Cesare (superiori)

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lezione
Cesare (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura latina per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

La rapida ascesa - L'oratore[modifica]

Busto di Gaio Giulio Cesare.

Di C. Giulio Cesare è incerta la data di nascita. Essa è collocabile sicuramente tra il 102 a.C. e il 100 a.C. Di famiglia aristocratica, sposo giovanissimo Cornelia dalla quale ebbe Giulia l'unica sua figlia. Silla voleva che la ripudiasse ma Cesare si rifiutò fermamente pronunciando la leggendaria frase che in lui vedeva molti Marii. Nella prima gioventù si dedicò anche lui alla poesia e scrisse il poema Laudes Herculis e la tragedia Oedipus che non pubblicò ma che dalla scelta dei personaggi già travisano la sua ammirazione per le grandi figure di benefattori e reggitori di popoli. Inizio anche una raccolta di detti che continuò in età matura e non si sa di quale forma fosse rivestita. Compiuto il servizio militare in Asia che gli permise di farsi dimenticare da Silla, ritornò nel 78 a.C., l'anno della morte del dittatore e di colpo si affermò tra i grandi oratori di Roma sostenendo l'accusa contro Cn. Dolabella. Dopo poco si recò a Rodi ad ascoltare Apollonio Molone. Negli studi filosofici si orientò verso l'epicureismo come tutti i giovani che trovavano insoddisfazione verso i valori tradizionali. Nel 68 a.C. inizia il cursus honorum con la carica di questore. Nell'anno successivo, pronunciando l'orazione funebre per la zia paterna Giulia e per la moglie Cornelia, risuscitò la legenda della discendenza della gens da Iulio, figlio di Enea e nipote di Venere. Era la prima manifestazione del suo intuito politico. Cesare infatti scelse il suo atteggiamento politico già dalla giovinezza e lo mantenne costantemente fedele. Egli vide che il punto d'arrivo della sua ambizione politica e della crisi costituzionale romana era la funzione del princeps, intenso nello spirito dei monarchi ellenistici, e ad essa uniforò la sua azione. Scelse così come progenitrice Venere che in qualità di dea della perenne fecondità del cosmo era la più atta ad essere la prescelta del futuro fondatore dell'impero universale e sul piano di realismo politico si fece erede di quel che c'era di vitale nella tradizione mariana: sopravvalutazione dell'elemento militare come espressione più sincera della plebe italica, l'esigenza di concrete riforme politiche e sociali, necessità di amalgamare tutte le stirpi italiche e di trovare loro un nuovo campo di espansione, il dovere di non farsi calamitare solo dall'Oriente ma di provvedere a rendere sicuri a nord e ad ovest i confini del dominio romano. Diventato edile nel 65 a.C. prodigò somme enormi in feste e spettacoli per raccogliere il favore del popolo che due anni dopo nel 63 a.C. non ancora quarantenne e seguace della filosofia epicurea lo elesse pontefice massimo, preferendolo al consolare Q. Lutazio Catulo. Nel medesimo anno fu eletto pretore per l'anno seguente e nella famosa seduta del 5 Dicembre parlò contro Silano che aveva proposto la condanna a morte per i complici di Catilina, assolvendo la funzione di custode delle norme tradizionali giuridico-sociali, proprio di fronte alla reazione oligarchica. Propretore in Ispagna, di ritorno da essa, compì il primo grande colpo da maestro. Strinse infatti con Crasso e Pompeo il primo triunvirato che diede un colpo decisivo al partito conservatore. Cesare prendeva in moglie Calpurnia figlia di L. Calpurnio Pisone Cesonino, dava in moglie la propria figlia Giulia a Pompeo e si faceva eleggere console per l'anno 59 a.C. giungendo di un balzo tra gli uomini più illustri di Roma. Da console prese una serie di provvedimento rivoluzionari in favore delle classi non privilegiate. Tra queste si ricorda la lex Iulia agraria che divideva l'ager publicus e poneva fine alla fame di terra delle classi povere risolvendo la crisi, che dai Gracchi a Catilina, aveva sconvolto la vita della repubblica. Nello stesso anno con una deliberazione anch'essa rivoluzionaria si fece assegnare per cinque anni il proconsolato in Gallia Cisalpina e la raggiunse solo dopo aver fatto eleggere come console suo suocero Pisone e aver fatto allontanare da Roma i capi del partito avverso. Giunto in Gallia, senza la preventiva autorizzazione del Senato, con abili pretesti iniziò una guerra di conquista che testimonia il suo ingegno. Respinta l'invasione degli Elvezi, infranto il recente dominio dei Germani d'Ariovisto sulla Gallia e ricacciati oltre il Reno dagli invasori, domate la tribù guerriere della Gallia Belgica, tutte le Gallie furono sottomesse al dominio di Roma. Il contraccolpo a Roma fu immenso e questo comporto che all'ammirazione del popolo si aggiungesse l'invidia e la gelosia degli ottimati e poi dello stesso triumvirato, Pompeo e Crasso. Cesare intuì il pericolo e nel 56 a.C. a Lucca rinnova l'accordo guadagnando l'approvazione ufficiale dei suoi atti e un nuovo quinquennio di proconsolato in Gallia. Si rimise quindi all'opera consolidando le conquiste. Respinse un'invasione delle tribù germaniche degli Usipeti e dei Tencteri e per scongiurare altre velleità dei Germani, passo per la prima volta il Reno. Compì una spedizione in Britannia che ripeté l'anno successivo. L'accampamento di Cesare era diventato il più ambito dai giovani romani crescendo in esso il rinnovamento politico e economico di Roma e ponendo, se pure tra gli abusi, le basi alla floridezza economica e alla civilizzazione del paese conquistato.

