''Alla Sera'' di Ugo Foscolo (superiori)

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lezione
''Alla Sera'' di Ugo Foscolo (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Italiano per le superiori 2
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.
Caspar David Friedrich, Sera (1824); olio su cartone, 20 x 27.5 cm, Kunsthalle Mannheim

Alla sera è un sonetto composto da Ugo Foscolo nel 1803 e inserito dall'autore in testa ai dodici sonetti nella definitiva edizione delle Poesie. Esso è, infatti, una sorta di premessa generale al momento di disagio umano e politico che Foscolo stava attraversando.

La sera offre, nel suo silenzio immobile, una momentanea immagine del dileguarsi di ogni forma di vita; il crepuscolo non è più sentito dal poeta come una drammatica sfida al destino, bensì come il perdersi dolce del sensibile e della vita stessa.

L'Autore[modifica]

François-Xavier Fabre, Ritratto di Ugo Foscolo (1813); olio su tela, Biblioteca Nazionale di Firenze

Ugo Foscolo, nato Niccolò Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778 – Turnham Green, 10 settembre 1827), è stato un poeta, scrittore e traduttore italiano, uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo. Egli fu uno dei più notevoli esponenti letterari italiani del periodo a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestano o cominciano ad apparire in Italia le correnti neoclassiche e romantiche, durante l'età napoleonica e la prima Restaurazione.

Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l'isola greca di Zacinto/Zákynthos, oggi nota in italiano come Zante), allora territorio della Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da un mondo di ideali classici in cui era nato e cresciuto, tramite la sua formazione letteraria e il legame con la terra dei suoi antenati (nonostante un fortissimo legame con l'Italia che considerò la sua madrepatria). La sua vita fu caratterizzata da viaggi e fughe, a causa di motivi politici (militò nelle forze armate degli Stati napoleonici, ma in maniera molto critica, e fu un oppositore degli austriaci, a causa del suo carattere fiero, dei suoi sentimenti italiani e delle sue convinzioni repubblicane), ed egli, privo di fede religiosa ed incapace di trovare felicità nell'amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni.

Come molti intellettuali della sua epoca, si sentì però attratto dalle splendide immagini dell'Ellade, simbolo di armonia e di virtù, in cui il suo razionalismo e il suo titanismo di stampo romantico si stemperano in immagini serene di compostezza neoclassica, secondo l'insegnamento del Winckelmann.

Tornato per breve tempo a vivere stabilmente in Italia e nel Lombardo-Veneto (allora ancora parte del Regno d'Italia filofrancese) nel 1813, partì presto in un nuovo volontario esilio e morì povero qualche anno dopo a Londra, nel sobborgo di Turnham Green. Dopo l'Unità, nel 1871, le sue ceneri furono riportate per decreto del governo italiano in patria e inumate nella Basilica di Santa Croce a Firenze, il Tempio dell'Itale Glorie da lui cantato nei Sepolcri (1807).

Fece parte della Massoneria.

Il Testo e la Parafrasi[modifica]

Testo Parafrasi

     Forse perché della fatal quïete
     tu sei l'immago a me sì cara vieni
     o Sera! E quando ti corteggian liete
     le nubi estive e i zeffiri sereni,

     e quando dal nevoso aere inquïete
     tenebre e lunghe all'universo meni
     sempre scendi invocata, e le secrete
     vie del mio cor soavemente tieni.

     Vagar mi fai co' miei pensier su l'orme
     che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
     questo reo tempo, e van con lui le torme

     delle cure onde meco egli si strugge;
     e mentre io guardo la tua pace, dorme
     quello spirto guerrier ch'entro mi rugge.

O sera, forse giungi a me così gradita
perché sei l'immagine della quiete fatale!
Sia quando ti accompagnano lietamente
le nuvole estive e i piacevoli venticelli primaverili,

sia quando dal cielo nevoso
riversi sul mondo tenebre minacciose e lunghe
sempre scendi [da me] invocata, e occupi
dolcemente le vie nascoste del mio animo.

Mi fai vagare con i miei pensieri nella direzione
che va [fino] al nulla eterno, e intanto trascorre
questo tempo malvagio, e con lui passano le schiere

degli affanni per cui egli si distrugge insieme a me;
e mentre io contemplo la tua pace, si placa
quello spirito combattivo che freme dentro di me.

Il Contenuto del Testo[modifica]

Pubblicato nell'aprile del 1803 e composto nei sei mesi che precedono questa data, Foscolo dedica questo sonetto alla sera, momento della giornata che gli induce una profonda meditazione sulla morte.

