Le origini della civiltà cinese
La civiltà cinese affonda le sue radici nella valle del Fiume Giallo, dove sin dal secondo millennio a.C. si svilupparono forme complesse di organizzazione politica, religiosa e culturale. I primi sovrani leggendari, come Fu Hsi, Shen Nung e Huang Ti, non furono soltanto figure mitiche, ma rappresentarono le qualità ideali della regalità: l’invenzione dei trigrammi divinatori, l’introduzione dell’agricoltura, l’istituzione dei riti. La cultura cinese si presentava dunque fin dagli inizi come una forma di sapere incarnato nel potere, dove l’ordine del mondo e l’ordine politico si rispecchiano a vicenda.

Con la dinastia Shang (ca. 1600–1050 a.C.) si afferma un sistema religioso articolato attorno al culto degli antenati e alla venerazione di Shang Ti (上帝, Shàngdì), una divinità suprema cui si attribuisce il potere di governare gli eventi naturali e sociali. Accanto a questa religione ufficiale, però, si sviluppò una più vasta rete di credenze popolari, con spiriti benevoli e maligni (shen) da placare con sacrifici, e una mitologia diffusa ma non canonizzata in forme epiche come avvenne in India o in Grecia.
Il passaggio dalla dinastia Shang a quella Zhou (iniziata intorno al 1050 a.C.) non fu solo un cambiamento politico, ma segnò anche un’evoluzione decisiva del pensiero. I Chou elaborarono il concetto di Tien (天), il Cielo, che si impose su Shang Ti e assunse i tratti di un principio impersonale e universale, garante dell’ordine e della legittimità del potere regale. Il “Mandato del Cielo” (Tianming, 天命) divenne così il criterio di giustificazione della sovranità: non era più sufficiente discendere da una stirpe sacra, occorreva governare con virtù. È in questo clima che si pongono le premesse per una riflessione filosofica vera e propria.
L’evoluzione della scrittura ideografica, il perfezionamento delle tecniche divinatorie, l’emergere di una lingua letteraria comune furono strumenti essenziali in questo processo. La scrittura cinese, con i suoi caratteri originariamente pittografici, contribuì a fissare e trasmettere un patrimonio culturale che, pur evolvendosi nei secoli, conservava una forte continuità. Il pensiero cinese si sviluppò così in un contesto in cui religione, etica, politica e cosmologia erano intrecciate in modo indissolubile; l’autorità del passato giocava un ruolo fondante.
Verso il VI secolo a.C. la progressiva crisi dell’autorità centrale sotto la dinastia Zhou e la frammentazione in regni feudali diedero origine a una stagione di grande effervescenza intellettuale. Questa età, nota come “periodo delle Cento Scuole”, vide il sorgere dei grandi sistemi filosofici cinesi, tra cui il confucianesimo, il taoismo, il mohismo e il legalismo. La filosofia cinese nasce dunque non come costruzione teorica astratta, ma come progetto etico e politico, orientato a ristabilire l’armonia tra l’uomo e l’universo, tra il potere e il principio, tra la natura e la civiltà.
La nascita della filosofia in Cina coincide pertanto con la fine di un mondo e l’inizio di una nuova consapevolezza. Non si tratta di un abbandono del mito, ma di una sua trasformazione: il pensiero si radica ancora nei simboli cosmologici e nei riti ancestrali, ma comincia a interrogarli con spirito critico. La saggezza non è più esclusivo appannaggio del re-sacerdote, ma diventa il compito del maestro, del letterato, del saggio.
Il pensiero cinese non separa mai l’uomo dal suo contesto sociale, l’azione dalla contemplazione, il passato dal presente. È un pensiero che non cerca fondamenti immutabili, ma si affida alla via (dao) come processo, alla rettifica dei nomi come atto politico, alla ritualità come forma di umanizzazione.