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I promessi sposi

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I promessi sposi
Tipo di risorsa Tipo: appunti
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana

I promessi sposi e il romanzo storico

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Per la sua opera narrativa, Manzoni sceglie la forma del romanzo storico, una forma che in quel momento gode di larga fortuna presso il pubblico europeo, a causa del successo dei romanzi storici dello scozzese Walter Scott. Con I promessi sposi si propone di offrire un quadro di un'epoca del passato, ricostruendo tutti gli aspetti della società, il costume, la mentalità, le condizioni di vita, i rapporti sociali ed economici. Secondo il modello scottiano, protagonisti non sono le grandi personalità storiche, ma personaggi inventati, di oscura condizione, quelli di cui abitualmente la storiografia non si occupa. I grandi avvenimenti e gli uomini famosi costituiscono lo sfondo delle vicende vissute da questi personaggi, e compaiono in quanto vengono a incidere sulla loro vita. La storia viene in tal modo vista dal basso, come si riflette sull'esperienza quotidiana della gente comune.

Per tracciare il suo quadro, Manzoni si documenta con lo scrupolo di un autentico storico, leggendo, oltre alle opere storiografiche sull'argomento, cronache del tempo, biografie, testi letterari e religiosi, memorie, raccolte di leggi. Ciò spiega perché Manzoni, pur rifacendosi al modulo di Scott, sia critico verso il romanziere scozzese: gli rimprovera infatti l'eccessiva disinvoltura con cui tratta la storia, romanzandola attraverso l'invenzione. Per Manzoni invece personaggi e fatti storici devono essere affrontati nel modo più rigoroso. Non solo, ma lo scrupolo del vero lo induce a rendere anche le vicende e i personaggi d'invenzione «così simili alla realtà che li si possa credere appartenenti ad una storia vera e appena scoperta»[1]. Lo stesso scrupolo del vero lo induce altresì, nella costruzione dell'intreccio, a respingere il romanzesco, cioè a «considerare nella realtà la maniera d'agire degli uomini», ad evitare di «stabilire dei rapporti interessanti ed inattesi tra i vari personaggi» e di «trovare degli avvenimenti che influiscano contemporaneamente sul destino di tutti», cioè di costruire quella «unità artificiosa che non si trova affatto nella vita reale»[2].

Il quadro polemico del Seicento e l'ideale manzoniano di società

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La società di cui Manzoni vuol fornire un quadro nel suo romanzo è quella lombarda del seicento sotto la dominazione spagnola. È un quadro fortemente polemico: Manzoni si colloca nei confronti del passato con l'atteggiamento dell'illuminista, acutissimo nel cogliere irrazionalità, aberrazioni, pregiudizi, ingiustizie.

Il Seicento lombardo ai suoi occhi segna il trionfo dell'ingiustizia, dell'arbitrio e della prepotenza, da parte del governo, nella condotta politica e nei provvedimenti economici, da parte dell'aristocrazia e delle masse popolari; è il trionfo dell'irrazionalità nella cultura, nell'opinione comune, nel costume. Ma questa ricostruzione critica del passato ha anche precise valenze politiche riferite alla situazione presente. Nel marzo 1821 si verificano i moti liberali, che Manzoni segue con fervore e speranza, come testimonia l'ode Marzo 1821. Falliti i moti, il 24 aprile Manzoni inizia la stesura del suo romanzo storico. Nel momento in cui la borghesia progressista comincia la propria rivoluzione nazionale, e subisce una sconfitta e una momentanea battuta d'arresto nella lotta, Manzoni risale al passato per cercare le radici dell'arretratezza in cui si trova l'Italia presente, e in tal modo, attraverso la critica della società del Seicento, offre alle nascenti forze borghesi il modello di una società futura da costruire.

