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Divina Commedia - Inferno - III Canto (superiori)

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Divina Commedia - Inferno - III Canto (superiori)
Tipo di risorsa Tipo: lezione
Materia di appartenenza Materia: Letteratura italiana per le superiori 1
Avanzamento Avanzamento: lezione completa al 100%

Il Terzo Canto dell'Inferno di Dante Alighieri è l'entrata vera e propria del poeta e di Virgilio nell'Inferno; in realtà, solo nel corso del canto Dante comunica che il luogo corrisponde all'Antinferno. Siamo alla sera dell'8 aprile 1300 (Venerdì Santo), o secondo altri commentatori del 25 marzo 1300 (anniversario dell'Incarnazione di Gesù Cristo).

Lettura e parafrasi del canto

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Testo Parafrasi
Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente. 3
Attraverso me si va nella città che soffre,
attraverso me si va nel dolore senza fine,
attraverso me si va tra i dannati.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e 'l primo amore. 6
La Giustizia ha mosso il mio sommo Creatore;
mi hanno creato il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro:
lasciate ogne speranza, voi ch'intrate. 9
Prima di me non fu creato nulla se non
le realtà eterne, e io stessa sono eterna.
Lasciate ogni speranza, o voi che entrate.
Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro». 12
Queste parole di senso difficile e minaccioso
le vidi scritte sulla parte alta di una porta; perciò
dissi: «Maestro, il loro significato m’è oscuro».
Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15
Egli mi disse, come da esperto:
«Qui è meglio abbandonare ogni paura;
ogni pusillanimità dev’essere abbandonata.
Noi siam venuti al loco ov' i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto». 18
Siamo giunti in quel posto dove t’ho detto
che vedrai anime sofferenti che hanno
smarrito la verità suprema, cioè Dio.
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond' io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21
E dopo che ebbe posto la sua mano sulla mia
con uno sguardo sereno, così che mi confortai,
mi fece entrare a quei luoghi segreti.
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai. 24
Qui sospiri, lamenti e alte grida
risuonavano per la caverna senza stelle,
e io, che li sentivo per la prima volta, piansi.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27
Lingue di varie provenienza, accenti sconosciuti,
parole di sofferenza, esclamazioni d’ira, voci
alte e basse, con rumori di percosse mischiati
facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30
facevano un gran rumore, che si rimescola
in eterno in quel mondo senza luce né tempo,
come la sabbia quando soffia il vento.
E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?» 33
E io che ero nel pieno dello smarrimento,
dissi: «Maestro, cos’è ciò che sento? E chi sono
questi che sembrano così schiacciati dal dolore?»
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. 36
Ed egli a me: «Tengono questo vile
atteggiamento le anime di quelli che vissero
senza fare né il Male né il Bene.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé foro. 39
Mischiate a questa schiera spregevole, ci sono
quegli angeli che non furono né ribelli né fedeli
a Dio, ma stettero da soli per se stessi.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli». 42
Li hanno respinti i cieli per non rovinarsi,
ma non li accetta nemmeno l’inferno profondo,
ché i dannati non trarrebbero gloria da loro.
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?»
Rispuose: «Dicerolti molto breve. 45
E io: «Maestro, cosa c’è di tanto doloroso
che li fa lamentare così forte?»
Rispose: Te lo dirò in poche parole.
Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte. 48
Questi non hanno speranza di morire,
e la loro vita qui è tanto spregevole e schifosa
che sono invidiosi di ogni altro destino.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 51
Il mondo non ha lasciato testimonianza di loro;
la giustizia e la misericordia li disprezzano:
non occupiamoci di loro: guarda, e andiamo via.
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna; 54
E io, che li osservai, vidi un’insegna, che
correva girando così velocemente
che mi sembrava incapace di fermarsi;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta. 57
e dietro di essa una fila di dannati
così lunga, che io non avrei mai creduto che
la morte ne avesse presi così tanti.
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60
Dopo che io ebbi riconosciuto qualcuno,
vidi e riconobbi l’anima di colui che
per vigliaccheria fece la grande rinuncia.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui. 63
Subito capii e fui sicuro che questa
era la schiera dei vili, che sono disprezzati
sia da Dio che dalle forze infernali.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
eran ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi. 66
Questi sciagurati, che non hanno mai vissuto,
erano nudi e pungolati con forza
dai mosconi e dalle vespe che si trovavano lì.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69
