Materia:Storia della critica e della storiografia letteraria
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MONTI, FOSCOLO E LA CRITICA
Dopo il plauso entusiastico dei contemporanei, De Sanctis e Leo¬pardi furono abbastanza duri con Vincenzo Monti, in cui vedevano un poeta più immaginifico che profondo. Una sorta di rivalutazione si ebbe poi con B. Croce, che però eb¬be cura di relegarlo più tra i letterati che tra i poeti. E oggi, come stanno le cose? W. Binni, “Monti poeta del consenso”, ribadisce più o meno l'im¬pressione di Croce: del Monti esalta la grande professionalità, ma non gli pare di scorgere in lui grande poesia. Binni definisce Monti poeta del consenso, non solo perché questi aveva la tendenza a fiutare il vento e a mettersi sempre dalla parte dei più forti, ma anche perché gli riconosce una vera e propria passione per l'antichità, cosa che lo inserisce a pieno merito nella corrente neoclassica. Binni comunque evidenzia una certa bonomia nei confronti di Mon¬ti, cercando di individuarne gli aspetti positivi. Carlo Muscetta, critico marxista, dà invece giudizi severissimi su Monti e opera un'inesorabile stroncatura dell'uomo e del poe¬ta. Pur essendo vissuto, nota Muscetta, in un momento storico ric¬chissimo di rivolgimenti ideali (l'affermarsi delle idee di Na¬zione e Libertà), egli rimane fuori dal corso degli eventi, per¬petuando la figura del letterato puro, estraneo ai movimenti di pensiero e alla politica del suo tempo; sempre dalla parte dei potenti, sempre pronto a cambiare bandiera, egli meritò ampiamen¬te l'epiteto dispregiativo di “voltagabbana”. L'altro grande rappresentante del periodo neoclassico è indubbia¬mente Ugo Foscolo. Per Foscolo non si può, è unanimemente riconosciuto, parlare di un neoclassicismo estrinseco e puramente epidermico: il suo amore per la classicità e i miti dell'Ellade aveva qualcosa di profon¬do e di viscerale, era la sua stessa concezione della poesia: la Grecia vista come un mondo perduto di bellezza serenatrice, che egli si affaticava di raggiungere con la propria poesia, sia sul versante dei contenuti sia della forma. Intanto è importante inquadrare la figura di Foscolo in rapporto al Monti e all'Alfieri. Con Monti le affinità sono pochissime, addirittura nulle, se si tiene conto della pertinacia con cui Foscolo persegue i propri ideali politici. Diversi sono invece i contatti che si possono stabilire con Al¬fieri. La critica, in generale, è abbastanza concorde su questo punto (“Ortis” è di stampo alfieriano): comunque è una “concordia discors”, in quanto, se e facile trovare affinità, lo è altrettan¬to individuare punti di aperta divergenza. Alfieri, come e stato osservato da Sapegno in un saggio famosis¬simo, “Alfieri politico”, è molto lontano da una visione politica reale e soprattutto realizzabile. L'eroe alfieriano è chiuso in un maniacale contatto-repulsa nei confronti della tirannide: la sua lotta è quella dell'individuo d'eccezione che, in effetti, non riesce a concretizzare in un terreno politico reale le istanze libertarie che gli urgono den¬tro. Nessun contatto con il popolo, verso cui nutre anzi il più pro¬fondo disprezzo Secondo Luigi Russo, “L'interpretazione politica di Iacopo Ortis”, mentre l'Alfieri, per il suo individualismo senza sbocchi si era precluso ogni via verso il mondo reale, Foscolo partecipa in modo vivo e fattivo alla realtà storica del suo tempo. Già nell”'Ode a Bonaparte”, Russo individua i caratteri di fondo del pensiero politico di Foscolo, per il quale l'ufficio delle lettere non è qualcosa di avulso dalla realtà, bensì un modo di vivere in comunione con gli altri uomini: la vocazione politica di Foscolo costituisce il momento decisivo della sua ispirazione poetica, e ciò è ravvisabile non solo nello “Iacopo Ortis”, ma an¬che in opere “insospettabili” quali sono “Le Grazie”. Il suo sentimento politico, a detta di Russo, ha quasi un sapore savonaroliano, tanto è potente: ma la sete di libertà si scontra con una realtà dura, dominata dalla tirannide, difficile da scal¬fire: di qui una visione cupa del mondo, il rifugio nel suicidio. “Una ragazzata di genio” è “Iacopo Ortis” per Carlo Muscetta, una ra¬gazzata di cui non si può non ammirare la forza d'animo che spri¬giona, sorretta com'è da uno stile alto e ben congeniato. Quanto poi alla reale portata del pensiero politico di Foscolo, Muscetta mostra parecchio scetticismo, per cui pare di capire che a suo parere il Foscolo è velleitario né più né meno dell'Alfie¬ri. Velleitari ambedue perché non avevano compreso che la libertà non si raggiunge per opera di uno solo, ma con il concorso di tutto il popolo. Questo l'aveva capito anche Mazzini, continua Muscetta, il quale appunto aveva criticato nel Foscolo la fiducia che questi aveva riposto in Napoleone, senza comprendere che la libertà cui tanto agognava si poteva conseguire solo con l'unione di tutti coloro che erano sferzati dagli stessi bisogni. Muscetta, a supporto della sua tesi, riporta altresì le parole del dimenticatissimo Carlo Cattaneo, il quale a suo parere trac¬ciò un profilo estremamente acuto del pensiero politico di Fosco¬lo. Per Cattaneo, l'idea di libertà del Foscolo è tipicamente classi¬ca e non ha coscienza vera delle forze che muovono l'agire poli¬tico, degli enormi sforzi comuni che tutti i popoli devono attua¬re per conseguire dei benefici duraturi. Inoltre Foscolo non ha alcuna fiducia nelle forze popolari, che anzi egli schernisce con l'epiteto di “plebe”. Con tutto ciò, anche Muscetta non nega l'alto valore morale che ebbe l'azione disperata di uno Iacopo Ortis sulla coscienza dei contemporanei: e solo per questo il libro meriterebbe di essere salvato. Critiche sul versante puramente letterario vengono sempre da si¬nistra con Asor Rosa, il quale, pur riconoscendo la forza insita nel pensiero di Foscolo, il suo disperato bisogno di libertà, la volontà con cui perseguì i propri ideali, gli rimprovera un lin¬guaggio estremamente aristocratico, rivolto a un pubblico elita¬rio: il poeta, secondo Asor Rosa non si era reso conto che solo attraverso un “degrado della forma” il suo messaggio sarebbe potuto giungere più in là, a una più larga massa di lettori.
