instaurare un rapporto con Arturo, ma lui, geloso delle attenzioni che Wilhelm le riserva nei primi mesi di matrimonio, oppone un muro impenetrabile.

Tutto cambia quando a loro si aggiunge il piccolo Carmine Gerace, il figlio di Nunziatella e del padre. Durante la notte del travaglio, Arturo sente Nunziata urlare e disperarsi, ha il terrore che, come sua madre, anche la matrigna possa morire di parto. Dopo la nascita del bambino, Nunziatella si dedica completamente a Carmine e Arturo ne diventa terribilmente geloso. Soprattutto invidia al fratellastro il fatto di avere una madre affettuosa, che vive per lui e lo riempe di baci, cosa che in particolare colpisce Arturo, che una madre non l'ha avuta e crede di non essere mai stato baciato. La sua gelosia per la maternità di Nunziata è tale che, per attirare l'attenzione della matrigna, decide di inscenare un suicidio ingurgitando delle pastiglie di sonnifero lasciate incustodite dal padre. La dose ingerita, che Arturo sapeva con certezza non essere sufficiente a uccidere un uomo, si rivela però abbastanza forte per un ragazzo, e il giovane si salva in virtù della sua ottima forma fisica. Così Arturo trascorre circa una settimana a letto, in un torpore surreale durante il quale gode della attenzioni di Nunziatella, sempre al suo capezzale, preoccupata per il figliastro. Appena guarito, Arturo per la gioia le corre incontro e la bacia sulla bocca, chiamandola per la prima volta per nome. Rimane stupito nell'essere rifiutato dalla matrigna e dalla paura che la donna dimostra nei suoi confronti. Arturo nota una sorta di conflitto in Nunziata: la donna è divisa dalla lotta tra la sua volontà, il suo dovere di moglie e cristiana e l'affetto/amore che sicuramente prova per il ragazzo. Nunziata comincia a evitare il figliastro. Inizialmente Arturo si risente per l'allontanamento, non comprendendo nemmeno i propri sentimenti verso Nunziatella.

Ormai evitato dalla matrigna, Arturo fa conoscenza di un'amica di Nunziatella, Assunta, una giovanissima vedova che lo inizia al sesso. In occasione della sua prima esperienza sessuale si rende conto che i sentimenti contrastanti che prova verso Nunziata nascondono anche l'attrazione di un uomo per una donna: infatti, Arturo si morde a sangue il labbro inferiore per impedirsi di gridare il nome della matrigna. Pur non amando Assuntina, Arturo intreccia con lei una relazione, per sfogare l'amore represso verso Nunziatella; quando scopre di non essere l'unico amante della donna, deluso, la abbandona ingiuriandola.

Al ritorno di Wilhelm Gerace a Procida, Arturo, che ha preso l'abitudine di aspettare suo padre ogni giorno al molo come da bambino, vede il padre, che, agitato, gli dice di precederlo a casa. Arturo invece aspetta, stupendosi dell'agitazione e dell'inquietudine di Wilhelm, e scopre che il padre stava aspettando lo sbarco di un carcerato, un giovane bruno, dall'aria indifferente che immediatamente desta l'antipatia e l'odio di Arturo. Wilhelm conduce una vita schiva, ignorando la moglie e i figli; nei suoi disperati vagabondaggi estivi rifiuta perfino la compagnia di Arturo. Un pomeriggio Arturo si imbatte per caso in Wilhelm e lo segue di nascosto, arrivando fino al Penitenziario dell'isola, dove il padre si mette a cantare rivolto a una delle finestre. Non ricevendo risposta, Wilhelm si mette a fischiare in un codice che Arturo pensava essere un segreto tra lui e suo padre. Finalmente, il carcerato si mostra alla finestrella e fischia in risposta, in codice, un insulto: "parodia". Alla vigilia del compleanno di Arturo, rincasando a tarda sera il ragazzo trova il carcerato, Tonino Stella, rilasciato per amnistia e ospite di Wilhelm. Da lui scopre che il padre, ch'egli ha sempre creduto un grande viaggiatore e un eroe, non si allontana mai di molto durante i suoi viaggi. Si intuisce una relazione omosessuale tra Wilhelm Gerace e Tonino Stella, che per un viaggio di 15 giorni verrà ricompensato con un capitale sufficiente da permettergli, al suo ritorno a Roma, di aprire un garage e di sposare la sua ragazza. All'arrivo di Wilhelm, Arturo litiga col padre. L'indomani mattina, Arturo rifiuta anche l'ultimo tentativo conciliante del padre, diretto al porto di Procida.

