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Beppe Fenoglio (superiori)

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Beppe Fenoglio (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 3
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 75%

Beppe Fenoglio condusse una vita appartata rispetto agli ambienti mondani e intellettuali. La sua esperienza letteraria, sebbene sembri avvicinabile per i temi trattati al coevo neorealismo e a Pavese, ne è in realtà agli antipodi. La sua narrazione della Resistenza non ha carattere documentario né celebrativo; piuttosto, ricollegandosi alla sua diretta esperienza di partigiano, pone la guerra partigiana su un piano assoluto, come esempio di una condizione metafisica. Fenoglio in vita scriverà varie opere, ricorrendo a un complesso metodo di revisione. Tuttavia, nella sua breve esistenza conoscerà scarso successo e molti suoi scritti saranno pubblicati solo postumi.

La vita

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Il giovane Fenoglio sul campo di calcio nel 1945

Giuseppe Fenoglio nasce ad Alba, in Piemonte, il 1º marzo 1922, primogenito di Amilcare e Margherita Faccenda. Il padre, di origini contadine, socialista e antifascista, possiede e gestisce una macelleria nel centro della città; la madre è una donna molto devota ma anche energica, che coltiva grandi ambizioni per i figli. Sarà lei a spingere Beppe, che si dimostra particolarmente dotato, a proseguire gli studi al ginnasio Giuseppe Govone di Alba.[1] Qui avrà come docente di filosofia e storia, al terzo anno, il filosofo Pietro Chiodi, celebre studioso di Heidegger e dell'esistenzialismo, con cui instaurerà una duratura amicizia. In questi stessi anni nasce anche la sua passione per la letteratura inglese, che lo accompagnerà per tutta la vita.[2]

Nell'autunno 1940 Fenoglio, dopo essere stato promosso con buoni voti, si iscrive alla facoltà di lettere dell'università di Torino, dove supera otto esami. Nel gennaio 1943 deve però interrompere gli studi perché chiamato alle armi; con l'armistizio dell'8 settembre e lo scioglimento dell'esercito, riesce a tornare a casa, mentre le forze tedesche occupano il Nord Italia e Mussolini costituisce la Repubblica Sociale a Salò. Incomincia così l'attività cospirativa e con il fratello Walter partecipa ad alcune azioni armate. Nel gennaio 1944 si unisce alle prime formazioni partigiane e in autunno Beppe e Walter aderiscono alle Formazioni Autonome Militari (i cosiddetti partigiani "azzurri" o "badogliani"), comandate da Enrico Martini Mauri e Pietro Balbo. L'esperienza militare segnerà profondamente Fenoglio: il momento più drammatico è probabilmente il rastrellamento della città di Alba a opera dei tedeschi, dopo che i partigiani erano riusciti per breve tempo a liberarla (10 ottobre - 2 novembre 1944). Il proclama del generale Alexander, che invitava i partigiani a sospendere le operazioni per l'inverno, porta al temporaneo scioglimento delle bande armate; Fenoglio passerà questo periodo in assoluto isolamento a Cascina della Langa.[3]

Per la sua ottima conoscenza dell'inglese, Fenoglio partecipa alle ultime fasi della Liberazione come ufficiale di collegamento con le forze alleate. Nei primi tempi del dopoguerra si dedica a traduzioni e ai primi esperimenti teatrali. Decide inoltre di abbandonare l'università, scelta che genererà dissidi con la madre. Nel 1946 conosce Luciana Bombardi, che sposerà nel 1960 e da cui avrà una figlia, Margherita. Intanto nel maggio 1947 trova impiego in un'azienda vinicola di Alba, dove resterà per il resto della sua vita: un lavoro a lui congeniale, che gli lascia molto tempo libero per scrivere. In questi anni continua a vivere con i genitori, e consegna tutti i guadagni alla madre, accontentandosi di pochi soldi per le sigarette.[4]

