Come studiare la filosofia
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Una disciplina difficile?
[modifica]Studiare filosofia non significa solo imparare date, nomi e teorie, ma abituarsi a pensare in modo critico, a formulare domande e a dialogare con testi e autori del passato per comprendere meglio sé stessi e la realtà che ci circonda. Qualsiasi disciplina ha poco senso se studiata in modo nozionistico, ma questo vale in modo particolare per la filosofia. Sarà buona cosa, ad esempio, sapere in quale anno è apparso Essere e tempo di Martin Heidegger, così come sarà opportuno conoscere i dati essenziali della sua vita, ma questo non darà alcuna conoscenza del pensiero di Heidegger. Bisognerà invece entrare nelle sue analisi, comprendere i problemi che si poneva, seguire gli sviluppi della sua riflessione e comprendere il suo linguaggio.
Buona parte della difficoltà nello studio della filosofia viene da quest'ultimo aspetto. La filosofia si occupa di problemi che appartengono alla vita di ognuno, a partire dal senso dell'esistenza, ma lo fa con un linguaggio che è diverso da quello comune. Può sembrare un vezzo, un modo di complicare inutilmente le cose, e in qualche caso è effettivamente così. Non è infrequente che qualche filosofo faccia ricorso a un liguaggio volutamente oscuro, soprattutto in ambito accademico, ma il più delle volte l'uso di una terminologia specifica è ben giustificata, perché consente di esprimersi in modo preciso e sintetico, evitando giri di parole che renderebbero il discorso meno efficace.
Muovendo i primi passi nello studio della filosofia è dunque importante cominciare a costruirsi un lessico filosofico, che comincerà dai termini che indicano i campi stessi del sapere filosofico: metafisica, ontologia, etica, epistemologia, gnoseologia eccetera. Può essere utile usare un dizionario o un glossario dei termini filosofici, ma ancora più utile è costruirlo da sé, tenendo una rubrica da aggiornare man mano che si procede nello studio. Si creerà, ad esempio, la voce etica, dandone una definizione generale; di seguito si arricchirà la voce con annotazioni sull'etica degli autori via via studiati.
Approccio storico o tematico?
[modifica]In Italia, a partire dalla riforma Gentile (1923), la filosofia viene insegnata nei licei con un approccio storico: si segue lo sviluppo del pensiero dalle origini fino ai giorni nostri. Questo approccio risente del punto di vista del neoidealismo, di cui Giovanni Gentile e Benedetto Croce sono stati in Italia i massimi rappresentanti, e per il quale la ragione si sviluppa nel tempo, gradualmente, fino a giungere a piena manifestazione nel pensiero di G. W. F. Hegel (1770-1831). Secondo questa visione, dunque, esiste una logica intrinseca nella storia del pensiero, che non procede casualmente, alternando posizioni diverse, ma conquista man mano, anche attraverso opposizioni, un punto di vista più ampio e più vero.
Il neoidealismo è tramontato nella seconda metà del Novecento, e con esso la convinzione che la storia della filosofia segua un tale piano, e tuttavia si continua a insegnare la filosofia con una prospettiva storica e cronologica. In altri Paesi, come la Francia e gli Stati Uniti, la filosofia viene insegnata in modo tematico, con particolare attenzione alle questioni etiche e legate alla cittadinanza. Difficile dire quale dei due approcci sia quello giusto; facile è invece evidenziare i limiti di entrambi. L'approccio meramente storico può portare a uno studio nozionistico, che concentrandosi sul pensiero del singolo filosofo perde di vista i grandi temi della filosofia, e soprattutto il suo legame con l'esperienza; l'approccio puramente tematico può non mettere in grado gli studenti di storicizzare una posizione filosofica e di cogliere il legame tra il pensiero e le dinamiche storiche, economiche e sociali.
Pur seguendo un approccio storico, è importante non perdere mai di vista le domande di fondo che guidano la ricerca filosofica, se non si vuole che lo studio della filosofia diventi un catalogo di posizioni più o meno bizzarre.