DANTE E LA CRITICA (1)
In un non molto ampio, ma succoso saggio apparso presso SANSONI nel 1975, G. PADOAN, a proposito degli studi attuali sul signifi¬cato generale della “Commedia”, scriveva che la ricerca ormai tende a orientarsi verso un'indagine sempre più serrata del retroterra culturale entro cui si colloca l'opera maggiore di Dante. Ciò, soprattutto, come reazione alla selva selvaggia delle inter¬pretazioni, iniziate col Romanticismo e protrattesi fino a Bene¬detto Croce e ai suoi epigoni. Il Romanticismo nell'opera dantesca esaltò la figura dell'esule solitario e pugnace contro i colpi del destino; in alcuni perso¬naggi della “Commedia”, Farinata ad esempio, volle individuare il profondo amore di patria; in Ulisse esaltare l'ansia di conoscen¬za. La critica crociana sviluppò, per conto suo, una esegesi oltremo¬do riduttiva, proponendo infatti una lettura cursoria del poema dantesco, secondo i canoni della Poesia e non Poesia, tendendo a porre in evidenza i momenti lirici e a relegare fra l'inutile in¬gombro dottrinario tutto quanto appariva ideologia, politica, fi¬losofia: sovrastruttura, per dirla in breve. I due metodi critici cui si accennava poc'anzi, appaiono, alla luce della critica moderna, errati e anche fuorvianti: comunque non idonei a una retta comprensione della “Commedia”. La critica più avanzata propone invece una lettura integrale,senza salti arbitrari, del Poema Sacro, e, in questa prospettiva,uno studio il più profondo possibile della cultura del tempo di Dante, dato ineliminabile per chi vuole veramente comprendere il messaggio dell'opera dantesca. Su questa scia, ottimi sono apparsi in Italia il commento di Na¬talino Sapegno, che già agli inizi degli anni'50 proponeva una maggiore adesione al tessuto culturale dei tempi di Dante; e i numerosi interventi di Bruno Nardi; fra gli stranieri, partico¬larmente stimolanti sono apparsi gli studi di Erich Auerbach. L'indirizzo della critica sembra quindi essere il seguente: un sostanziale recupero del Dante Medioevale. In una conferenza tenuta a Modena nel 1965 sullo “Sviluppo del Pensiero e dell'Arte di Dante”, Bruno Nardi, riassumendo anche molti studi svolti in precedenza, sottolineò l'importanza enorme che ebbe lo studio della filosofia nell'evoluzione del pensiero di Dante, e come una conoscenza di essa sia assolutamente neces¬saria per una corretta interpretazione di tutta quanta la sua o¬pera. Ricordava, tra l'altro, l'influenza assai notevole che ebbe su Dante il suo primo amico, Guido Cavalcanti, il quale lo indiriz¬zò, dopo la morte di Beatrice, verso le scuole dei “filosofanti” di Bologna e Firenze; di qui sembrerebbe avere origine quella poesia filosofica rappresentata dalla canzone “Voi che 'ntendendo...”. Dalle meditazioni filosofiche e dal duro impatto con l'esilio e infine dalle considerazioni sulla società contemporanea, nasceva¬no le riflessioni dantesche intorno all'importanza dell'impero e del papato, dalla cui concordia doveva scaturire una società nuova, che si doveva governare secondo le leggi stabilite da Cristo. Tali meditazioni, secondo Nardi, costituirono una vera folgora¬zione per Dante, che, ormai, alla stregua di Gioachino da Fiore, ”di spirito profetico dotato”, si sentì investito di una missione divina; quella cioè di essere il poeta-profeta del suo tempo. Non meno importanti e significativi sono apparsi i numerosi con¬tributi, veramente eccezionali per acume e dottrina, di E. Auer¬bach, in gran parte raccolti nel volume “Studi su Dante”, edito da Feltrinelli. Ci si riferisce in modo particolare al saggio “Figura”, che apre le porte a una lettura molto più feconda della “Commedia”. In contrapposizione all'allegoria, per la quale i personaggi dan¬teschi sono visti semplicemente come simboli di qualità morali, l'interpretazione figurale auerbachiana è qualcosa di eccezional¬mente più profondo. In forza di essa, i personaggi diventano prefigurazioni esemplari di un qualcosa che deve accadere e che ha avuto il suo compimento in Dio. In più, essi non perdono nulla della loro consistenza storica e fisica: Catone, ad esempio, è stato l'uomo che ha compiuto deter¬minate azioni, ma egli è anche storicamente figura, o, per meglio dire, prefigurazione di un qualcosa che doveva realizzarsi in fu¬turo. Secondo Auerbach, la capacità interpretativa figurale permeava di sé le menti degli uomini del Medioevo, cosicché essi non duravano alcuna fatica a interpretare determinati aspetti delle opere poe¬tiche contemporanee. Tale capacità sarebbe infine durata sin quasi al XIII secolo, do¬po di che noi ne avremmo perduto completamente il senso e il va¬lore.
Enzo Sardellaro, docente di lettere al “Maddalena” di Adria.
Dante e la critica attraverso i secoli (secondo contributo)
Il presente contributo intende offrire un rapido quadro di riferimento di quella che giustamente è stata definita la “varia fortuna di Dante” (Carlo Dionisotti) attraverso i secoli. Si tratta ovviamente di brevi note, che devono essere integrate con ben altre letture.
