''Il Cinque Maggio'' di Alessandro Manzoni (superiori)

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lezione
''Il Cinque Maggio'' di Alessandro Manzoni (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Italiano per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.
Napoleone a Sant'Elena, in un'incisione che illustra una riedizione dell'ode nel 1881

Il cinque maggio è un'ode scritta da Alessandro Manzoni nel 1821, in occasione della morte di Napoleone Bonaparte in esilio sull'isola di Sant'Elena.

Nell'opera, scritta di getto in tre giorni dopo aver appreso dalla Gazzetta di Milano del 16 luglio 1821 le circostanze della morte di Napoleone, Manzoni mette in risalto le battaglie e le imprese dell'ex imperatore, nonché la fragilità umana e la misericordia di Dio.

L'Autore[modifica]

Anonimo inglese, Alessandro Manzoni nel 1805, olio su tela, attualmente nella Casa Manzoni di via del Morone, Milano.

Alessandro Manzoni, nome completo Alessandro Francesco Tommaso Antonio Manzoni (Milano, 7 marzo 1785 – Milano, 22 maggio 1873), è stato uno scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

Considerato uno dei maggiori romanzieri italiani di tutti i tempi per il suo celebre romanzo I promessi sposi, caposaldo della letteratura italiana, Manzoni ebbe il merito principale di aver gettato le basi per il romanzo moderno e di aver così patrocinato l'unità linguistica italiana, sulla scia di quella letteratura moralmente e civilmente impegnata propria dell'Illuminismo italiano.

Passato dalla temperie neoclassica a quella romantica, il Manzoni, divenuto fervente cattolico dalle tendenze liberali, lasciò un segno indelebile anche nella storia del teatro italiano (per aver rotto le tre unità aristoteliche) e in quella poetica (nascita del pluralismo vocale con gli Inni Sacri e della poesia civile).

Il successo e i numerosi riconoscimenti pubblici e accademici (fu senatore del Regno d'Italia) si affiancarono a una serie di problemi di salute (nevrosi, agorafobia) e famigliari (i numerosi lutti che afflissero la vita domestica dello scrittore) che lo ridussero in un progressivo isolamento esistenziale. Nonostante quest'isolamento, Manzoni fu in contatto epistolare con la migliore cultura intellettuale francese, con Goethe, con intellettuali di primo ordine come Antonio Rosmini e, seppur indirettamente, con le novità estetiche romantiche britanniche (influsso di Walter Scott per il genere del romanzo).

Il Testo[modifica]

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita 5
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale 10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua, 15
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio, 20
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi, 25
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar. 30

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito 35
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno; 40
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria, 45
La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato, 50
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio 55
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor. 60

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere 65
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese, 70
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei, 75
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli, 80
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio 85
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò; 90

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre 95
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza 100
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita, 105
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò. 108

Il Contenuto del Testo[modifica]

Manzoni, con la stesura de Il cinque maggio, non intendeva né glorificare la figura di Napoleone, né muovere a pietà il lettore per il suo trapasso, bensì illustrare il ruolo salvifico della Grazia divina, offrendo al contempo uno spaccato esistenziale della vita di Napoleone.

Versi 1-30[modifica]

L'impero di Napoleone al suo apogeo nel 1811, tra paesi vassalli, alleati e lo stesso territorio francese.
« Dall'Alpi alle Piramidi / dal Manzanarre al Reno / di quel securo il fulmine / tenea dietro il baleno; / scoppiò da Scilla al Tanai, dall'uno all'altro mar »
(vv. 25-30)

Il cinque maggio ha inizio con un esordio severo ed ineluttabile, Ei fu, con il quale Manzoni annuncia al lettore che Napoleone non è più vivo. Per riferirsi al defunto imperatore il poeta ricorre a un pronome personale di gusto solenne e letterario, Ei, che sottolinea la fama di Napoleone, talmente conosciuto che non ha bisogno di introduzioni. La scelta del passato remoto in fu, invece, allontana nel tempo l'epopea napoleonica, che in questo modo viene segnalata come un evento definitivamente concluso, sprofondato nel magma del passato, con una chiara allusione all'inesorabilità dello scorrere del tempo, alla caducità della vita, e alla natura effimera della gloria terrena.