Filosofia, storia ed economia
[modifica]Non è possibile comprendere pienamente il pensiero di un filosofo se non alla luce del suo contesto. I filosofi non pensano mai in astratto. Sono esseri umani particolari, maschi o (più raramente) femmine, che occupano una particolare posizione sociale, in un'epoca caratterizzata da una certa economia, da una certa distribuzione della ricchezza, da una certa organizzazione sociale. Il modo in cui i filosofi pensano la realtà risente di queste circostanze. In una società in cui, ad esempio, il lavoro manuale sia compiuto dagli schiavi, un filosofo può sostenere che solo l'attività intellettuale è degna di un essere umano, mentre l'attività manuale è inferiore. Questa convinzione sembra innocente, puro risultato della riflessione, mentre invece è l'esito di una certa organizzazione economica; non solo: essa, nella misura in cui ha successo e viene condivisa, contribuisce a giustificare e perpetuare le disuguaglianze economiche. Allo stesso modo, può succedere che un filosofo di sesso maschile affermi la naturale inferiorità del sesso femminile, in tal modo giustificando la sua inferiorizzazione.
Bisogna dunque studiare la filosofia considerando non solo il modo in cui esse sono influenzate dalle circostanze storiche ed economiche, ma anche il loro carattere di conservazione o di cambiamento, di giustificazione della disuguaglianza o di apertura verso una più ampia considerazione dei diritti umani; in altri termini, occorre considerarne il significato politico, che spesso non è immediatamente evidente.
Filosofia al plurale
[modifica]Si può considerare senz'altro conseguenza di una di queste circostanze storiche la convinzione, ancora molto diffusa e che ispira quasi tutti i manuali scolastici, che la filosofia sia solo occidentale. Si tratta di una conseguenza di una mentalità ben nota, che ha guidato per secoli l'Europa durante le sue imprese coloniali e nelle sue pretese di civilizzare il mondo. Una mentalità che in passato poteva essere favorita dalla scarsa disponibilità di testi di altre culture, anche se i primi testi orientali cominciano ad essere disponibili già nel Settecento; oggi, pur persistendo lacune importanti nell'editoria italiana, è piuttosto facile accedere ad edizioni dei testi buddhisti, della Bhagavadgita e delle Upanishad, dei Dialoghi di Confucio o dei testi taoisti. Non c'è nulla che giustifichi la chiusura verso le filosofia non occidentali, in particolare quella indiana e quella cinese. Ridurle, come spesso accade nei manuali, a posizioni spirituali o mistiche rivela solo una certa ignoranza: il materialismo, lo scetticismo, l'atomismo sono diffusi in India fin dalla più remota antichità, e il pensiero di Confucio ha una concretezza che ha ben poco di mistico. Né ha molto senso affermare che la filosofia è solo occidentale perché in Occidente è nato il termine filosofia, che non ha equivalenti in altre culture. Sarebbe come dire che l'induismo, il buddhismo o l'ebraismo non sono religioni, dal momento che il termine religione è di origine latina e non ha equivalenti esatti né in India (dharma, il termine usato sia per il buddhismo che per l'induismo, ha un significato molto complesso)[1] né in ambito ebraico.
Da qualche tempo si usa parlare di World Philosophy per indicare il riconoscimento del carattere universale della pratica filosofica. Ma esistono anche due discipline che intendono far incontrare le diverse tradizioni filosofiche: la filosofia comparata e la filosofia interculturale. La filosofia comparata si occupa di confrontare autori o correnti di pensiero appartenenti a diverse tradizioni, per cogliere affinità e differenze, mentre la filosofia interculturale non si limita al confronto, ma cerca di far interagire le risposte che filosofi di epoche e tradizioni diverse hanno dato a domande universali.
Dal punto di vista formativo, studiare filosofia in un'ottica interculturale è fondamentale. Vuol dire non solo arricchire gli studenti con la conoscenza di capolavori del pensiero mondiale, ma anche favorire quella apertura e quel rispetto verso le culture diverse dalla nostra che sono una delle condizioni per la pace.