Incomincia così a contattare vari editori per tentare di pubblicare le sue opere, con risultati deludenti. Nel 1949 il suo racconto Il trucco appare con lo pseudonimo di Giovanni Federico Biamonti su Pesci rossi, l'annuario di Bompiani. Nel 1950 il romanzo breve La paga del sabato attira l'attenzione di Italo Calvino che lo passa a Vittorini, il quale però gli propone di pubblicare una raccolta di testi più brevi. Dalla Paga del sabato verranno ricavati due racconti che confluiranno nella raccolta I ventitré giorni della città di Alba, uscita nella collana Gettoni di Einaudi (diretta da Vittorini) nel giugno 1952. Il volume riceve recensioni negative sulle edizioni dell'Unità di Milano e Torino, mentre viene apprezzato da intellettuali come Alberto Moravia, Giovan Battista Vicari, Anna Banti, Carlo Bo, Pietro Citati. Sempre per i Gettoni esce nel 1954 La malora, romanzo breve sulla durezza della vita contadina che segna la rottura tra Fenoglio e l'editore Einaudi, a causa dei toni polemici utilizzati da Vittori nella quarta di copertina del volume.[5]

Grazie alla mediazione di Chiodi, nel 1957 Fenoglio entra in contatto con Garzanti, presso il quale pubblica nel 1959 Primavera di bellezza. Secondo i progetti dell'autore, l'opera doveva essere il primo volume di un «libro grande» sulla Resistenza, la cui seconda parte avrebbe dovuto essere il romanzo postumo e incompiuto conosciuto come Il partigiano Johnny. Nello stesso anno si consuma anche la rottura con Pier Paolo Pasolini, quando un gruppo di intellettuali fiorentini guidati da Anna Banti e Roberto Longhi sostiene la candidatura di Primavera di bellezza al premio Strega. Garzanti, già in gara con Una vita violenta di Pasolini, chiede a Fenoglio di rinunciare, ricevendo però un netto rifiuto. Primavera di bellezza non entrerà nella cinquina finalista e la vittoria andrà al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, ma i rapporti tra i due scrittori di incrineranno irrimediabilmente.[6]

Dopo Primavera di bellezza Fenoglio incomincia a godere di una certa fama. Nel 1962 riceve il premio Alpi Apuane per il racconto Ma il mio amore è Paco, uscito su Paragone. Proprio in quei giorni Fenoglio viene colpito da emottisi, che viene inizialmente attribuita alla tubercolosi; solo in seguito gli verrà diagnosticato un cancro ai bronchi, che lo porterà alla morte il 17 febbraio 1963.[7]

La Resistenza come esperienza assoluta

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Beppe Fenoglio

In vita Fenoglio ha quindi pubblicato solo una raccolta di racconti e due romanzi, a cui si aggiungono altri dodici racconti, alcune poesie, una traduzione della Ballata del vecchio marinaio di Samuel T. Coleridge e un atto unico (Solitudine). Le altre opere che conosciamo sono uscite postume e hanno innescato vari dibattiti tra i filologi. Nel 1963 esce Un giorno di fuoco, una raccolta di undici racconti. Nel 1969 esce per Einaudi La paga del sabato, in precedenza rifiutato da Vittorini, mentre l'anno prima era uscito Il partigiano Johnny, libro che è stato oggetto di complessi studi.[8] Nel 1978 vengono date alle stampe le Opere di Fenoglio in tre volumi e cinque tomi, curate da un gruppo di studiosi coordinati da Maria Corti.[9] In questa edizione viene presentato anche un inedito, che Dante Isella ribattezzerà con il titolo L'Imboscata nel volume da lui curato per Einaudi dei Romanzi e racconti di Fenoglio (1992); nel 2001 questa edizione è stata poi riproposta con l'aggiunta degli Appunti partigiani.[10]