Queste gli rigavano di sangue il volto,
che, mischiato con le lacrime, veniva raccolto
ai loro piedi da vermi luridi.
E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi 72
E quando mi volsi a guardare altrove,
vidi una folla di gente presso un gran fiume;
per cui dissi: «Maestro, concedimi
ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com'io discerno per lo fioco lume». 75
di sapere chi sono, e quale principio le fa
sembrare così desiderose della traversata,
come mi pare di capire nella poca luce che c’è».
Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte». 78
Ed egli a me: «Tutto ti verrà spiegato
quando noi ci fermeremo
sulla triste riva del fiume Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81
Allora, con gli occhi bassi e pieni di vergogna,
temendo che le mie parole fossero state
sbagliate, rimasi in silenzio fino al fiume.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave! 84
Ed ecco giungere verso di noi su una nave
un vecchio, bianco per la vecchiaia,
che gridava: «Guai a voi, anime malvagie!
Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. 87
Non sperate di veder mai più il cielo:
vengo per condurvi all’altra sponda
nel buio eterno, tra fiamme e ghiacci.
E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
90
E tu, anima viva, che pure sei qua,
allontanati da questi, che sono già morti». Ma, poiché vide che non me ne andavo,
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
93
Ma, poiché vide che non me ne andavo,
disse: «Per un’altra strada, per altri porti giungerai
alla spiaggia [del Purgatorio]; non da qui: è meglio che ti porti una nave più rapida.»
E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare». 96
E Virgilio a lui: «Caron, non preoccuparti:
si vuole così là dove si può realizzare ciò che
si vuole; non chiedere altro».
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99
Così si calmarono le guance barbute
al nocchiero della plumbea palude, che attorno
agli occhi aveva lingue di fiamme.
Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude. 102
Ma quelle anime, che erano nude e stremate,
impallidirono e cominciarono a battere i denti
non appena compresero le parole crudeli.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105
Bestemmiavano il nome di Dio e dei parenti,
il genere umano e il luogo e il tempo e la stirpe
della loro genesi e della loro nascita.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme. 108
Poi, piangendo a gran voce, si ammassarono
tutte quante insieme verso il fiume malvagio
che aspetta chi non ha timore di Dio.
Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia. 111
Il demonio Caronte, con gli occhi come brace
che accennava a loro, le aduna tutte;
e colpisce con un remo chiunque si siede a terra.
Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114
Come in autunno le foglie cadono scendendo
l’una vicino all’altra, fin quando il ramo
vede per terra tutte le sue vesti,
similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117
così la razza dannata di Adamo
si getta dalla spiaggia sulla barca una ad una,
come il falcone al richiamo del cenno.
Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna. 120
Così se ne vanno per il fiume cupo,
e prima che siano scese sull’altra riva,
già di qua si raduna una nuova schiera.
«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese; 123
«Figliolo», disse Virgilio, «coloro che muoiono
in condizione di peccato mortale, tutti
convergono qui da ogni paese del mondo;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126
e sono desiderosi di attraversare l’Acheronte
poiché li spinge la giustizia divina
così che la paura si trasforma in desiderio.
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona». 129
Da qui non transita mai un’anima buona e pura,
e quindi, se Caronte si lamenta della tua
presenza, ora capisci cosa egli vuol dire.
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132
Detto questo, la campagna immersa nel buio
tremò così forte, che il ricordo dello spavento
mi ghiaccia di sudore ancor oggi.
La terra lagrimosa diede vento
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135
Quella valle di lagrime fu colpita da terremoto,
che fece lampeggiare una luce rosso vivo,
che vinse tutte le mie facoltà sensibili;
e caddi come l'uom cui sonno piglia. 136 e svenni come l’uomo che crolla nel sonno.

Analisi del canto

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La porta dell'inferno - vv. 1-21

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La porta dell'Inferno, immaginata dal pittore William Blake

«Per me si va nella città dolente,
per me si va nell'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore;
dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate.
Queste parole di colore oscuro
vid'io [...] «Maestro, il senso lor m'è duro».
Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto,
ogne viltà convien che qui sia morta.
Noi siam venuti al loco ov'i t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
Poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.»