Il giorno successivo confessa il suo amore a Nunziata e tenta di baciarla, ma, respinto, lotta con lei, ferendole il lobo dell'orecchio. Fugge allora, con l'intenzione di andarsene per sempre dall'isola e si nasconde in una grotta per non essere trovato. Incontra Silvestro, il garzone che gli aveva fatto da "balio" e si era preso cura di lui nei primi anni di vita, allattandolo con latte di capra e decide di prendere il piroscafo insieme a lui, il giorno seguente e anche di arruolarsi come volontario nella seconda guerra mondiale, per mettersi alla prova in combattimento, come ha sempre sognato durante l'infanzia. Silvestro va alla casa dei Gerace e riferisce a Nunziata il messaggio affidatogli da Arturo: che il ragazzo è già partito e gli ha chiesto di preparare una valigia con tutti i suoi scritti e le sue cose. Nunziata consegna a Silvestro l'orecchino d'oro che Arturo le ha strappato nella baruffa della mattina e un pezzo di pizza dolce, che aveva cucinato apposta per il compleanno del figliastro, perché li porti ad Arturo.

Arturo, insieme a Silvestro, lascia Procida, e non guarda l'isola allontanarsi e confondersi all'orizzonte, ma riapre gli occhi solo quando ormai è sparita allo sguardo.

La Storia[modifica]

Un giorno di gennaio dell'anno 1941 Gunther, giovanissimo militare del Reich ubriaco, vaga per Roma alla ricerca di un bordello. Durante la sua (infruttuosa) ricerca, incontra una donna, la maestra trentasettenne Ida Ramundo vedova Mancuso (ebrea per parte di madre) e madre di un turbolento ragazzo quindicenne di nome Antonio Mancuso, soprannominato Nino.

Colto da un attacco di panico che trasforma in rabbia la sua nostalgia, il soldato violenta la donna, che ne rimarrà incinta e avrà un figlio, Giuseppe, ribattezzato "Useppe" da suo fratello. Di Gunther, che poco dopo perirà a bordo del convoglio aereo destinato al trasporto delle truppe tedesche in Africa, la donna non avrà più alcuna notizia. La diffidenza di Ida nei confronti del soldato tedesco è giustificata dalla sua storia famigliare: Ida - che il padre, amante dell'opera lirica, avrebbe voluto chiamare Aida, in omaggio alla protagonista dell'omonima opera di Giuseppe Verdi - è nata a Cosenza trentasette anni prima, figlia unica e molto amata di due maestri di scuola elementare, Giuseppe Ramundo, di origine contadina e fede anarchica, segretamente dedito al bere, e di Eleonora "Noruzza" Almagià, di origine ebrea. La madre di Ida, peraltro, già ben prima delle leggi razziali aveva sempre nascosto le proprie origini, confidandosene solo col marito e la figlia, e ha preteso che Ida venisse battezzata nella Chiesa Cattolica proprio per proteggerla da ogni possibile sospetto. Da bambina, Ida è timida, diligente nello studio - tanto che diventerà maestra come i propri genitori - ma soffre di un male misterioso che viene definito isteria (si tratta probabilmente di epilessia) e questo segreto, così come l'origine ebrea della madre e le opinioni politiche del padre, è custodito gelosamente dalla famiglia. Al termine della Prima Guerra Mondiale Ida conosce un commesso viaggiatore di origine siciliana, Alfio Mancuso, col quale si sposa, andando a vivere a Roma. Poco dopo, agli albori della dittatura, muore il padre, Giuseppe Ramundo, minato dall'abuso di alcol e profondamente sconfortato per il crollo delle sue antiche idee di gioventù. Qualche anno dopo, moriranno a poca distanza l'uno dall'altra anche Alfio Mancuso, reduce dalla Guerra d'Etiopia, e Noruzza Almagià, ormai anziana e non più lucida, che ha vissuto con terrore crescente l'inizio della campagna contro gli ebrei.

