Fonologia latina (superiori)

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lezione
Fonologia latina (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Grammatica latina per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%.

Pronuncia delle lettere latine[modifica]

Non esiste un solo modo di pronunciare una lingua. Ognuno ha una propria pronuncia con differenze che però risultano così minime da rendere difficile che ci sia una incomprensione se si parla la medesima lingua. Esistono poi differenze legate a motivi storici come l'evoluzione storica stessa che l'italiano ha avuto nel corso della storia. Esistono poi anche differenze geografiche segnalate soprattutto dall'accento che i diversi dialetti hanno.

Oggi rispetto al passato la classe sociale influisce poco sulla pronuncia ma ai tempi dell'Antica Roma anche l'appartenenza a diverse classi sociali implicava diversa pronuncia così come tutte le altre società fondate sulla divisione in classe.

Noi conosciamo bene la pronuncia classica del latino cioè quella del ceto colto del I secolo a.C. al tempo di Cesare e Cicerone. Usiamo però nello studio la pronuncia Medievale che era la stessa di coloro che studiavano il latino come lingua di cultura e per le amministrazioni pubbliche e non più come lingua materna. Ma vediamo i caratteri della pronuncia.

L'alfabeto latino è simile a quello italiano. È composto da 24 lettere corrispondenti ad un numero, però diverso di suoni. Ma vediamo la tabella riassuntiva:

LETTERE EQUIVALENTE ITALIANO ESEMPI
A / a a
B / b b
C / c ċ (dura) se davanti a a, o e u / č (dolce) se davanti a e e i castus pronuncia: ċástus / Cicěro pronunica: číčero
D / d d
E / e e
F / f f
G / g ġ (dura) se davanti a a, o e u / ğ (dolce) se davanti a e e i gustus pronuncia: ġústus / cogĭto pronunica: cóğito
H / h sempre muta, come in ho homo pronuncia: ómo / nihil pronuncia: níil
I / i i
K / k ċ come in casa kalendae pronuncia: ċalénde
L / l l
M / m m
N / n n
O / o o
P / p p
Q / q ċ seguita da u come in quadro aqua pronuncia: áċua
R / r r
S / s s
T / t t
U / u u
V / v v
X / x cs come in xenofobo Xerxes pronuncia: csércses
Y / y i come in yoga abyssus pronuncia: abíssus
Z / z z

Alcuni gruppi di lettere, come i dittonghi, richiedono particolare attenzione:

DITTONGHI EQUIVALENTE ITALIANO ESEMPI
au áu, come in auto gaudeo pronuncia: gáudeo
ae solitamente e, come in pera / ae se c'è una dièresi, come in aereo (con l'accento su a) Caesar pronuncia: cèsar / aër pronuncia: áer
eu éu, come in Europa eurus pronuncia: éurus
oe solitamente e, come in pera / oe se c'è una dièresi, come in poeta (con l'accento su e) poena pronuncia: pèna / poëta pronuncia: pta
ti z se seguito da vocale, come in azione) / ti nei nomi greci, se i ha accento lungo, se preceduto da s t x, come in tibia elastico silentĭum pronuncia: siléntĭum / Militiădes pronuncia: Miliades / totīus pronuncia: tous / adustio Cottiae mixtio pronuncia: adústio Còttie mícstio
ph f, come in fiato philosophǐa pronuncia: filosófia
th t, come in territorio thesaurus pronuncia: tesáurus
gl ġl, come in glicerina glis pronuncia: ġlis
gn ñ, come in cognome cognōmen pronuncia: coñómen
sc š, come in scena scientia pronuncia: šiénzia

Pronuncia moderna e pronuncia classica[modifica]

Come abbiamo detto la pronuncia latina classica era diversa dalla pronuncia che usiamo oggi questo perché essa è passata attraverso il medioevo epoca in cui si è sviluppata la pronuncia usata oggi. Diversi sono i casi di diversa pronuncia tutti rilevati attraverso anche ai testi degli antichi grammatici che analizzavano i mutamenti di pronuncia. Vediamone alcuni esempi:

LETTERE PRONUNCIA ITALIANA PRONUNCIA CLASSICA
ae e ae
oe e oe
y i ü (francese tu)
v v u
h- muta h- (inglese house)
-h- muta muta
ce, ci če, či ċe, ċi
ge, gi ğe, ği ġe, ġi
gn ñ ġn (tedesco gnade)
ph f p+h (spagnolo piedad)
ti + vocale zi ti

Vocali lunghe e brevi[modifica]

A seconda di come posizioniamo le labbra, la lingua e la mandibola abbiamo diversi modi di pronunciare le varie vocali. Esse si dividono in vocali anteriori e posteriori a seconda della parte in cui spostiamo l'aria. Allo stesso modo possiamo parlare di vocali aperte e chiuse perché apriamo o chiudiamo maggiormente la bocca. La a è la vocale più aperta, la i e la u le più chiuse, la e e la o stanno a metà.