Dopo quest'esordio così pregnante e conciso, Manzoni passa a descrivere l'immobile stupore dell'intera popolazione umana, rimasta percossa, attonita all'annunzio della morte del condottiero. Dell'uom fatale, talmente potente da poter decidere il destino del mondo, ormai non rimane che una spoglia immemore, e niente in essa serba memoria della gloria passata; né si sa quando vi sarà il passo di un uomo che la sua cruenta polvere / a calpestar verrà.

Nei versi successivi si fanno alcuni cenni alle ultime vicende militari napoleoniche: la sconfitta di Lipsia del 1813, il periodo dei cento giorni e la disfatta definitiva a Waterloo, nel 1815. Manzoni coglie quest'occasione per sottolineare che lui è vergin di servo encomio e di codardo oltraggio: il poeta, infatti, critica chi si profonde in lodi sperticate per i trionfi imperiali napoleonici in quanto sintomo di un gretto utilitarismo (condanna già presente ne Il Conte di Carmagnola, dove viene accusato colui che «s'innalza sul vinto»); altrettanto vergognoso, tuttavia, è il comportamento di coloro che lo denigrarono caduto, quando Napoleone - persa ogni autorità - non aveva possibilità di difendersi. Pertanto, potendo vantare un «plettro immacolato» (cfr. In morte di Carlo Imbonati), Manzoni può legittimamente commuoversi allo sparir di tanto raggio, ed eternare la memoria del defunto imperatore con un cantico che forse non morrà.

La strofa successiva presenta un tono perentorio ed indica il quadro geografico nel quale si sono svolte le gesta napoleoniche. Sono citate le due campagne d'Italia (1796 e 1800); la campagna egiziana (1798-99); vengono poi menzionati due fiumi, il Manzanarre e il Reno, in riferimento rispettivamente alla campagna di Spagna del 1806 (il Manzanarre scorre vicino Madrid) e ai diversi interventi militari in Germania, ove fluisce il Reno (si pensi alle battaglie di Ulm e di Jena). Le vittorie di Napoleone coinvolgono un territorio che si estende dall'Italia meridionale (la punta di Scilla è in Calabria) alla Russia, dove scorre il fiume Don, anche noto come Tanai, dal Mediterraneo all'Atlantico (dall'uno all'altro mar).

Versi 31-84[modifica]

Segue una profonda e ansiosa pausa meditativa:

« Fu vera gloria? Ai posteri / L’ardua sentenza: nui / Chiniam la fronte al Massimo / Fattor, che volle in lui / Del creator suo spirito / Più vasta orma stampar »

Quella all'inizio si tratta di un'interrogativa retorica, in quanto al Manzoni cattolico non interessano le glorie terrene di Napoleone, bensì le sue vittorie spirituali, che riconosce essere l'unico mezzo per raggiungere una gloria vera e autentica: convertendosi prima di morire, infatti, il condottiero corso ha dato un ulteriore prova della grandezza di Dio, che si è servito di lui per imprimere sulla Terra un sigillo più forte della sua potenza creatrice.

Questa meditabonda riflessione è accompagnata da un elenco dei sentimenti che hanno tempestato l'animo di Napoleone durante la sua ascesa al potere: la gioia ansiosa e trepidante che si dispiega nell'animo alla realizzazione di un grande progetto, l'insofferenza di un animo ribelle che, non domato, si sottopone agli altri, ma che pensa al potere, e l'esultanza che sostenne il suo trionfo imperiale, che era quasi folle ritenere possibile. Tutto ei provò (la strofa precedente è retta da questa proposizione): la gloria della vittoria, ma anche l'umiliante fuga dopo la sconfitta (in riferimento alla campagna di Russia del 1812 e alle successive di Lipsia e Waterloo), l'esultanza della ritornata vittoria, e infine l'esilio a Sant'Elena.