Ida e i suoi figli vivono in una casa di San Lorenzo, in Via dei Volsci. Nino è un ragazzo esuberante e innamorato della vita: fervente fascista (ma solo per braveria: in realtà non ha nessuna idea di cosa sia il Fascismo), ostenta scarsa voglia di studiare, linguaggio scurrile, comportamento spavaldo e sfrontato. Non si avvede della gravidanza di sua madre fino alla nascita del fratellino, ma già dalla prima volta in cui lo vede se ne innamora, e inizia con lui uno stupendo rapporto di amore fraterno, per quanto discontinuo a causa dei continui vagabondaggi di Nino.

Nel luglio del 1943 Nino riesce a farsi accogliere in un battaglione di Camicie Nere in partenza verso il Nord. Qualche giorno dopo un grosso bombardamento distrugge, oltre al resto, la casa di Ida a San Lorenzo, uccidendo il cane di Nino, Blitz, e lasciando Ida e Useppe senza una dimora.

I due trovano alloggio in uno stanzone a Pietralata, destinato a ricovero per gli sfollati, condiviso con un anziano marmoraro comunista, Giuseppe Cucchiarelli (chiamato, per l'inflazione di persone con quello stesso nome, "Giuseppe Secondo" o, nel linguaggio infantile di Useppe, "Eppetondo"), e con una famiglia mezzo napoletana e mezzo romana, talmente numerosa da essere soprannominata la famiglia de I Mille.

Un giorno nello stanzone di Pietralata giunge il sedicente Carlo Vivaldi, che si presenta come studente bolognese, presumibilmente disertore. Scostante e scortese, manifesta un'estrema timidezza, accompagnata da un'indole forastica e tormentata, che trova sfogo in inquietanti incubi notturni. Negli stessi giorni, Ida ed Useppe si trovano casualmente ad assistere, alla stazione ferroviaria Tiburtina, alla partenza di un convoglio ferroviario che conduce ad Auschwitz gli ebrei del ghetto di Roma, arrestati durante il rastrellamento del 16 ottobre 1943. In tale circostanza, Ida assiste alla disperazione di una madre di famiglia, tale Costanza Calò, scampata all'arresto, che si precipita in stazione chiedendo ed ottenendo di salire sul treno assieme al marito e ai cinque figli, con i quali verrà assassinata nelle camere a gas all'arrivo ad Auschwitz.

Poco tempo dopo, inaspettatamente, ricompare Nino, non più Camicia Nera ma partigiano comunista. Il suo soprannome da partigiano è Assodicuori, e con lui ha portato un suo compagno di guerriglia, Oreste Aloisi, detto Quattropunte. L'arrivo dei due mette Giuseppe Secondo in uno stato di eccitazione ideologica, al punto che, sebbene vecchio e malconcio, decide di unirsi alla compagnia partigiana di Nino, con il nome partigiano di Mosca.

Nino, inoltre, durante la cena, riesce a far parlare Carlo, scoprendo che si tratta di un dissidente politico (anarchico), arrestato dalle SS, torturato e miracolosamente fuggito durante la deportazione. Qualche tempo dopo anche Carlo, avuta notizia dell'uccisione di tutta la sua famiglia (di origine ebrea e borghese), si unisce alla Libera (la banda partigiana di Nino), prendendo il nome di Piotr e rivelando la sua vera identità: il suo nome, in realtà, non era Carlo Vivaldi, bensì Davide Segre, ebreo.

Finalmente I Mille riescono a tornare nella loro Napoli, lasciando Ida e Useppe soli nello stanzone di Pietralata. La loro solitudine dura poco: in breve nuovi sfollati, avuta notizia di quel luogo, vengono ad abitare lo stanzone.

Il gennaio dell'anno seguente, 1944, vede la tragica fine dei partigiani Mosca, ossia Giuseppe Secondo, e Quattropunte, il migliore amico di Nino, morti durante le loro imprese, nonché di Maria (o Mariulina), fidanzata di Nino e complice dei partigiani, uccisa dai nazisti con sua madre. La morte di Giuseppe Secondo ha un risvolto positivo per Ida: un'eredità di diecimila lire, che si trovavano nascoste all'interno del materasso lasciatole dal vecchio comunista.