Dante godette di grande prestigio presso i contemporanei; ne fa fede l’opera del suo ammiratore per eccellenza, Giovanni Boccaccio, che ci ha tramandato un “De origine vita, studiis et moribus Dantis Aligerii”, meglio conosciuto come “Trattatello in laude di Dante” e un “Comento” sopra la “Commedia” che ancor oggi costituiscono fonti imprescindibili di approfondimento e di discussione storiografica. La fama di Dante fu addirittura “popolare”: l’aneddotica ricorda come i versi della “Commedia” corressero anche sulle bocche di popolani illetterati. Al di là dell’aneddoto, furono decine i commentatori del poema dantesco a pochi anni dalla scomparsa del poeta: si ricordano qui rapidamente i commenti dello stesso figlio di Dante, Jacopo, nonché quello del Bambaglioli, del Buti e dell’Anonimo Fiorentino, nonché il fatto che la tradizione manoscritta della “Commedia” può contare oltre seicento codici. Petrarca nutrì, facendo un po’ scuola, forti pregiudizi nei confronti delle opere volgari di Dante, ma la cosa si spiega con il fatto che il poeta aretino, protoumanista, prediligeva scrivere in latino, lingua ritenuta a tutti gli effetti superiore al volgare. Qualcuno, già fra i contemporanei, più maliziosamente, ventilò l’ipotesi di una sorta di “gelosia” del Petrarca nei confronti di Dante. La fonte principale della dubbia stima del Petrarca verso Dante è costituita da una lettera datata 1359 (“Ad familiares”, XXI,15), che nonostante la sua importanza storiografica è davvero poco nota al grande pubblico, anche perché, a mio avviso, quasi mai presente nelle antologie scolastiche. Data quindi la rarità, ne presento in traduzione alcuni passi salienti, di modo che il lettore possa farsi una qualche idea delle riflessioni del Petrarca su Dante, di cui, come si vedrà, rimarca subito qualcosa di insufficiente riguardo allo stile, mentre ne riconosce l’altezza dei contenuti. Rispondendo quindi a una lettera del Boccaccio, Petrarca scrive:
“ Molte cose sono nella tua lettera che non hanno bisogno di risposta…Ma di due non debbo tacere, e su di esse ti dirò il mio pensiero. In primo luogo, tu mi chiedi scusa, e non senza perché, di aver fatto grandi lodi di un nostro concittadino, popolare per quel che riguarda lo stile, ma indubbiamente nobile per il contenuto; e ti scusi in modo, da sembrare ch’io stimi le lodi di lui o di chiunque altro recar danno alla mia gloria; e perciò tu aggiungi che, se ben considero, tutto il bene che dici di lui ridonda a mia gloria. Dici anche chiaramente, a giustificazione delle tue lodi, che quand’eri giovinetto egli fu la prima guida e primo lume dei tuoi studi; sentimento giusto, grato, memore e, per parlar più propriamente, pieno di pietà… [ Ma si è divulgata fra i malevoli una strana voce, continua il Petrarca]… sul giudizio ch’io fo di quel poeta [=Dante]. Poiché chi mi vuol male dice ch’io l’odio e disprezzo… A costoro risponderà per me la verità. Prima di tutto, io non ho nessuna ragione d’odio verso un uomo che non ho neppure mai veduto, se non una volta sola nella mia infanzia… L’altra calunniosa accusa che mi si fa è che io, che fin dalla prima età in cui avidamente si coltivano gli studi, mi compiacqui tanto di far raccolta di libri, non abbia mai ricercato il libro di costui, e mentre con tanto ardore mi diedi a raccoglier libri quasi introvabili, di quello solo, che era alla mano di tutti, stranamente non mi sia curato. Confesso che è così, ma nego di averlo fatto per le ragioni ch’essi dicono… Mentiscono dunque quelli che affermano ch’io cerchi di diminuir la sua gloria… Per quel che mi riguarda io l’ammiro e l’amo, non lo disprezzo… Questo solo [ho da dire]… che egli fu un po’ disuguale, perché è più eccellente negli scritti in volgare che non in quelli in poesia e in prosa latina; e questo neppur tu negherai…”. (F. Petrarca, “Familiarium rerum libri”, in “Opere”, Firenze, Sansoni, 1992, traduzione di Enrico Bianchi, pp.1127-1134.)
Il Petrarca insomma ebbe una posizione del tutto opposta a quella del suo amico Boccaccio, il quale, come abbiamo visto, dimostrò in tutta la sua vita un’ammirazione sconfinata per Dante, di cui studiò e commentò l’opera, senza disdegnare gli studi eruditi, e in tal direzione ricavando informazioni preziose sulla vita di Dante soprattutto a Ravenna, parlando direttamente con quanti ebbero contatti con Dante. Boccaccio nei suoi viaggi si recò a Ravenna, ove incontrò la figlia di Dante, fattasi suora con il nome di Suor Beatrice. Gli umanisti seguirono però la scia di Petrarca. In questo senso essi espressero giudizi poco lusinghieri soprattutto sul latino di Dante, ritenuto “poco raffinato”. Nonostante l’opinione corrente tra gli umanisti fosse sfavorevole a Dante, egli poté però contare tra di essi anche degli estimatori, primo fra tutti Cristoforo Landino, di cui possediamo un dotto commento della “Commedia”. Anche il Seicento fu un secolo avverso a Dante, soprattutto perché influenzato dalla cultura umanistica, e anche per un certo atteggiamento di superiorità rispetto ai secoli precedenti, visti come rozzi. Frugoni, per esempio, diceva di stimare di più un qualsivoglia sonetto contemporaneo o un’ottava dell’Ariosto di tutta la “Commedia”. Il Settecento non registra cambiamenti di rilievo; e d’altra parte la mentalità razionalistica di cui era permeato era decisamente poco adatta alla comprensione dell’opera dantesca. Basti pensare che Voltaire ebbe a definire la “Comedìa” un poema a dir poco “bizzarro”. In Italia sono rimaste famose le stroncature del Bettinelli [“Lettere virgiliane”], cui si contrappose però in qualche maniera Gaspare Gozzi. Fra i rari estimatori di Dante si conta però un nome di tutto rilievo, ovvero Giambattista Vico, il quale celebrò Dante ponendolo accanto a Omero, annoverando il “Divin Poeta” fra i “primitivi”, ovvero tra coloro che, al contrario dei “moderni”, avevano ancor possente la fantasia. L’Ottocento romantico è il secolo che segna il punto di svolta per Dante. Inizia il Foscolo, che illustra storicamente il poema dantesco, facendo di Dante un uomo di parte sempre in fuga, condannato a un eterno esilio, tramandandolo ai posteri come “Il ghibellin fuggiasco”, anche se Dante era guelfo, e guelfo bianco. Una più organica analisi dell’opera dantesca si ha con il De Sanctis, il quale vede nel poeta fiorentino il simbolo del Medioevo teologico, mistico e spirituale. Non meno importante nella rivalutazione complessiva della personalità di Dante fu Karl Vossler, che indagò con studi puntuali il pensiero filosofico, storico e politico dell’esule fiorentino. In pieno Risorgimento Dante fu materia di riflessione di uomini politici di spicco, che ebbero un ruolo di primo piano nella realizzazione dell’Unità, e qui basti pensare agli interventi di Mazzini o di altri protagonisti del Risorgimento. Ricorda in tal senso Mario Puppo nel suo ottimo “Manuale critico-bibliografico” (p.194) che Dante appariva a questi uomini come “il genio tipicamente nazionale e, con una interpretazione generosamente anacronistica, il profeta del Risorgimento e il creatore dell’anima nazionale, sia a coloro che, come il Balbo, il Troya, il Tommaseo, il Gioberti, ecc., guardavano a lui con spirito cattolico e neoguelfo, sia a coloro, come il Foscolo, il Mazzini, il Guerrazzi, il Piccolini, ecc. che leggono nelle sue opere i preannunzi della loro concezione ghibellina e laicista”. Su quella che potremmo definire non solo