Cesare iniziava a essere il centro d'attenzione della vita romana ma ugualmente si manteneva distaccato con un atteggiamento signorile che caratterizza la sua figura insieme all'altro suo tratto che è quello del perdono degli avversari. Nel 54 a.C. trova il tempo per scrivere i due libri De analogia dedicati a Cicerone ed ora perduti, in cui un po per il ghiribizzo aristocratico un po' per la simpatia sosteneva i principi della scuola analogista che voleva uniformità di pronunzia, di flessione e di grafia.

La resa di Vercingetorige secondo Lionel-Noël Royer (Le Puy-en-Velay, Museo Crozatier, 1899).

Intanto mentre la morte di Giulia e la morte di Crasso facevano di fatto terminare il triumvirato con un raffreddamento con Pompeo, le tribù galliche di nord-est iniziavano un moto di ribellione. Cesare si trovò in serie difficoltà dato che la rivolta si allargò e trovo in Vircingetorige un capo non privo di fascino e di qualità militari e dall'altro proprio nel 52 a.C. Pompeo a Roma assunse la carica di consul sine collega. Proprio in questa fase si farà vivo il genio di Cesare. Prima di tutto sconfisse le truppe ribelli sotto le mura di Alesia e così ottenne il consenso dai suoi soldati pronti a seguirlo ovunque. Cesare doveva essere un valido oratore ma purtroppo non ci è rimasto documento di questo. Probabilmente doveva seguire l'indirizzo atticista come in grammatica quello analogista ed epicureo in filosofia ma sicuramente Cesare non si lasciava imbrigliare dalle norme di una scuola. Le doti richieste dall'atticismo, uso di vocaboli appropriati e perspicuità e semplicità di stile sono sue doti naturali e non di studio. A queste si aggiungeva, come alcune fonti attestano calore, pathos, implacabile rigore argomentativo e dialettico che lo rendevano un abile oratore. Quasi certamente non avrà conosciuto la frondosità e l'effusione spesso teatrale dell'oratoria ciceroniana, ma gli stessi Commentari, dallo stile nitido e marmoreo, ma robusto ed energico, ci fanno intuire quale sarà stata l'oratoria cesariana, in cui, per le esigenze stesse del dibattito politico e forense, l'imperturbabilità doveva scaldarsi di estro più veemente.

I commentari de bello Gallico[modifica]

Frontespizio di un'edizione del De bello Gallico e del De bello civili.