(vv. 1-21)

Dante e Virgilio, dopo aver superato la selva oscura e aver scacciato le fiere, arrivano davanti alla porta dell'inferno, sovrastata da un'iscrizione che ammonisce che una volta superata si troveranno solo dolore e paura. L'iscrizione recita poi come essa fu costruita in funzione della giustizia della Trinità, indicata con i suoi attributi:

  1. Divina podestate: Padre;
  2. Somma sapienza: Figlio;
  3. 'L primo amore: lo Spirito Santo.

Infine l'iscrizione come essa fu creata dopo che solo cose eterne furono create, per questo a sua volta essa è imperitura: si riferisce al fatto che l'Inferno fu creato dopo la caduta di Lucifero (che segnò l'inizio del male), prima della quale esistevano solo gli angeli, la materia pura, i cieli e gli elementi, tutte cose incorruttibili. Nella conclusione di lasciare ogne speranza la porta sottolinea come il viaggio dei dannati nell'Inferno sia di sola andata e riecheggia un analogo verso dell'Eneide della discesa di Enea nell'Averno (VI 126-129).

Dante, che ha riportato le parole dell'iscrizione come se esse si fossero pronunciate da sole, chiede poi a Virgilio una spiegazione del loro significato. Il maestro risponde che quello è il punto dove si deve lasciare ogni esitazione (sospetto) e titubanza, essendo il luogo del quale gli aveva già parlato, cioè dove sono punite le genti dolorose che hanno perduto Dio, il bene intellettuale per eccellenza. Poi Virgilio conforta Dante prendendolo per mano e mostrando un lieto volto: entrano così nelle segrete cose (cioè segregate, separate dal mondo dei vivi).

Gli ignavi - vv. 22-69

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Illustrazione della prima parte del Canto III, Priamo della Quercia (XV secolo)

La prima impressione di Dante sull'Inferno è uditiva: sospiri, pianti e urla risuonano nell'aere sanza stelle (cioè senza cielo), per i quali Dante si commuove subito iniziando a piangere: in un crescendo di suoni egli ascolta parole di dolore, accenti d'ira, / voci alte e fioche, colpi di mano percosse, il tutto in una coltre atmosferica sanza tempo tinta, cioè dove non si riconosce nemmeno se è giorno o è notte, come in una tempesta di sabbia (come la rena quando turbo spira). Rispetto alla descrizione dei suoni dell'Averno dell'Eneide (VI 557-558) quella di Dante, sebbene chiaramente ispirata da essa, focalizza molto di più sullo sconforto che tali sensazioni procurano su Dante quale uomo vivo, piuttosto che sulla semplice registrazione esteriore di Virgilio.

Con la testa piena di error (di dubbi) Dante chiede allora a Virgilio che cosa siano questi suoni, questa gente che sembra così vinta dal dolore. Questo verso è ambiguo perché alcune versioni riportano anche "orror"; quindi se fosse buona la seconda evidentemente Dante aveva la testa piena di orrore.

Virgilio inizia così a spiegare il luogo nel quale si trovano, l'Antinferno, dove sono punite miseramente le tristi anime che vissero sanza 'nfamia e sanza lodo. Essi sono i cosiddetti ignavi, anime che in vita non operarono né il bene né il male per loro scelta di vigliaccheria.

Tra questi uomini vi sono gli angeli che, al tempo della rivolta di Lucifero, non presero né la parte di Lucifero né quella di Dio, ma si ritirarono in disparte estraniandosi dai fatti della rivolta — un'invenzione puramente dantesca, ispirata forse da leggende popolari, che non ha echi precedenti né scritturali né nella patristica (per lo meno in quella pervenutaci).

Questi dannati sono cacciati dal cielo perché ne rovinerebbero lo splendore, e nemmeno l'inferno li vuole perché i dannati potrebbero gloriarsi rispetto ad essi, avendo essi almeno scelto, nella vita, da che parte stare, sia pure nel male.

Dante chiede anche perché essi si lamentino così forte e Virgilio gli risponde spiegando la loro pena: senza speranza di morire (terminando così il loro supplizio) essi hanno qui un'infima cieca vita che fa invidiar loro qualsiasi altra sorte; nel mondo non lasciarono alcuna fama, sdegnati anche da Dio (misericordia e giustizia li sdegna). Invita poi Dante a non parlare di loro, ma solo di osservarli e andare avanti nel cammino (non ragioniam di lor, ma guarda e passa).