la “varia” fortuna di Dante tra la fine del Settecento e il nostro Ottocento romantico e patriottico, ma anche la varia storia della sua, diciamo così, “strumentalizzazione politica”, rimando comunque alle fondamentali riflessioni di Carlo Dionisotti, che in “Geografia e storia della letteratura italiana” [Einaudi, 1967] ha ricreato gli umori delle classi dirigenti dell’epoca, spiegando le ragioni politiche, a volte personali, che portarono a una rivalutazione integrale del poeta prima e dopo l’Unità d’Italia, allorché fu proposto come “padre della patria” e “padre della lingua italiana”. Il saggio di Dionisotti, che gronda dottrina a ogni riga, è, credo, quanto di meglio la nostra storiografia abbia prodotto a livello interpretativo degli orientamenti politico-letterari degli intellettuali italiani dalla fine del Settecento lungo tutto l’Ottocento e oltre. “…Nel 1793, osserva Dionisotti, Dante riapparve d’un colpo a tutta Italia, non più come il remoto e venerando progenitore, ma come maestro presente e vivo della nuova poesia e letteratura, nei canti di un poema, la “Basvilliana” del Monti, che dava anima e voce alla reazione antifrancese e antigiacobina provocata dal Terrore…” [pp.258-259]. “… Nel 1865 il centenario della nascita di Dante fu solennemente celebrato in Firenze divenuta appunto allora capitale del nuovo Regno d’Italia. Non è facile per noi oggi misurare esattamente le cose familiari e pur così remote di cent’anni fa… Nulla di simile a quella celebrazione si era mai vista prima in Italia, né si vide poi… Sul piano accademico la celebrazione centenaria del 1865 fu altrettanto imponente. La miscellanea di studi che allora fu pubblicata in Firenze sul tema “Dante e il suo secolo” occupava due volumi in folio di poco meno che mille pagine. Si stenta a credere che l’Italia di allora, con un sistema universitario e scolastico da pochi anni ricostituito “ex novo” e ancora in fase sperimentale, potesse produrre un tal monumento a stampa” [p.280]. C’è da chiedersi, e Dionisotti se lo chiede, perché, appena varcata la soglia dell’Unità, Dante contò tanti adepti e sostenitori. La cosa, è evidente, andava oltre il puro e semplice valore letterario dell’opera. Fatta l’Unità, in Dante si vide un po’ il “cemento” che doveva tenere unito un paese che aveva tradizioni regionali estremamente diverse. Insomma, come rileva Dionisotti, non bisogna dimenticare che il culto di Dante si riaffermava in un momento cruciale della storia italiana, pieno di “difficoltà e asprezze che il compimento dell’unità avrebbe senza dubbio imposto” [p.280].
Aggiungerei che è un po’lo stesso fenomeno cui stiamo assistendo ai giorni nostri, in cui notiamo un eccezionale “revival” di Dante e della “Commedia”. In tempi come i nostri, dove il sentimento unitario sembra indebolito e si affacciano alla scena della storia d’Italia nuovi orizzonti federalisti che taluno interpreta invece come forieri di “separatismo”, il ricorso a Dante e alle numerose “letture” della “Commedia”, da quella di Gassman a quella di Benigni, per non citare che le più famose, potrebbero sembrare rispondere a un’operazione politica tesa, attraverso l’opera di Dante, “padre della lingua italiana”, a rafforzare il sentimento nazionale.
Tra Otto e Novecento la metodologia crociana, basata su una lettura rapsodica del poema, tesa a separare la “poesia” da tutto ciò che era “sovrastruttura”, ovvero storia, filosofia o altro, fu continuata dal Momigliano. A questa lettura di derivazione crociana si contrapposero quanti volevano salvare in qualche modo l’unità del poema, e tra questi potremmo citare Luigi Russo. Sotto l’aspetto filologico-linguistico, a parte gli studi di Auerbach, in Italia si contano critici prestigiosi, dal D’Ovidio al Parodi, dallo Schiaffini fino a Gianfranco Contini, ritenuto giustamente uno dei più insigni filologi del Novecento. Inutile dire che una così rapida rassegna della critica dantesca non può essere che schematica e molto sommaria. Con ciò, nella vastissima letteratura sulla critica dantesca vorrei citare in conclusione almeno tre volumi che possono dare a chi è interessato al tema un’idea ben più precisa delle questioni toccate.
1) F. Maggini, “La critica dantesca dal ‘300 ai nostri giorni”, in “Questioni e correnti di storia letteraria”, Milano, Marzorati, 1949, pp. 123-166. 2) M. Puppo, “Manuale critico-bibliografico per lo studio della letteratura italiana, Torino, SEI, 1989 e successive edizioni. 3) C. Dionisotti, “Varia fortuna di Dante”, in “Geografia e storia della letteratura italiana”, Torino, Einaudi, 1967, pp. 255-303.
LA CRITICA E MANZONI
Nel quadro del Romanticismo italiano la posizione di Manzoni è senz'altro di primo piano, se non la più importante in senso as¬soluto. Le proposte romantiche di una letteratura più popolare, di una lingua maggiormente adeguata ai tempi, di un'impegno edu¬cativo nei confronti del popolo, obbligarono il Manzoni a un la¬voro lungo, sfibrante, ma le cui soluzioni restano a tutt'oggi un documento delle eccezionali risorse che furono messe in atto per il conseguimento dello scopo. Nell'immensa bibliografia manzonia¬na, spiccano per complessità e completezza di informazioni i saggi di alcuni critici assai noti, da Sapegno a Caretti, ed è rifacen¬doci ai loro studi che noi tenteremo di dare un quadro organico delle soluzioni proposte da Manzoni alle istanze romantiche. Un impegno di eccezionale portata, dicevamo, quello di Manzoni. Tale aspetto è stato messo in particolare evidenza da L. Caretti (A. Manzoni, milanese), il quale ha insistito sul fatto che occorre rendersi conto che soltanto dopo Manzoni à stato possibile in I¬talia sia il romanzo sia l'avvio di una prosa narrativa veramente moderna. Nel periodo in cui egli operava, continua Caretti, egli si trovò a battere una via del tutto nuova e inesplorata, in quanto nulla esisteva in Italia cui avrebbe potuto rifarsi: per questo si deve vedere in Manzoni il fondatore di una nuova forma di narrativa, il romanzo, per appunto. Quanto alla lingua, Manzoni partì dal “grado zero della scrittura”, nell'individuazione di una lingua veramente di carattere nazionale, viva, creando così anche la lingua del romanzo italiano. Il problema della lin¬gua è stato indagato da Caretti in un suo saggio successivo, “Ro¬manzo di un romanzo”, dove il critico indaga il lungo lavorio che portò Manzoni a rielaborare più volte la sua opera maggiore. Sin dal 1806 Manzoni si pose il problema di una lingua popolare e nazionale, scartando con diverse argomentazioni le soluzioni pu¬ristiche: lamentava lo scrittore milanese l'eccessiva distanza che separava la lingua parlata e la lingua scritta, che sembrava ai suoi occhi una lingua morta e, proprio per questo, incapace di avvicinare la gran massa delle persone e di educarle, com'era nell’ intento suo e del Romanticismo. Nel momento in cui egli decise di porre insieme, nel suo romanzo, personaggi aristocratici e popolari, il problema della lingua divenne fonda¬mentale. Manzoni nella continua ricerca di una lingua che rispon¬desse ai suoi bisogni si trovò a scartare molte soluzioni,a cominciare dalla lingualetteraria della tradizione, estremamente po¬vera, nel senso che era parlata da una minoranza, condannata qua¬si all'uso scritto e per nulla adatta al colloquio quotidiano. Fuori del tempo è, secondo Manzoni, anche la soluzione puristica. Per chi, come lui, non intendeva rinunciare al