A rappresentarci questi anni gloriosi sono i setti libri dei commentarii de bello Gallico che sono il capolavoro della letteratura moralistica. L'antichità non li considerava opera storica, in base ai suoi pregiudizi retorici, ma già Cicerone giudicandoli nudi, recti e venusti affermava come Cesare avesse tolto ad ogni storico futuro la possibilità di raccontare quegli eventi meglio di lui. Gli avvenimenti sono raccontati in essi con lo stesso sguardo con cui Cesare li vede e li giudica in un linguaggio sobrio e terso. Si avverte in essa il gusto tutto romano per l'essenzialità e la mancanza di tutte quelle ampollosità proprie dell'ellenismo. A permettere ciò è anche il racconto di ogni azione bellica riferendo lo schema, i rapporti di forza, il bilancio del risultato nonché la struttura sintattica del periodo in cui hanno larga parte i discorsi indiretti, i presenti storici e gli ablativi assoluti e l'autore, distaccandosi, è indicato con la terza persona. Dietro, però, questa apparente freddezza ci sono però momenti di ironia contro la malizia degli avversari, descrizioni dei caratteri e di scene di folla, attimi di brivido e il fascino retrostante di una terra misteriosa. Il racconto che Cesare ha fatto delle sue gesta ci rende il suo genio e le qualità del suo carattere: l'assoluta padronanza degli uomini e delle cose e l'immedesimazione con l'anima stessa del suo esercito. Cesare scegli abilmente i suoi uomini e domina tutto dall'alto. Ma non traspare dai suoi scritti nulla di sentimentale ed artistico quasi come se fosse una figura inumana in un piglio di aristocratica compostezza. Si pensa che l'egocentrismo e l'istinto del guerriero e del politico avessero soffocato ogni altro palpito ma ad una attenta lettura si potrà vedere un involucro elegante e luminoso di una sensibilità complessa e raffinata. I critici si sono affannati per capire quando siano stati redatti e se il loro contenuto rispecchi davvero le gesta di Cesare o sia una sua libera rielaborazione se non siano da distinguere varie redazioni, vari stili o addirittura interpolazioni o rimaneggiamenti. Eppure Aulo Irzio nel proemio al libro VIII da lui aggiunto ci parla di come Cesare abbia redatto questa opera in poco tempo. Si suppone che lui abbia usato appunti e relazioni inviate al Senato anche se l'opera ha un tono sicuramente unitario. Aulo Irzio, il fido luogotenente e che poi, console nel 43 a.C., avrebbe preso le armi in difesa del Senato contro i continuatori dell'opera di Cesare, completò i commentari alla guerra gallica, scrivendo un ottavo libro che narra degli avvenimenti del 51 a.C. e 50 a.C. che servivano a collegare questa opera a quella dei commentari della guerra civile. Cercò di uniformarsi allo stile di Cesare ma naturalmente non ci riuscì. La semplicità di Cesare è un miracolo e cercarla di imitare è solo un vano tentativo ancor meno valido se compiuto da chi non è neppure esperto di scrittura.

La guerra civile e i suoi Commentari[modifica]