Nelle sue opere Fenoglio si concentra su due temi principali: la miseria della vita contadina nelle Langhe e la guerra partigiana. Verrebbe quindi naturale ricondurlo all'alveo del neorealismo e avvicinarlo alla poetica di un altro poeta langhigiano, Cesare Pavese. Già a una prima lettura appare però chiaro che Fenoglio è in realtà lontano da entrambe queste esperienze letterarie. La sua narrativa è estranea agli intenti documentari o di denuncia sociale tipici del neorealismo, così come all'ideologia progressista e alle inclinazioni populistiche, che idealizzano il mondo contadino in quanto realtà autentica e depositaria di valori positivi. Diversamente da Pavese, inoltre, non c'è traccia di elementi di ascendenza decadente come il mito della terra o la fascinazione per il selvaggio e l'ancestrale.[11]

Piuttosto, Fenoglio è orientato a un'indagine sulla violenza, intesa come unica costante nei rapporti umani. Questa indagine viene portata avanti a partire dal mondo contadino, di cui viene evidenziata la durezza, l'abbrutimento, la miseria e la sofferenza. Tutto ciò porta alla follia e al suicidio, oppure alla guerra, rappresentata come un momento eccezionale in cui si possono osservare la crudeltà e il dolore nella loro manifestazione estrema. La guerra e la durezza della vita contadina non vengono però inserite in un determinato contesto storico-sociale, ma sono presi come esemplificazioni di una condizione metafisica assoluta. Inoltre, poiché la violenza non è un dato storico, non ha soluzioni politiche o possibilità di riscatto. In questo senso, la Resistenza è proposta come esperienza assoluta, avventura esistenziale in cui l'individuo mette alla prova la propria dignità e va alla ricerca della propria verità interiore. Nel descrivere la violenza e il male, Fenoglio evita poi atteggiamenti moralistici o di partecipazione emotiva, mantenendo un punto di vista lucido e oggettivo.[11]

Di conseguenza, Fenoglio ricorre nelle proprie opere a una narrazione rapida ed essenziale, orientata all'azione e alle cose, con scene fortemente visive. Anche il linguaggio utilizzato è asciutto, e nelle rappresentazioni della vita contadina impiega termini dialettali. Questa scelta non ha però carattere mimetico, come per esempio nella [[../Verismo|poetica verista]], ma è funzionale all'obiettivo di rendere l'immagine della durezza della vita. Sotto questo aspetto, Il partigiano Johnny si differenzia dalle altre opere per il suo stile elaborato e prezioso, che però non compromette la rapidità della narrazione tipica dello scrittore.[11]

Le prime opere

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La caserma Govoni ad Alba in una cartolina degli anni quaranta

Le prime prove letterarie di Fenoglio sono rappresentate da due romanzi brevi e da alcuni racconti, tutti ambientati ad Alba e nelle Langhe.

La prima opera, La paga del sabato, rifiutata da Einaudi nel 1950, sarà pubblicata postuma nel 1969: ambientata ad Alba, racconta del reinserimento nella società civile di un giovane ex partigiano. Il secondo romanzo, La malora, uscirà nel 1954 nei Gettoni di Einaudi. Qui viene rappresentata, con un linguaggio secco, la dura vita dei contadini delle Langhe, dominato dal dolore e dalla violenza.

In vita Fenoglio pubblica inoltre una serie di racconti, scritti attraverso varie fasi di revisione. Al 1952 risale la pubblicazione della raccolta I ventitré giorni della città di Alba, uscita anch'essa nei Gettoni di Einaudi, in cui vengono affrontati i temi della lotta partigiana e della vita nel mondo popolare e contadino.[12] Comprende due racconti che sono stati estratti da La paga del sabato: Ettore va al lavoro e Nove lune.[13]

Il ciclo di Johnny

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Decisamente più delicata è la questione intorno ai due romanzi che hanno per protagonista la figura autobiografica del partigiano Johnny, i quali ha creato vari problemi per i filologi. Nel 1959 Fenoglio pubblica Primavera di bellezza, la prima parte di un «libro grande» sulla Resistenza (così lo definisce in una lettera a Calvino) che progettava di scrivere. Primavera di bellezza termina con i fatti accaduti nell'autunno del 1943, mentre della seconda parte ci rimangono due stesure: la prima doveva coprire gli avvenimenti dal settembre 1943 al febbraio 1945, mentre la seconda, più recente e composta solo da frammenti, ripercorre il periodo dall'ottobre 1944 al febbraio 1945.[13]