proprio ruolo di scrittore, occorreva tentare nuove sperimentazioni, crearsi un laboratorio linguistico, dove gli facevano buona scorta i classi¬ci e ciò che in loro vi era di moderno, le strutture sintattiche del francese, del lombardo, ecc..: una mescidanza che fu poi con¬dannata dal suo stesso autore al primo apparire del romanzo. Suc¬cessivamente Manzoni si accorse che vi era in fondo una lingua ca¬pace di esprimere le idee generali, lungamente provata dal tiro¬cinio dei grandi scrittori: quella toscana. Il passaggio dal ”Fermo e Lucia” ai “Promessi Sposi” segnò il lavoro più lungo e in¬grato: un lavoro un po’ libresco, dato che non gli riuscì mai di compiere quel viaggio in Toscana più volte desiderato. Però fu un lavoro molto intelligente: furono indagati non tanto gli scrittori aulici, quanto quelli popolareggianti, dai comici ai berneschi ai volgarizzatori, sempre con l'obiettivo di consegui¬re quella lingua media cui egli tendeva. Ma, un uomo come lui, non poteva certamente accontentarsi di uno spoglio di repertorio: dopo il 1827 iniziava perciò quel famoso viaggio in Toscana, da cui sarebbe nata l'edizione definitiva del romanzo. Dal passaggio dalla Ventisettana alla Quarantana non vi furono radicali rifaci¬menti; però è avvertibile lo sforzo di un sempre maggiore adegua¬mento della lingua del romanzo alla lingua media soprattutto fio¬rentina: uno sforzo questo che durò per tutta la vita a testimo¬nianza di un impegno che non conobbe soste e che trovò la sua ap¬pendice dopo l'unità d'Italia, quando egli preparò, per invito dell'allora Ministro Broglio, una relazione che riguardava i pro¬blemi della diffusione della lingua unitaria. Le posizioni di Manzoni sono ben riassunte in un bel saggio di Gerardo Grassi, “Scritti sulla questione della lingua” (Einaudi). Le idee “fiorentiniste” di Manzoni, osserva Grassi erano un poco normative, nel senso che prevedevano esclusioni sia nei confronti dei dialetti sia della ulteriore evoluzione dello stesso fiorentino, in qualche modo bloccato al periodo in cui la proposta manzoniana si enucleava. In ciò Manzoni trovò un degno e fiero avversario in Graziadio Isaia Asco¬li, il quale, con grande lungimiranza, non intendeva espungere i contributi lessicali provenienti dagli altri dialetti e, anziché proporre una lingua normativa, pensò che una lingua veramente na¬zionale si poteva avere soltanto con un salto culturale e quali¬tativo dell'intera società italiana: promuovere tale balzo in a¬vanti specie sul versante economico era anche promuovere la dif¬fusione della lingua italiana. Un ampio riconoscimento è venuto a Manzoni da critici quali per esempio G. Lukàcs (Manzoni e il ro¬manzo storico). Dopo aver detto che Manzoni, per quanto riguarda il romanzo storico, ha superato addirittura il maestro, Walter Scott, Lukàcs ha reso omaggio a Manzoni, riconoscendo che i “Pro¬messi Sposi” hanno caratterizzato molto bene la storia politica italiana. Attraverso il tema del dramma dei due poveri contadini, Manzoni ha saputo caratterizzare la secolare situazione politica italiana, fatta di divisioni, di forze feudali e reazionarie, di guerre e di soggezione a popoli stranieri; ha saputo far rivivere i problemi del popolo con grande sensibilità e per questo il suo nome può essere posto accanto a quello di uomini come Puskin e Tolstoj. Molto bene ha ricostruito la storia interna dell'avvici¬narsi del Manzoni al romanzo storico N. Sapegno, nell “'Introduzio¬ne ai Promessi Sposi”. L'intuizione del romanzo storico venne a Manzoni in un momento particolarmente
triste e delicato della sua vita: erano infatti appena falliti i moti del 1821, molti suoi amici erano dispersi o in carcere, e lui aveva voluto isolarsi quasi per essere in sintonia di spirito con i propri compagni di lotta. Nel chiuso della sua casa di campagna aveva avuto modo di approfondire alcune tematiche, prima fra tutte quella di dar vita a una forma letteraria popolare per eccellenza. Scartata l'idea della tragedia, rimaneva da ripensare al romanzo storico così co¬me l'aveva visto sviluppato in Walter Scott. A dire il vero, il romanzo di Scott non gli era troppo piaciuto, sembrandogli che l'autore lavorasse troppo di fantasia. Per Manzoni, condizione essenziale era una più netta adesione al vero sia per quanto ri¬guarda lo sfondo, sia per i caratteri, che dovevano risultare e¬stremamente verosimili, in quanto la funzione della letteratura, secondo i romantici, doveva essere l'utile e non il puro diverti¬mento e la fuga dalla realtà. Le stesse problematiche linguisti¬che postesi da Manzoni non avevano nulla a che fare con meri e¬sperimenti tecnico-stilistici fini a se stessi, ma avevano aspetti pratici e politici molto rilevanti (una lingua per molti, se non per tutti), secondo il criterio di popolarità della letteratura, che prevedeva la sua poetica, che rifuggiva da qualsiasi edonismo linguistico. Impegno politico e impegno religioso si fondevano in Manzoni in qualcosa di inscindibile. Non una religione sottomessa alla ragion di stato, ma un sentimento puro, evangelico, permeato di istanze provvidenzialistiche di cui il Manzoni era profonda¬mente convinto. Tale morale fu letta da molti sotto un segno ne¬gativo, nel senso che l'idea provvidenziale appariva permeata di istanze di rassegnazione (i continui inviti rivolti agli umili di pazientare in attesa della provvidenza divina). Ma ciò, avverte Sapegno, è dovuto all'ambiente in cui visse Manzoni. Il rapporto religione- ideologia - popolo è stato ampiamente dibattuto dalla critica moderna, specialmente dopo il saggio di Antonio Gramsci, pubblicato in “Letteratura e vita nazionale”. Gramsci, in sostanza, sosteneva il carattere ancora aristocratico del cattolicesimo manzoniano e una sua evidente lontananza dal popolo, ridotto, più che altro, a pura macchietta. L'atteggiamento di Manzoni verso gli umili è, secondo Gramsci, essenzialmente paternalistico, da “società protettrice degli animali”: uguale alla posizione della chiesa cattolica: il che costituisce secondo Gramsci un grave limite del cattolicesimo manzoniano. Alle considerazioni di Gramsci si ricollega Guido Baldi, “A. Manzoni, Cattolicesimo e Ragione Borghese”. Secondo il Baldi, il populismo manzoniano si può porre sotto un segno nega¬tivo in quanto il popolo è offerto dal romanziere come modello positivo nella misura in cui tale popolo si dimostra del tutto passivo di fronte alle violenze e ai soprusi di cui è fatto og¬getto; anzi si dimostra in qualche modo contento delle proprie miserie, in quanto esse lo rendono più vicino a Dio e gli garan¬tiscono un premio nell'altra vita, preservandolo così dalla ten¬tazione di modificare attraverso atteggiamenti rivoluzionari il mondo esistente. Quindi, definire democratica la posizione di Manzoni, solo perché gli umili sono protagonisti del romanzo e sono guardati con una certa benevolenza, è del tutto antistorico. E' altresì evidente, continua Baldi, la lezione che lo scrittore milanese intende proporre con la descrizione della sommossa di Milano: egli vuole dimostrare che quando il popolo prende l'ini¬ziativa in campo politico, non solo non ottiene nulla ma anche provoca gravi danni alla collettività. Perciò il popolo non deve assolutamente intervenire nell'attività politica, ma anzi deve cristianamente sopportare soprusi e povertà, pensando che questo suo atteggiamento cristiano gli procurerà il giusto risar¬cimento nell'altra vita.