Foscolo inizia questa sua riflessione con un avverbio di dubbio, forse (v. 1), che contribuisce a creare una sospensione meditativa iniziale: sembra quasi che egli, in quel momento, stia riprendendo un dialogo interiore lungamente protrattosi. Foscolo, in effetti, sta contemplando la bellezza della sera, che apprezza in quanto placa il suo spirito ribelle e porta con sé una parvenza di dolcezza e di quiete, paragonabili a quella della morte. Foscolo spoglia questa riflessione di qualsivoglia accezione religiosa: la quïete, per antonomasia, designa la morte, che è fatal «perché a tutti assegnata dal destino», come evidenziò De Robertis. In questa locuzione è già attiva la concezione foscoliana della morte, intesa materialisticamente come un nulla eterno (v. 10), ovvero come un annullamento irreparabile e definitivo della vita, ma anche come uno stato di pace dove si placano i propri travagli interiori.

Notevole, infine, l'espressione reo tempo, che può fare riferimento alla vita burrascosa del Foscolo, alla situazione storica in cui è stato composto il sonetto, o alla tumultuosità della vita umana in generale. In queste parole c'è probabilmente la reminiscenza del latino Orazio, che nelle sue Odi pure delineò la crudeltà del tempo, colpevole di tormentare l'uomo di affanni e delusioni:

(LA)

« Dum loquimur, fugerit invida aetas »

(IT)

« Mentre noi parliamo, se ne va, fuggendo, il tempo invidioso »

(Orazio, Odi, XI, 7-8)

Oltre alle Odi di Orazio agisce in questo sonetto anche il modello di Petrarca e dei suoi discepoli; dal poeta aretino Foscolo cita il cinquantaseiesimo sonetto del Canzoniere, Se col cieco desir che 'l cor distrugge, mentre da Giovanni Della Casa - celebre petrarchista del Cinquecento - Foscolo ha attinto l'espressione «feroce spirto un tempo ebbi e guerrero», coniando la locuzione spirto guerrier (v. 14). Si sente, infine, anche l'influenza della lirica tedesca di fine Settecento: come i poeti dello Sturm und Drang, infatti, Foscolo instaura parallelismi tra il proprio stato d'animo e la natura.

L'Analisi del Testo[modifica]

La Struttura Metrico-Stilistica[modifica]

Alla sera risponde alla forma metrica del sonetto. Il testo si compone di quattordici versi, tutti endecasillabi, raggruppati in due quartine e due terzine, per un totale di quattro strofe; lo schema delle rime è ABAB, ABAB; CDC, DCD.

L'ordine e la misura calibrata dei versi di questo sonetto sono sostenuti dalla diversa caratterizzazione delle quartine e delle terzine. Le prime presentano un ritmo calmo e meditativo, affidato alla lunga esclamazione iniziale e alla marcata continuità sintattica, sottolineata dal parallelismo «E quando ... e quando ...». Per le terzine, invece, Foscolo adotta una sintassi molto più concitata ed incalzante, basata sull'impiego pressoché sistematico della coordinazione per polisindeto e sull'insistenza dei verbi di movimento («vagar», «vanno», «fugge», «van», «si strugge»). La diversità del ritmo tra quartine e terzine è dovuta anche al diverso utilizzo dell'enjambement; nelle quartine riguarda il nesso aggettivo/sostantivo, con la funzione di attenuare l'intensità dell'aggettivo e di dilatare la struttura dell'endecasillabo, mentre nelle terzine riguarda il nesso verbo/complemento, così da drammatizzare il dettato.

Le Figure Retoriche[modifica]

Alla sera è accompagnato da:

  • numerosi enjambement: «della fatal quïete / tu sei l'immago» (vv. 1-2); «a me sì cara vieni / o Sera!» (vv. 2-3); «inquïete / tenebre e lunghe» (vv. 5-6); «le secrete / vie del mio cor» (vv. 7-8); «su l'orme / che vanno al nulla eterno» (vv. 9-10); «fugge / questo reo tempo» (vv. 10-11); «le torme / delle cure» (vv. 11-12); «dorme / quello spirto guerrier» (vv. 13-14);
  • una sineddoche: «zeffiri» (v. 4);
  • due metafore, una al v. 1 («fatal quïete») e una al v. 11 («torme»). Di «fatal quïete», connotante la morte, si è già parlato nel paragrafo Contenuti; «torme», vocabolo tipico delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, indica invece gli affanni, descritti come schiere, che hanno logorato la vita del Foscolo.
  • due ossimori: «fatal quïete» (v. 1) e «nulla eterno» (v. 10);
  • allitterazioni ai vv. 9-11, con il ripetersi della v, e nei vv. 12-14, con il ripetersi della r.
  • un'antitesi all'ultimo verso: «e mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch'entro mi rugge»