Pratiche filosofiche
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Quando si parla di filosofia è probabile che vengano alla mente due immagini. La prima è quella del Pensatore di Auguste Rodin: un uomo seduto, ripiegato, con il viso poggiato sul dorso della mano. Il corpo muscoloso è interamente coinvolto nello sforzo del pensiero. Quest'opera coglie un aspetto fondamentale della pratica filosofica: la riflessione personale, solitaria, assorta. La filosofia è in primo luogo meditazione: una sorta di dialogo con sé stessi sulle grandi questioni che riguardano la condizione umana o, in modo più urgente, su una scelta etica o politica. Questa pratica è spesso accompagnata dalla scrittura, che fissa questo pensiero e consente di tornarvi con calma, ampliandolo, sviluppandolo o demolendolo, oppure di condividerlo con altri.
L'altra opera è La scuola di Atene di Raffaello Sanzio, un'opera che rappresenta in modo suggestivo e vivace il mondo del pensiero greco. Al centro della scena Aristotele e Platone, i due più grandi pensatori greci; alla destra di Platone compare Socrate, impegnato in una discussione. Qui è evidente che la filosofia è una pratica sociale: è confronto tra punti di vista diversi. Per molti Socrate impegnato in un dialogo, quale compare nei testi platonici, è l'immagine stessa della filosofia.
La scuola non prevede momenti di riflessione silenziosa e solitaria. L'aula è un ambiente in cui si è sempre impegnati in qualche attività, che sia seguire una lezione o dedicarsi a qualche attività di laboratorio. Se il corso di filosofia è efficace, la riflessione si sviluppa da sé, fuori da scuola, nei momenti più opportuni per lo studente. La scuola può invece favorire la scrittura filosofica, chiedendo ad esempio allo studente di tenere un diario filosofico in cui annotare le proprie riflessioni personali, legate a ciò che studia a scuola ma anche alle sue esperienze di vita. Soprattutto, un corso di filosofia dovrebbe lasciare ampio spazio alla pratica del dialogo filosofico, vale a dire di un confronto in cui si argomenta in modo rigoroso, cercando insieme la verità.
Altra pratica centrale è la lettura dei testi dei filosofi, che in fondo non è altro che un diverso modo di dialogare. Non solo con il filosofo di cui si leggono i testi, ma anche con gli altri lettori, confrontando le diverse interpretazioni dello stesso testo.
Le competenze della filosofia
[modifica]Riuscire a leggere un testo difficile è una delle competenze che persegue lo studio della filosofia. Non ci si aspetta che uno studente liceale riesca a leggere testi di pensatori particolarmente difficili, come Hegel, se non con la guida costante del docente; ma dovrebbe riuscire a orientarsi nei testi di autori come Descartes o Spinoza, anche automamente.
La lettura di un testo filosofico richiede la capacità di individuare in esso i passaggi logici e argomentativi, anche con l'aiuto di strumenti come le mappe argomentative. Uno studente in grado di fare ciò sarà anche capace di costruire a sua volta di ragionare in modo rigoroso, costruendo discorsi o testi ben strutturati, che procedano in modo lineare dalle premesse alle conclusioni.
Ma la filosofia non è solo l'arte di costruire ragionamenti rigorosi. Le appartengono la problematizzazione e la profondità. Studiare filosofia vuol dire imparare a vedere il mondo in modo non banale, evitando giudizi superficiali e interrogandosi costantemente sulla propria esperienza. Un'opera d'arte, ad esempio, può apparire brutta o incomprensibile; chi è guidato da un atteggiamento filosofico non si ferma a questa prima impressione, ma cerca di comprendere i valori e la visione estetica che sono dietro quell'opera (cosa che non esclude che il giudizio finale resti negativo).
In un'epoca in cui la diffusione di fake news e visioni complottistiche giungono a minacciare anche le democrazie apparentemente più solide, è compito importante della scuola insegnare a distinguere una informazione rigorosa da una che non lo è, a ricercare le fonti, ad accertare la verità. In questo il contributo della filosofia, che riflette costantemente sulla verità e sulle vie per raggiungerla, è fondamentale.
Note
[modifica]- ↑ Dharma può indicare, a seconda del contesto, la legge, l'insegnamento, il dovere o il fenomeno.