Alla fine del suo terzo consolato, ormai riavvicinatosi al partito oligarchico, Pompeo organizzò il tutto per entrare in conflitto con Cesare. Cesare voleva ripresentare la sua candidatura al consolato dopo aver fatto passare i dieci anni dal suo primo incarico come da legge. Pompeo, che non solo era stato rieletto come console sine collega ma anche solo dopo tre anni dal suo secondo mandato, suggerì di intimare a Cesare di riporre le armi e poi venire a Roma a rispondere della sua gestione come privato prima di presentare la candidatura. Si voleva spogliare Cesare di tutto il suo potere militare e privarlo della gloria del trionfo che era molto suggestiva nell'anima popolare. Cesare, prendendo il pretesto che neppure Pompeo si era spogliato del suo esercito dopo il governo in Spagna, rimase con le sue truppe alle porte di Roma chiedendo parità di trattamente tra lui e Pompeo ben sapendo che non gli sarebbe stata concessa. Si arrivò così alla crisi dato che il Senato emise il decreto di urgenza e costrinsero alla fuga i tribuni che lo volevano bloccare con il veto. Cesare nel frattempo aveva varcato il Rubicone e si era accampato a Rimini da cui iniziò la serie di azioni militari. Irrompe lungo il litorale adriatico per sorprendere Pompeo sbarrandogli la ritirata verso Oriente e costringendolo ad un accordo. Fallita la sorpresa a Brindisi si volse verso Roma dove spogliato l'erario s'inoltro verso la Spagna, base di riserva di Pompeo. Mentre i suoi luogotenenti costringevano Marsiglia alla resa egli, con una abilità tattica degna di nota conquistava, senza combattere i luogotenenti di Pompeo, la Spagna. Al ritorno rifiutò l'offerta della dittatura e assunse la carica di console per l'anno 48 a.C. sfruttando l'errore commesso da Pompeo con il suo precipitoso abbandono dell'Italia. Traversato l'Adriatico con poche truppe tenne a bada il nemico molto più forte finché Antonio non gli portò il grosso dell'esercito. Iniziò così la campagna che dopo un insuccesso a Durazzo che sembrava compromettergli la ritirata verso l'Italia, si gettò con mossa audacissima nel cuore del territorio controllato dal nemico e a Farsàlo, in Tessaglia, combatté e vinse la battaglia decisiva. Pompeo, smarrito ed ormai incapace di reagire, tento di affidarsi all'ospitalità dell'ultimo erede maschio dei Tolomei sul trono d'Egitto che gli doveva gratitudine. Ma il giovane re per ingraziarsi il vincitore fece uccidere Pompeo e presentò la testa come omaggio a Cesare. Cesare non gradì questo sanguinoso omaggio non essendo della sua condotta politica quella di infierire sui concittadini. Questo inasprì i rapporti tra Cesare e Tolomeo intensificati dal fatto che la sorella di questo, Cleopatra, aspirava al trono e si lamentava di come il fratello minore l'avesse soppiantata. Di qui Tolomeo istigò una rivolta degli Alessandrini contro Cesare e la posizione di svantaggio è stata esagerata dalla tradizione a lui sfavorevole dicendo che per mantenere ben disposti alla resistenza i suoi uomini aveva ordinato di bruciare le navi e di aver poi distrutto la Biblioteca della capitale egiziana (in realtà si trattava invece di alcuni depositi di libri collocati nei docks del porto). Tutti questi fatti sono narrati nei tre libri dei Commentarii de bello civili. Cesare nello scriverli si è attenuto al modello dei Commentarii de bello Gallico ma è chiaro che qui c'è un elemento passionale sicuramente maggiore al punto tale che c'è chiaramente una, se non pur tendenziale (come lo rimprovera Asinio Pollione), almeno in maniera velata facendo risaltare tutti i fatti che gli danno ragione, volontà di captare i lettori verso la sua posizione. In realtà gli storici anticesariani sono riusciti poi in seguito ad addossare su Cesare gli oneri maggiori dello scoppio della guerra civile. Era in fondo una lotta tra due aspiranti al principato. A Pompeo importava poco della legalità costituzionale. I tradizionali si schieravano con lui perché era il pericolo minore avendo rivelato in più occasione la sua poca tendenza allo slancio rivoluzionario. Sotto la marmoria impassibilità nel De bello civili trapela ancora di più il fuoco sottile e perenne della personalità in lotta con la volontà avversa. L'umanità cesariana si sposa mirabilmente con la rude austerità del generale. In questa opera però, a differenza del De bello Gallico, c'è una tendenza a graduare l'importanza degli avvenimenti non solo su un criterio militare ma anche in obbedienza a scopi propagandistici. Cesare ha rotto in parte il suo esemplare riservo facendo fluire vivida e calda la sua vena squisitamente romana di valori pratici e risentimenti politici nell'assoluta trascuranza di modelli greci e di preoccupazioni di carattere letterario. Cesare più che Cicerone ci mostra quali è sul piano letterario il genio romano che appare non oppresso dai modelli greci. Il classicismo ellenizzante dell'età augustea ritardò e in parte mortificò questa maniera così originale di intendere ed applicare l'assimilazione della cultura greca; solo nell'età argentea, per reazione dei ceti tradizionalisti contro l'autocrazia imperiale, si riuscì a ricreare un mondo di idee e di conquiste tipicamente romano.

La dictatura perpetua[modifica]

