Il mito: una risposta all’angoscia umana?
Il termine fenomeno ha origine dalla parola greca φαίνομαι, che significa “mostrarsi”: l’uomo antico può descrivere quello che nota attraverso i sensi; non ha gli strumenti per interpretare ciò che vede o sente in modo logico e, diremmo oggi, scientifico. Meno ancora poteva conoscere le cause di questi fenomeni: ogni tempo ha dei paradigmi di conoscenza, cioè dei sistemi di lettura attraverso i quali tradurre e registrare i fenomeni che avvengono attraverso il suo linguaggio (mitologico, filosofico, teologico o scientifico). Il primo sistema attraverso cui l’uomo cerca di esplorare e dare spiegazione agli eventi è il mito. Questa parola risale al termine μῦϑος, mithos, ossia racconto, discorso, o almeno questa è la proposta che Aristotele fa ne la Poetica. Il racconto mitico è stato il modo principale per la realtà. L’uomo attribuiva alle divinità gli eventi, affidando a loro la propria sopravvivenza: da questo rapporto nasce uno degli eventi che distinguono l’uomo dall’animale, che è il [[1]]. In natura non esiste nessun altro animale che scelga di privarsi di parte della sua preda per donarlo ad una divinità: ogni atto di caccia portava con sé un rischio di non sopravvivenza non indifferente, e l’uomo era disposto a correre questo pericolo. In cambio, avrebbe ricevuto protezione, fortuna e tutela: era consapevole della propria finitudine, della propria inadeguatezza davanti alla natura. Questi miti venivano tramandati con obiettivi importanti per la società, perché portavano grandi esempi di virtù, di forza, di rispetto verso le divinità e proponevano punizioni contro comportamenti per la società disdicevoli (avevano dunque una funzione pedagogica). È importante evidenziare che questi racconti non venivano vissuti con leggerezza, ma affrontati come la realtà così come è raccontata e narrata nel mito stesso. Spesso, questi miti, avevano una costruzione [[2]]: poesia deriva dal greco Ποίησις, poíēsis, che significa “faccio, produco”. Il linguaggio, dunque, nell’esprimere la sua potenza, crea, ha forza creatrice. L’uomo però non riesce ad accontentarsi della spiegazione mitica, cerca altro, ha paura della sofferenza, ha paura della morte. Questa paura non è solo una strategia utile alla sopravvivenza di una specie, ma è una paura terribile, che turba l’umore e affligge l’esistenza, creando angoscia: questo stato d’animo ci riporta al latino àngere, che significa stringere, soffocare. È da qui che nasce la filosofia. “Gli uomini furono mossi a filosofare dal thaumazein, uno stupore che si unisce allo sgomento di fronte a qualcosa che affascina e, insieme, spaventa”: così ci dice Aristotele, nel primo libro della [[3]]. Per [[4]], thauma andrebbe tradotto con termini di terrore ed angoscia. A suo avviso, quando [[5]] dichiara che la scienza nasce dalla paura, non farebbe altro che ripetere quanto già scritto da Platone e Aristotele (riconducendo dunque il concetto di thauma non a meraviglia, come di solito si fa, ma a terrore). L’uomo comincia le sue indagini filosofiche, dunque, a partire dal θαυμάζω, thaumazein: sentimenti di meraviglia, di stupore, fino ad arrivare alla paura, al terrore più angosciante, che portano l’uomo a cercare di comprendere i fenomeni per ovviare e non arrendersi al suo essere finito, al suo essere mortale. Non attribuisce più le cause agli Dei o ad eventi incontrollabili: ne cerca la causa attraverso un’altra grande qualità dell’uomo: la ragione.