Le linee fondamentali di questo modello di società si possono ricavare guardando in controluce il quadro polemico della Lombardia spagnola tracciato nel romanzo. Data per scontata la condizione preliminare dell'indipendenza nazionale, le esigenze essenziali sono: un saldo potere statale che si opponga alle spinte degli interessi privati e sappia contrastare arbitrii e prevaricazioni, restando immune da connivenze interessate coi gruppi sociali più potenti; una legislazione razionale ed equa ed un apparato della giustizia che sappia farla osservare, tutelando l'individuo da ogni arbitrio; una politica economica oculata, che sappia rispettare le leggi del mercato e, con opportuni provvedimenti, sia in grado di stimolare l'iniziativa dei singoli, nel campo dell'agricoltura come dell'industria (non a caso, Renzo, alla fine della vicenda,investe il suo gruzzolo nell'acquisto di un filatoio); un'organizzazione sociale giusta, ma senza i conflitti che nascono dalla lotta fra le classi, in cui l'aristocrazia ponga ricchezze e potenza al servizio della collettività e, in obbedienza ai precetti cristiani, dia spontaneamente a chi non ha ciò che essa possiede in abbondanza, in modo da distribuire più equamente i beni della vita; in cui le classi inferiori, pie e laboriose, si rassegnino cristianamente alle loro inevitabili miserie e rinuncino a rivendicare i propri diritti con la forza, attendendo il premio nell'altra vita e l'aiuto su questa terra degli aristocratici illuminati e benefici; in cui i ceti medi non siano chiusi nel loro gretto egoismo e non siano gli strumenti del sopruso e dell'ingiustizia, ma dell'attività benefica dei potenti, fungendo da mediatori tra essi e il popolo. Nel sistema dei personaggi del romanzo, don Rodrigo e Gertrude rappresentano la funzione negativa dell'aristocrazia, che viene meno alle sue responsabilità ed usa il suo privilegio in modo oppressivo, il cardinal Federigo, con la sua attività benefica instancabile e lungimirante, costituisce il modello positivo, e l'Innominato, con la sua conversione, dedicandosi a proteggere i deboli oppressi e a beneficare gli umili, indica il passaggio esemplare della nobiltà dalla funzione negativa a quella positiva. Per quanto riguarda i ceti popolari, l'esempio negativo è fornito dalla folla sediziosa e violenta di Milano, il positivo dalla rassegnazione cristiana di Lucia; Renzo, invece, come l'Innominato nei ceti superiori, rappresenta il passaggio dal negativo al positivo, da un atteggiamento ribelle e intemperante ad un fiducioso abbandono alla volontà di Dio, analogo a quello di Lucia. Per i ceti medi, esempi negativi sono don Abbondio e l'Azzeccagarbugli, esempio positivo fra Cristoforo (che prima di diventare frate cappuccino era un ricco borghese).

Questo ideale di società si nutre dei principi della nascente borghesia liberale, però con la componente laica si fonde indissolubilmente anche la componente religiosa. Il modello di una società giusta ma senza i conflitti fra le classi, in cui i privilegiati diano volontariamente a chi non ha e i diseredati sopportino pazientemente le loro miserie, secondo Manzoni è proposto dal Vangelo stesso, e nella sua prospettiva, la predicazione della Chiesa può avere un'efficacia immensa nel condurre alla realizzazione di quell'ideale di società, persuadendo le classi contrapposte a seguire i principi sociali del Vangelo. Manzoni è convinto che la religione cattolica sia l'unica vera forza riformatrice, perché agisce alla radice dei mali della società, l'animo umano, e perciò può riuscire là dove le riforme politiche hanno fallito, producendo effetti disastrosi, come durante la Rivoluzione francese. La visione religiosa porta Manzoni ad avere una concezione tragica e pessimistica della storia, scaturita dal peccato originale. Manzoni è convinto che una ricostruzione della felicità originaria sia preclusa alle forze umane su questa terra; però non per questo ritiene che occorra assumere un atteggiamento di fatalistica rassegnazione di fronte al male sociale: esiste secondo lui un margine per intervenire almeno ad attenuare il male, per cui diviene un dovere per l'uomo agire per contrastare il negativo della società e della storia (lo provano figure eroiche come quelle di fra Cristoforo, di Federigo, dell'Innominato convertito). Per questo il cattolicesimo manzoniano, pur coi suoi presupposti pessimistici, può arrivare a fondersi con un progressismo moderato di impronta laica e liberale, distaccandosi nettamente dagli orientamenti reazionari della Chiesa nell'età della Restaurazione. La società che Manzoni vagheggia, agli albori delle lotte risorgimentali, dovrà ispirarsi sia al liberalismo borghese sia ai principi religiosi del cattolicesimo: solo così potrà evitare le degenerazioni giacobine, autoritarie e violente, già sperimentate durante la Rivoluzione francese.

Note

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  1. A. Manzoni, Epistolario, Lettera a Fauriel, novembre 1821
  2. A. Manzoni, Epistolario, Lettera a Fauriel, 29 maggio 1822

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