Busto di Giulio Cesare conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Nel 47 a.C. Cesare riuscì a vincere la resistenza degli Alessandrini ed ad uccidere Tolomeo insediando sul trono d'Egitto Cleopatra. Il contatto con l'ellenismo orientale lo spinse a rafforzare la sua tendenza ad un radicale rinnovamente dello Stato. Accettò infatti la dittatura come carica magistratuaria continuata che coesisteva con la carica di console. Dopo la rapida vittoria contro Farnace annunciata in Senato con il famoso Veni, vidi, vici, Cesare dovette ritornare in Africa per sedare una reviviscente rivolta dell'opposizione senatoria. I seguaci di Pompeo si erano radunati presso Giuba e con il suo aiuto avevano creato un esercito imponente. La campagna, rapida e geniale, terminò con la clamorosa sconfitta degli avversari a Tapso. Tornato a Roma in trionfo sui nemici esterni accetto la dictatura perpetua e iniziò l'opera di profonda trasformazione dello Stato. Ma non durò molto essendo costretto ad andare in Ispagna a fronteggiare i figli di Pompeo, Gneo e Sestio, che avevano riacceso la rivolta. Ottenuta la vittoria a Munda, ritornò a Roma e vi celebrò un nuovo trionfo e stavolta sui nemici interni segnando la svolta verso il nuovo ruolo di monarca di tipo ellenistico, di semidio terreno, assunto dalla personalità di Cesare. Avviandosi verso la Spagna Cesare compose il poemetto Iter, non prevenutoci, che descriveva il viaggio, e nel corso del 45 a.C. pubblicò gli Anticatones, in due libri, anch'essi perduti, in risposta all'elogio dell'Uticense scritto l'anno prima da Cicerone. Gli eventi bellici del 47 a.C., del 46 a.C. e del 45 a.C. sono raccontati rispettivamente nei tre libri Bellum Alexandrinum, Bellum Africanum e Bellum Hispaniense che costituiscono la continuazione dei commentari De bello civili. La paternità di questi libri sono ancora discussi, si fanno i nomi di Irzio, Oppio e di Balbo. Si attribuiscono il primo a Irzio per affinità di linguaggio e di euritmia con il libro ottavo del De bello Gallico, il terzo è stato, invece, sicuramente scritto da un ufficiale subalterno molto rozzo e legato all'evidenza brutta delle cose avendo usato sempre il sermo vulgaris tanto da rappresentare uno dei documenti più singolari dell'epoca scritto in sermo vulgaris. La riforma del calendario e l'accesso al rango senatorio per i cittadini non italici sono le riforme più vistose della dittatura romana. Ma anche tutte le riforme che Cesare non riuscì ad attuare vanno ricomprese nella considerazione della sua imponente attività rivoluzionaria. Cesare aveva compreso che Roma doveva trasformare radicalmente gli ideali, i costumi e gli istituti tenendo conto della sua nuova realtà di impero. La classe militare e la Gallia Cisalpina iniziano ad avere coscienza di se e della propria entità. L'Occidente si romanizza rapidamente e inizia ad avere accesso al Senato. Si inizia a tutelare il lavoro dei liberti e si prendono le prime misure in campo medico e di salute pubblica.

Ma Cesare capiva che per dare solidità all'impero bisognava eliminare i due nemici che mettevano a rischio la solidità difensiva e che il suo genio aveva già individuato nei Germani e nei Parti. I primi i colpi subiti di recente li avevano resi mansueti al momento. Andavano domati i secondi.

Vincenzo Camuccini, Morte di Cesare, 1798, Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna.

La campagna contro questi non era mossa da intenti di gloria ma perché Cesare aveva intuito davvero che per la vitalità dell'Impero era fondamentale la romanizzazione dell'Oriente ed evitare rivolte come quella dei tempi di Mitridate. Per questo diede al suo governo una impronta monarchica ellenistica favorita dal dilagare in Occidente del misticismo stoico di Posidonio e delle religioni misteriche. Nacque così intorno a lui una sorta di misticismo e la sua clemenza divenne un mezzo fondamentale di governo. Quando il 15 Marzo del 44 a.C. Cesare fu assassinato da fanatici tradizionalisti, Roma compì un regresso di due secoli. Fu infatti fermata la spinta riformatrice quando più era necessaria segnando fatalmente forse le sorti della vitalità dell'Impero. Certo la spinta riformatrice sarà ripresa in seguito ma ciò accadrà quando lo slancio vitale della romanità trionfante sarà ormai affievolito. Cesare resterà sempre il simbolo del potere assoluto investito di una missione superiore per il bene dei popoli sottostanti, non per questo il suo nome designerà i princeps a seguire e sarà usato in varia salsa (si pensi a Kaiser in Germania e Zar in Russia) per indicare le guide del popolo. Tutti i trascinatori di popolo si sono indicati come a modello di Cesare. Sotto Carlo Magno proprio in nome di Cesare si compirà la resurrezione dei valori di romanità e per tutto il Medioevo regnerà proprio lo scontro tra Cesare e Pietro. Dante considerò l'opera di Cesare e la sua eredità come uno dei cardini fondamentali dell'opera della Provvidenza sulla terra. Ma il Rinascimento segnerà invece un maggior favore verso i cesaricidi che sarà accentuato in età moderna (si vedano le tragedie di Voltaire e Alfieri), con l'acme nell'età della Rivoluzione francese e dei moti nazionali e liberali dell'Ottocento. Un'opera di revisione compita da Teodoro Mommsen e dallo storicismo germanico ha trovato anche di recente significativi continuatori. La matura coscienza storica dell'età contemporanea ha ristabilito il giusto equilibrio, rivalutando in Cesare, precorritore dell'ecumene cristiana, la massima espressione del genio latino. L'ammirazione per le sue opere letterarie non venuta mai meno nei secoli.