Manzoni scruta dentro l'animo del Napoleone esule a Sant'Elena, riconoscendovi un uomo fiaccato dal cumulo dei ricordi.
« Oh quante volte, al tacito / morir d'un giorno inerte / chinati i rai fulminei / le braccia al sen conserte, / stette, e dei dì che furono / l'assalse il sovvenir! »
(vv. 73-78)

La successione di glorie e sconfitte napoleoniche è seguita da quella che, a detta del Momigliani, è la strofa «più importante dell'ode per conoscere il giudizio del Manzoni storico su Napoleone».

« Il giudizio poetico del Manzoni qui finisce per coincidere con il giudizio storico, con la sentenza dei posteri, i quali riconoscono in Napoleone l'uomo che diffuse in Europa i principi della rivoluzione, addomesticandoli alla civiltà anteriore e guidandola a un fine »

In questa strofa, che sempre secondo Momigliani «artisticamente è fra le più notevoli [...] dell'ode», Napoleone appare infatti come un titanico dominatore. Ei si nomò, ovvero si impose da sé il titolo di imperatore (strappando la corona dalle mani di papa Pio VII per porla da solo sulla sua testa), e fu artefice del proprio destino; si erse inoltre a giudice fra due secoli, il Settecento e l'Ottocento, vale a dire la Rivoluzione Francese e la Restaurazione.

Napoleone, tuttavia, è pur sempre un uomo, e in quanto tale anch'egli è soggiogato alle dinamiche che regolano gli accadimenti umani. Come sottolineato dall'attacco (realizzato con la congiunzione «E»), gli atti napoleonici si susseguono tumultuosamente: dopo la sua ascesa fulminea, infatti, egli sparì dalla scena del mondo, costretto all'esilio e all'ozio forzato in una piccola isola sperduta nell'Oceano Atlantico, Sant'Elena. Qui Napoleone è travolto dalle contrastanti emozioni che egli stesso aveva suscitato durante la sua vita: immensa invidia e rispetto, odio inestinguibile e amore invincibile. I grandi eroi, secondo Manzoni, sono amati o odiati, non mediocremente sopportati.

Segue, come osservato da Francesco De Sanctis, una strofa in cui «l'immaginazione del poeta si riposa. Napoleone è finito e rimane ozioso, è costretto a ricordare». Per suggerire l'idea di un Napoleone oppresso dal peso straziante dei ricordi, infatti, Manzoni ricorre alla pregnante similitudine di un naufrago che, mentre tende lo sguardo verso lontani approdi, viene travolto da quei marosi che prima egli stesso dominava. Manzoni indaga impietosamente la profonda crisi interiore di Napoleone, uomo condannato a una vita inoperosa pur essendo ancora energico e vitale (come suggerito dai rai fulminei; si noti come anche nella poesia manzoniana gli occhi rappresentino lo specchio dell'anima). È per questo che il condottiero, investito dall'assalto dei ricordi, ripensa alle tende degli accampamenti militari, alle trincee battute dal fuoco dell'artiglieria, al fulminar delle spade dei suoi soldati, all'incalzare della cavalleria, agli ordini concitati e perentori e alla loro fulminea esecuzione.

Versi 85-108[modifica]

Il ricordo del passato per Napoleone è soffocante, avvilente, e presagisce la disperazione, come suggerito dalla tronca e disperò, che a mo' di rintocco sembra concludere inesorabilmente la parabola terrena del generalissimo. I suoi tormenti, tuttavia, vengono allietati dalla provvidenziale mano divina che, discesa valida dal cielo, lo eleva a un'atmosfera più serena («più spirabil aere») e alla contemplazione della vita ultraterrena.

Nella penultima strofa, impiegando una perifrasi desunta dalla tradizione religiosa (già Paolo di Tarso parlava di improperium Christi), Manzoni ricorda al lettore che «giammai una più superba altezza non si chinò al disonore del Golgota»: Napoleone, in questo modo, viene interpretato come un uomo dalla personalità grandiosa e dallo straordinario ingegno bellico che, nei suoi ultimi frangenti di vita, seppe rinnegare il proprio orgoglio e chinarsi al legno del Golgota, abbracciando in questo modo la professione cristiana.