Grazie a una sua anziana collega, Ida trova un nuovo alloggio: una stanza in affitto a Testaccio, in Via Mastro Giorgio, presso una famiglia, la famiglia Marrocco, nativa della Ciociaria. Questa famiglia è costituita da Filomena, sarta, suo marito Tommaso, infermiere all'ospedale San Giovanni, il loro figlio Giovannino (in quel momento in Russia, la cui stanza è quella presa in affitto da Ida), la giovanissima moglie di Giovannino, Annita, che il giovane ha sposato per procura, e il vecchio padre di Filomena. La casa viene spesso frequentata da Santina, una vecchia prostituta e amica delle Marrocco, che era (a dir suo) in grado di leggere le carte, e per questa sua presunta capacità veniva sempre interpellata dalle appigionanti di Ida sulla sorte di Giovannino, che sperano di rivedere al più presto (mentre noi sappiamo essere morto durante la ritirata dalla Russia).

In casa Marrocco arriva un giorno Davide (prima conosciuto come Carlo o Piotr), alla ricerca di Nino, che è a Roma, ma senza un recapito preciso. Pochi giorni dopo, infatti, si presenta anche Nino; Useppe si trova però a passeggio con Annita. In questa occasione Nino comunica alla madre, sconvolta, di aver scoperto le sue origini ebree («A' mà! Che stiamo ancora ai tempi de Ponzio Pilato? Che se fa, se sei giudia? [...] Pure Carlo Marx era giudio!»).

Con l'inizio del 1946, a guerra ormai terminata, le notti di Useppe iniziano ad essere tormentate da lunghi e spaventosi incubi. La persistenza di questi ultimi convince Ida a portare il piccolo Useppe da una dottoressa, che gli prescrive un ricostituente, grazie al quale la salute del piccolo si stabilizza temporaneamente.

Qualche tempo dopo, un'altra morte segna il racconto: quella della prostituta Santina, uccisa dal suo magnaccia Nello D'Angeli.

Verso la fine dell'agosto dello stesso anno, Nino si trasferisce per qualche giorno nell'appartamento che Ida ha preso in affitto da poco, con una cagna, Bella, che resterà con Useppe fino alla fine del romanzo. Questa situazione dura solo cinque giorni, ma Ida spera che possa diventare una situazione definitiva.

Il 16 novembre Useppe viene colpito da un attacco epilettico, il primo di tutta la sua vita (anche la madre, da bambina, aveva avuto questa malattia). Qualche giorno dopo, un altro avvenimento giunge a minare la salute psichica di Ida: la morte di Nino in un incidente stradale, dopo un inseguimento con la polizia (Nino era contrabbandiere).

La primavera e l'estate del '47 vede Useppe e la cagna Bella (che dopo la morte di Nino era riuscita a trovare la casa di Ida e si era stabilita lì) "pazziare" per le vie di Roma, lungo il Tevere (dove hanno una sorta di "rifugio segreto"), dove incontra un ragazzetto, tale Scimò Pietro, fuggito da un riformatorio. Questo ragazzo sarà il suo unico amico, oltre a Davide Segre, che intanto vive a Roma nella vecchia casa di Santina, ed è costretto a ricorrere alle droghe più diverse per placare i suoi tormenti interiori.

Sempre sotto gli effetti dell'alcol e della droga, Davide tiene un lungo discorso sull'anarchia in un'osteria, in gran parte ignorato dalle persone a cui si rivolge.

Di lì a breve Davide Segre, stroncato da un'overdose (o, come dice la Morante nel testo, da un'"iperdose"), muore nel suo appartamento. Qualche giorno dopo anche il piccolo Useppe muore durante uno dei suoi attacchi epilettici. La madre, Ida, alla vista del figlioletto morto, impazzisce, e viene portata in un ospedale psichiatrico dove morirà nove anni dopo.

Aracoeli[modifica]

Racconta la relazione tra madre e figlio, da esclusiva e speciale a totale e imprigionante. La donna porta il doppio cognome Muñoz Muñoz (è d'origine andalusa, e per questo il libro usa a volte termini di derivazione spagnola) e il nome appunto di Aracoeli. Il figlio, Vittorio Emanuele (o Manuele, come lo zio Manuel), è omosessuale e infelice, pentito intorno ai 40 anni della sua infanzia dorata vissuta in simbiosi con la madre, considerata da tutti una selvaggia e ora morta "oltraggiando gli affetti famigliari con una furia demenziale e lussuriosa".


La Lezione fa parte del Progetto "Le Donne nella Letteratura Italiana" (superiori).