L'Antinferno (1499-1502), Luca Signorelli, Cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

E mentre i due passano ignorandoli Dante descrive comunque la loro pena: essi inseguono una 'nsegna (in senso militare, come una bandiera, da alcuni interpretata, visto il tono del canto, come un cencio senza valore), che corre senza posa; sono una schiera così grande che Dante non avrebbe nemmeno mai creduto che la morte ne avesse mai uccisi così tanti.

Per contrappasso, sono condannati per l'eternità a correre nudi, tormentati da vespe e mosconi che rigano di sangue il loro corpo, ed ai loro piedi un tappeto di vermi che si nutrono delle loro lacrime miste al sangue (vv. 65-69): la pena è più degradante che dolorosa e Dante insiste sulla loro meschinità: loro che mai non fur vivi.

Con la tecnica del contrappasso, qui trovata per la prima volta, Dante riesce a creare immagini reali e rende al lettore i sentimenti che affiorano lenti fra le righe della Commedia, inquadrando l'opera della giustizia divina. Interessante notare come questi peccatori siano disprezzati sia da Virgilio, che dice a Dante di passare senza degnarli di uno sguardo, sia dai diavoli che non li accettano neanche nel vero e proprio inferno.

Il disprezzo del poeta verso questa categoria di peccatori è massimo e completo, perché chi non seppe scegliere in vita, e quindi schierarsi da una parte o dall'altra, nella morte resterà un "paria" costretto a rincorrere una bandiera che non appartiene a nessun ideale. Tanto accanimento si spiega, dal punto di vista teologico, perché la scelta fra Bene e Male deve obbligatoriamente essere fatta, secondo la religione cattolica. Dal punto di vista sociale, inoltre, nel Medioevo lo schieramento politico e la vita attiva all'interno del Comune erano quasi sempre considerate tappe fondamentali ed inevitabili nella vita di un cittadino. Se l'uomo è un essere sociale, chi si sottrae ai suoi doveri verso la società non è degno, secondo la riflessione dantesca, di stima ed ammirazione.

Il gran rifiuto

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«Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l'ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.»

Dante nota tra le anime "colui che fece per viltade il gran rifiuto", ma non lo nomina: questa persona potrebbe essere identificata come Celestino V, Giano della Bella, Esaù, Ponzio Pilato o anche un personaggio puramente simbolico. A sostegno della prima ipotesi si considera che Dante quando cita persone senza nominarle spesso è perché erano così famose da essere sufficiente un'allusione a inquadrarle. Infatti i principali commentatori suoi contemporanei indicano Celestino V come artefice del "gran rifiuto" e anche i miniaturisti dipingevano di solito una figura con la tiara in capo.

A partire da Benvenuto da Imola però si mise in dubbio questo riconoscimento, che da quel momento in poi perse quasi totalmente il favore dei critici danteschi, anche per il cambiamento di valutazione circa Pietro da Morrone a partire dall'apologia che ne fece Francesco Petrarca nel De vita solitaria; inoltre nel 1313 Celestino V fu canonizzato, quando Dante era ancora in vita. Nonostante ciò Dante forse potrebbe aver voluto sottolineare comunque il suo giudizio negativo contro Celestino e contro Papa Clemente V che l'aveva beatificato, lasciando comunque l'indeterminatezza del nome mancante.

Ad oggi la critica non sembra identificare il personaggio in modo concorde, scartando l'ipotesi che si tratti di Ponzio Pilato.

Il fiume Acheronte e Caronte - vv. 70-129

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Illustrazione della seconda parte del Canto III, Priamo della Quercia (XV secolo)
Caronte spinge le anime nella barca, illustrazione di Paul Gustave Doré

Guardando oltre Dante vede delle genti assiepate sulla riva di un grande fiume, pronte a attraversarlo, e chiede a Virgilio chi siano: ciò però gli sarà raccontato solo quando arriveranno alla trista riviera dell'Acheronte. Dante allora si vergogna della sua impazienza e con li occhi vergognosi e gravi si astiene dal parlare fino alla riva.

Ecco che arriva una barca (o nave) guidata da un vecchio, canuto per antico pelo (per la vecchiaia avanzata) che grida "Guai a voi anime prave! (malvagie)". La descrizione di Caronte, il traghettatore di anime, è mediata da quella che ne dà Virgilio nell'Eneide (VI 298-304), ma Dante dà solo dei tratti più concisi e carichi di significato rispetto alla descrizione più completa e statica del poeta latino.