Questa distizione è valida sia in italiano che in latino ma in latino vi è una ulteriore distinzione tra vocali lunghe e brevi e si basa sulla durata o quantità della pronuncia. La durata o quantità è l'emissione di fiato necessario per pronunciare una vocale.

Noi oggi possiamo facilmente capire il concetto di quantità ma è difficile metterlo in pratica perché la nostra è una lingua accentuativa cioè che si basa sugli accenti per differenziare le parole e non sulla quantità.

Il latino era invece una lingua quantitativa e l'emissione della voce per le vocali brevi era meno duratura che per quelle lunghe. Le vocali lunghe duravano il doppio delle brevi. In realtà anche in italiano è rimasto qualche esempio ad esempio "pala-palla" o "nono-nonno" in cui le vocali hanno durate diverse.

In latino questa differenza era fondamentale dato che una diversità di quantità comportava una variazione anche morfologica della parola si pensi ai diversi casi delle declinazioni (pìlǎ "la pala" / pìlā "con la pala") o comunque a due parole simili ma con significato diverso (pălus "palude" / pālus "pala"). Per segnalare le diverse durante o quantità si usano alcuni segni: le vocali brevi sono segnalate con ˘ sulla vocale mentre le lunghe con – sempre sulla vocale.

Divisione in sillabe latine[modifica]

La divisione in sillabe latine è simile a quella italiana. Come in italiano le sillabe possono essere chiuse perché terminano in consonante e aperte perché terminano in vocale. Ad esempio in let-te-ra che è una parola trisillabica let- sarà sillaba chiusa mentre -te- e -ra saranno sillabe aperte. Ugualmente in latino la parola littěra sarà trisillabica e lit- sarà sillaba chiusa e -tě- e -ra sillabe aperte.

Il latino presenta però alcune differenze rispetto all'italiano nella divisione in sillabe. Le principali differenze sono:

  • Quando all'interno di una parola due o più consonanti sono riunite entro due vocali, la prima si unisce alla vocale che la precede formando sillaba chiusa, l'altra o le altre si uniscono alle vocale che segue formando sillaba aperta. Esempio: auctorǐtas (autorità) si divide in auc-to-ri-tas.
  • La u di qu e di gu non si può definire vera vocale essendo molto legata alla consonante che precede formando un'unica lettera ed è per questo che a questa va aggiunta la vocale che segue. Esempio: aequàlis (uguale) si divide in ae-qua-lis.
  • In genere il numero di vocali nella parola indica il numero di sillabe della parola perché a differenza dell'italiano le lettere ia non formano all'interno di parola un dittongo perciò vanno separate. Esempio amicìtĭa (amicizia) si divide a-mi-ci-ti-a.
  • All'inizio di parola o se precedute da una vocale, le lettere ia e iu formano un gruppo unico, anche se non si tratta di un dittongo (è come se la i smettesse di essere vocale e diventasse consonante). Esempio: Càǐus (Caio) si divide Ca-ius con la i che vale come semivocale.
  • La lettera x rappresenta la coppia c + s e quindi va divisa secondo la regola delle consonanti consecutive: auxìlǐum (aiuto) si divide auc-si-li-um.

Accento e quantità[modifica]

Il latino, a differenza dell'italiano, come abbiamo visto, si differenzia per la quantità cioè la durata della vocali. La durata della vocali determina la durata delle sillabe che le contengono: una sillaba con vocale lunga sarà lunga una sillaba con vocale breve sarà breve. Le sillabe però, come visto, si dividono in aperte e chiuse.

Possiamo trarre quindi delle regole generali:

  • Se una sillaba è aperta, cioè termina con vocale, la sua quantità dipenderà da quella vocale: breve se la vocale è breve, lunga se la vocale è lunga.
  • Se una sillaba è chiusa, cioè termina in consonante, sarà sempre lunga, indipendentemente dalla durata della vocale.