Guardiamo per un attimo alle vicende del protagonista, la cui storia è infondo la storia dell'educazione di un popolano, che nel romanzo è portato quasi ad esempio.
Il giovane artigiano Renzo Tramaglino è inzialmente convinto che il povero non debba rassegnarsi di fronte all'oppressore: ecco per¬ciò spiegati gli impeti di ribellione di Renzo sia verso Don Ab¬bondio sia verso il Dottore Azzeccagarbugli. Questa sua fiducia di potersi in qualche modo fare giustizia lo porta a crearsi del¬le illusioni e a mettersi nei guai con la polizia. Il vero model¬lo di popolo è invece per Manzoni Lucia. Lucia incarna perfetta¬mente il modello di popolano che Manzoni ha in testa: è buona, assolutamente innocente, ignara di politica, laboriosa, ha orrore della violenza e attende, umile e rassegnata, l'aiuto del Signore e del potere politico che Lui ha voluto istituire sulla terra. Lucia funziona nel romanzo come da correttrice su quell'esemplare imperfetto di popolano che è invece Renzo, il quale, come si è visto ha la tendenza alla ribellione,almeno agli inizi, dimostra scarsa propensione ad affidarsi interamente e senza lot¬ta nelle mani della Divina Provvidenza. Alla fine del romanzo però anche Renzo viene guadagnato all'ideologia moderata e paci¬ficatrice di Manzoni: infatti, Renzo, dopo i tumulti di Milano, nei quali ha rischiato la vita e la galera, giura solennemente di non mettersi più in mezzo ai tumulti della folla e di vivere se¬renamente all'interno della propria famiglia, disinteressandosi di politica: è il trionfo dell'ideologia moderata e cattolica del moderatissimo e cattolicissimo Manzoni. Vittorio Spinazzola ne “I Destinatari dei Promessi sposi” riprende il discorso intorno al populismo manzoniano soffermandosi sul pubblico a cui Manzoni in¬tendeva rivolgersi con il suo romanzo. Il destinatario dei pro¬messi sposi è, secondo Spinazzola, una media classe borghese let¬terata, comunque in grado di apprezzare lo sforzo linguistico messo in atto dal Manzoni tutto teso verso una lingua popolare e sostanzialmente realistica. Al di là di questa frontiera c'è la gran massa degli analfabeti, che la scrittura del Manzoni non può effettivamente raggiungere. Tuttavia anche questa massa di perso¬ne illetterate è in qualche modo gratificata di questa sua esclu¬sione, in quanto è assunta a protagonista positiva del romanzo: non dimentichiamo infatti che Renzo e Lucia sono due lavoratori analfabeti del ‘600 Questa è l'unica concessione che il Manzoni fa al popolo degli esclusi, i quali, lo si ribadisce, non sono assolutamente in grado di offrire alcuna soluzione politica, ma devono semplicemente accontentarsi di quanto la classe dirigente offre loro, in una rassegnazione totalmente cristiana. Cesare Cases, intervenendo a proposito delle affermazioni di Gramsci, pur assentendo con lui per quanto riguarda il paternali¬smo manzoniano, osserva che si tratta di un paternalismo di¬verso dalla comune accezione del termine: esso appare al critico permeato di un altissimo senso della giustizia, di avversione continua contro l'oppressione: il che dovrebbe portare a sottoli¬neare il sottofondo apertamente democratico di Manzoni. Cases fa notare che è pur vero che Manzoni invita alla rassegnazione, ma è altrettanto vero che con spirito illuministico smonta da par suo e attacca istituzioni come la famiglia (l'episodio della monaca di Monza la dice lunga su questo aspetto). L'onestà intellettuale di Manzoni appare a Cases indubitabile: che poi, con le sue teo¬rie, finisse indirettamente per favorire anche le concezioni più retrive della borghesia, è un altro paio di maniche. Comunque, al di là delle letture ideologiche, appare indubbio l'eccezionale valore dell'impegno manzoniano, che ebbe riflessi enormi sia sul¬la lingua sia sulla moderna letteratura italiana.