Segue poi l'invettiva di Caronte che sconforta le anime e sottolinea l'eternità della loro pena: (parafrasi) "Non sperate mai più di rivedere il cielo. Io vi porto sull'altra riva nel buio eterno, nel fuoco o nel gelo" (allusione alle pene infernali). Poi si rivolge direttamente a Dante dicendogli che, in quanto anima viva, deve separarsi dai morti; ma Dante esita. Allora Caronte gli dice che questa non è la barca adatta a lui: gli spetta un altro lieve legno che lo porti a una spiaggia (quella del Purgatorio).

Allora Virgilio gli parla dicendogli di non crucciarsi (e pronunciando il nome Caròn per la prima volta): Vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole e più non dimandare (Par. "Sia fatto ciò che nel cielo Empireo è stato ordinato, e non importi più").

Allora le lanose gote del traghettatore si quietano, ma non gli occhi come cerchiati di fuoco.

Le anime dei nuovi dannati, stanche e nude, nel frattempo, dopo aver sentito l'invettiva di Caronte, sbiancano dalla paura, battono i denti e bestemmiano Dio, i loro genitori, la specie umana e il luogo, l'ora, la stirpe e il seme che li aveva generati.

Poi si raccolgono tutte assieme piangendo, in quella riva del male dove va a finire chi non teme Dio; Caronte dimonio con occhi come brace le fa raggruppare e batte con il remo chiunque rallenta: così come le foglie in autunno cadono una dopo l'altra finché il ramo resta spoglio, così quel mal seme d'Adamo, la stirpe dei dannati, partono dalla spiaggia ed entrano nella barca a una a una, come uccello ammaestrato richiamato dal segnale (nella falconeria). Passano poi il fiume torbido (l'onda bruna) e nel frattempo un'altra nuova schiera si è già adunata dall'altra parte.

Adesso Virgilio giudica il momento opportuno per la spiegazione: tutti quelli che muoiono in ira a Dio convengono in quel luogo da ogni paese; la giustizia divina li sprona a passare questo fiume, così che anche il loro timore diventa attesa e desiderio; Caronte si lagnava di Dante perché qui mai è passata un'anima buona, perciò questo è quello che voleva dirgli. Virgilio quasi sottintende che vi è una legge divina che vieta a coloro che non sono dannati di salire sulla barca per passare l'Acheronte, infatti, anche nel caso di Dante, sembra per coerenza mantenere questa legge, in quanto nonostante Dante oltrepassi comunque il fiume, la sua salita nella barca non viene raccontata, quasi a lasciar intendere che il suo passaggio è avvenuto in maniera diversa lasciata a qualsiasi immaginazione del lettore.

Terremoto e svenimento di Dante - vv.130-136

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Canto 3, Giovanni Stradano, 1587

Virgilio ha appena finito di parlare quando la terra buia trema, ma così forte che solo a ripensarci al Dante-narratore si bagna ancora la fronte di sudore.

Dalla terra imbevuta di lacrime fuoriescono sbuffi di vapore e un fulmine rosso balena nell'aria: ciò vince ogni senso in Dante ed egli sviene come uomo che cade nel sonno. Secondo Aristotele e la scienza a lui contemporanea si riteneva infatti che i terremoti fossero causati da forti correnti di vento presenti nel sottosuolo, i quali, dilatati dalle fonti di calore non trovassero via d'uscita verso l'alto e l'esterno. Inoltre questi fatti hanno una riconducibilità alla Scrittura, dove molto spesso il verificarsi di fenomeni naturali quali terremoti, venti, lampi e tuoni erano dovuti alla discesa di Dio che irrompeva nella storia.

All'inizio del prossimo canto Dante rinverrà al rumore del tuono di quello stesso lampo e si troverà in maniera sovrannaturale dall'altra parte del fiume: quest'espediente gli permette di passare l'Acheronte senza essere un dannato e mostra come Dante ammetta di tanto in tanto elementi sovrannaturali nel suo viaggio; essi sono dopotutto espressione del volere divino, che, vedremo spesso, nel regno dell'oltretomba spesso contravviene a suo piacimento a quelle leggi naturali che esso stesso ha posto nel mondo dei vivi.