Primavera di bellezza

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Primavera di bellezza, come è già stato ricordato, viene pubblicato dall'editore Garzanti nel 1959. Nella prima redazione vengono raccontati i giorni che precedono la chiamata di Johnny alle armi, l'addestramento da allievo ufficiale, il servizio militare a Roma e il ritorno a casa dopo l'8 settembre. La seconda redazione, quella che è stata poi pubblicata con le modifiche richieste dall'editore, si apre invece con Johnny allievo ufficiale, a cui segue il ritorno avventuroso in Piemonte dopo l'8 settembre e la morte durante la sua prima azione partigiana.

Lo stile di Primavera di bellezza si caratterizza per essenzialità e misura. Per ammissione dello stesso autore, sappiamo che il romanzo è stato scritto inizialmente in inglese e solo in secondo momento "tradotto" in italiano, in una lingua che appare più levigata e asciutta. La formazione di Johnny, la sua crescita a contatto con una realtà confusa come quella dell'Italia dopo la crisi del regime fascista, viene raccontata con una prosa fredda, lineare, incisiva. La formazione del protagonista, tuttavia, conduce non alla maturità, ma piuttosto al nulla che caratterizza un mondo privo di senso.[14]

Il partigiano Johnny

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Beppe Fenoglio nel 1960

Il secondo romanzo del ciclo di Johnny viene pubblicato postumo da Einaudi nel 1968, a cura di Lorenzo Mondo con il titolo Il partigiano Johnny.[15] Il testo presentato nasce dalla combinazione delle due redazioni rinvenute tra le carte dell'autore.[12] Lo stile di questo romanzo si differenzia nettamente da quello di Primavera di bellezza: se il primo si distingueva per asciuttezza ed essenzialità, Il partigiano Johnny presente invece un frequente uso di parole ed espressioni inglesi (talvolta intere frasi), oltre a varie invenzioni lessicali e a variazioni della normale sintassi della lingua italiana. Questo miscuglio linguistico, insieme alla tensione narrativa che caratterizza il romanzo, fa sì che Il partigiano Johnny abbia nel complesso un carattere forte e assoluto. Quello adottato è inoltre un plurilinguismo estremamente originale, che non risponde a finalità realistiche o espressioniste. Le parole utilizzate sono generalmente desuete e di ascendenza letteraria, e quindi non hanno la funzione di riprodurre le forme del parlato; è piuttosto una lingua astratta, figlia della passione dell'autore per la letteratura anglosassone, che sembra guardare alle cose da una prospettiva obliqua, come da altrove.[14]

Johnny partecipa alla guerra partigiana come se compisse un dovere tragico e ineluttabile. Soffre, odia, partecipa ai dolori degli altri e fa affidamento unicamente sulla sua corporalità, su reazioni fisiche come l'alternarsi di energia e spossatezza. Il romanzo è segnato dall'assurdità: assurdo è il desiderio di combattere, come assurdo è il rapporto tra uomo e mondo. La negatività che lo contraddistingue pone quindi il romanzo al di là del neorealismo e lo ricollega alla narrativa europea moderna. Estraneo a ogni senso di ottimismo per il progresso come alla volontà di celebrare le gesta della Resistenza, Fenoglio mostra nella sua opera l'impossibilità di attribuire un significato agli avvenimenti e sottolinea come dall'orrore non si possa ricavare un'immagine di futuro: la guerra diventa una testimonianza di come gli uomini cerchino testardamente di resistere all'assurdità di ciò che esiste. Lo stesso autore, d'altra parte, si era tenuto lontano dall'impegno politico della letteratura, ritenendo, come scrive Ferroni, che non vi fosse «differenza di significato tra la partecipazione ai momenti estremi della storia e l'esperienza assoluta della scrittura».[16]

Il ciclo di Milton

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Oltre a quelli che hanno per protagonista Johnny, bisogna ricordare altri due romanzi brevi che hanno per protagonista il partigiano Milton. Una questione privata, in particolare, è considerato una delle migliori prove letterarie di Fenoglio.