Momenti della critica sul ROMANTICISMO
Discorrere sul Romanticismo è cosa tutt'altro che agevole : se si trattasse soltanto, come faceva notare Umberto Bosco (“Questioni e correnti di storia letteraria”, Marzorati, 1949), di trattare temi e motivi non sussisterebbero soverchi problemi: potremmo, continua il critico, fissare facilmente la data di nascita del movimento, i suoi ele¬menti caratterizzanti (dal rifiuto della mitologia al mito della poesia che sgorga dall'animus popolare). In effetti, le cose non sono così semplici: il Romanticismo fu un coacervo di contraddizioni, e questo fatto mette in crisi il cri¬tico, il quale ben presto si accorge che il movimento manca di una sostanziale univocità di intenti e motivazioni.Codesti caratteri contraddittori sono stati posti in particolare evidenza da Giuseppe Gabetti, curatore della voce “Romanticismo”dell'Enciclopedia Italiana; l'articolo di Gabetti si raccomanda ancora oggi per capacità di individuare i nodi del problema.Il Romanticismo, afferma il critico, sfugge un po' a tutte le possibili definizioni, perché talora appare come un movimento ri¬voluzionario, talaltra come un interprete della volontà reazio¬naria degli anni della Restaurazione. Cosa fu insomma il Romanticismo? Individualismo o esaltazione della vita sociale del popolo? Riscoperta del medioevo e della religione cattolica o movimento moderno? Fatto puramente letterario o momento incisivo della realtà? E' tutto come si può vedere un incalzare di elementi antitetici, che sembrano respingersi l'un l'altro. Prima di tentare di rispondere a questi quesiti, vediamo di rior¬dinare un po' le idee su quanto appare ormai assodato dalla cri¬tica. Il termine, anzitutto! Il termine Romanticismo è stato indagato con ricchezza di docu¬mentazione da Mario Praz, in un libro molto famoso, LA CARNE LA MORTE E IL DIAVOLO NELLA LETTERATURA ROMANTICA. Romanticismo, sostiene il critico, è termine che fece la propria apparizione in Inghilterra nel 1600, e stava ad indicare certi caratteri fantastici e irrazionali che si incontravano in alcuni poemi dell'epoca, intrisi di assurdità e fantasticherie, dette, appunto, “romantiche”. In sintesi, tutto ciò che costituiva il parto di una fantasia sregolata veniva qualificato con l'appellativo di Romantico. Nella seconda metà del 1600 la parola stette ad indicare il gusto per le scene primitive e selvagge, le foreste, i luoghi solitari. Di qui ne discende il tipico gusto romantico per gli aspetti or¬ridi e selvaggi della natura. Più tardi, in Germania, “romantico” fu assunto nell'accezione di poesia magica ed evocativa, dove gran parte aveva la tendenza all'interiorità, all'indefinito: quindi la parola venne associata a concetti quali il suggestivo, il magico e infine il nostalgico: l'espressione suggestiva ed evocativa si contrapponeva alla niti¬dezza della parola classica. In questo senso, spiega ancora il Bosco nel saggio gia citato, si fa strada un concetto di poesia intima, lirica, libera espressio¬ne dello spirito, che si contrappone a ogni costrizione di tipo linguistico e mitico (di qui, dunque, l'avversione dei romantici per la mitologia). Portando alle estreme conseguenze il concetto di poesia lirica, che sgorga libera da qualsiasi impaccio, il popolo fu considerato il vero e proprio depositario di poesia ingenua e aurorale: donde l'amore dei romantici per la poesia popolare e la ricerca folclo¬ristica. Sarà questo interesse per il popolo un aspetto importante del Ro¬manticismo italiano. Il Romanticismo, continua Bosco, è consapevole dell'infelicità umana, donde la predilezione per il dolore; il riso sembrava troppo superficiale. Dal conflitto individuo-natura-società sorgeva nel poeta romanti¬co uno stato di perenne instabilità e scontentezza (il vittimi¬smo), la voluttà del soffrire, la malattia della volontà, l'inca¬pacità di adattarsi e il suicidio. Ma torniamo ancora a quel groviglio di contraddizioni cui si ac¬cennava poc'anzi. Dicevamo di una sostanziale non univocità di motivi che caratte¬rizzarono il Romanticismo: questo è un dato di fatto incontrovertibi¬le e che occorre tenere ben fermo se si vuole giungere a un in¬quadramento sufficientemente preciso del fenomeno. Non esistono, per quanto mi consta, studi articolati in modo tale da offrire un quadro complessivo del Romanticismo che tenga conto di tutte le sue possibili varianti; però un discorso molto ricco, puntiglioso e ben articolato è quello che ci offrono i curatori dell' “Antologia della Letteratura Italiana”,D’Anna, vol.3, di Gianni, Bale¬strieri e Pasquali. Cominciamo dal primo quesito che ci siamo posti: il Romanticismo fu reazionario o rivoluzionario? Il Romanticismo, scrive Pasquali, nasce in polemica con la ragio¬ne dell'Illuminismo cosmopolita, ateo, progressivo, che vedeva il mondo avviato verso un sempre maggiore miglioramento, alla ricerca dell'umana felicità, che si sarebbe potuta raggiungere. Dalla polemica nascono e si sviluppano due strade completamente divergenti: una reazionaria e conservatrice, l'altra progressiva. Al cosmopolitismo si sostituisce il concetto di nazionalità; all'ateismo i valori della religione; alla ragione i valori irra¬zionali del sentimento; all'attivismo progressivo degli illumini¬sti, la rinuncia all'azione, perché ritenuta incapace di modifica¬ re la realtà. Codesti concetti sono interpretati dagli scrittori romantici alla luce delle loro convinzioni e delle loro ideologie: cosicché per i conservatori la polemica anti-illuminista si riduce a un sem¬plice salto all'indietro, un ritorno al passato, all'autorità della Chiesa e dello Stato. Per i romantici progressivi, al contrario nazionalità significava azione, patriottismo, lotta contro ogni conservatorismo per la libertà e l'indipendenza del proprio paese; religione cristiana significava mettere in rilievo quanto di egalitario v'era nel vangelo: quindi, a ben vedere, un'azione propriamente democrati¬ca. Da quanto siamo andati dicendo, è evidente che il Romanticismo possiede una doppia anima, una progressista e una conservatrice. La non individuazione di questo aspetto pregiudica notevolmente la comprensione del movimento. Gli ulteriori quesiti posti da Gabetti (Individualismo contro in¬teresse sociale; medioevo-religione cattolica e modernità; movi¬mento letterario o incisivo sulla realtà) si chiariscono meglio alla luce di quanto siamo andati dicendo finora. E' indubbio, osserva ancora Pasquali, che la caratteristica domi¬nante del movimento romantico consiste proprio nell'esaltazione dell'individualità: solo che, anche tale concetto è vissuto in maniera diversa dagli scrittori, a seconda, appunto, dell'ideolo¬gia che li guida. Si passa così dalla solitaria quanto ripiegata e disimpegnata e¬spressione del proprio io e alla fuga nel sogno, alla posizione contraria di chi, pienamente consapevole della forza della pro¬pria volontà e personalità, agisce nel mondo con intenti di ci¬viltà e progresso e si realizza nell'azione eroica nella lotta, ad esempio, per l'indipendenza nazionale. Lo stesso rivolgersi al passato, alla religione, al medioevo è un tentativo di ritrovare le proprie radici di nazione: una, appunto per istituti e tradizione; per i romantici progressivi rivolgersi al medioevo non