L'Analisi del Testo[modifica]

La Struttura Metrico-Stilistica[modifica]

Il cinque maggio risponde alla forma metrica dell'ode. Il testo si compone di 108 versi raggruppati in strofe da sei settenari. Il primo, il terzo ed il quinto settenario sono sdruccioli, ovvero pongono l'accento sulla terzultima sillaba, e non sono rimati; il secondo e il quarto sono rimati fra loro e terminano con una parola piana, mentre il sesto e ultimo settenario è tronco e rima con l'ultimo verso della strofa successiva. Complessivamente, i settenari sono rimati secondo lo schema ABCBDE, FGHGIE.

Il poema può essere suddiviso in tre parti: nella prima, composta da quattro strofe (vv. 1-24), viene presentato il tema; nella seconda di dieci strofe (vv. 25-84) si ripecorre l'epopea napoleonica, mentre le ultime quattro strofe traggono le conclusioni e pertanto le riserve morali e religiose. La seconda parte, tra l'altro, si presta a un'ulteriore bipartizione: nel primo momento (vv. 25-54) si raccontano i momenti salienti del Napoleone condottiero e imperatore, mentre il secondo (55-84) è dedicato all'esilio finale a Sant'Elena.

Le Figure Retoriche[modifica]

Il cinque maggio è accompagnato da:

  • due similitudini: «Siccome immobile ... così percossa» (vv. 1-5); «Come sul capo / tal su quell.alma!» (vv. 61-73);
  • numerosissime metafore: «orba» (v. 4); «tanto raggio» (v. 21); «il fulmine / tenea dietro al baleno» (vv. 27-28); «nella polvere ... sull'altar» (vv. 47-48); «rai fulminei» (v. 75);
  • diversi enjambement: «ultima / ora» (vv. 6-7); «simile / orma» (vv. 9-10); «subito / sparir» (vv. 21-22); «Massimo / Fattore» (vv. 33-34); «la procellosa e trepida / gioia» (vv. 37-38); «tacito / morir» (vv. 73-74); «mobili / tende» (vv. 79-80); «benefica / fede» (vv. 97-98);
  • anastrofi: «a calpestar verrà» (v. 17); «di mille voci al sonito» (v. 17); «mista la sua non ha» (v. 18); «di quel securo il fulmine» (v. 27); «del creator suo spirito» (v. 35);
  • quattro iperbati: «lui folgorante in solio / vide il mio genio e tacque» (vv. 13-14); «tal su quell’alma il cumulo / delle memorie scese» (vv. 67-68); «e dei dì che furono l’assalse il sovvenir» (vv. 77-78); «e in più spirabil aere / pietosa il trasportò» (vv. 89-90);
  • tre anafore: «dall'Alpi alle Piramidi, / dal Manzanarre al Reno […], da Scilla al Tanai, dall'uno all’altro mar» (vv. 25 ss); «due volte ... due volte» (vv. 47-48) ; «l'onda ... l'onda» (vv. 62-63);
  • un'antonomasia ai vv. 33-34: «Massimo Fattore»;
  • due sineddochi, al v. 10 («orma di pie’ mortale») e al v. 56 («breve sponda»);
  • alcuni polisindeti: «e sparve e i dì nell'ozio ...» (v. 55); «e ripensò … e i percossi … e il lampo … e l’onda … e il concitato … e il celere» (vv. 79-84);
  • due apostrofi: «Bella Immortal!….Scrivi ancor questo…» (vv. 97-99); «tu dalle stanche ceneri…» (v. 103);
  • un ossimoro al v. 57: «la procellosa e trepida / gioia d’un gran disegno»;
  • un'antitesi: «immensa invidia…/ pietà profonda… / inestinguibil odio… / indomato amor» (vv. 57 ss);
  • tre perifrasi: «dell’uom fatale» (v. 8); «di quel securo» (v. 27); «al disonor del Golgota» (v. 101);
  • personificazioni: «percossa, attonita / la terra ... / muta» (vv. 5-7).