L'imboscata

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Nell'edizione delle Opere del 1978 curata da Maria Corti viene pubblicato per la prima volta un romanzo senza titolo rimasto fino ad allora inedito. Il testo comparirà anche nell'edizione del 1992 delle opere di Fenoglio a cura di Dante Isella, con il titolo L'imboscata.[17] Il romanzo è stato composto nel 1959 e, da quanto risulta dalla corrispondenza tra Fenoglio e Garzanti e dagli appunti dell'autore, è stato abbandonato dopo che erano stati scritti 22 dei 30 capitoli previsti per dedicarsi a Una questione privata. L'opera presentava poi delle lacune, dovute al fatto che alcune parti erano state prelevate per dare vita a racconti autonomi: L'erba brilla al sole, Il padrone paga male, Lo scambio di prigionieri.[18]

Una questione privata

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Rispetto alle altre opere, la situazione testuale di Una questione privata è meno controversa. Fenoglio vi ha lavorato in varie fasi nel corso del 1961, e del romanzo si conservano varie versioni, ma le più antiche hanno una trama meno complessa e lontana dall'intreccio che si può leggere nella versione finale. Gli studiosi, inoltre, tendono oggi a concordare sul fatto che la scena finale che si può leggere nel romanzo dovesse corrispondere a quella prevista dall'autore.[18]

Si tratta dell'opera più compiuta di Fenoglio, che qui mette in scena il bisogno del protagonista Milton di sapere, di mettere luce nella relazione tra l'amico Giorgio e l'amata Fulvia, sapendo che questo evento avrebbe su di lui un effetto traumatico. Il desiderio di scoperta diventa assoluto, annulla qualsiasi altro scopo e diventa l'unica molla del suo agire.[19] Come scrive Ferroni, «Milton cerca se stesso e la propria sconfitta, [...] in una realtà dominata dall'assurdo di cui la guerra civile costituisce l'immagine tragica e meschina».[20]

I penultimi

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Postuma appare anche una seconda raccolta di undici racconti, Un giorno di fuoco (1963), e il romanzo I penultimi, in cui Fenoglio dimostra grande maturità stilistica.[12] Il testo di quest'ultimo ci è giunto in due versioni: una più lunga e una seconda più recente ma anche più breve, probabilmente interrotta per la malattia dello scrittore.[13]

Note

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  1. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. XXXI-XXXII.
  2. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. XXXVI.
  3. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. XXXVIII-XLIII.
  4. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. XLIV-XLVII.
  5. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. XLVIII-LVI.
  6. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. LX-LXIV.
  7. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. LXVIII-LXXI.
  8. Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, pp. LXXXVII-LXXXVIII.
  9. Beppe Fenoglio, Opere, in NUE Nuova Serie, edizione critica diretta da Maria Corti, Torino, Einaudi, 1978.
  10. Beppe Fenoglio, Romanzi e racconti, in Biblioteca delle Plèiade, nuova edizione accresciuta a cura di Dante Isella, Torino, Einaudi, 2001.
  11. 11,0 11,1 11,2 Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti e Giuseppe Zaccaria, La narrativa del Novecento, in Moduli di letteratura, Torino, Paravia, 2002, p. 196.
  12. 12,0 12,1 12,2 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2002, p. 1054.
  13. 13,0 13,1 13,2 Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. LXXXVII.
  14. 14,0 14,1 Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1055.
  15. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. LXXV.
  16. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1056.
  17. Cronologia in Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. LXXVII.
  18. 18,0 18,1 Beppe Fenoglio, Tutti i romanzi, a cura di Gabriele Pedullà, Torino, Einaudi, 2012, p. LXXXVIII.
  19. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1056.
  20. Giulio Ferroni, Profilo storico della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 2001, p. 1057.

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