Queste regole sono fondamentali perché è la quantità delle sillabe a determinare la posizione dell'accento nelle parole latine.

Regole di lettura[modifica]

Quattro sono le regole per leggere con il giusto accento le parole latine:

  • Le parole composte da una sola sillaba (monosillabiche) hanno l'accento sull'unica sillaba che la compone. Esempio: (tu) e nòs (noi).
  • Le parole composte da due sillabe (bisillabiche) portano sempre l'accento sulla prima sillaba indipendentemente dal fatto che questa sia lunga o breve. Esempio: pàlus, con a breve (pălus, "palude") o lunga (pālus, "palo").
  • Le parole composte da tre o più sillabe (trisillabiche o polisillabiche) hanno l'accento sulla penultima sillaba se questa è lunga, sulla terzultima sillaba se la penultima è breve. Esempio: àccido (cado), perché scritto accĭdo, ma accìdo (taglio) perché scritto accīdo.
  • Le parole latine non hanno mai accento oltre la terzultima sillaba, né l'accento sull'ultima, tranne in parole tronche come illìc (là) e adhùc (fin qui) o in nomi come Arpinàs (di Arpino) e Maecenàs (Mecenate): la parola cle-mèn-ti-a (clemenza) ha l'accento sulla terzultima sillaba, chiusa e quindi lunga, proprio come ca-prè-ǒ-lus (capriolo) in cui la sillaba accentata è breve perché aperta e terminante in ĕ.

Le sillabe accentate si dicono toniche, quelle non accentate atone. Alcune parole, proprio per la regola di pronuncia appena viste, presentano l'accento su una sillaba diversa rispetto all'italiano: per esempio, phi-lo-sò-phĭ-a "filosofía" per via della ĭ nella penultima sillaba; mentre Thè-seius "Teséo" (l'uccisore del Minotauro), in latino parola bisillabica per la presenza di un dittongo nell'ultima sillaba.

Le particelle enclitiche[modifica]

Le particelle enclitiche sono particelle monosillabiche che si possono unire ai nomi, pronomi, verbi, modificandone l'accento: quando a una parola si unisce un'enclitica, infatti, l'accento cade sulla sillaba che precede l'enclitica, indipendentemente dalla sua quantità.

Le enclitiche sono:

  • Congiunzioni come -que (e) e -ve (o).
  • Rafforzativi come -met (proprio).
  • Particelle interrogative come -ne (forse che?).

Leggeremo perciò senātus populùsque Romānus (il senato e il popolo di Roma) anche se pronunciamo pòpǔlus; egòmet (proprio io) anche se diciamo ègo; vidèsne? (vedi?) mentre diciamo vìdĕs. In certi casi, infine, è possibile una doppia lettura: in itàque (e così) agisce l'unione di ìtà e -que; in ităque (perciò) prevale un altro significato e la parola non viene sentita come composta.

I casi di omonimia[modifica]

Omonimia è un termine greco che indica parole simili ma con significato diverso. La somiglianza può riguardare sia la sola forma scritta e in tale caso si parla di omografia (cioè parole scritte allo stesso modo). Esempio: educo nasconde due verbi edūco (conduco fuori) e edǔco (allevo). La somiglianza può riguardare poi sia la forma scritta che orale e in tale caso si parla di omofoni (cioè di parole che hanno lo stesso suono). Esempio: liběra è sia aggettivo femminile nominativo singolare (libera) che imperativo presente 2° persona singolare (libera tu). Ugualmente se pronunciamo senza segnalare la durata delle vocali nelle sillabe allora anche casi come pǎlus (palude) e pālus (palo) saranno perfettamente omofone.

Occorre prestare, quindi, attenzione alla quantità delle sillabe, specie nella penultima, perché da questa dipende la corretta pronuncia delle parole e, di conseguenza, la corretta interpretazione del loro valore semantico e della loro funzione logica nella frase.

Si può comprendere l'importanza di questa distinzione se si osserva la differenza che corre tra venīmus (veniamo) e venĭmus (venimmo). Del resto, anche in italiano non si tratta solo di pronunciare correttamente "àncora" e "ancóra", ma di capire se si tratta del nome dell'arnese con cui si ormeggiano le barche, o dell'avverbio indicante continuità o ripetizione di un fatto già avvenuto.