significava perciò un salto nel passato, ma un modo per dare forza all'idea di nazione. Da tutto ciò, si può comprendere come le contraddizioni cui si faceva riferimento sono in sostanza più apparenti che reali: tut¬to dipese dallo spirito, dalla cultura, dal credo politico con cui i romantici si posero di fronte all'idea di Romanticismo. Il vero Romanticismo, continua Pasquali, sorge in Germania verso la fine del 1700, raggruppando uomini di cultura che si oppongono in maniera netta e decisa alle teorie classicistiche e che fonda¬no la rivista ATHENAEUM. Da questa rivista, diretta dai fratelli Schlegel, presero le mos¬se un po’ tutti i romantici europei. Federico Schlegel, nella sue “Lettere sul Romanzo”, dette consi¬stenza ai primi motivi del credo romantico, identificato con quanto in arte è rappresentazione del sentimento coniugato con la fantasia; successivamente egli sostenne che i temi propriamente romantici sono, oltre all'effusione sentimentale e fantastica, il senso dell'infinito e dell'immensità e, per finire, vede nel me¬dioevo l'età in cui scaturì genuina e spontanea la poesia dei po¬poli contemporanei. L'arte, in conclusione, per definirsi romantica e moderna deve essere sentimentale, ricolma di spirito religioso cristiano e, proprio perciò, deve rifuggire da ogni recupero nostalgico della mitologia classica. Nel difendere il primato del sentimento sulla ragione, i romanti¬ci tedeschi affermarono, quasi per diretta conseguenza, il rifiu¬to di ogni costrizione o regola espressiva: il poeta è assoluta¬mente libero e, in quanto tale, può far uso degli strumenti lin¬guistici che ritiene più adeguati al conseguimento della propria poetica. Molto del Romanticismo tedesco rifluì anche in Italia. Il Romanticismo Italiano si affermò con la diatriba tra classici e romantici sulla “Biblioteca Italiana” e con la “Lettera Semiseria” di Giovanni Berchet, che si fece banditore di una letteratura i¬spirata a sentimenti popolari, alla volontà di dar vita a una na¬zione Italiana: in questo senso l'ufficio primario della lettera¬tura è quello di esaltare i sentimenti popolari ispirati al cri¬stianesimo e delle tradizioni popolari, per guidare il popolo verso il conseguimento di una forte coscienza nazionale: qui, co¬me si può vedere, Romanticismo e Risorgimento tendono a coincide¬re. Concetti simili furono poi ribaditi dal “Conciliatore”, che si fece interprete della nuova idea di nazione e della letteratura intesa come qualcosa di utile, incentrata in modo particolare sull'idea di patria. Ideale religioso e ideale nazionale furono i perni su cui girò tutto il Romanticismo Italiano. Molto interessanti sono parse le considerazioni di Asor Rosa sull'argomento, espresse nella sua “Sintesi”. Le idee romantiche si fecero strada, afferma il critico, special¬mente nell'ambiente milanese e lombardo, già per conto suo prepa¬rato ad accogliere determinate soluzioni in forza del precedente credo illuminista, che nella Lombardia ebbe largo seguito fra la nobiltà e gli intellettuali. Qui, ad esempio, non fece fatica alcuna ad attecchire e ad essere esaltato il nuovo sentimento religioso, in quanto la fede catto¬lica era da sempre rimasta nelle famiglie ed era considerata un patrimonio difficilmente discutibile. Più radicale ancora di Asor Rosa è Sebastiano Timpanaro (“Classi¬cismo e Illuminismo nell'800 Italiano”), per il quale i romantici lombardi erano del tutto proni all'Europa cattolicizzante, e, no¬nostante tutto il loro parlare di libertà politiche, non si al¬lontanarono mai da una posizione ideologica relativamente conser¬vatrice. Comunque sia, continua Asor Rosa, i programmi di libertà ed indi¬pendenza del Romanticismo trovarono un fertile terreno nella tra¬dizione illuministica lombarda, tesa nei propri progetti a una chiara riforma delle istituzioni. Per tutto ciò, in Lombardia, il programma romantico non presenta il carattere della assoluta novità, ma anzi tende a collegarsi alla precedente temperie culturale illuminista. Nemmeno l'idea di una letteratura utile e impegnata era del tutto nuova, dato che già gli illuministi si erano a loro volta battuti contro una letteratura di puro intrattenimento (l'esempio di Pa¬rini è abbastanza eloquente). Quanto infine al recupero del sentimento religioso, esso era ri¬tenuto dai romantici lombardi un bagaglio insopprimibile del “ge¬nio italiano”. Certamente, conclude il critico, il gruppo lombardo tentò per la prima volta di dare vita in Italia a una civiltà compatta e omo¬genea per atteggiamenti politici, ideologici e religiosi. Il Romanticismo Italiano, conclude il critico nacque sotto il se¬gno del moderatismo in politica: ecco perché poi fu sempre cerca¬ta una soluzione moderata al problema nazionale e si rifuggì da ogni estremismo: dal Socialismo al Repubblicanesimo Mazziniano. Tuttavia non si può negare al Romanticismo Italiano un carattere di impegno civile e storico: i risultati non furono quelli che ci si aspettava: fu cattolico e moderato, ma, almeno negli intenti, non certo reazionario.Ritorniamo per un attimo a un aspetto che si era notato di sfug¬gita all'inizio; si era detto che il gusto romantico prediligeva anche certe descrizioni selvagge della natura: si tratta, a onor del vero, di una tendenza tipicamente nordica, che in Italia non ebbe, pare, riflessi di un certo rilievo. Tuttavia l'amore per la poesia notturna e sepolcrale, rifacendosi ai canti ossianici, dette il via a quel fenomeno che venne indi¬viduato da una parte della critica come “Preromanticismo”. Ho detto da una parte della critica, perché, in effetti, il Pre¬romanticismo è una categoria letteraria che non gode di favore universale. Alcuni manuali accennano ad essa; altri non ne fanno il minimo cenno. Il fatto è certo dovuto al riflesso delle discus¬sioni sorte intorno al concetto di Romanticismo, che videro per protagonisti critici del valore di Walter Binni e di Giuseppe Pe¬tronio. W. Binni è stato il più valido sostenitore di un “Preromanticismo Italiano”, e ne fa fede un suo libro abbastanza famoso del 1947, che porta lo stesso titolo. Giuseppe Petronio ha al contrario più volte e in varie sedi ri¬ fiutato la categoria di Preromanticismo. Le ragioni del dissenso di Petronio si trovano sviluppate nel suo libro PARINI E L'ILLUMINISMO LOMBARDO. In aperto contrasto con Binni, Petronio nega che il gusto nordico e ossianesco abbia in qualche modo portato Parini a interessi di tal genere e gli stessi valori quali il sentimento e la fantasia erano pienamente accettati dai sensisti, senza bisogno di scomo¬dare, per tali motivi, un concetto come quello di Preromantici¬smo. I rapporti sentimento e ragione, conclude Petronio, appartenevano già al clima culturale illuministico. Petronio inoltre ricorda tra gli altri gli interventi avutisi ne¬gli anni'60 intorno alla rivista “Problemi” di N. Yonard, per il quale il Preromanticismo E' UNA NOZIONE CHE NON ESISTE. Per Binni invece la nozione ha la sua ragione di esistere, ed e¬gli ha sempre difeso decisamente le proprie convinzioni. A codeste discussioni ovviamente si ricollegano le posizioni dei manuali correnti; per cui ad esempio, mentre Getto e Sapegno ne accettano la sostanziale validità, altri, Asor Rosa, trascurano quasi del tutto l'argomento.

